Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 3 Dicembre 2023

Intanto, al Telegraph

Ultimamente Charlie ha parlato spesso della vendita dell’importante giornale britannico conservatore Daily Telegraph , ed è probabile che si continuerà a parlarne perché ci sono e sono previste, ancora, diverse novità (qui un riassunto di quello che sta accadendo). Venerdì la ministra della Cultura del governo britannico Lucy Frazer ha bloccato qualsiasi trasferimento di proprietà del Telegraph Media Group, che pubblica il Daily Telegraph . Il governo britannico ha voluto quindi limitare la probabile acquisizione del quotidiano da parte del gruppo RedBird IMI, sostenuto da una società degli Emirati Arabi Uniti e da un fondo americano. Che uno dei più importanti e storici quotidiani nazionali venga acquisto da una proprietà di un paese con grandi interessi economici e poca dimestichezza con la libertà di espressione è quello che ha generato le maggiori agitazioni e discussioni in queste settimane. Frazer ha chiesto all’Ofcom (l’autorità di regolamentazione dei media britannici) e al CMA (l’autorità per la regolamentazione della concorrenza nel Regno Unito) di esaminare se l’operazione vìoli la «presentazione accurata delle notizie e la libera espressione delle opinioni nei giornali»; i due enti regolatori avranno tempo fino al 26 gennaio 2024.

RedBird IMI rileverebbe il quotidiano in uno scambio debito per azioni: risarcirebbe il debito (di 1,16 miliardi di sterline) che i proprietari del giornale, la famiglia Barclay, devono al gruppo finanziario Lloyds Bank che aveva messo all’asta il Telegraph Media Group. L’intervento del governo non blocca comunque il risarcimento del debito ma solo lo scambio delle quote: nei prossimi giorni il Lloyds Banking Group otterrebbe l’estinzione di tutti i crediti, il gruppo editoriale dovrebbe uscire dall’amministrazione controllata e la famiglia Barclay diventerà debitrice di RedBird IMI.
Nel frattempo lo stesso giornale sta intervenendo da dieci giorni nella questione, raccontandola ai propri lettori con grande allarme sui rischi della vendita ipotizzata.


domenica 3 Dicembre 2023

Rassegna stampa

Qualche esempio settimanale di contenuti giornalistici in più palese relazione con quelli pubblicitari, a rivelare la quota di dipendenza delle redazioni dalle difficoltà di sostenibilità economica dei giornali. Repubblica ha dedicato sabato un articolo all’azienda Moorer, che aveva comprato una pagina pubblicitaria mercoledì. Il Foglio (il fenomeno riguarda non solo i quotidiani più grandi, che pure raccolgono la grande maggioranza degli investimenti pubblicitari) ha pubblicato sabato un’entusiasta celebrazione di un progetto veneziano della società Generali, che aveva comprato questa settimana due pagine pubblicitarie, una lo stesso sabato e una mercoledì.


domenica 3 Dicembre 2023

Forti con i forti

Un pezzo degli strascichi polemici e diplomatici all’interno della famiglia reale britannica ha a che fare anche con la libertà d’espressione, il diritto di cronaca, la diffamazione, e le rigide regole di quel paese in questi campi.
La storia è, in breve, quella della pubblicazione per errore in un libro olandese dei nomi del re Carlo e della principessa Kate come destinatari delle accuse di razzismo da parte di Meghan Markle: i due nomi sono stati taciuti però nel Regno Unito, proprio per consuetudine col rispetto della privacy e coi rischi di diffamazione.

” Inizialmente i nomi dei due reali non erano stati citati dai giornali e dai tabloid britannici, che hanno notoriamente un accordo non scritto con la famiglia reale per trattare con una certa sobrietà gli scandali che la riguardano. La ritrosia è stata probabilmente motivata anche dal fatto che non è chiaro come siano finiti i due nomi nell’edizione olandese, visto che l’autore e la casa editrice sostengono non ci fossero nell’originale: si tratta quindi di un’accusa al momento senza prove, e che non è nemmeno sostenuta dall’autore del libro. Poi però il famoso conduttore Piers Morgan, noto peraltro per non avere simpatie per Meghan, li ha identificati nel suo programma, rivelando che non si tratta di due membri marginali della famiglia, bensì del re Carlo III e di Kate, principessa del Galles e moglie di William, fratello di Harry e primo erede al trono […]
Anche se i giornali inglesi non avevano ripreso i nomi presenti nella versione olandese, i due membri erano stati identificati come persone di “alto rango” e la notizia aveva avuto grande risalto. Il Daily Mirror per esempio aveva titolato: «Un libro fa il nome dei ‘reali razzisti’», mentre il Daily Mail citava «il libro di Scobie ritirato per aver fatto il nome dei ‘reali razzisti’ per errore». Poi mercoledì sera Morgan, noto per le sue posizioni di destra, aveva detto che chi paga le tasse con cui viene mantenuta la famiglia reale ha il diritto di sapere quello che hanno saputo i lettori olandesi, e aveva quindi identificato Carlo e Kate”.

Ne è nato quindi un sotto-dibattito a proposito dell’eventualità che la famiglia reale denunci Morgan, eventualità che è ritenuta improbabile proprio perché si tratta della famiglia reale.


domenica 3 Dicembre 2023

Una pessima settimana nelle grandi testate americane

Il quotidiano statunitense Washington Post ha annunciato possibili licenziamenti se non saranno raggiunte le 240 uscite volontarie. L’amministratrice delegata provvisoria quello nuovo deve ancora prendere servizio) Patty Stonesifer ha comunicato ai dipendenti che «vogliamo che tutti capiscano che abbiamo bisogno di 240 adesioni per contribuire a ripristinare la salute finanziaria del Post . […] Abbiamo preso la decisione, se non riusciamo a raggiungere questo obiettivo, di attuare i licenziamenti in quelle aree in cui abbiamo già identificato che le posizioni non dovranno essere sostituite, in cui il lavoro può essere riassegnato in modo più efficiente o in cui possiamo in altro modo ottenere risparmi sui costi. Questi licenziamenti offriranno benefici significativamente meno generosi rispetto al pacchetto volontario e saranno coerenti con i precedenti pacchetti di licenziamenti del Post ». Dovrebbero essere 120 i dipendenti che al momento hanno accettato di lasciare il giornale: la direttrice Sally Buzbee ha detto che 36 facevano parte della redazione cioè «circa il 30% del nostro obiettivo in tutto il dipartimento News». Questa notizia si inserisce nel contesto dei problemi che il Washington Post sta affrontando da più di un anno: il giornale chiuderà il 2023 con 100 milioni di dollari di perdite.

Licenziamenti sono in corso anche a Vanity Fair , al New Yorker e in altre proprietà da parte dell’editore Condé Nast; e anche al sito di news Vox , – di nuovo – uno dei progetti di giornali online più apprezzati negli Stati Uniti (la cui azienda, Vox Media, si è estesa a comprendere diverse altre testate, compresa la storica rivista New York).


domenica 3 Dicembre 2023

“Un giornale per ragazzi, non un giornale per stupidi”

La newsletter Mediastorm di Lelio Simi, dedicata “alle industrie dei media e dell’intrattenimento” ha recuperato un affascinante aneddoto che riguarda il Corriere dei Ragazzi, una rivista per ragazzi pubblicata dal Corriere della Sera tra il 1972 e il 1976 come evoluzione del celebre e seguito Corriere dei Piccoli. Era un giornale che ospitava molti fumetti ma si occupava anche di informazione e di attualità da raccontare e spiegare agli adolescenti, e nel 1973 (a proposito di Kissinger) una serie di articoli descrisse con accuratezza e severità il colpo di stato in Cile e l’assassinio del presidente Salvador Allende, difendendo la scelta anche dagli attacchi di alcuni genitori.


domenica 3 Dicembre 2023

Ma noi non ci saremo

C’è stato un altro caso notevole e rivelatore del lavoro di produzione con grande anticipo di ” coccodrilli “, ovvero di articoli di necrologio di personaggi famosi: ne parlammo altre volte. Uno dei due autori dell’articolo che il quotidiano londinese Financial Times ha dedicato alla morte di Henry Kissinger, Malcolm Rutherford, era morto nel 1999.

(invece qui c’è l’autore del necrologio di Kissinger del New York Times che spiega il lavoro che c’è stato di preparazione, con incontri e interviste con Kissinger stesso)


domenica 3 Dicembre 2023

Visto che funziona

I risultati soddisfacenti – dal punto di vista commerciale – delle sempre più frequenti commistioni tra lavoro giornalistico e interessi degli inserzionisti sul Corriere della Sera hanno evidentemente suggerito alla concessionaria pubblicitaria CairoRCS di declinare lo stesso meccanismo anche sulla televisione del gruppo, La7 , in più estese “sinergie”. Lo stesso Corriere della Sera ospitava sabato una pagina promozionale di un programma televisivo andato in onda sabato sera e dedicato all’Intelligenza Artificiale, “in collaborazione con Deloitte”, grande società di consulenza che è frequente inserzionista delle testate del gruppo e a cui il Corriere aveva dedicato un articolo mercoledì nelle pagine dell’Economia.


domenica 3 Dicembre 2023

Santini

Il Corriere della Sera potrebbe avere superato questa settimana ogni primato precedente nella pubblicazione di immagini e dichiarazioni del proprio editore, Urbano Cairo, battendo persino la consuetudine del Sole 24 Ore di tre o quattro articoli settimanali dedicati al proprio editore di fatto, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi (questa settimana mercoledìgiovedìvenerdì sabato, esaurendo anche le idee sui titoli). Una foto di Cairo ha avuto spazio sul Corriere per cinque giorni consecutivi da domenica a giovedì, e poi una sesta volta sabato.
Soltanto nelle rispettive edizioni di venerdì, invece, sia Repubblica che Stampa hanno dedicato ben due immagini ciascuna al proprio, di editore, John Elkann (nel caso della Stampa due articoli interi).
La sempre crescente ingerenza degli interessi commerciali e personali degli editori nei giornali è strettamente legata alla debolezza economica dei giornali stessi, come avevamo raccontato qui.


domenica 3 Dicembre 2023

Upday ora chiude proprio, in Italia

Upday è una testata internazionale nata dall’accordo tra il grande editore tedesco Axel Springer e la multinazionale sudcoreana Samsung: è sia un servizio di news che un’app preinstallata sugli smartphone Samsung, gestisce e aggrega le notizie che arrivano da altri giornali (come fa anche il servizio Apple News sugli iPhone) e a un certo punto ha creato piccole redazioni in varie parti del mondo, tra cui l’Italia, che si occupano di creare e aggiungere articoli originali all’offerta. Il gruppo editoriale Axel Springer è l’azienda di media più grande d’Europa, ha una notevolissima influenza in Germania dove possiede il tabloid Bild e il quotidiano Welt , e da diversi anni sta spostando i suoi interessi negli Stati Uniti dopo aver rilevato il sito Business Insider nel 2015 per 400 milioni e il sito Politico nel 2021 per oltre un miliardo di dollari.

