Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 8 Marzo 2026
L’annuncio dell’accordo sulla cessione della Stampa ha reintensificato le voci su un’imminenza di un simile annuncio relativo a Repubblica e alla società greca Antenna, interlocutore esclusivo sulla vendita da diversi mesi. Voci riprese anche da un ennesimo allarmato ma inerme comunicato del Comitato di redazione di Repubblica.
“Riteniamo anche noi che ci sia un fondamento di verità in quanto scritto da autorevoli testate che parlano di trattative all’ultimo sangue sul prezzo di vendita, ma anche di probabili aspetti delle pieghe contabili che non convincono chi si è candidato ad acquistare quello che era il più grande gruppo editoriale italiano, ormai ridotto a uno spezzatino.
E non essendo illusi, riteniamo fondati i timori che chi prenderà in mano le redini delle testate Gedi rimaste – fra le quali c’è Repubblica – possa voler ridimensionare fortemente gli organici. Per far questo, molti scrivono che si ricorrerà ad un nuovo piano di prepensionamenti, dopo quello sanguinoso di due anni fa. Un piano che di nuovo ridurrebbe le forze di questa redazione e la sua memoria storica, le sue professionalità più rodate. Sapendo che tutta questa materia è comunque regolata da provvedimenti di legge e sottoposta al vaglio e alla trattativa con le organizzazioni sindacali e di categoria, consigliamo a chi si sta occupando della vendita e a chi fa filtrare all’esterno le informazioni, di ricordare una cosa. Che qualsiasi manovra per ridurre gli organici dovrà passare da un tavolo di trattativa e che nulla deve esser dato per scontato” .
domenica 8 Marzo 2026
Come racconta l’articolo del Post di mercoledì, “Il gruppo GEDI, di proprietà di Exor, la società della famiglia Agnelli-Elkann, ha firmato un contratto preliminare per la vendita della Stampa, storico quotidiano di Torino, con il gruppo editoriale SAE. Nel comunicato si dice che si prevede di concludere l’operazione entro il primo semestre del 2026″.
Salvo nuove svolte nei mesi prima che l’accordo si concretizzi, è una prima conclusione dell’estenuante processo di dismissione del gruppo editoriale GEDI da parte della proprietà, la società Exor della famiglia Agnelli Elkann. Anche se questo decennio ha mostrato che le vicende proprietarie del gruppo, e le traversie conseguenti per le testate, raramente trovano stabilità.
SAE è la società, guidata da Alberto Leonardis, che si era creata negli scorsi anni per acquistare altri quotidiani locali dal gruppo GEDI: finora non ha mostrato grandi visioni per affrontare i difficili tempi delle aziende giornalistiche, e non si è ancora capito da dove venga la solidità economica della sua offerta (“pochi soldi, ma tanti amici”, è come il quotidiano Domani ha descritto Leonardis). Articoli più amichevoli attribuiscono invece a SAE la creazione di un “efficace sistema editoriale”, di cui non sono meglio specificati i risultati.
La redazione della Stampa ha rinnovato la sua preoccupazione e insoddisfazione per essere stata ignorata nelle proprie richieste e poco informata del percorso di vendita e delle intenzioni degli acquirenti: il quotidiano non è uscito giovedì, e un comunicato ha chiesto rassicurazioni a SAE.
“A Sae chiediamo di uscire allo scoperto. Pretendiamo la presentazione immediata del piano industriale e del progetto editoriale. Vogliamo conoscere la composizione societaria del veicolo che acquisirà il giornale, sapere chi sono gli investitori evocati nei comunicati, avere conferma formale e scritta della piena autonomia e indipendenza della testata. Esigiamo garanzie sul mantenimento degli organici, sulla struttura delle redazioni, su investimenti nel digitale e nel multimediale. Non dichiarazioni di principio, ma impegni nero su bianco”.
Tra le tante cose ancora da capire del trasferimento e della separazione dalle altre testate e proprietà del gruppo GEDI, c’è come saranno gestiti alcuni servizi – soprattutto quelli delle attività digitali – che finora hanno fatto capo soprattutto alle sedi romane e a Repubblica. Il podcast quotidiano della Stampa, per esempio (l’unico rimasto), è prodotto da One Podcast, la “media factory” che resta dentro GEDI.
domenica 8 Marzo 2026
In tutte le aziende giornalistiche del mondo si sta molto discutendo degli usi dei software di “intelligenza artificiale” nel lavoro giornalistico. Un racconto piuttosto superficiale ha finora fatto parlare soprattutto di articoli scritti “dall’intelligenza artificiale”, ma le sfumature dell’uso sono molto più complesse e articolate: i software in questione possono essere usati per compiere ricerche, indagare documenti, aggregare informazioni, produrre bozze da rivedere ed elaborare, scrivere testi a partire da un lavoro di reporting, e altro ancora.
