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  • giovedì 3 marzo 2011

Il ruolo di Haaretz in Israele

Il direttore del New Yorker racconta storia e ruolo del più autorevole quotidiano israeliano

In un lungo articolo sul New Yorker, il direttore del settimanale David Remnick si occupa della storia del quotidiano di Tel Aviv Haaretz e del suo ruolo di “coscienza critica” di Israele.
Fondato nel 1919, Haaretz fu acquistato nel 1935 da Salman Schocken, un ebreo tedesco che fece fortuna in patria con una catena di grandi magazzini, prima di emigrare in Palestina con l’avvento di Hitler. Mai del tutto a suo agio nella sua nuova patria, Schocken lasciò in eredità al figlio Gerschom un quotidiano che si ispirava al grande modello tedesco del Frankfurter Zeitung: sobrio, attento all’analisi e fortemente orientato ai temi culturali. Nei momenti cruciali della storia di Israele, Haaretz si mantenne una voce critica, spesso isolata, nei confronti della politica nazionale.
All’indomani della Guerra dei Sei Giorni, quando annichilì militarmente i vicini paesi arabi con una dimostrazione di forza senza precedenti, Israele fu travolto da un’ondata di entusiasmo nazionalista: ma a guastare l’atmosfera generale di euforia, Haaretz iniziò a informare i suoi lettori sulle condizioni di vita dei territori arabi appena conquistati. Qualche anno più tardi, durante la guerra contro il Libano, Haaretz si schierò con convinzione contro il governo, attirandosi critiche durissime che non fecero che aumentare quando, durante la prima Intifada, il quotidiano difese i diritti dei palestinesi.

Anche se le vendite sono limitate a qualche decina di migliaia di copie, il giornale si è guadagnato il ruolo di quotidiano più autorevole di Israele, un primato che gli viene riconosciuto anche dai suoi avversari: Nahum Barnea, il più popolare editorialista di Yedioth Ahronoth, confessa a Remnick di iniziare le sue letture mattutine proprio da Haaretz e non dal suo giornale. Di sinistra per quanto riguarda i diritti dei cittadini e la questione palestinese, ma anche a favore del libero mercato, il quotidiano ha tra le sue firme di punta Gideon Levy, feroce critico della politica degli insediamenti nei territori occupati, e Amira Hass, che ha vissuto per sedici anni tra Gaza e a Ramallah (e in Italia scrive per Internazionale).

In queste settimane, spiega Remnick (che ha con Hareetz un vecchio rapporto e un debito di lodi e apprezzamenti), le proteste egiziane hanno indotto nell’opinione pubblica israeliana il timore di nuovi attriti con le nazioni confinanti e di una svolta islamica radicale nei paesi arabi, che metterebbe a rischio anche il trattato di pace con l’Egitto firmato nel 1979: ovvero l’asse portante della politica estera israeliana per assicurare la stabilità della regione. Segnali di preoccupazione sono arrivati dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal presidente della Repubblica, Shimon Peres.

Haaretz (letteralmente “La terra”) non ha seguito il generale clima di paura e diffidenza nei confronti delle proteste. Dato che i mezzi di informazione israeliani non hanno un ufficio né in Egitto, né in alcun altro paese arabo, il giornale ha spedito al Cairo un inviato con passaporto britannico, Anshel Pfeffer. I suoi reportage sono stati da subito un’eccezione rispetto al resto dell’informazione israeliana, grazie ad uno sguardo sulle proteste tutt’altro che allarmista. L’inviato ha sottolineato, ad esempio, che nelle proteste di piazza Tahrir l’antisemitismo non aveva quasi nessuna rilevanza. Di ritorno dall’Egitto, ha scritto un aspro articolo in cui argomentava che, benché l’Egitto debba fare i conti con i Fratelli Musulmani, definiti “ripugnanti”, i rabbini fondamentalisti di Israele non sono certo un problema minore con cui confrontarsi. A fianco degli articoli di Pfeffer, gli editoriali di Haaretz hanno criticato le reazioni caute e tardive di Obama e dell’Occidente e hanno appoggiato apertamente il movimento democratico egiziano. In un articolo non firmato, il giornale ha riassunto così le sue posizioni:

I leader di Israele hanno sempre preferito fare affari con Mubarak e gente del genere, pensando che essi avrebbero “mantenuto la stabilità” e represso le forze radicali che volevano il cambiamento nella regione. Questa prospettiva ha portato Israele a ignorare i cittadini delle nazioni vicine, vedendoli nel migliore dei casi come privi di influenza politica e come ostili nemici di Israele nella peggiore. Israele stesso si è considerato un avamposto occidentale e non ha manifestato alcun interesse verso la lingua, la cultura e l’opinione pubblica dei suoi immediati confinanti. L’integrazione nel Medio Oriente è sembrata una fantasia futile, se non dannosa.

Amos Schocken, nipote del fondatore e attuale editore di Haaretz, non nasconde che il giornale dovrà affrontare tempi difficili. I suoi lettori storici, la borghesia laica e liberal dell’area di Tel Aviv, stanno diventando vecchi e la sua prospettiva sui problemi di Israele non sembra così condivisa tra le giovani generazioni. Haaretz dovrà continuare a difendersi dalla concorrenza agguerrita del quotidiano gratuito Israel Hayom e quella storica di Maariv e di Yedioth Ahronoth, proprietà della famiglia Mozes, i “Murdoch di Israele”.

A fianco delle difficoltà economiche, gli stessi israeliani sembrano avere meno attenzione da prestare agli argomenti diHaaretz: gli attentati suicidi e le perdite del conflitto israeliano-palestinese sono drasticamente diminuiti negli ultimi tempi, e con loro il dibattito pubblico sulla questione, uno dei temi di punta degli editoriali del quotidiano. Che, da parte sua, non intende modificare la sua linea intransigente, come spiega Dov Alfon, l’attuale caporedattore:

Abbiamo una missione: dire la verità al pubblico israeliano e spiegare le conseguenze di queste verità. Non sono sicuro che neppure tutti i nostri abbonati la vogliano ascoltare.

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