L’edizione italiana di Upday era nata nel febbraio 2017 come aggregatore di notizie: il lavoro della redazione (all’inizio formata da cinque giornalisti) era quello di verificare e ripubblicare le notizie selezionate da un algoritmo sviluppato internamente da Axel Springer. Rapidamente però Upday Italia divenne un sito di news online (oltre alla app) che produceva anche notizie originali: la redazione arrivò ad avere 12 giornalisti e una rete di collaboratori; e in alcuni casi riuscì anche ad avere inviati, come al festival di Sanremo, per l’ anniversario dei dieci anni del naufragio della Costa Concordia o per reportage da Lampedusa. La gran parte delle persone continuava a visitare Upday Italia dalla app del cellulare, ma anche il traffico sul sito, inizialmente marginale, stava lentamente crescendo: tra app e sito, a dicembre 2022Upday aveva circa 700mila visitatori quotidiani.

La strategia del gruppo editoriale Axel Springer per Upday inizialmente era di espandersi anche in altre nazioni: nel 2020 Upday era in 16 paesi europei, ed erano organizzazioni giornalistiche che spesso costavano poco e in grado di sostenersi da sole. Upday Italia era diventata economicamente sostenibile dal 2019 e le fonti di guadagno erano principalmente tre: la pubblicità “ programmatic ” (cioè spazi pubblicitari, immagini o video, gestiti da terzi), le partnership e gli articoli sponsorizzati.

Ma da quest’anno gli obiettivi e le priorità di Axel Springer rispetto a Upday sono cambiate: già a giugno l’editore aveva licenziato improvvisamente e in modo drastico diverse persone in molte redazioni, compresa quella italiana e l’ultimo aggiornamento di questa settimana è la chiusura definitiva dell’edizione italiana che avverrà il 5 dicembre, con il licenziamento dei quattro dipendenti rimasti. La motivazione sembra essere il nuovo accordo che Samsung ha concluso con Axel Springer da cui è nato, negli Stati Uniti, Samsung News che ha iniziato a rimpiazzare Upday sugli smartphone. Rispetto ai precedenti accordi per Upday , nel caso di Samsung News il rapporto dovrebbe essere più sbilanciato verso un impegno di Samsung piuttosto che di Axel Springer. Sarà un’app di news ancora più economica: il nuovo servizio sembra non prevedere una produzione giornalistica ma solo la ripubblicazione di articoli da testate con cui sono stati stretti accordi specifici.

Probabilmente Upday ha cominciato ad avere difficoltà a livello progettuale e internazionale da quando, in Axel Springer, sono andate via le due persone che avevano notevolmente contribuito a fondare e far crescere l’app. Una è Peter Würtenberger, dirigente tedesco 57enne e amministratore delegato di Upday dal 2016 al 2021, che è diventato vice-presidente esecutivo di Axel Springer. L’altra è Jan-Eric Peters, anche lui dirigente tedesco, 58 anni, che ha lasciato il gruppo editoriale nel gennaio 2021; aveva lavorato 20 anni per Axel Springer e si era occupato della transizione digitale del quotidiano tedesco Welt.


domenica 3 Dicembre 2023

Sostegno all’editoria

Una delle campagne pubblicitarie più assidue e prolungate sui maggiori quotidiani (e anche su alcuni periodici) è quella di Giorgio Visconti, azienda piemontese di alta gioielleria (ovvero che produce gioielli di lusso), le cui inserzioni occupano pagine intere da diversi mesi a questa parte, decine e decine di pagine (ancora questa settimana è stata cinque giorni su sette su Repubblica) . La campagna promuove in particolare una collezione, IoLuce (girocolli, orecchini, anelli). A Charlie, Andrea Visconti, amministratore delegato dell’azienda, ha spiegato la scelta dell’investimento: «la collezione Io Luce nasce nel 2020 quando abbiamo ottenuto il brevetto per invenzione internazionale in quasi tutti i paesi del mondo. È un brevetto perché al di sotto del diamante centrale abbiamo inserito dei piccoli brillanti, e per farlo abbiamo studiato tutta una serie di rifrazioni che permettessero una doppia funzione: far riflettere più luce e ingrandire il brillante centrale. Crediamo che tutti i media siano importanti per far conoscere non solo il prodotto ma anche il brand Giorgio Visconti. Gli investimenti di marketing per IoLuce sono iniziati nel 2021, e due sono i mezzi principali: sui social media, Facebook e Instagram, la campagna va avanti tutto l’anno, e sulla carta stampata, giornali e riviste, va da fine luglio a Natale. A volte, secondo i nostri dati, i due pubblici, social e giornali, coincidono, ma non sempre; c’è un pubblico magari più veloce dal punto di vista digitale ma anche un pubblico che invece predilige ancora la carta stampata e non i social media. Sono campagne pubblicitarie che valutiamo sul loro impatto a lunghissimo termine: sulla stampa il risultato che cerchiamo è l’ awareness, riuscire a posizionare il prodotto nelle gioiellerie, far conoscere il marchio Giorgio Visconti, e dopo vendere. Sui giornali abbiamo trovato un pubblico diviso quasi al 50%-50% tra uomini e donne: questo perché i gioielli sono un acquisto femminile ma di cui anche l’uomo si interessa per fare un regalo. Sulle riviste, quando sono femminili, invece chiaramente troviamo un pubblico totalmente femminile. Stiamo avendo dei buonissimi risultati all’estero, ma continueremo ovviamente a investire sulla pubblicità in Italia e sui media cartacei, perché l’Italia è il nostro mercato di riferimento. Gli investimenti che facciamo sulla campagna pubblicitaria della collezione di IoLuce è di circa 1,5 o 2 milioni l’anno, dove carta stampata e social la fanno da padrone: su questi due mezzi investiamo il 60-70% del totale. Facendo una stima in un anno sulla carta stampata investiamo tra i 500 e i 750mila euro».


domenica 3 Dicembre 2023

E Businessweek non è più week

Era stato nel Novecento uno dei più importanti newsmagazine settimanali americani, dedicato soprattutto all’economia e alla finanza. Poi era andato in crisi come molti settimanali, subendo effetti maggiori anche dalla crisi finanziaria del 2008, ed era stato acquistato nel 2009 dal grande gruppo Bloomberg (la cui ricchezza si deve al lavoro di fornitura di servizi di informazione finanziaria: molto più di una grandissima e versatile “agenzia di stampa”), che aveva vivacizzato il giornale cambiandogli nome in Bloomberg Businessweek. Ma le difficoltà rimangono, e quindi l’azienda ha annunciato ai dipendenti che dalla fine del 2024 la rivista diventerà un mensile, probabilmente mantenendo lo stesso nome.


domenica 3 Dicembre 2023

La chiusura di Popular Science

Popular Science (conosciuta anche come PopSci) nacque negli Stati Uniti nel 1872 come rivista scientifica mensile che, nonostante il nome, non si rivolgeva a un pubblico profano ma a studiosi e persone che avevano una formazione accademica: nel suo periodo iniziale ospitò anche articoli di Charles Darwin, Louis Pasteur e Isaac Asimov. All’inizio del ‘900 un cambio di proprietà (e un calo di copie vendute) portò la rivista a cambiare il tipo di articoli e a rivolgersi a un pubblico più largo, come scrive il New York Times : «nel corso dei decenni, Popular Science ha esplorato la fotografia, gli aeroscafi, gli autogiri, i voli spaziali e la lotta per ottenere più spazio per le gambe sugli aerei commerciali, il tutto con un occhio di riguardo per i lettori con interessi generici»; e ancora negli ultimi anni ha vinto premi per la divulgazione scientifica e l’attenzione al cambiamento climatico.

Negli ultimi anni però sta attraversando diversi problemi e cambiamenti: già nel 2016, dopo 144 anni, la rivista era passata da mensile a bimestrale; nel 2018 era diventata trimestrale e nel 2020 aveva definitivamente interrotto l’edizione cartacea, pubblicando la rivista solo in formato digitale nel 2021. Nel 2020 Popular Science era stata venduta a North Equity, una società con diversi investimenti nei media, che poi ha lanciato nel 2021 Recurrent Ventures come attività che si occupa specificatamente dei mezzi d’informazione. A novembre Recurrent Ventures ha nominato un nuovo amministratore delegato, che è il terzo in tre anni.

La notizia adesso è che Recurrent Ventures ha deciso di chiudere definitivamente anche la versione digitale della rivista; la chiusura segue la decisione di licenziare tredici persone: secondo il sito di news Axios adesso a lavorare alla rivista “rimangono solo cinque redattori e alcuni membri del team commerciale”, anche se al momento Recurrent Ventures non ha confermato l’esatto numero dei licenziamenti.

Cathy Hebert, direttrice delle comunicazioni di Recurrent Ventures, ha detto al sito di tecnologia The Verge che PopSci deve “evolversi” oltre il prodotto della rivista: il sito continuerà a offrire nuovi articoli, e l’abbonamento “PopSci Plus” garantirà contenuti per soli abbonati e l’accesso all’archivio della rivista. Su LinkedIn l’ ex vicedirettrice Purbita Saha ha commentato la chiusura e i licenziamenti: «sono frustrata, furibonda e sconcertata dal fatto che i proprietari abbiano chiuso una pubblicazione pionieristica che si è adattata a 151 anni di cambiamenti nel giro di una riunione di cinque minuti su Zoom».


domenica 3 Dicembre 2023

Aggiornamento

Il quotidiano la Verità – che ha seguito con molta insistenza polemica il caso – ha riferito venerdì che alcuni ex dirigenti del gruppo Espresso (ora GEDI) avrebbero chiesto il patteggiamento per le accuse di truffa a proposito dei prepensionamenti dell’azienda.


domenica 3 Dicembre 2023

Il governo israeliano contro Haaretz

Haaretz è un giornale israeliano progressista, il più autorevole sul piano internazionale, che da tempo è critico rispetto all’influenza delle politiche più radicali e nazionaliste nel governo del paese, alla gestione della questione palestinese, e alla politica dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu; in un lungo articolo David Remnick, direttore del settimanale americano New Yorker, aveva definito le persone che lavoravano al giornale “i dissidenti”. Tra i collaboratori di Haaretz ci sono stati negli scorsi decenni i più importanti e stimati intellettuali e scrittori israeliani, e il giornale è stato il principale organo dei progetti di convivenza tra israeliani e palestinesi, o almeno di attenuazione delle conseguenze dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi. Haaretz nacque nel 1919 a Gerusalemme, nel 1922 spostò la sua sede a Tel Aviv e nel 1935 fu acquistato da Salman Schocken, un editore tedesco sostenitore del movimento sionista che si era da poco rifugiato in Palestina. Schocken si era arricchito con una catena di grandi magazzini che fu costretto a cedere al governo tedesco quando i nazisti lo privarono della cittadinanza e aveva avviato diverse imprese editoriali. La famiglia di Schocken controlla tuttora il giornale che, oltre alla pubblicazione in lingua ebraica, ha dal 1997 ha anche un’ edizione inglese. Non è il quotidiano più diffuso in Israele, è al terzo posto molto distante dai primi due e vende alcune decine di migliaia di copie al giorno; ma nel 2021 ha dichiarato 100 mila abbonamenti al giornale digitale, quasi dieci anni dopo l’avvio della campagna degli abbonamenti online.