Questa settimana tra chi segue questo genere di sviluppi negli Stati Uniti si è parlato di un confronto all’interno della grande agenzia giornalistica Associated Press, proprio a proposito di questi usi: la dirigenza dell’agenzia ha proposto che sempre più spesso il lavoro di composizione finale di alcuni tipi di articoli sia affidato ai software di AI, una volta che i giornalisti abbiano raccolto le informazioni. Direzione che può andare verso una riduzione dei posti di lavoro, come molti temono, ma anche verso l’opportunità di produrre più informazione con le stesse risorse umane a disposizione.
Ma messa un po’ di carne al fuoco su queste più ampie questioni, a questo prologo è sembrato utile riprendere una considerazione della responsabile delle attività AI di Associated Press che spesso fuori dai giornali non è abbastanza percepita, e a volte lo è poco anche nei giornali: «Reporting e scrittura sono due capacità distinte ed è raro – RARO – che trovino sintesi in una sola persona». Considerazione che permette di capire meno superficialmente il lavoro giornalistico nei suoi diversi aspetti, ma anche di attenuare la narrazione per cui limiti e fallacie dei software di AI peggiorerebbero certamente la qualità del giornalismo. Limiti e fallacie di noi umani sono altrettanto estese e frequenti: e se alcuni di noi sanno fare molto bene cose su cui i software sono ancora scarsi, ci sono già ambiti in cui i software ottengono risultati migliori della maggior parte di noi.
Fine di questo prologo.
domenica 1 Marzo 2026
Rinnovando dei risultati convincenti che durano dal suo primo numero, il nuovo Cose spiegate bene – la rivista del Post – dedicato al cinema è entrato (da sedicesimo) nella classifica dei venti più venduti della categoria “saggistica” (qui ripresa dalla Lettura del Corriere della Sera), risultato senza eguali per i prodotti editoriali di questo genere.

domenica 1 Marzo 2026
C’è stata una polemica in una conferenza stampa intorno al festival di Sanremo, assai ripresa sui social network e sui siti di news. Qui non interessa tanto il merito – su cui le ragioni e le sciocchezze sono abbastanza palesi – ma la scelta di quasi tutte le testate giornalistiche di tacere il nome del promotore della polemica, citato sempre come “un giornalista della sala stampa”. Scelta rispettabile e persino apprezzabile, considerata l’aggressione personale che il giornalista avrebbe subito online se ne fosse stato fatto il nome, di certo superiore a ogni ragionevole giudizio sulle cose che aveva detto. Ma non si può non notare che la stessa protezione non viene abitualmente riservata dai giornalisti a coloro che non siano loro colleghi, quando dicono cose che genereranno “shitstorm”: fosse stato chiunque altro ne avremmo probabilmente letto persino l’indirizzo di residenza.
domenica 1 Marzo 2026
Da oggi Gad Lerner, popolare giornalista di lunga e ricca carriera, inizia una nuova collaborazione con il Manifesto, quasi un anno dopo avere deciso di interrompere il suo rapporto con il Fatto, che a sua volta aveva seguito la rinuncia a collaborare con Repubblica dopo l’acquisto del gruppo GEDI da parte della famiglia Agnelli Elkann. Lerner aveva lavorato al Manifesto già all’inizio degli anni Ottanta.
domenica 1 Marzo 2026
Sono giorni di sfilate di moda milanesi, che i maggiori quotidiani seguono destinando loro cospicue risorse e spazio, per via dell’attenzione al settore ma soprattutto delle abitudini dei brand di moda a voler vedere ricompensati con coperture soddisfacenti i propri investimenti pubblicitari. Un rinnovato esempio di questa ibridazione delle priorità giornalistiche si è visto nei giorni scorsi intorno all’azienda Giorgio Armani, di cui si stanno raccontando con la consueta celebrazione le nuove collezioni mentre importanti testate internazionali si occupano invece dei complicati e incerti destini dell’azienda stessa, poco riferiti da noi.
domenica 1 Marzo 2026
Josh Marshall ha dato una breve ma interessante intervista alla newsletter di un giornalista freelance americano, Thor Benson. Josh Marshall, lo descrivemmo già su Charlie, fu uno dei primi blogger americani a costruirsi un seguito e una visibilità rilevanti, e oggi il suo Talking Points Memo è un piccolo giornale online, sostenuto da abbonamenti. Qui dice alcune cose interessanti e attuali:
– che il successo di oggi delle newsletter è un’evoluzione di quello che ottennero allora i blog, con alcune sensibili variazioni, prima fra tutte l’introduzione degli abbonamenti e quindi di un modello di business.
