L’epidemia di ebola è stata scoperta con settimane di ritardo
I primi casi nella Repubblica Democratica del Congo sono stati rilevati quando la malattia era ormai diffusa, soprattutto a causa di test inadeguati

Un ritardo di circa un mese nell’identificazione dei primi casi di ebola ha contribuito alla diffusione della malattia nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), a una velocità superiore a quella osservata in precedenti epidemie. La mancata rilevazione è stata dovuta alla scarsa disponibilità di test nel nord-est del paese dove si è sviluppato il primo focolaio. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha finora avuto notizie di oltre 500 casi sospetti e di 130 morti sospette, ma solo 30 casi sono stati confermati dalle autorità sanitarie locali.
L’epidemia è causata dal Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta una ventina di anni fa in Uganda e più raro rispetto allo Zaire ebolavirus, che causa la forma più diffusa e conosciuta della malattia. La scarsa diffusione del virus è stata probabilmente la causa principale del ritardo nell’identificazione del nuovo focolaio nella provincia di Ituri. Il focolaio è stato infatti confermato dalle autorità sanitarie congolesi il 15 maggio, ma si sospetta che uno dei primi casi risalisse ad almeno il 25 aprile, ma era inizialmente passato inosservato.
Nelle prime fasi della malattia, i sintomi di ebola sono stanchezza, mal di testa e febbre, condizioni che possono essere scambiate con malattie meno gravi. Nella seconda fase della malattia i sintomi peggiorano causando vomito e dissenteria molto debilitanti, con febbri emorragiche che in molti casi si rivelano letali. Se la malattia non viene identificata da subito, aumentano i rischi di estesi contagi tra la popolazione.
Il virus si può trasmettere attraverso il contatto diretto con i fluidi di una persona malata, come sangue, saliva, feci e vomito. Chi assiste le persone con sintomi ha quindi un alto rischio di essere contagiato, se non ha protezioni adeguate. Lo stesso vale per le procedure di sepoltura: il virus rimane a lungo contagioso anche dopo la morte.
In un recente rapporto, l’OMS ha citato un «ritardo cruciale di quattro settimane nell’identificazione» dei primi casi attraverso i test di laboratorio. La trasmissione del virus nella popolazione era quindi già in corso prima che venissero attivate le procedure di contenimento, previste da diversi protocolli in RDC dove i nuovi focolai di ebola sono ricorrenti.
I primi test sui campioni raccolti da persone malate ed eseguiti a Bunia (una città vicino alla zona del focolaio) erano risultati negativi, perché probabilmente erano tarati per rilevare la presenza dello Zaire ebolavirus e non erano specifici per il Bundibugyo ebolavirus. I campioni erano poi stati inviati a Kinshasa, la capitale della RDC, dove un’analisi più ampia aveva permesso di confermare l’infezione da Bundibugyo ebolavirus in otto dei tredici campioni inviati.
L’organizzazione internazionale senza scopo di lucro Medici senza frontiere aveva ricevuto segnalazioni tra il 9 e il 10 maggio su un aumento insolito di decessi nell’area di Mongbwalu, a nord-ovest di Bunia. I sintomi facevano sospettare delle febbri emorragiche, ma ottenere informazioni non è semplice perché la zona in questo periodo è difficile da raggiungere a causa della stagione delle piogge. A Mongbwalu sono inoltre attive milizie rivali che si fanno la guerra e che spesso si scontrano anche con l’esercito congolese, rendendo poco sicuro l’accesso agli operatori sanitari.
Nel fine settimana l’OMS ha definito l’epidemia un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale, dopo avere rilevato alcuni casi anche in Uganda. La dichiarazione serve ad attivare le attività di coordinamento internazionale per ridurre i rischi di una diffusione in altri paesi dell’Africa e del resto del mondo. Per ora il rischio è basso e in generale gli ebolavirus non sono contagiosi come i virus che solitamente causano le pandemie. I casi devono però essere tracciati e isolati per evitare molti contagi a livello locale, che potrebbero causare la morte di oltre un terzo delle persone che contraggono il virus.
Il ritardo nell’identificazione del focolaio ha avuto un ruolo centrale nell’attuale diffusione della malattia e secondo gli esperti indica la necessità di ripensare non solo alle procedure, ma anche ai test stessi per rilevare la presenza del virus. Svilupparne di universali per i vari ceppi degli ebolavirus non è però semplice a causa delle loro differenze genetiche. Nelle aree rurali e isolate, inoltre, i problemi di identificazione rapida sono anche dovuti alla scarsità di laboratori attrezzati e alla difficoltà nel trasporto dei campioni biologici.