In queste settimane di guerra tra Israele e Hamas Haaretz è tornato a essere protagonista delle attenzioni internazionali, ma anche delle intenzioni di censura del governo israeliano, che ne è costantemente attaccato: Shlomo Karhi, ministro delle Comunicazioni, ha proposto di applicare delle sanzioni al giornale accusandolo di “menzogna, propaganda disfattista” e “sabotaggio di Israele in tempo di guerra”. La proposta di Karhi mira a cancellare i finanziamenti e gli abbonamenti istituzionali al giornale e a “vietare la pubblicazione di avvisi ufficiali”, che sono una fonte di ricavo. Il 20 ottobre il governo di Israele ha emanato un regolamento che gli permette di chiudere e bloccare temporaneamente (30 giorni alla volta) i media stranieri ritenuti dannosi per il Paese: l’intenzione di questa norma era quella di chiudere il canale televisivo qatariota Al Jazeera , che finora non è stato bloccato anche per il ruolo che il Qatar ha avuto nei negoziati per il rilascio degli ostaggi. Il regolamento ha invece bloccato le trasmissioni della rete libanese Al Mayadeen TV per “motivi di sicurezza”: il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant l’ ha accusata di “essere diventata, in pratica, sostenitrice dell’organizzazione terroristica Hezbollah”, il cui obiettivo è “danneggiare la sicurezza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini”.

Sulle possibili sanzioni del governo, l’editore di Haaretz Amos Schocken ha commentato che: «se il governo vuole chiudere Haaretz, questo è il momento di leggere Haaretz». Il quotidiano israeliano Times of Israel , senza citare la fonte da cui lo ha appreso, ha scritto che però un’azione del governo nei confronti di Haaretz appare «improbabile» e, sempre secondo Times of Israel , il lavoro giornalistico di Haaretz è stato «ampiamente favorevole allo sforzo bellico, anche se molto critico nei confronti del governo che lo conduce».


domenica 3 Dicembre 2023

Articoli più corti

La lunghezza degli articoli sui giornali online è da diversi anni oggetto di cicliche discussioni, nel contesto della diminuita soglia di attenzione dei lettori e della ricchezza di attrazioni concorrenti (sui giornali cartacei si continuano grossomodo a mantenere le tradizioni, definite anche da questioni di spazio disponibile o imposto). A un certo punto venne introdotto il termine “longform” per nobilitare articoli più lunghi dell’ordinario e dare loro un’attrattiva maggiore, ma senza grandi risultati di attenzione. E un equilibrio chiaro tra quanto i lettori vogliano cose veloci e puntuali e quanto vogliano approfondimenti di più studiata confezione e completezza non si è mai trovato: probabilmente solo perché i lettori sono molte cose diverse e vogliono molte cose diverse. Il dibattito è tornato attuale anche al New York Times , a quanto ha raccontato di recente un articolo di Erik Wemple – esperto reporter sui temi del business dei giornali – sul Washington Post. Benché il Times mantenga l’importanza delle proprie inchieste molto lunghe, il direttore Kahn ha raccolto dati sul fatto che molti lettori si annoiano degli articoli che danno troppo contesto alla notizia, e anche sul fatto che chi arriva alla fine di un articolo più facilmente clicca su un altro articolo del sito. La cosa che stanno riconoscendo in molti, appunto, è che sia opportuno essere in grado di rispondere a desideri di genere opposto da parte di generi diversi di lettori.


domenica 3 Dicembre 2023

Charlie, ancora quarto potere

Ben Smith, direttore del sito di news Semafor, ha chiesto alla giornalista Jane Martinson (autrice di un libro sulla famiglia che possedeva il quotidiano britannico Daily Telegraph) perché le vicende della vendita del Telegraph dovrebbero interessare a qualcuno fuori dal parlamento britannico. Martinson ha risposto che una domanda migliore sarebbe perché tanti uomini ricchi vogliono ancora comprare i vecchi giornali tradizionali. E la risposta, dice, non è per farci soldi, ma perché danno ancora il potere di influenzare il parlamento e le persone che lo eleggono.

La risposta suonerà ovvia e non nuova, ma è proprio il suo non essere nuova a renderla utile da ripetere e da tenere presente: in un contesto – quello del giornalismo contemporaneo – in cui sta cambiando di tutto e tanto è già cambiato (come racconta questa newsletter ogni settimana) non è così ovvio che qualcosa di questa importanza continui a mantenersi uguale: la funzione dei quotidiani tradizionali nei meccanismi di potere. O meglio ancora, la percezione del loro potere, che si tramuta comunque in potere. È infatti indubbio, dati e fatti alla mano, che le grandi testate novecentesche hanno perso parte del loro ruolo, tantissime copie cartacee, rilevanza nei nuovi scenari dell’informazione e nella vita delle persone. Ma è anche vero che i luoghi del potere, soprattutto in Europa, continuano a loro volta a essere relativamente poco intaccati dall’innovazione, dal ricambio e dal pensiero contemporaneo. I grandi poteri politici ed economici restano in gran parte novecenteschi, nelle persone, nelle culture e negli approcci, e novecentesca è la loro gerarchia di priorità: questo continua ad attribuire ai grandi quotidiani un potere di influenza assai maggiore di quella che è la loro reale capacità di orientare il consenso (che resta un po’ maggiore nel Regno Unito rispetto all’Italia, come suggerisce Martinson). Possedere un quotidiano oggi quindi resta uno strumento di influenza e visibilità assai più rilevante di quanto i cambiamenti del mondo intorno farebbero pensare (lo dimostra anche l’insistenza con cui gli uffici stampa delle grandi aziende cercano di ottenere spazi per i propri comunicati su pagine che saranno lette da pochissime persone, assai meno di quelle raggiunte da un post su un social network). In questo i ricchi imprenditori che ci tengono a diventarne editori hanno ancora delle ragioni: poi sono rari quelli che sappiano cosa sia gestire un’impresa giornalistica nel 2023, ma di questo già parlammo.

Fine di questo prologo.


domenica 26 Novembre 2023

Le basi

I più antichi lettori di Charlie sono pazienti con l’insistenza della newsletter nel ripetere alcune informazioni generali o mettere nel contesto le notizie di ogni settimana, a rischio appunto di dare informazioni ridondanti per alcuni. Ma gli iscritti continuano a crescere e ci teniamo a mantenere alta la comprensibilità delle cose che raccontiamo, finendo appunto per ripeterci, a volte. Ma tra le cose che ripetiamo oggi c’è che approfondimenti, contesti e spiegazioni maggiori e utili le trovate senz’altro nel numero della rivista del Post Cose spiegate bene , che si chiama ” Voltiamo decisamente pagina “: più di voi lo avranno letto e meglio ci capiremo.
Ma noi continuiamo a cercare di essere più chiari possibile, dentro questi spazi.


domenica 26 Novembre 2023

Niente vendita di Forbes

La trattativa per la vendita della testata economica americana Forbes – ne avevamo scritto qui – è stata interrotta dopo le polemiche e i timori sul coinvolgimento di un imprenditore russo nell’acquisto.


domenica 26 Novembre 2023

Club

Il Corriere della Sera ha introdotto una sorta di ” programma fedeltà ” per i suoi abbonati, che promette premi e sconti a seconda della loro anzianità di abbonamento.

” Con l’iscrizione acquisisci lo status Club Argento dove poter richiedere i primi vantaggi e avere ancora più contenuti da leggere, ascoltare e vivere.
Dopo 6 mesi di abbonamento attivo diventerai un abbonato Club Oro e potrai ottenere vantaggi per esperienze esclusive.
Al primo anno insieme (12 mesi) raggiungerai il livello più alto Club Platino, esperienze uniche e vantaggi che faranno del tuo quotidiano qualcosa di straordinario!”


domenica 26 Novembre 2023

Il Washington Post riflette sulle foto, ancora

Sono continuate – ne parlavamo su Charlie la scorsa settimana – le discussioni attorno alla pubblicazione di immagini “impressionanti” da parte del Washington Post: il giornale americano sta dedicando una serie di articoli che raccontano le conseguenze dell’uso dei fucili AR-15 negli Stati Uniti. Per farlo ha usato anche delle immagini che mostrano le conseguenze di undici recenti sparatorie.

Il Washington Post è tornato questa settimana sulla pubblicazione delle foto descrivendo la reazione dei lettori. Fred Guttenberg, il padre di una quattordicenne uccisa da un attentatore in una scuola a Parkland in Florida, ha definito le foto «inutili» e «traumatiche per coloro che sono rimasti coinvolti nella violenza delle armi da fuoco». Brett Cross, zio e tutore legale di un bambino di 10 anni ucciso l’anno scorso da un attentatore alla scuola di Uvalde, in Texas, ha scritto sui social media che le immagini erano «inquietanti e veramente scioccanti» ma «spero che siano un pugno allo stomaco» che impedisca all’opinione pubblica di «chiudere un occhio sulla realtà».

Jelani Cobb, giornalista e preside della scuola di giornalismo Columbia, ha detto: «l’intenzione è che ci sia una certa dose di shock che possa scuotere le persone e far loro cambiare idea» ma «vedere quelle immagini non ci dice molto di più rispetto a quello che già sappiamo». In occasione del 20° anniversario della strage alla scuola Columbine, gli attuali studenti hanno iniziato una campagna per invitare le persone a condividere le immagini delle persone uccise da armi da fuoco: in questo caso l’intento è suscitare una reazione emotiva che, secondo loro, potrebbe portare a un cambiamento legislativo sulla regolamentazione delle armi. Jessica Fishman, direttrice di un centro che si occupa del comportamento delle persone all’Università della Pennsylvania, ha detto che le sue ricerche non evidenziano che foto impressionanti possano far cambiare idea sulla politica delle armi in America. Però ha detto anche che dalle sue ricerche non risulta che queste foto siano troppo emotivamente pericolose per il pubblico o che generino indifferenza verso le tragedie.


domenica 26 Novembre 2023

Al Daily Telegraph le cose hanno preso una piega

Ci sono ancora aggiornamenti per quanto riguarda la vendita della società britannica Telegraph Media Group che pubblica, tra le altre cose, l’importante quotidiano conservatore Daily Telegraph e la rivista The Spectator. Riassumendo brevemente: il gruppo editoriale è stato rilevato dalla Bank of Scotland (banca parte di uno dei maggiori gruppi finanziari del Regno Unito, il Lloyds Banking Group), in nome del proprio credito di circa un miliardo di sterline nei confronti del gruppo. La maggioranza delle quote del Telegraph Media Group appartiene alla famiglia Barclay che non è stata in grado di risarcire il debito: da qui la decisione del Lloyds Banking Group di mettere in vendita il gruppo editoriale. Il Daily Telegraph è un giornale considerato quality press (e si differenzia in questo dai tabloid), è da sempre vicino al partito conservatore e nonostante tutto nell’ultimo periodo ha realizzato degli utili: considerando anche le prossime elezioni nel Regno Unito (che dovranno tenersi entro gennaio 2025) diversi imprenditori hanno manifestato interesse nel partecipare all’asta per l’acquisto del giornale.

