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  • venerdì 19 Febbraio 2016

Dentro TMZ

Un lungo e approfondito articolo del New Yorker racconta come ottiene le notizie il più famoso sito scandalistico del mondo

Il New Yorker, una delle più autorevoli riviste del mondo, ha pubblicato un lungo articolo – che uscirà sulla versione cartacea il prossimo 22 febbraio – nel quale il giornalista Nicholas Schmidle ha raccontato come funziona e come ottiene le notizie TMZ, il più famoso sito di gossip e news sulle celebrità americane, e la storia del suo fondatore Harvey Levin. Gli addetti ai lavori parlano dell’articolo da molti mesi, sia perché Schmidle ci ha lavorato per oltre due anni, sia perché periodicamente – più o meno ogni volta che pubblica una grossa esclusiva scandalistica su una celebrità – TMZ è al centro di dibattiti e accuse sull’etica giornalistica applicata nelle sue scelte editoriali. Schmidle, che nel 2012 era stato finalista dei prestigiosi National Magazine Awards per un famoso articolo sulla cattura di Bin Laden, ha parlato con moltissimi giornalisti ed ex dipendenti di TMZ per scrivere l’articolo, ha letto mail interne alla redazione e ha provato anche a intervistare Levin, che però ha rifiutato. Dopo la sua pubblicazione, l’articolo di Schmidle è stato ripreso da molti giornali americani.

TMZ è un sito che pubblica ogni giorno foto e video di celebrità che fanno cose strane o imbarazzanti, e news con dettagli e pettegolezzi sulle vite private di personaggi pubblici. Insieme a questi articoli “morbosi” e dozzinali, è capitato spesso negli ultimi anni che TMZ fosse il primo sito a dare notizie grosse e importanti, dalla morte di Michael Jackson al video con i commenti razzisti di Donald Sterling, il proprietario della squadra di NBA dei Los Angeles Clippers. TMZ, che esiste dal 2005, si è costruito negli anni una rete di fonti veloce, efficiente e capillare in tutti gli Stati Uniti, e può contare su persone di fiducia e disposte a rivelare ai suoi reporter notizie riservate negli ambienti più diversi, dai tribunali, agli ospedali alla polizia.

Schmidle ha raccontato le storie dietro diversi scoop di TMZ: all’inizio del suo articolo per esempio ha spiegato come il sito nel 2014 riuscì a «scuotere la NFL [il più importante campionato di football americano, ndr] nelle sue fondamenta» pubblicando un video nel quale Ray Rice, un forte e famoso giocatore dei Baltimore Ravens, colpiva la sua fidanzata Janay Palmer in testa con un pugno, nell’ascensore di un albergo di Atlantic City. Nessun altro sito di news era riuscito ad avere il video, e nemmeno la NFL era riuscito a ottenerlo per la sua indagine interna. L’aggressione di Rice contro Palmer si svolse nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 2014. I due entrarono in un ascensore del casinò Revel, litigando: quando le porte dell’ascensore si aprirono, nella lobby dell’albergo, Palmer era distesa a terra, priva di sensi. Nell’albergo c’erano quasi 1800 telecamere. Intorno alle 4.30, quando la sicurezza dell’albergo intervenì dopo aver avuto notizia dell’aggressione, una guardia dell’hotel filmò di nascosto con il proprio smartphone lo schermo di un computer mentre veniva riprodotto il video di Rice trascinava fuori dall’ascensore il corpo di Palmer, e contattò per telefono TMZ. Era notte, e perciò il messaggio finì nell’apposita segreteria telefonica per le “soffiate” della redazione TMZ, a Los Angeles.

Ogni giorno TMZ riceve più di un centinaio di segnalazioni. Il New Yorker ha ottenuto alcune delle email che vengono quotidianamente inviate ai redattori del giornale dai dipendenti del sito incaricati di ascoltare e leggere le segnalazioni. Il 29 settembre 2015, per esempio, i contenuti che vennero selezionati e girati ai redattori erano: “informazioni sul matrimonio di George Clooney”, “video di un atleta professionista attaccato da una capra”, “foto di Meek Mill [un rapper americano, ndr] arrestato” e la segnalazione che un’importante popstar “indossa un sedere finto nei suoi video”.