– che oggi dire “giornale indipendente” è diventato molto meno retorico e molto più significativo di un tempo, considerate le limitazioni di libertà in diverse testate e tv statunitensi imposte dall’amministrazione Trump e dai suoi ricatti economici, che gravano di più sulle aziende giornalistiche in difficoltà economiche (quest’ultimo fattore è una limitazione di libertà anche in Italia, ma per dipendenza dalla pubblicità).
– che proprio per questo, sono davvero “indipendenti” i prodotti giornalistici che possono contare su un solido ricavo proveniente dagli abbonamenti, che siano una newsletter personale oppure il New York Times.
domenica 1 Marzo 2026
Prosegue il lavoro di prudente gestione della crisi della squadra di calcio del Torino sui quotidiani Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, il cui editore è anche presidente del Torino, ed è da molti mesi contestatissimo dai tifosi. Le proteste nei suoi confronti sono sistematicamente taciute sui due quotidiani, e anche i risultati più spettacolarmente negativi appaiono in forme creativamente eufemistiche.

domenica 1 Marzo 2026
Si sono ribaltate le prospettive della grande azienda televisiva e di entertainment americana Warner Discovery, che sarà comprata da Paramount, la cui nuova offerta ha fatto rinunciare all’acquisto Netflix, che a un certo punto sembrava avere concluso un accordo vincente. Il prevalere di Paramount era stato molto sostenuto dall’amministrazione Trump, per i legami del suo proprietario Larry Ellison con la presidenza, ed è considerato un ennesimo successo delle capacità di pressione e ricatto dell’amministrazione stessa. Adesso, per gli interessi di questa newsletter, l’argomento maggiore saranno i destini della rete televisiva CNN, finora assai battagliera contro Trump, che sta dentro Warner Discovery (Charlie ne aveva già scritto a dicembre).
domenica 1 Marzo 2026
Il Fatto Quotidiano ha introdotto da oggi dei sensibili cambiamenti nella forma e nel contenuto del giornale, che il direttore ha spiegato in un editoriale, sabato, con la necessità di corrispondere di più alle priorità di sostenibilità economica in una fase assai difficile per quasi tutti i quotidiani: limitando impegni e costi attraverso dei sacrifici e investendo sulla crescita degli abbonamenti digitali.
“fino all’obiettivo che ci metterebbe definitivamente in sicurezza e non è più solo un sogno, visto l’ottimo andamento delle ultime campagne: quello dei 100 mila abbonati digitali.
Nell’attesa, il Fatto torna nei giorni feriali al formato delle origini: 16 pagine, che salgono a 20 il sabato e la domenica, quando c’è più tempo per leggere, e nelle occasioni speciali. Il numero degli articoli resterà pressoché invariato, ma saranno un po’ più brevi. Anche le rubriche verranno razionalizzate e rinnovate, ma senza perdere nessuna delle nostre firme. Qualche sacrificio sarà inevitabile, come la rinuncia ai programmi tv (che però ormai si trovano su molti siti) e ad alcuni appuntamenti di servizio, come le pagine di moda e motori e alcune recensioni culturali che traslocheranno sul sito. Il tutto in cambio di una lettura più facile e più snella, che però non pregiudichi il giusto spazio da riservare agli approfondimenti” .
Fino a ieri il Fatto aveva quattro pagine in più, 20 nei feriali e 24 il sabato e la domenica.
domenica 1 Marzo 2026
Phil Noble è un fotografo inglese che lavora per l’agenzia Reuters, e ha avuto probabilmente la settimana di maggior successo pubblico della sua carriera: è infatti l’autore della fotografia dell’ex principe Andrea mentre lascia in una macchina la stazione di polizia dove era stato interrogato in stato di fermo. Fotografia non solo unica nel registrare una notizia storica e che ha fatto il giro del mondo, ma anche formidabile nel raffigurare una apparente condizione di spavento e vulnerabilità di un ex potenziale erede al trono britannico. Reuters ha fatto raccontare a Noble come ha individuato il luogo giusto e come è stata fatta la foto.