In questo contesto si inserisce la novità di questi giorni: la vendita del gruppo editoriale è stata sospesa fino al 4 dicembre perché la famiglia Barclay ha accettato di rimborsare entro il primo dicembre 1,16 miliardi di sterline al Lloyds Banking Group. Il debito verrebbe estinto grazie al prestito di RedBird IMI, una joint venture (una collaborazione temporanea fra due imprese) tra il gruppo RedBird e International Media Investments (IMI). Una volta saldato il debito sarebbe RedBird IMI a diventare proprietaria delle testate attraverso lo scambio di debiti per le azioni della famiglia Barclay. A capo della collaborazione RedBird IMI c’è Jeff Zucker, ex presidente della rete televisiva americana CNN , già raccontato da Charlie in questi anni per le vicissitudini di CNN . RedBird è un fondo di investimento statunitense fondato da Gerry Cardinale, ha estesi interessi in molti settori e in particolare nello sport; lo scorso anno ha rilevato la squadra di calcio italiana del Milan, e attraverso una multinazionale americana ha delle quote nella squadra di calcio inglese del Liverpool e nella squadra di baseball americana dei Boston Red Sox. IMI è una società di Abu Dhabi controllata dallo sceicco Mansour bin Zayed al-Nahyan, che possiede la squadra di calcio inglese del Manchester City (recente vincitrice della Champions League, la competizione più importante del calcio europeo). Mansour bin Zayed al-Nahyan è anche il vice primo ministro degli Emirati Arabi Uniti. L’ annuale rapporto dell’organizzazione non governativa Reporter senza frontiere sugli Emirati Arabi Uniti offre una lettura poco incoraggiante sulla libertà d’informazione nel paese: «il governo impedisce ai media indipendenti, sia locali che stranieri, di prosperare, rintracciando e perseguitando le voci dissenzienti. I giornalisti espatriati rischiano di essere molestati, arrestati o estradati». A margine è interessante notare che lo stesso Daily Telegraph sta estesamente seguendo la vicenda.

L’affare è stato contestato da diversi politici britannici: la ministra della Cultura Lucy Frazer ha detto mercoledì di essere “intenzionata a sottoporre il caso” all’autorità di regolamentazione dei media britannica, Ofcom, per motivi di interesse pubblico. Frazer ha aggiunto che questa azione rientra nelle: «preoccupazioni che nutro sul fatto che ci possano essere considerazioni di interesse pubblico […] e che tali preoccupazioni giustifichino ulteriori indagini». RedBird IMI dovrebbe garantire al governo il mantenimento dell’indipendenza editoriale delle testate: un portavoce di RedBird IMI ha detto che se l’affare si concludesse positivamente «ci impegneremo a mantenere l’attuale team editoriale delle pubblicazioni e crediamo che l’indipendenza editoriale di queste testate sia essenziale per proteggere la loro reputazione e la loro credibilità». Jeff Zucker, che sta gestendo l’operazione, ha messo in dubbio le intenzioni delle contestazioni: «C’è una ragione per cui la gente getta fango e lancia delle frecciate: è perché vogliono possedere questi asset. E hanno le risorse mediatiche per cercare di danneggiarci». Uno dei principali giornali britannici, il progressista Guardianha proposto una riflessione più sfaccettata:

“C’è un sentore di nazionalismo o qualcosa di peggio in alcune delle obiezioni alla possibilità che un membro della famiglia regnante di Abu Dhabi assuma il controllo di una testata nazionale. Tuttavia, questo non dovrebbe oscurare il fatto che ci sia una reale preoccupazione per il fatto che qualsiasi stato nazionale possieda un giornale britannico, per non parlare di uno stato che ha una visione così severa dei giornalisti in patria. […]
Gli investitori globali si sono accaparrati molti beni britannici importanti. Eppure nessun’altra azienda, nemmeno le squadre di calcio, ha lo stesso potere di influenzare l’opinione pubblica come i giornali. Chiunque sostenga che nessuno legge o si preoccupa di un giornale, “carta straccia”, dovrebbe chiedersi perché così tanti uomini molto ricchi vogliono ancora possederne uno”.


domenica 26 Novembre 2023

Mandanti

E ancora a proposito di notizie sbagliate e scellerate che generano conseguenze gravi, molti siti di bassa qualità hanno diffuso l’informazione che la famiglia di Filippo Turetta (accusato di avere ucciso dieci giorni fa la sua ex fidanzata Giulia Cecchettin) possedesse un ristorante, indicandone il nome e l’ubicazione. E causando una serie di aggressioni – online e di persona – nei confronti dei gestori, che sarebbero state inaccettabili e disumane anche se l’informazione fosse stata vera. Ma era falsa: il ristorante era stato venduto diversi anni fa. Ed è stata ripresa anche da alcune testate giornalistiche (alcune la mantengono ancora al momento in cui spediamo questa newsletter): esplicitamente, o con titoli allusivi, o che suonano come un invito ad andare a cercare i genitori in questione.


domenica 26 Novembre 2023

“Scatenando la psicosi”

Un particolare sviluppo di notizie false promosse dai giornali è quello che si verifica quando le notizie false vengono smentite piuttosto presto, costringendo i giornali che le hanno pubblicate non solo a rammendi poco credibili ma offrendo loro l’opportunità di spostare l’attenzione sulle conseguenze della notizia falsa tacendone la propria responsabilità. Uno degli esempi più gravi e drammatici nella storia giornalistica italiana degli ultimi anni è quello del “panico” e della “psicosi” rispetto ai pericoli di un vaccino influenzale – termini che occuparono nel 2014 le prime pagine di tantissimi quotidiani – e che erano stati indotti dalle notizie pubblicate dagli stessi giornali.
Una cosa simile è capitata – su un caso più limitato e più passeggero – mercoledì sera. Molti giornali online hanno immediatamente raccolto e dato per certe delle vaghe ipotesi di “attentato terroristico” per un incidente capitato nello stato di New York (ipotesi poi del tutto smentite): alcuni di questi hanno poi corretto le loro versioni parlando di una “psicosi” generata dalla notizia.
(per il sito di Panorama è ancora un “attentato”, mentre spediamo questa newsletter)


domenica 26 Novembre 2023

Il famigerato e vincente TMZ

Quando lo scorso ottobre è morto Matthew Perry, attore noto soprattutto per aver interpretato Chandler Bing nella serie televisiva americana Friends , il primo mezzo di informazione a dare la notizia è stato TMZ, un sito di news scandalistico solitamente bene informato ma noto per le sue pratiche eticamente discutibili: può essere assimilato ai tabloid britannici e statunitensi.

TMZ è l’acronimo di “ Thirty Mile Zone ”, un’espressione risalente agli anni ‘50-’60 del secolo scorso che indicava i confini dell’area delle produzioni cinematografiche di Hollywood, a Los Angeles. Il sito è stato fondato da Harvey Levin, che oggi ha 73 anni, è nato a Los Angeles e ha insegnato legge all’università a Miami e Los Angeles: negli anni da insegnante si è interessato ai principali giornali scandalistici americani. Levin ha poi lavorato come reporter televisivo occupandosi in modo aggressivo di celebrità e di casi di cronaca nera e fondando TMZ nel 2005. Il sito pubblica soprattutto pettegolezzi e articoli imbarazzanti sulle celebrità, ma a volte anche notizie rilevanti e in anteprima, approfittando anche della maggior prudenza nelle verifiche da parte delle testate maggiori: nel 2009, per esempio, fu il primo a scrivere della morte di Michael Jackson. I modi in cui TMZ ottiene le notizie è tornato al centro di dibattiti in queste settimane: le fonti parlano con il sito spesso: «perché sono eccitate o perché sono arrabbiate. Altre vogliono un compenso, che può variare da poche centinaia di dollari a cifre molto più alte. Un ex collaboratore di TMZ ricorda che non esiste un tetto massimo per i pagamenti: “hanno un capitale pazzesco per fare questo tipo di cose”».

TMZ – che nel 2021 è stato acquistato per circa 50 milioni di dollari dal gruppo Fox Corporation di Rupert Murdoch – ha molte fonti tra la polizia e gli agenti della sicurezza e in luoghi frequentati da celebrità: aeroporti, alberghi, negozi, casinò. I compensi per le fonti possono andare da poche decine fino a migliaia di dollari: nel 2014 il tabloid New York Post scrisse che il filmato dell’ascensore in cui Solange Knowles (sorella di Beyoncé) aggrediva il cognato Jay-Z era stato acquistato da TMZ per 250.000 dollari.

Nel caso dell’ incidente in elicottero in cui morirono il giocatore di basket Kobe Bryant e sua figlia Gianna, un ufficiale delle forze dell’ordine informò TMZ prima che la moglie e madre Vanessa Bryant ne venisse a conoscenza. Proprio queste pratiche la consuetudine di pagare le fonti sono le caratteristiche del sito che più vengono criticate da altri giornalisti: in passato la Society of Professional Journalists, un’organizzazione che tutela i diritti dei giornalisti americani, ha sostenuto che questo modo di lavorare «minaccia di corrompere il giornalismo».


domenica 26 Novembre 2023

Embedded

Il Post ha raccontato la storia del giornalismo “embedded” e che cosa vuol dire.

“Negli ultimi trent’anni andare embedded è stato spesso l’unico modo per i giornalisti di vedere il fronte di guerra, o comunque le battaglie in situazioni in cui l’accesso a quei territori era bloccato o implicava grossi rischi. Il giornalismo embedded è però anche una pratica che ha diversi limiti: per esempio restringe la libertà di azione dei giornalisti e può condizionare il loro racconto dei fatti, visto che presuppone che il giornalista guardi le cose che stanno succedendo insieme a una delle parti coinvolte in quella guerra”.


domenica 26 Novembre 2023

Sovvenzioni canadesi

Il governo canadese ha approvato una serie di sovvenzioni per i giornali, interessante in anni di dibattiti sulle necessità e sui limiti dei contributi pubblici all’informazione. I giornali coinvolti potranno avere esenzioni fiscali equivalenti fino al 35% degli stipendi dei loro dipendenti che non superino gli 85mila dollari annui (le esenzioni esistevano già ma sono state aumentate). Ad averne diritto sono, secondo le norme, le testate “dedicate alla produzione di news originali” e “concentrate prioritariamente su argomenti di interesse generale e di attualità, compresa la copertura delle istituzioni e dei processi democratici”. Non esistendo in Canada (e in molti paesi del mondo) la qualifica ufficiale di “giornalista” come in Italia, i beneficiari sono indicati come “chi lavori almeno 26 ore settimanali e dedichi almeno il 75% del suo lavoro quotidiano a raccolta, reporting, scrittura o ricerca di notizie”.