TMZ paga le sue fonti, se queste lo chiedono e se i redattori giudicano le notizie valide. Questa è una delle caratteristiche del sito che più viene criticata dagli altri giornalisti: la Society of Professional Journalists, un’organizzazione che tutela i diritti dei giornalisti americani, ha sostenuto per esempio che questa pratica “minaccia di corrompere il giornalismo”. Harvey Levin, il fondatore e direttore del sito, sostiene invece che non ci sia niente di male nel pagare anche grosse cifre a chi offre segnalazioni o materiale: «Un video è sempre un video. Quindi chi se ne frega se hai pagato per ottenerlo?». Russ Weakland, un ex dirigente di TMZ, ha spiegato a Schmidle che spesso gli è capitato di contrattare con le fonti la somma da pagare per un video: ha spiegato a Schmidle che spesso queste telefonate sembrano una seduta di terapia, e che a volte gli è sembrato di dover convincere le fonti a non buttarsi dalla finestra, convincendole che il sito non rivelerà mai il nome di una sua fonte, perché vuole guadagnare la sua fiducia e fare sì che in futuro gli dia altre notizie.

Il video di Rice venne postato online da TMZ quattro giorni dopo l’aggressione, pagandolo – secondo quanto ha detto a Schmidle un ex dipendente del sito – quindicimila dollari, e aggiungendoci un grosso watermark (una di quelle scritte semi-trasparenti in sovraimpressione) con scritto “TMZ Sport”: pochi minuti dopo che vengono caricati online, questi video vengono ripresi e pubblicati da decine di altri siti, e i watermark sono un modo per assicurarsi che tutti sappiano quale sia la fonte originale. Il Revel hotel identificò il computer dal quale era stato ripreso il video e il momento in cui era stato girato il filmato, ma non riuscì a scoprire quale agente della sicurezza fosse la fonte di TMZ. Dopo la diffusione del video, gli avvocati di Rice scrissero un comunicato invitando l’opinione pubblica a non trarre conclusioni affrettate; Rice si scusò in una conferenza stampa proprio con Palmer; l’indagine della NFL fu poco determinata, e finì col dare due sole giornate di squalifica al giocatore. Ma a settembre, otto mesi dopo l’aggressione, TMZ pubblicò un altro video, quello della telecamera all’interno dell’ascensore, che mostrava Rice colpire con un pugno alla tempia Palmer. Secondo il New Yorker, TMZ pagò novantamila dollari per avere il secondo video. Rice fu licenziato dai Ravens e sospeso a vita dalla NFL. Roger Goodell, commissario della NFL, interrogato sul perché la lega non avesse ottenuto il video per le sue indagini, disse: «Noi non cerchiamo di ottenere queste informazioni da fonti che non sono credibili».

Levin ha 65 anni, e oltre a dirigere TMZ conduce due programmi televisivi. È un tipo atletico – si allena tutti giorni all’alba, prima di andare al lavoro – che secondo Schmidle si pone come «lo zio un po’ alla moda: figo per la sua età, ma che non tiene il passo dei suoi colleghi più giovani». Nella sede di TMZ, a West Hollywood, lavora da una scrivania al centro della redazione, su una pedana rialzata: un ex dirigente del sito ha detto a Schmidle che ogni volta che qualcuno va a parlargli sembra di andare a supplicarlo. Pubblicamente sembra cordiale, ma chi lo conosce ha detto che in realtà è intrattabile e autoritario, e che è solito arrabbiarsi con i suoi dipendenti, che licenzia con una certa frequenza. «Non si fa problemi a umiliarti pubblicamente», ha detto a Schmidle un altro ex dipendente di TMZ: «A noi diceva sempre: “I miei cazzo di cani sono più intelligenti di te”. Col tempo diventi come un bambino maltrattato. Ti mette al tappeto, ma nel secondo in cui stai per dire “Vaffanculo, me ne vado”, lui ti fa un complimento e tu vivi per quello». Un ex cameramam del sito ha raccontato che Levin sarebbe un ottimo dittatore: carismatico e terrificante.

