• Mondo
  • mercoledì 6 Luglio 2011

Haaretz chiede i matrimoni civili

In Israele la legge prevede che i matrimoni possano avvenire solo all'interno delle comunità religiose, e ogni anno migliaia di coppie vanno a sposarsi all'estero

In Israele è possibile sposarsi solamente all’interno di una delle dodici comunità religiose riconosciute dallo stato: ebraica, musulmana, drusa e nove diverse confessioni cristiane. Non esiste il matrimonio civile, e un editoriale del quotidiano progressista Haaretz torna a chiedere oggi che venga riconosciuto il diritto a tutti i cittadini israeliani di sposarsi anche al di fuori delle comunità religiose.

In ogni comunità religiosa, i matrimoni sono decisi e permessi unicamente dalle autorità religiose: questo fa sì che non siano permessi i matrimoni interreligiosi o tra persone dello stesso sesso. Per aggirare le restrizioni, ogni anno migliaia di coppie vanno a sposarsi all’estero, solitamente nella vicina Cipro. Fin dagli anni Sessanta infatti la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le unioni civili registrate in un paese estero tra due cittadini israeliani hanno valore anche nel loro paese di origine.

Secondo Haaretz, la mancanza di una legislazione sul matrimonio civile si lega alla crescente influenza dell’ebraismo più radicale nella politica nazionale, che durante il governo Netanyahu non ha fatto che aumentare. Tra le conseguenze di questa tendenza politica c’è anche la mancanza di alcuni diritti per le donne, alle quali è negata, secondo la religione ebraica tradizionale, la parità con gli uomini. Israele ha ratificato da vent’anni la convenzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, che richiede ai paesi aderenti di garantire gli stessi diritti a tutte le donne nel matrimonio e nelle relazioni familiari, ma secondo il parere di un docente dell’Università di Bar-Ilan interpellato dal quotidiano si trova solo nella seconda metà della classifica dei paesi del mondo per quanto riguarda la sua applicazione, tra i paesi in via di sviluppo e del mondo musulmano.

Il parere della giurista e docente universitaria Frances Radday ospitato sul sito del ministero degli Esteri israeliano, in effetti, riconosce che nella legislazione dello stato ebraico la parità tra i generi è un tema problematico. Israele ha un piccolo gruppo di “leggi fondamentali”, approvate tra il 1958 e il 1992, che nella pratica funzionano da costituzione. Queste non garantiscono esplicitamente l’uguaglianza per le donne, ma il limite è stato parzialmente aggirato, negli anni, da numerosi pronunciamenti della Corte suprema che hanno definito l’uguaglianza come uno dei diritti fondamentali dello stato e hanno impedito discriminazioni nei confronti delle donne in campi come il diritto di famiglia o del lavoro. Oltre a questo, in passato lo stato di Israele ha cercato di aggirare le limitazioni imposte dalle comunità confessionali con una serie di leggi ordinarie, spesso scontrandosi con la ferma opposizione di alcuni religiosi e dei loro rappresentanti politici.

Per quanto riguarda il matrimonio, la religione ebraica (a cui appartengono circa i tre quarti della popolazione di Israele) pone limitazioni nelle possibilità di matrimonio per chi è nato da una relazione extraconiugale, per i ministri di culto o per i neoconvertiti: Haaretz conclude l’editoriale dicendo che, se Israele intende continuare ad attribuirsi lo status di “unica democrazia del Medio Oriente”, come fa spesso, deve garantire a tutti i suoi cittadini il “basilare diritto civile” di sposarsi e formare una famiglia.

Una coppia di Tel Aviv si sposa con rito civile vicino alla città costiera di Larnaca, a Cipro.
foto: AP Photo/Petros Karadjias