In Canada governo e giornali maggiori si sono trovati solidali nei mesi scorsi contro la decisione di Meta di sospendere la diffusione dei contenuti giornalistici su Facebook e Instagram in reazione al progetto di una legge che obblighi le piattaforme a maggiori compensi per i giornali stessi (Google ha annunciato la stessa scelta se la legge sarà approvata).


domenica 26 Novembre 2023

Il problema delle dipendenze

Il sito britannico PressGazette – che si occupa di giornali e aziende giornalistiche – ha raccolto una serie di informazioni sul fatto che nuovi interventi sull’algoritmo di Google avrebbero ulteriormente danneggiato a ottobre e novembre la presenza dei siti di news sulle pagine di ricerca di Google e sul suo servizio di news Discover. I responsabili di alcuni giornali online italiani avevano già raccontato a Charlie i loro cali di traffico a settembre attribuendoli agli aggiornamenti di Google.


domenica 26 Novembre 2023

Sinergie

Malgrado il benintenzionato decalogo proposto dai propri giornalisti e giornaliste sull’autonomia dalla pubblicità, sabato Repubblica ha dedicato una pagina al nuovo negozio milanese del brand del lusso Chanel, illustrandola con un’immagine dello stesso prodotto mostrato dalla pubblicità che Chanel aveva comprato sul giornale il giorno stesso per promuovere il proprio nuovo negozio milanese.

ENI, ovvero l’azienda che è forse la maggiore contribuente tra gli inserzionisti pubblicitari dei quotidiani maggiori, questa settimana ha di nuovo comprato spazi quasi ogni giorno sul Corriere della Sera per due sue diverse campagne: ottenendo nella stessa settimana un articolo di una pagina intera su una visita americana del suo amministratore delegato, una estesa segnalazione dei propri progetti in un articolo che parlava d’altro (con foto dello stesso amministratore delegato), una ” fotonotizia ” priva di informazioni o notizie su una visita africana sempre dello stesso amministratore delegato.

Martedì, nei giorni più drammatici delle notizie sull’omicidio di Giulia Cecchettin, il Corriere della Sera ha pubblicato a pagina 5 una pagina dedicata ai “campanelli d’allarme” rispetto ai rischi di violenza contro le donne da parte dei loro partner. Dopo poche righe erano descritte la genesi dell’articolo e la provenienza del suo contenuto: “Dal 2021 D.i.Re. è partner italiana della campagna globale di sensibilizzazione, promossa da Yves Saint Laurent Beauty, proprio sul riconoscimento dei segnali dell’abuso. Il beauty brand, in sostanza, ha ideato e sviluppato il progetto «Abuse is not Love» contro la violenza nelle relazioni intime”. Lo stesso progetto aveva anche comprato una pagina pubblicitaria uscita sabato.

Repubblica ha dedicato al proprio editore e alla promozione del suo business principale – l’azienda automobilistica Stellantis – due pagine, annunciate in prima pagina, venerdì. Lo stesso giorno un articolo nello sport riprendeva la difesa delle scelte dei dirigenti della Juventus, squadra di calcio appartenente allo stesso gruppo (l’amministratore delegato è lo stesso di Repubblica; e il presidente dell’altra squadra torinese è l’editore del Corriere della Sera). In entrambi i casi gli articoli contenevano un inciso che informava sulla coincidenza di interessi.


domenica 26 Novembre 2023

La vendita di i-D

i-D è una rivista britannica bimestrale di moda e di cultura giovanile e fu fondata nel 1980 da Terry Jones, che era stato direttore artistico dal 1972 al 1977 dell’edizione britannica del magazine di moda Vogue.

i-D (il nome viene da “Instant design”) nacque come una rivista amatoriale (una “fanzine”): il primo numero aveva 40 pagine, costava mezza sterlina, ogni copia era spillata con tre punti metallici e i testi erano scritti con la macchina da scrivere. Furono vendute cinquanta copie, e si racconta che gli edicolanti si fossero lamentati della spillatura perché le persone che acquistavano il numero si bucavano le dita e facevano gocciolare il sangue sulle altre riviste. Jones spiegò così la nascita di i-D: «si trattava dell’idea che si potesse fare da sé invece che farsi imporre da una rivista di moda cosa indossare. Era il periodo in cui il post-punk, la vita nei club e la scena musicale si stavano unendo. Si trattava di espressione personale fai-da-te».

i-D è diventata nel tempo una rivista conosciuta a livello internazionale per l’attenzione alla moda giovanile e allo streetwear: Terry Jones ha ceduto la pubblicazione a Vice Media (il gruppo editoriale che pubblica, tra le altre cose, Vice News Motherboard ) nel 2012. Ma nei giorni scorsi i-D è stato acquistato dall’imprenditrice e modella Karlie Kloss, dopo che il gruppo Vice Media aveva attraversato una lunga crisi e dichiarato bancarotta. Kloss è diventata anche amministratrice delegata di i-D e l’acquisizione segue quella del 2020 quando Kloss, con altri investitori, aveva rilevato la rivista di moda americana W.

La professoressa di comunicazione Karen North, che insegna alla scuola di giornalismo della University of Southern California, ha detto al Guardian che: «stiamo assistendo all’arrivo di nuove cose – imprenditori di diverse estrazioni sociali, di diversi settori industriali, che cercano di capire se c’è un modo per, invece di iniziare con una startup, prendere qualcosa che già esiste, che ha già goduto di un certo successo, e guidarlo in una nuova direzione». Karlie Kloss è sposata con Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner che è il marito di Ivanka Trump, figlia di Donald Trump. Kloss ha però appoggiato la democratica Hillary Clinton alle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e Joe Biden nel 2020.


domenica 26 Novembre 2023

Nuove accuse sui prepensionamenti al gruppo Espresso

Un articolo sul quotidiano La Verità ha riassunto e aggiornato la questione giudiziaria che riguarda la gestione dei prepensionamenti al gruppo Espresso (quello che ora si chiama GEDI): qui Charlie ne aveva scritto l’anno scorso. Ci sarebbe ora un’indagine della Corte dei conti.


domenica 26 Novembre 2023

Le vicende di BuzzFeed hanno ancora qualcosa da dire

Prosegue il ridimensionamento delle ambizioni di BuzzFeed, il sito che fu tra i progetti più sovversivi e studiati della nuova informazione online dello scorso decennio e che produsse anche un’estensione giornalistica di qualità (BuzzFeed News) capace di vincere premi Pulitzer e adesso di fatto smantellata. Lo storico sito del settore pubblicitario Adweek ha raccontato i nuovi progetti della società di BuzzFeed , che possiede anche lo HuffPost e altri siti, che sono interessanti soprattutto come lettura di tendenze più generali: secondo il management, infatti, sarebbero finiti i tempi in cui a premiare sono le grandi aggregazioni di molte testate che generano insieme grandi quote di traffico. I ricavi della pubblicità display (i banner, principalmente) sono diminuiti e anche la sua attrattività per gli inserzionisti, e ora che la profilazione degli utenti è stata limitata (vedi sopra) l’interesse si sta spostando verso l’individuazione di comunità specifiche legate a siti specifici. In questo senso, dice l’articolo, diventerà più utile investire sull’identità di ciascun sito e sulla sua autonomia commerciale piuttosto che su progetti comuni e indistinti che riguardino siti diversi, e in questo senso si vuole muovere l’azienda di BuzzFeed.
La publisher del gruppo, Dao Nguyen, lascerà dopo 11 anni e l’ha spiegata così:
«Quello che è successo nei due anni passati è che la frammentazione delle audience, le sfide del mercato pubblicitario e la stretta da parte delle piattaforme digitali, il valore del network e in particolare delle distributed-only audiences [i pubblici raggiunti solo attraverso le piattaforme come Google e Facebook, ndr] è diminuito rapidamente e si sta avvicinando zero, anzi qualcuno potrebbe sostenere che il suo valore sia in realtà negativo».
Il fondatore Jonah Peretti dice che «ci concentreremo sui singoli brand e daremo priorità agli aspetti che rendono unico ciascun brand. L’approccio brand-centrico sarà la chiave per stabilizzare il nostro business e tornare a crescere».


domenica 26 Novembre 2023

Separare e far convivere

La newsletter americana The Rebooting di Brian Morrissey (lo abbiamo citato altre volte, fu il fondatore del sito di media e marketing Digiday) ha intervistato Bridget Williams, che è da sei anni la responsabile della strategia commerciale di Hearst, uno dei più grandi gruppi editoriali internazionali (in Italia pubblica le edizioni nazionali di ElleCosmopolitanEsquireMarie Claire, oltre che Gente) che negli Stati Uniti possiede molti quotidiani locali di grandi e piccole città. Williams riesce a essere abbastanza credibile nel sostenere che la sua priorità è la sostenibilità commerciale dell’azienda senza limitare l’identità e l’integrità dei contenuti giornalistici: e spiegando che l’approccio più sicuro in questo senso è quello che progetta attività economicamente proficue parallele a quelle del giornale.

«un approccio pratico verso il guadagno, che realizzi che gran parte del lavoro sulle news nella stampa locale – indagare la corruzione nelle amministrazioni pubbliche, seguire le attività scolastiche – non è economicamente sostenibile e ha bisogno di essere sovvenzionato da altro: i giochi, le recensioni dei parchi, le informazioni sugli sconti e sui saldi. Siamo consapevoli che serva ogni genere di servizi e intrattenimenti per guadagnare in molti modi diversi, ma quei guadagni li useremo per sostenere le news […]
Le vite della gente comune non sono tutte prese dall'”emergenza ai confini” e dalle battaglie culturali. Le persone vogliono sapere del nuovo parco accessibile ai cani. Il quotidiano locale è sempre stato un aggregato di informazioni semplici e familiari – io da ragazzina leggevo sul 
Philadelphia Inquirer Ann Landers che si dedicava con insistenza alla impegnativa questione degli uomini che lasciano la tavoletta del water sollevata – che sono sia popolari che redditizie. Questo approccio deve essere adattato ai tempi nuovi, e – sia chiaro – rimuovendo molte delle consuetudini tradizionali a cui i giornali locali si sono appoggiati per anni e che hanno finito per creare business fossilizzati e ostili alla transizione digitale».

Morrissey aggiunge una considerazione non nuova ma che ha un valore generale e non è ancora entrata tanto nel modo di pensare di chi continua ad aspettarsi soluzioni universali che “salvino” questo o quel settore messo in crisi dai cambiamenti digitali.