Levin è nato a Los Angeles nel 1950 e ha studiato scienze politiche alla University of California. Era uno studente sicuro di sé e abile nei dibattiti, e continuò gli studi alla facoltà di legge della University of Chicago. Negli anni Settanta insegnò legge all’università a Miami e poi a Los Angeles: in quel periodo diventò un appassionato lettore dei principali giornali scandalistici americani. Mentre insegnava, si fece notare per una campagna pubblica contro un parlamentare conservatore che voleva far approvare una legge per diminuire le tasse sugli immobili. Il Los Angeles Times gli offrì di scrivere una rubrica su come affrontare piccoli problemi legali quotidiani, come essere respinti all’imbarco su un aereo.

Diventò prima consulente e poi producer di uno dei primi programmi televisivi nei quali casi legali venivano discussi in finte aule di tribunale (tipo Forum). Quando nel 1990 il programma venne cancellato, Levin venne assunto come reporter per un’emittente televisiva di Los Angeles affiliata alla NBC, per poi passare a un’altra rete della CBS. Il 13 giugno 1994 Nicole Brown, l’ex moglie dell’ex giocatore di football americano O.J. Simpson, e il suo amico Ronald Goldman, furono trovati morti nel giardino della loro casa di Los Angeles. Fu uno dei casi di cronaca nera più famosi della storia, e Levin ci si dedicò totalmente. Un mese mandò in onda quello che presentò come “uno scoop scioccante”: la procuratrice Marcia Clark era stata sulla scena dell’omicidio prima che le fosse stato concesso il mandato di perquisizione. In realtà Levin aveva confuso l’ora mostrata in sovrimpressione su un filmato che aveva ricevuto, e che indicava il momento in cui il video era stato archiviato, con quella del momento in cui era stato girato. L’emittente si scusò pubblicamente. Levin andò in onda e disse: «Abbiamo fatto un errore. Sappiamo come lo abbiamo fatto, l’abbiamo corretto, ed è una cosa che non succederà più. Per me parla il mio curriculum e le notizie che ho dato. Non mi scuso per essere un reporter aggressivo».

Nel settembre del 2002 comcinciò ad andare in onda Celebrity Justice, un programma televisivo ideato e prodotto da Levin che dava notizie sui guai legali delle celebrità. Levin, ha spiegato lui stesso, non voleva «far sembrare cattive le celebrità, ma farle apparire reali»: durante il caso O.J. Simpson si era reso conto, a suo dire, di quanto la legge fosse applicata in maniera diversa tra i normali cittadini e le persone famose. A essere sbagliato nelle sue premesse, secondo Levin, era il modo dei media di gestire le notizie scandalistiche, che erano spesso concordate tra giornalisti e agenti delle celebrità per ottenere vantaggi reciproci. Celebrity Justice andò male e chiuse dopo tre anni, perché invece che dare le notizie direttamente, spesso vendeva le sue esclusive a programmi televisivi più importanti. Il presidente della società che produceva il programma però voleva creare un sito internet sul quale pubblicare i filmati inutilizzati di un altro suo programma scandalistico, “Extra”: propose l’idea a un dirigente di AOL, una grossa società di media, che accettò di finanziare il progetto. La direzione del sito venne offerta a Levin, che accettò alla condizione che il sito non fosse un semplice deposito di video sulle star di Hollywood, ma che facesse vero reporting scandalistico. Il sito venne chiamato TMZ, l’acronimo di “Thirty Mile Zone”, una vecchia espressione di Hollywood per indicare l’area delle produzioni cinematografiche di Los Angeles. Il dominio tmz.com era però di proprietà di un uomo che costruiva robot: Levin andò a casa sua e per cinquemila dollari comprò il dominio.