«Mi piace questo concetto perché è realistico. Spesso chi ci lavora si arrende di fronte alle sfide che riguardano l’informazione locale, rivolgendosi invece verso sogni di bacchette magiche o soluzioni universali tipo miliardari generosi, elargizioni pubbliche, contributi dalle piattaforme digitali e cose del genere. Io sospetto che la “soluzione” per i problemi dell’informazione locale somiglierà al modo in cui negli Stati Uniti è gestito il funzionamento della sanità: un confuso patchwork di approcci i più vari che in maniere imperfette porteranno a casa risultati parziali e faticosi».


domenica 26 Novembre 2023

Fatti di Moda

Il Fatto Quotidiano ha annunciato, con un’intervista del proprio vicedirettore al designer di Valentino Pierpaolo Piccioli (nel giorno in cui a Valentino erano dedicate anche le pagine di apertura della moda su Repubblica Corriere della Sera), la creazione di una nuova sezione fissa dedicata alla moda. Progetto motivato – a ragione – con la centralità della moda nell’economia e nella società: ma che nasce soprattutto, come per le altre testate che se ne sono sempre occupate, dalle opportunità di raccolta pubblicitaria offerte dal settore, uno dei maggiori inserzionisti sulla stampa cartacea, e da cui il Fatto è stato finora escluso.

“Da oggi ogni quindici giorni, il nostro giornale dedicherà una pagina ai Fatti di Moda. Ci occuperemo di stili di vita, di personaggi che hanno fatto grande l’abbigliamento italiano, di creatività e di cultura. Abbiamo deciso di farlo perché la moda rappresenta un settore che coinvolge più di un milione di lavoratori e perché influenza i comportamenti di intere generazioni. Il compito dei giornalisti è descrivere il mondo dalla A alla Z. Così da oggi nell’alfabeto del Fatto c’è pure la M. Ma raccontata a modo nostro”.


domenica 26 Novembre 2023

Profilare a valle

Proseguono le discussioni e le ipotesi, nel settore della pubblicità internazionale, su come affrontare le limitazioni introdotte e progettate sulla profilazione degli utenti online: limitazioni pensate per proteggere maggiormente la privacy e i dati degli utenti, ma che riducono di molto l’efficacia e il valore delle inserzioni pubblicitarie e la loro capacità di raggiungere i destinatari più appropriati. Questa settimana i responsabili commerciali del quotidiano inglese Guardian hanno presentato un proprio progetto di gestione delle inserzioni che attenui questa complicazione facendo in modo che i banner e le pubblicità – se non possono essere associati agli utenti – siano più associati agli argomenti a cui gli utenti si interessano, ovvero alle pagine che visitano. Oggi la pubblicità ” programmatic ” (quella gestita da grandi piattaforme dedicate, a cominciare da Google) compare spesso indistintamente sulle pagine più diverse di un giornale online: il Guardian promette agli inserzionisti che i banner sui prodotti tecnologici siano piuttosto concentrati attorno alle notizie di tecnologia, e così via.


domenica 26 Novembre 2023

Charlie, coinvolti

La responsabilità sociale di cui molte aziende – soprattutto le grandi aziende – sostengono di essersi investite negli ultimi anni riguarda, nelle loro comunicazioni, un impegno sull’ambiente, sui diritti delle donne e delle minoranze, sulla tutela del lavoro, sulla sostenibilità. Ovvero i temi più presenti nelle richieste di gran parte dei loro clienti, e nel dibattito sul progresso civile.

Un altro tema molto presente nel dibattito sul progresso civile di questi anni è quello dell’informazione, sia a proposito dei suoi contenuti che delle sue forme. La cattiva informazione, le “fake news”, sono citate quotidianamente come un pericolo per la democrazia e la convivenza. E contemporaneamente sono citati quotidianamente come un pericolo per la democrazia e per la convivenza i toni violenti promossi dalle modalità dei social network, i discorsi d’odio, la propaganda divisiva e che addita per suo interesse capri espiatori, il negazionismo rispetto a verità evidenti e dimostrate.

Ma per le aziende che investono in pubblicità questi aspetti delle proprie responsabilità non sembrano in agenda: però non è più credibile l’alibi del disinteresse rispetto a quello che i loro investimenti sostengono. Attraverso la pubblicità “programmatic” su internet molte aziende grandi e piccole finanziano siti web pieni di falsificazioni o che peggiorano il discorso pubblico: ma controllare dove finiscono le inserzioni anche di questo genere è possibile, con un impegno assai relativo. E molte aziende anche importanti e di scala nazionale sostengono coi loro investimenti testate giornalistiche che propongono quotidianamente negazionismi sulle questioni scientifiche (sui vaccini, sul cambiamento climatico) e sulle questioni dei diritti (negando la violenza maschile contro le donne, sobillando la paura e l’odio per gli stranieri), che diffondono falsificazioni e discorsi d’odio in genere, peggiorando la convivenza e il funzionamento della democrazia. Tutte attività contemplate dalla libertà d’espressione – anche la menzogna è lecita, nei limiti della legge – ma che non per questo devono essere persino aiutate e incentivate da chi vuole presentarsi come consapevole e solidale con le comunità in cui opera. C i sono aziende che promuovono sui giornali obiettivi ambientali poche pagine più in là di articoli che negano i problemi ambientali, o sostengono di difendere i diritti delle donne poche pagine più in là di articoli che definiscono sopravvalutati i pericoli per le donne. La “Responsabilità sociale d’impresa” non può escludere un fattore prioritario dello sviluppo civile, quello dell’informazione delle persone e della qualità del dibattito pubblico. Meno che mai perdonare che chi se ne sente investito, di questa responsabilità, sia finanziatore e complice della trasmissione di messaggi opposti, e tale appaia pubblicamente.

Fine di questo prologo.


domenica 19 Novembre 2023

Corrige

Nei primissimi invii della newsletter di domenica scorsa il link al conteggio sui “14 miliardi” che Google e Facebook “dovrebbero” ai giornali statunitensi era sbagliato, scusate. È stato rapidamente sistemato ma lo rimettiamo anche qui.


domenica 19 Novembre 2023

A Natale tutti insieme

È uscito in libreria l’ottavo numero della rivista del Post, Cose spiegate bene – stavolta dedicato a informazioni, storie e spiegazioni intorno al Natale -, che è diventata ormai un elemento stabile della quota di ricavi accessori del Post e di promozione del proprio lavoro in ambiti fuori dal web.


domenica 19 Novembre 2023

Soldi pubblici

La legge di bilancio è il documento che definisce la politica economica del governo e la spesa pubblica dei successivi tre anni; in queste settimane viene discussa in parlamento e potrebbe essere modificata prima della sua approvazione definitiva entro la fine dell’anno. Parte della legge di bilancio riguarda anche il giornalismo e il finanziamento all’informazione. Se ne sta discutendo soprattutto dopo che nella presentazione della legge di bilancio è emerso che non è più previsto il “ Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria” (era stato di 90 milioni nel 2022 e di 140 milioni nel 2023), nonostante nei mesi scorsi il sottosegretario all’editoria Barachini (la persona che nel governo si occupa del rapporto con i giornali) avesse spiegato di volerlo prorogare. Il fondo straordinario distribuiva finanziamenti in parte minore alle edicole che avevano mantenuto come attività principale la vendita dei giornali, e per la maggior parte alle aziende giornalistiche. Quest’ultime ricevevano dei contributi sulla base di tre punti: l’assunzione di giornalisti sotto i 36 anni con competenze nel digitale, gli investimenti nel digitale, il rimborso di alcuni centesimi per ogni copia venduta.

Questa settimana è tornato sul tema il quotidiano economico ItaliaOggi, che riporta il finanziamento previsto nell’attuale legge di bilancio per l’informazione nel 2024: complessivamente dovrebbero essere circa 320 milioni lordi. Si tratta di risorse messe a disposizione dalla presidenza del Consiglio che opera nel settore attraverso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria, quello guidato da Barachini. I fondi sono distribuiti in tre diversi modi. Una somma di 36,4 milioni di euro serve a finanziare la collaborazione radio e tv fra Italia e San Marino, e anche per la diffusione di notizie in italiano all’estero. Una seconda parte sono i 48,4 milioni destinati all’acquisto dei servizi delle agenzie di stampa per la pubblica amministrazione: le agenzie forniscono i propri notiziari, per esempio, ai ministeri, al governo e alle sedi delle ambasciate italiane all’estero. Una terza parte sono i 232 milioni che rientrano nel fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. Questi 232 milioni sono a loro volta distribuiti per tre fini diversi: 60 servono come aiuto per l’ acquisto della carta per la stampa delle aziende giornalistiche che ne fanno richiesta; 55 vanno alle radio e alle televisioni locali; 111,5 sono diretti ai giornali che si dichiarano senza finalità di lucro o controllati da fondazioni o espressioni di minoranze linguistiche (una piccola parte di questi 111,5 milioni serve anche per i prepensionamenti dei giornalisti e dei poligrafici).


domenica 19 Novembre 2023

Bin Laden senza le puntate precedenti

Il quotidiano inglese Guardian ha rimosso dal suo sito una vecchia lettera di Osama bin Laden (il capo di al Qaida ucciso nel 2011) nel timore di alimentare una sua circolazione e condivisione su TikTok con toni positivi: timore forse sopravvalutato.

“Come spesso avviene con i social network però bisogna prendere questi fenomeni con le pinze. Anzitutto è piuttosto complicato capire davvero quanto i video che parlano di “Letter to America” si siano diffusi e quanto siano stati visti dagli utenti di TikTok e di altri social. Venerdì pomeriggio l’hashtag #lettertoamerica, usato da molti dei video che parlano della lettera, aveva accumulato 13 milioni di visualizzazioni: sono moltissime, ma sono relativamente poche per un social network come TikTok, in cui i video più visti hanno miliardi di visualizzazioni”.


domenica 19 Novembre 2023

Fox News e il dissenso

Fox News è il canale tv più visto negli Stati Uniti, ha un orientamento conservatore ed è molto seguito e influente nel Partito Repubblicano: la sua informazione partigiana e aggressiva è considerata un fattore decisivo nel consenso raccolto da Donald Trump prima e dopo la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Per stessa ammissione di Rupert Murdoch, fondatore e proprietario della rete, Fox News ha diffuso e amplificato le false teorie del complotto secondo cui Trump avrebbe perso le elezioni statunitensi nel 2020 a causa di brogli elettorali: per questa copertura sono state intentate cause legali contro la rete da alcuni soggetti che se ne sono ritenuti danneggiati, come quella dell’azienda informatica Dominion Voting Systems – responsabile della gestione di parte dei conteggi elettorali a cui Fox News ha pagato 787,5 milioni di dollari.