Il sito andò online nel novembre del 2005 e pochi giorni dopo il suo unico cameramen riprese Paris Hilton e il suo fidanzato mentre, uscendo da un locale a bordo di una Bentley, tamponarono un camion, per poi scappare. Levin ha paragonato l’inizio di TMZ con l’apertura dei negozi GAP in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica: «Tutti indossavano cappotti grigi, poi arriva GAP e improvvisamente vedi cappotti blu e rossi e veri. Quando la gente può scegliere, non puoi più vendere il cappotto grigio». TMZ all’inizio provò ad affiancare alle news con video e foto di celebrità articoli più tradizionali, ma analizzando i dati sul traffico sul sito i dirigenti capirono subito che quello che la gente voleva erano le esclusive. Nel luglio del 2006 TMZ ricevette la segnalazione che l’attore Mel Gibson era stato fermato dai poliziotti mentre guidava. Levin contattò alcune sue fonti e scoprì che era stato arrestato per guida in stato di ebbrezza, che aveva chiamato “figlio di puttana un agente” e che aveva insultato gli ebrei, accusandoli di essere i responsabili di tutte le guerre del mondo. Andò alla stazione di polizia dove era avvenuto l’arresto per chiedere conferma, ma gli agenti negarono tutto: Levin però riuscì a procurarsi il verbale, in cui le sue notizie erano confermate. TMZ pubblicò le foto del verbale e – secondo un allora dirigente del sito – «quello fu il momento in cui il resto del mondo scoprì TMZ».

Pochi mesi dopo TMZ fu il sito che pubblicò il video di Michael Richards, famosissimo comico americano conosciuto soprattutto per il ruolo di Kramer nella siit-com Seinfeld, mentre durante uno show in un locale insultava un disturbatore afroamericano nel pubblico, dicendogli: «Cinquant’anni fa vi avremmo appesi a testa in giù con un cazzo di forcone nel culo». Il video era stato girato da un amico del fidanzato della sorella di un compagno di università di un vice di Levin, che si trovava nel locale, e rovinò la carriera di Richards. Nel 2009 TMZ fu il primo sito al mondo a dare la notizia della morte di Michael Jackson. Il giro di conoscenze complicato che portò il video a TMZ è un buon esempio di come il sito lavorava nei primi anni, durante i quali assunse soprattutto gente con moltissimi contatti e conoscenze nel mondo dello spettacolo, della polizia, dei tribunali.

Il sito lo scorso mese TMZ ha avuto 17 milioni di utenti unici. In dieci anni, la rete di fonti del sito è diventata enorme. Schmidle racconta che TMZ ha pagato a lungo una “talpa” all’interno di un noto servizio di limousine americano, per ricevere costanti aggiornamenti sugli spostamenti delle celebrità; un ex dipendente di TMZ ha raccontato di aver incontrato una volta la fonte in una pompa di benzina, di avergli dato una busta di denaro e di aver ricevuto in cambio una lista dei clienti, praticamente senza parlarsi. TMZ, scrive Schmidle, paga regolarmente anche un dipendente di Delta Airlines che segnala al sito quando le celebrità volano tra Los Angeles e New York: quando capita che un volo venga dirottato per malfunzionamenti o falsi allarmi e a bordo c’è una persona famosa, TMZ lo viene a sapere e manda un cameraman all’aeroporto per filmarla all’atterraggio. Schmidle ha scritto che in alcune mail che ha letto c’erano segnalazioni sui voli di gente come l’attore Robert Redford e l’ex giocatore di basket Julius Erving.

Secondo Schmidle, TMZ assomiglia più a un’agenzia di intelligence che a un sito di news, e «ha trasformato il suo territorio, Los Angeles, in una città di informatori». In un email letta da Schmidle, per esempio, un fotografo spiegava di avere quattro informatori in un aeroporto, uno al check in, uno al ritiro bagagli, uno all’edicola, uno al negozio di snack. Il sito paga una cinquantina di dollari le persone di fiducia che gli danno regolarmente informazioni sulle celebrità, che sia una dipendente di un salone di bellezza a Beverly Hills o un parcheggiatore di un albergo. Sono anche le stesse celebrità a dare segnalazioni a TMZ: un ex reporter del sito ha detto a Schmidle ad esempio che Britney Spears e il suo staff chiamavano un sacco di volte per dire che la cantante stava andando a farsi una lampada solare. Diversi agenti di polizia di Los Angeles sono stati licenziati per aver fornito informazioni o materiale riservati a TMZ, come la foto del volto di Rihanna dopo l’aggressione di Chris Brown. Levin vuole che le notizie pubblicate su TMZ abbiano sempre preferibilmente una foto o un video come prova: se non ci sono, chiede ai suoi reporter di continuare a indagare.