Fox News ha avuto un ruolo rilevante anche nel racconto dell’attacco al Congresso a Washington, alimentato da quelle false narrazioni, il 6 gennaio 2021: e adesso, in aggiunta alle altre accuse in questo senso, la rete televisiva è stata citata in giudizio da un suo ex giornalista, Jason Donner, reporter dal Campidoglio dove ha sede il Congresso. Donner sostiene di essere stato licenziato per aver contestato il modo con cui Fox News raccontò quegli eventi: la rete stava parlando dell’assalto al Congresso come un evento “pacifico” mentre Donner si nascondeva dagli assalitori e sentiva notizie di spari fuori dall’aula della Camera. Il giornalista chiamò la redazione dicendo: “Non voglio più sentire queste stronzate in onda perché ci farete ammazzare tutti”. Donner aveva anche contestato le teorie cospirazioniste diffuse dall’allora conduttore di punta, Tucker Carlson, dal quale nel frattempo la rete si è separata. Donner è stato licenziato il 28 settembre 2022 e per i suoi legali è uno dei giornalisti licenziati perché schierati contro l’amplificazione di notizie false.


domenica 19 Novembre 2023

Le parole per dirlo

Una sottoquestione puntuale, nelle più estese questioni che riguardano la trasparenza coi lettori sulla riconoscibilità dei contenuti pubblicitari, riguarda le denominazioni da assegnare agli articoli promozionali che somigliano in tutto e per tutto agli articoli giornalistici. Nel Novecento veniva spesso usata la dizione “pubbliredazionale”, già non chiarissima e familiare nel suo significato, per chi leggeva. In questi ultimi decenni si sono ricercate – in Italia e nel resto del mondo – espressioni che chiarissero ai lettori la natura degli articoli pubblicitari senza scontentare troppo gli inserzionisti, che all’equivoco invece tengono molto: poter suggerire che una pubblicità è invece una scelta autonoma della redazione dà a quel contenuto una maggiore autorevolezza (ingannevole).
In diversi casi la questione è oggi del tutto elusa: il più visibile sui quotidiani maggiori è quello delle doppie pagine (in genere nell’ultima parte del giornale) che promuovono a pagamento eventi, mostre, festival, progetti, in una forma grafica del tutto simile a quella delle altre pagine curate dalla redazione (quelle che su Repubblica si chiamano “Le guide”, e sul Corriere della Sera “Eventi”, per esempio). Casi in cui nessuna indicazione è presente sulla peculiare genesi degli articoli.
Altre volte invece le indicazioni ci sono, ma con diversi gradi di chiarezza: la Stampa usa la formula “Speciale…” seguita da un argomento di volta in volta, il Post da anni indica gli articoli di questo genere come ” articoli sponsorizzati “.

Dopo che avevamo raccontato il “decalogo” proposto dalla redazione di Repubblica, un giornalista e lettore di Charlie ha scritto per segnalare di essere poco convinto anche della chiarezza della formula “In collaborazione con” – che a noi sembra già più coerente di altre – e per suggerire idee più esatte:
“Dato che “pubblicità redazionale”, che è pure un’espressione con una sua dignità e necessita di un riconosciuto lavoro giornalistico, non si usa più, non sarebbe il caso di immaginare altre forme e formule più aderenti al reale?”


domenica 19 Novembre 2023

Anche Associated Press cerca lettori paganti

Associated Press è una delle più importanti e illustri agenzie di stampa mondiali: nacque nel 1846 a New York come una cooperativa di quotidiani: oggi ha circa 250 redazioni da 100 nazioni. AP è particolarmente nota anche per il suo enorme archivio di foto e video, per le proprie attente regole di scrittura codificate nell’ Associated Press Stylebook e per aver vinto 58 premi Pulitzer (di cui 35 per il suo fotogiornalismo). Negli ultimi giorni Associated Press ha aperto sul proprio sito la possibilità di ricevere donazioni da parte dei lettori: si può donare solo una tantum e con carta di credito. Le donazioni, si legge, aiuteranno “Associated Press a proseguire la sua missione di promozione del giornalismo basato sui fatti”. È una novità che segue il recente rinnovo della sua homepage, e che si adegua al modello di ricerca di contributi da parte dei lettori online che si è radicato da alcuni anni nelle priorità commerciali delle maggiori testate: e che si sta estendendo anche alle agenzie, ora che attraverso internet dirigono il loro lavoro anche al grande pubblico e non solo alle redazioni come era un tempo.


domenica 19 Novembre 2023

Le ragioni dei numeri

Il Fatto Quotidiano ha visto calare di quasi il 40% i propri visitatori nell’arco di dodici mesi: da 2 milioni a 1,2 milioni. Il condirettore Peter Gomez, che si occupa maggiormente del sito del giornale, ha detto a Charlie che le cause sono da attribuire «soprattutto a Facebook e Google. Il traffico di Facebook è scomparso , e noi avevamo una base forte. E poi anche i continui aggiornamenti dell’algoritmo di Google, e Discover che è instabile, possono far variare molto le letture di un pezzo a volte inspiegabilmente. Una parte del calo rispetto a settembre 2022 è dovuta anche alle notizie sulla campagna elettorale e alle elezioni, gli articoli con paywall, stando ai dati che abbiamo, influiscono invece in maniera minima».

Fanpage, sito generalista di news, è in leggera risalita rispetto al mese di agosto, ma ancora in calo rispetto all’anno passato: a settembre 2022 erano 2,3 milioni, a agosto poco meno di un milione mentre a settembre 2023 erano 1,1 milioni. Il direttore Francesco Cancellato ha fatto una panoramica delle variazioni dei visitatori: «Il nostro è un giornale generalista, che vive di notizie e di eventi che calamitano l’attenzione delle persone e trainano il traffico. È un giornale che ha visto negli anni diminuire il peso della sua fanbase , e che non ha una legacy come i grandi giornali di carta. Per questo siamo più soggetti di altri a swing di traffico, tanto più se variano gli algoritmi social o seo, che per noi rappresentano la quasi totalità dell’audience. Per questo dobbiamo essere bravi a cambiare velocemente e ad adattarci ai mutamenti del contesto. Cosa che stiamo facendo molto bene, ad esempio, con i contenuti nativi su platform come Instagram e TikTok. Dove i dati mostrano, al contrario, una forte crescita anche durante i mesi estivi. Segno, questo, dell’attitudine a cambiare e a seguire i movimenti e i cambiamenti della nostra utenza. Più concretamente, nell’estate del 2022 ci sono stati topic che hanno trainato il traffico del giornale, come ad esempio la campagna elettorale, mentre quest’anno sono emersi argomenti su cui andiamo maggiormente in difficoltà. Detto questo, i dati di settembre ci vedono in crescita dell’11% sul mese precedente e quelli di ottobre – lo anticipiamo – fanno segnare una crescita ancora più marcata».

Avvenire ha raddoppiato in un mese gli utenti che hanno visitato il sito (a agosto erano 38 mila a settembre 79 mila). Il direttore Marco Girardo ha spiegato a Charlie i motivi della crescita: «sono direttore da maggio e parte del mio compito è anche quello di guidare la transizione digitale del giornale, che era molto concentrato sulla carta. Nell’arco di tre anni non ci dovrà più essere una divisione tra redazione di carta o web. Abbiamo cominciato a fare delle sperimentazioni: cerchiamo di realizzare articoli più mirati per i nostri lettori, siamo più attenti alla SEO [il posizionamento nei risultati delle ricerche su Google, ndr] , abbiamo inserito piccole novità come le produzioni video. Una sperimentazione grossa poi l’abbiamo fatta quest’estate con la Giornata Mondiale della Gioventù , in cui abbiamo abbinato newsletter, podcast e video e contenuti mirati, esclusivi per il web».

In crescita sono anche i visitatori unici al sito di Sorrisi e Canzoni, passati da 102 mila nel settembre 2022 ai 139 mila di agosto 2023 fino ai 202 mila di settembre 2023. L’amministratore delegato dell’area digitale di Mondadori, Andrea Santagata, dice a Charlie che «non sono cambiati il nostro processo produttivo e la linea editoriale in questo periodo. È però aumentato l’interesse per alcuni contenuti: su quello che avviene in televisione, sui personaggi televisivi e i cantanti, sulla guida tv per scoprire i programmi in onda, sulla copertura delle serie tv, specialmente quelle nazionali come Un posto al sole Terra amara . Non abbiamo una strategia particolare in ottica SEO e non usiamo i social per generare traffico ma per creare community: il nostro mix di traffico è fatto da chi viene direttamente sul sito, referral, Google e social».

In crescita è anche il sito di economia e politica Affaritaliani: nell’arco di un mese i visitatori sono aumentati del 74,5%, da 83 mila a agosto fino ai 146 mila di settembre. Il condirettore Marco Scotti dice che negli ultimi mesi: «abbiamo cercato di concentrarci quanto più possibile sull’economia, sulla finanza, sui temi di particolare rilievo per Affaritaliani e di discostarci da temi più leggeri. Non ci sono grandi differenze su come lavoriamo lato social e sul SEO, la crescita secondo me è più una questione di temi. Si torna da un mese di agosto che è stato un po’ più sonnacchioso del solito, invece c’è stato un settembre spumeggiante perché sono iniziati poi tutti i grandi temi economici: Mediobanca, la lunga maratona alla presidenza di Confindustria che stiamo seguendo con grande attenzione, TIM, la legge di bilancio, o argomenti politici di vario tipo come la tenuta della maggioranza, il premierato di cui si è iniziato a parlare a settembre».

Anche per la Gazzetta di Parma il mese di settembre è stato positivo, con 119 mila visitatori unici, e in crescita rispetto allo scorso mese (97 mila) e all’anno passato (73 mila a settembre 2022). Il caporedattore Aldo Tagliaferro aggiunge che: «Il dato di settembre 2022 mi sembra abbastanza fortuito. Tendenzialmente gli utenti possono variare ma bene o male ruotiamo intorno ai 90-100 mila di media: può starci un mese molto scarso a 70 mila e un mese molto ricco a 120 mila, questo sì. Facciamo una media di 10 milioni di pagine viste ogni mese; abbiamo avuto l’anno migliore nel 2020, un po’ come tutti, per il lockdown quando abbiamo fatto 142 milioni di pagine viste in un anno. Sono numeri alti contando che noi lavoriamo fondamentalmente per una provincia e nemmeno enorme. Abbiamo un modello di giornalismo molto locale, ma cerchiamo di informare anche su quello che accade nel panorama nazionale e internazionale. Sul web da noi vanno molto forte le notizie di cronaca e le soft news: abbiamo una rubrica che potrei definire storica, Indiscreto , che affronta temi leggeri con l’occhio del gossip ed è molto letta. A livello locale da noi funzionano anche le notizie sul meteo, alluvioni, frane, code in strada, necrologi, calcio, mentre sono molto poco lette le notizie sulla politica. Le singole notizie che hanno performato meglio sono quelle che hanno avuto il beneficio di Google Discover, perché entrano in un circolo che ti dà dei numeri che non potresti avere a Parma: le prime dieci notizie più lette di quest’anno hanno tutte come prima fonte di accesso Google Discover. Ma le notizie sono trainate da Google a volte in modo inspiegabile, non c’è un motivo e non dipende dal titolo o dall’attacco del pezzo. La notizia più letta di quest’anno è del 4 agosto e ha quasi un milione di visualizzazioni, e ha questo titolo: Trova un portafogli con dentro 400 euro e lo restituisce ai carabinieri dopo averlo svuotato dei soldi: “Mi servivano per comprare medicinali”. Denunciata ».


domenica 19 Novembre 2023

I siti di news a settembre

La società di rilevazione Audiweb (che ha in corso un processo di integrazione che le darà il nuovo nome di Audicom) ha pubblicato i dati di traffico sui siti web a settembre. Abbiamo isolato anche questo mese quelli relativi ai siti di news generalisti e alle testate più note (il dato sono gli “utenti unici nel giorno medio”). Come ricordiamo sempre, bisogna tenere presente che i dati di traffico dei siti web sono soggetti a variabili anche molto influenti di mese in mese, legate a singolari risultati di determinati contenuti; o a eventi che ottengono maggiori attenzioni; o a fattori esterni che li promuovono in maniere volatili, come gli algoritmi di Google o di Facebook (e questo rende non del tutto significativi nemmeno i confronti sull’anno precedente).
Questo mese abbiamo chiesto quindi ai responsabili di alcuni dei siti di news che hanno avuto le maggiori variazioni di traffico di darci le loro interpretazioni di questi dati, nel box successivo a questo.