Per certe segnalazioni e soprattuto per certe foto o video, però, TMZ paga molto di più di qualche decina di dollari. Page Six, la sezione del New York Post dedicata al gossip, scrisse che il sito pagò 250mila dollari il filmato ripreso da una telecamera di sicurezza che mostrava Solange Knowles, la sorella di Beyoncé, aggredire Jay Z in un ascensore di un albergo di New York. Secondo un ex dipendente di TMZ contattato da Schmidle, invece, la cifra pagata «era più vicina ai cinquemila dollari». Ma capita anche che TMZ dia notizie che non parlano di celebrità: nel 2012 pubblicò il video di quattro marines americani in Afghanistan mentre urinavano sui cadaveri di alcuni combattenti talebani. Venne avviata un’indagine e l’esercito punì i soldati. Nel 2009 alcuni reporter del sito erano riusciti a entrare in una grossa festa privata organizzata da una banca americana, la Northern Trust, che era appena stata salvata dalla bancarotta dal governo statunitense, che l’aveva finanziata con 1,6 miliardi di dollari. Alla festa suonarono i Chicago e Sheryl Crow, venne organizzato un torneo di golf e agli ospiti furono distribuiti borse regalo con gioielli di Tiffany. Secondo Levin fu la più importante notizia mai data da TMZ.

La forza e la novità di TMZ, fin dai primi anni, fu pubblicare tutto il materiale possibile, dalle foto fatte con i telefoni cellulari agli screenshot di video alle riprese di telecamere di sicurezza, mentre gli altri giornali cercavano di curare anche la parte estetica e artistica delle fotografie. TMZ voleva arrivare prima degli altri sulle notizie, e per farlo pubblicava qualsiasi cosa disponibile prima delle altre: la crudezza e l’immediatezza delle foto e dei video contribuì a definire un’estetica personale e unica, che dava un’idea di autenticità. Questa priorità data alla velocità sulla qualità, però, fa sì che TMZ pubblichi anche notizie false: nel 2009 mise online una foto che sosteneva mostrare John F. Kennedy su una barca con quattro donne senza reggiseno. Era una vecchia foto di un modello di Playboy, si scoprì: ma pochi minuti dopo che la pubblicò TMZ era già finita su decine di altri siti.

Tra le storie più notevoli raccontate da Schmidle nel suo articolo c’è quella che riguarda un video ricevuto nel 2011 da TMZ che mostrava il cantante Justin Bieber a 15 anni mentre cantava “One Less Lonely Girl”, una sua canzone, sostituendo la parola girl (“ragazza”) con nigger (“negro”), ridacchiando. Levin ha raccontato nel 2013 che quando lo vide non sapeva se pubblicarlo, e di dover affrontare spesso dilemmi di questo tipo. Nel 2008 ricevette un video del nuotatore Michael Phelps mentre fumava marijuana: decise di non pubblicarlo, perché gli sembrò che Phelps fosse stato incastrato. Nel 2010 invece decise di non pubblicare registrazioni e messaggi dal quarterback dei New York Jets, Brett Favre, a una cheerleader, perché gli sembrava di fare la “polizia da camera da letto”.

Levin ha spiegato di non avere un codice ferreo che stabilisce il confine tra la privacy e quello che può essere pubblicato, ma di decidere di volta in volta, a seconda della notizia. Decise comunque di pubblicare il video di Bieber, perché lo considerava troppo importante. A prenderlo mandarono un dirigente di TMZ, che prese un aereo per Las Vegas, noleggiò un’auto e raggiunse un condominio alla periferia della città. Al campanello gli rispose una donna afroamericana di mezza età, che gli diede un laptop e prese un assegno preparato da TMZ, di ottantamila dollari. TMZ contattò Scooter Braun, il manager di Bieber, per un commento: Schmidle ha spiegato che una sua fonte che seguì l’episodio gli ha raccontato che Bieber crollò quando seppe del video, confessando di averlo girato per scherzo anni prima. Credeva di averlo poi cancellato dal suo computer, che gli era stato successivamente rubato.