In cima alla classifica, per il sesto mese di seguito Repubblica rimane poco più avanti del Corriere della Sera (ma pesano gli “aggregati” per entrambi, vedi sotto). Mentre continuano a essere molto variabili  i dati di Fanpage.

Per alcune delle testate nelle prime posizioni ricordiamo che bisogna considerare che i numeri possono includere anche quelli di vere e proprie “sottotestate” con una loro autonomia (su cui il gruppo GEDI sta per esempio intensificando un’operazione di acquisizioni: il secondo apporto più importante ai numeri presentati come di Repubblica è il sito Ticonsiglio.com), come abbiamo spiegato altre volte.

 


domenica 19 Novembre 2023

Qualcuno comincia a ottenere soldi dalle società di AI

L’amministratore delegato del grande gruppo giornalistico internazionale News Corp, Robert Thomson, ha detto di essere in una discussione in “fase avanzata” con le società che hanno interessi nell’Intelligenza Artificiale (AI) generativa: cioè software che imitano il lavoro umano e sono in grado di produrre testi, immagini, video. Thomson ha spiegato che gli accordi con le società “porteranno entrate significative in cambio dell’utilizzo dei nostri ineguagliabili set di contenuti”. News Corp è di proprietà dell’imprenditore australiano Rupert Murdoch, che ha lasciato la presidenza del conglomerato a suo figlio Lachlan.
L’AI generativa crea testi attingendo da vari database, e per la produzione dei testi vengono utilizzati anche gli articoli dagli archivi dei giornali: inizialmente venivano sfruttati senza il consenso dei giornali che rapidamente ne hanno rivendicato il diritto d’autore avanzando proposte di compensi a favore degli editori o negando l’accesso ai propri database. Alcuni giornali, come il Wall Street Journal di News Corp, hanno definito l’AI generativa una “ minaccia esistenziale ” per il settore proponendo un’alleanza tra influenti aziende giornalistiche dell’informazione. Adesso però gli accordi economici potrebbero permettere una maggiore disponibilità.


domenica 19 Novembre 2023

Dal Nordest

Il Post ha descritto il contesto e le prospettive della costituzione della società NEM che ha acquistato sei quotidiani locali in Veneto e Friuli Venezia Giulia dal gruppo GEDI.

“La società NEM che ha acquistato i giornali da GEDI è nata recentemente, e la figura più rilevante che ha coordinato le operazioni dei soci è Enrico Marchi, imprenditore con diffusi interessi in vari settori commerciali ed economici. Marchi è di origine trevigiane ed è nato nel 1956: una volta ha detto che da giovane gli sarebbe piaciuto diventare pilota o giornalista. Si è laureato in economia aziendale alla Bocconi di Milano e ha fondato nel 1980 Finanziaria Internazionale: oggi è una holding che opera nei servizi finanziari (come Banca Finint), nelle infrastrutture (come Save) e nell’ esternalizzazione delle attività aziendali (come Finint Bpo).
Come spiega il Corriere della Sera il gruppo Banca Finint «amministra circa 10 miliardi di attivi e occupa oltre 550 persone, più 200 consulenti finanziari»; Save invece amministra uno dei più importanti sistemi aeroportuali italiani, controllando gli aeroporti di Venezia, Treviso, Verona e Brescia e ha quote anche nella società di gestione dell’aeroporto di Bruxelles South Charleroi”.


domenica 19 Novembre 2023

«Ne abbiamo molto discusso»

Nel dibattito antico – ma diventato più intenso in questi anni – sulle scelte da fare con la pubblicazione di immagini “impressionanti” per diverse ragioni, la direttrice del Washington Post Sally Buzbee ha spiegato ai lettori la scelta del giornale di mostrare delle foto particolarmente macabre all’interno di un’inchiesta sulla violenza da armi da fuoco negli Stati Uniti.

” For this project, we established one ground rule at the start of our reporting: If we sought to publish any pictures of identifiable bodies, we would seek permission from the families of the victims. Some families indicated they would be open to granting permission, but ultimately we decided that the potential harm to victims’ families outweighed any potential journalistic value of showing recognizable bodies. We ultimately included nine photos from the Uvalde files showing scenes inside the classrooms taken shortly after bodies were removed. In addition, we show sealed body bags in the school hallway.

The only photograph in this story showing bodies is one taken immediately after the 2017 shooting at the Route 91 Harvest festival in Las Vegas. We felt the scene captured in this photo — a field strewn with the dead and wounded beneath the Las Vegas skyline — illustrates why witnesses often liken AR-15 shootings to American war zones. The perspective of the photograph, in which the victims are seen from a distance, makes it unlikely that individuals could be identified”.


domenica 19 Novembre 2023

Charlie, un’idea al giorno

Ben Smith, fondatore e direttore del sito Semafor e già “media reporter” del New York Times , ha rivelato su Twitter che uno dei più visibili e noti “columnist” (ovvero autori di rubriche fisse o commenti frequenti, “columns”) del New York Times – Farhad Manjoo – lascerà il giornale. Manjoo stesso ha confermato rispondendogli con quella che può sembrare una battuta: “È vero: ho finito le idee per la rubrica”.
Ma che sia il caso di Manjoo o no, è vero che l’assiduità delle rubriche di alcuni autori sui giornali nasconde una difficoltà di cui potrebbero parlare a lungo con competenza e fatica molti di quegli autori: alcuni dei quali pubblicano persino un articolo al giorno, altri uno a settimana. E naturalmente c’è chi lo fa con maggiore brillantezza e chi con minore riuscita; o c’è chi sa inventarsi una cosa interessante da dire una volta su tot, e le altre si arrabatta. Ma in tutti questi casi è quasi sempre inevitabile che l’obbligo di frequenza prima o poi prevalga sulla cosa singolare da dire e da scrivere: e quindi, quando li leggiamo, mettiamoci con solidarietà nei loro panni. A volte stiamo leggendo un commento di qualcuno che ha passato il pomeriggio precedente a chiedersi come riempire quello spazio, senza alternative a doverlo riempire per forza (può valere persino per questo, di spazio!).

Fine di questo prologo.


domenica 12 Novembre 2023

Colpi di fortuna

“Un giorno d’autunno di vent’anni fa Kevin Klose ricevette una telefonata da un uomo di nome Dick Starmann. Klose, che allora era presidente di NPR [la grande rete radiofonica non profit statunitense di origine pubblica, ndt] , sapeva che Starmann era un consigliere della vedova di Ray Kroc, l’uomo che aveva fatto di McDonald’s un fenomeno globale del fast food. Ma non aveva idea di cosa lo aspettasse.
«È seduto?», gli chiese Starmann»”.

Comincia così l’articolo con cui il Washington Post ha ricordato questa settimana un momento memorabile ed eccezionale della storia di NPR , quello in cui a Klose fu comunicato che nel suo testamento Joan Kroc, morta tre settimane prima, aveva lasciato a NPR 230 milioni di dollari, trasformando radicalmente le fino ad allora faticose prospettive della società, che era stata creata con una legge del Congresso degli Stati Uniti nel 1970. La gran parte di quella cifra è da allora affidata a un fondo che genera interessi e dividendi preziosi per i bilanci annuali di NPR. Con qualche controindicazione, aggiunge l’articolo del Washington Post : la notorietà di quel finanziamento filantropico (che è tuttora segnalato durante le trasmissioni di NPR ) ha un effetto di dissuasione nei confronti di altri donatori e sostenitori che credono che la radio non abbia più bisogno di niente (quel contributo non è sufficiente a coprire tutti i costi, assai cresciuti nel tempo). Il giorno in cui fu annunciata pubblicamente la donazione i dipendenti di NPR festeggiarono pranzando a Big Mac. Più tardi si sarebbe saputo che Joan Kroc – che aveva fatto donazioni filantropiche anche più grandi di quella – aveva pensato di lasciare un contributo anche alla tv pubblica PBS, ma quando i suoi collaboratori avevano telefonato agli uffici per valutare il progetto erano stati tenuti in attesa da una registrazione e lei si era spazientita.

Raccontata di nuovo oggi, la storia di Kroc e NPR probabilmente genera sogni e invidie in molte aziende giornalistiche.


domenica 12 Novembre 2023

“Post edicole”

Nella sua newsletter Appunti Stefano Feltri, ex direttore del quotidiano Domani , ha esposto quella che secondo lui è la maggiore differenza tra il lavoro dei giornali oggi e quello pre digitale: di fatto, lo spostamento verso un lavoro di “aggregazione” di contenuti disponibili rispetto alla produzione di contenuti diversi e originali per ciascun giornale (e “la fine degli scoop”), e la sensazione trasmessa (ma anche ricevuta) ai lettori giovani che le informazioni siano le stesse per tutti, indipendenti dalle singole testate.

“Finiti i soldi per pagare lunghe inchieste, reportage, sedi di corrispondenza all’estero o trasferte nell’immediatezza di grandi eventi, anche le redazioni dei giornali si dedicano per gran parte della giornata a leggere e ordinare contenuti già prodotti da qualcun altro. Che vengono riassunti, commentati, copiati, spiegati, ma sempre con uno sforzo di secondo livello.
Talvolta questo processo viene mascherato – con grande dispendio di energie – nel tentativo di convincere il lettore che le informazioni sono di prima mano: alcuni grandi giornali mantengono corrispondenti che nella stragrande maggioranza degli articoli riassumono e citano la stampa locale, o mandano inviati anche in situazioni difficili – tipo Gaza – per poi chiedere loro di scrivere pezzi brevi con dentro le informazioni principali della giornata, lette sulle agenzie.
Quello che conta è che il pezzo venga “datato” nel modo giusto, cioè che certifichi la presenza sul posto del giornalista”.