In una conversazione telefonica, Braun pregò Levin di non pubblicare il video, dicendo: «Stai per rovinare la vita di questo ragazzo». Levin esitò per quattro secondi, poi disse che sarebbe andato avanti, e che avrebbe avuto bisogno di una dichiarazione di Braun entrò la mattina successiva. «Harvey, qualunque cosa fossero quei quattro secondi – qualunque sia quel posto – quello è il posto in cui voglio che tu vada», disse Braun. Lui e un altro membro dello staff di Bieber restarono svegli tutta la notte preparando una dischiarazione. La mattina Braun e Levin parlarono di nuovo. Levin confidò di non essere riuscito a dormire. «Un sacco di persone mi chiamano e mi dicono che sono uno stronzo,- mi dicono “Vaffanculo”», ha spiegato Levin. «Tu non lo hai fatto. Non pubblicherò il video». Braun scoppiò a piangere. Bieber più tardi chiamò Levin e lo ringraziò.

Levin non cancellò il video, e lo fece sapere a Bieber e il suo staff: un ex giornalista di TMZ ha spiegato a Schmidle che per Levin era più vantaggioso non pubblicare il video, guadagnandosi la benevolenza del cantante. Se prima dell’episodio il sito aveva spesso pubblicato pezzi negativi su Bieber, da quel momento cominciò a parlarne bene, pubblicandone foto in momenti che ne davano un’immagine positiva e raccontando ad esempio della volta che comprò tutti i fiori di un fioraio per la sua ragazza, Selena Gomez. Bieber apparve anche nella trasmissione di Levin. Il video fu pubblicato comunque nel 2014 dal Sun, il tabloid inglese.

Nel 2007 Levin provò ad aprire una sezione di TMZ dedicata alla politica, mandando una sua giornalista a Washington in avanscoperta, ma il progetto venne abbandonato. Anne Schroeder, una giornalista che allora lavorava per il sito Politico, ha spiegato a Schmidle: «Non è che puoi pagare 20 dollari un portaborse per farti dare gli orari di un parlamentare. Sono dipendenti governativi che possono essere incriminati per le fughe di notizie».

Sempre nel 2007 TMZ pubblicò una registrazione dell’attore Alec Baldwin che si riferiva a sua figlia di undici anni chiamandola «una piccola, irriguardosa e maleducata bestia [“pig”, nella registrazione originale]», che ebbe molta attenzione. Baldwin ha detto a Scmidle: «C’è stato un periodo in cui il mio più grosso desiderio era pugnalare Harvey Levin con un attrezzo arrugginito e guardare le sue viscere scorrermi lungo il braccio, alla Macbeth. Volevo vederlo morire tra le mie braccia, mentre mi guardava negli occhi, e volevo dirgli “Oh, Harvey, piccola, irriguardosa e maleducata bestia”. È un foruncolo infettato nell’ano dei media americani».

Schmidle ha conosciuto Levin dopo una lezione che ha tenuto alla University of California sul giornalismo l’anno scorso: alla fine della conferenza si è presentato, e Levin gli ha detto di non avere apprezzato il fatto che stesse parlando con dipendenti ed ex dipendenti di TMZ, rifiutando di rispondere alle sue domande. Nonostante le estese critiche al suo sito e alla sua etica giornalistica, ci sono stati giornali che hanno apprezzato il suo lavoro. Nel 2014 Adweek, una rivista americana che si occupa di marketing e pubblicità, lo ha nominato digital editor dell’anno, sostenendo che «di qualunque argomento stiano parlando i vostri colleghi intorno al boccione dell’acqua, probabilmente ne hanno letto per la prima volta su TMZ». Il quotidiano sportivo Sports Business Daily ha paragonato gli scoop su Ray Rice e Donald Sterling allo scandalo Watergate del 1972, che portò alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Dopo la morte nel 2014 dello storico direttore del Washington Post Ben Bradlee – proprio quello che coordinò l’inchiesta dei giornalisti Carl Bernstein e Bob Woodward sul Watergate – il sito Deadline scrisse di Levin: «È il nuovo Ben Bradlee, o solo il volto della nuova incarnazione del National Enquirer», riferendosi a uno storico e screditato tabloid scandalistico americano.