“La prima auto ospitava due agenti di polizia, quindi Noble ha puntato la macchina fotografica e il flash sulla successiva. Ha fatto sei scatti in tutto: in due si vedevano degli agenti, due erano bianche, una sfocata. Ma una aveva catturato la natura senza precedenti di quel momento: per la prima volta nella storia moderna un membro maggiore della famiglia reale veniva trattato come un delinquente comune”.
domenica 1 Marzo 2026
Neanche questa settimana ci sono state novità sulle trattative per la vendita delle proprietà del gruppo GEDI, malgrado le voci circolanti abbiano dato per quasi fatto e prossimo l’accordo per cedere Repubblica al gruppo greco Antenna. Intanto i giornalisti della Stampa hanno scioperato mercoledì e il quotidiano non è uscito giovedì, per protestare contro l’indifferenza della società Exor – che possiede GEDI – alle loro richieste di essere informati.
domenica 1 Marzo 2026
Ha avuto attenzioni e commenti un po’ precipitosi un grafico che mostra quanto siano diventati rilevanti i giochi, la cucina e la copertura dello sport per far crescere gli abbonamenti al New York Time. Una prima sintesi che è circolata sui social network ha considerato questi dati come “la fine del New York Times come giornale dedicato alle news”. Ma più esperti commentatori hanno suggerito due considerazioni diverse: la prima è che i giornali hanno sempre attratto grandi quote di lettori, negli Stati Uniti, con le pagine dei fumetti, con quelle dello sport e con quelle dei cruciverba; la seconda è che questi risultati dimostrano una grande capacità del New York Times di costruire una ricca fonte di ricavo che può sostenere il suo tuttora inimitato lavoro giornalistico (con questa intuizione il giornale ormai offre soprattutto abbonamenti ai vari servizi in bundle, e sempre meno soltanto alle news).
domenica 1 Marzo 2026
Il Pew Research Center è una non profit statunitense che si occupa di studi e ricerche sociali su vari argomenti, ma con frequenti attenzioni all’informazione. Due settimane fa ha pubblicato i risultati di un’indagine sul rapporto degli americani con le aziende giornalistiche, secondo la quale non solo la percentuale di persone che abbia in qualche occasione pagato per abbonamenti o simili ai giornali nell’ultimo anno sarebbe del 16%, ma più in generale sarebbero assai basse le percentuali di chi pensa che gli americani debbano pagare per l’informazione, mentre invece grandi maggioranze ritengono che a sostenere le imprese giornalistiche debba essere la pubblicità. E, dato forse più interessante ancora, il 71% degli americani pensa che le condizioni economiche dei giornali siano in qualche modo buone, o persino molto buone.
La ricerca è significativa per sostenere una cosa intuitivamente realistica anche da noi: ovvero che tra il pubblico ci sia una grande ignoranza sui meccanismi di sostenibilità economica dei giornali. La grande crisi che li riguarda – e che i destinatari di questa newsletter conoscono bene, sia perché ne leggono, sia perché sostengono un giornale con i loro abbonamenti – è poco percepita, ed è anche poco percepita l’idea che l’informazione sia un servizio che ha bisogno di essere compensato. In Italia – lo vediamo attraverso l’esperienza di chi parla spesso pubblicamente di queste cose – sono tantissime le persone che erroneamente ritengono (spesso con risentimento) che un contributo pubblico ingente sia assegnato a tutti i giornali, o che l’esistenza di una estesa e invadente offerta informativa ne dimostri la ricchezza.
È un altro degli obiettivi di questa newsletter, sottrarre più persone possibile a idee diffuse di questo genere, e condividere quale sia il rilievo della sostenibilità economica nella costruzione delle informazioni che riceviamo e dell’idea del mondo che ci facciamo: e quali cambiamenti e prospettive riguardino questa sostenibilità. La grande circolazione di informazione gratuita – di buona informazione gratuita – è da una parte un servizio ammirevole e necessario, che attenua i rischi di elitarismo determinati dai paywall e dalle scarse inclinazioni di molti a informarsi; ma contribuisce anche a suggerire l’idea che non ci sia bisogno di pagare il buon giornalismo, perché tanto se la cava. Invece non se la cava, e in assenza di consapevolezze da parte di tutti finisce per dare priorità a offerte informative demagogiche e deresponsabilizzanti, piuttosto che a scelte di informazione autorevole. Alla quantità (di contenuti, di lettori) piuttosto che alla qualità (di produzione, di formazione).
Fine di questo prologo.
domenica 22 Febbraio 2026
La rassegna stampa pubblica “I giornali spiegati bene”, prodotta dal Post sugli argomenti contigui a quelli di questa newsletter, si terrà sabato prossimo a Firenze all’interno della fiera Testo, a cui il Post partecipa con diversi altri incontri.
domenica 22 Febbraio 2026
A proposito del suo progetto di informazione giornalistica attraverso i libri e in collaborazione con l’editore Iperborea, che ha chiamato Altrecose, il Post ha raccontato una parte del lavoro relativo raramente descritta dagli editori: i libri che non ha pubblicato, per cause di forza maggiore, ma avrebbe voluto.
domenica 22 Febbraio 2026
Come richiesto dalla sentenza stessa, il Corriere della Sera ha pubblicato un estratto della recente sentenza di condanna nei confronti del giornalista Mario Giordano – noto oggi soprattutto per la conduzione di un programma televisivo su Rete 4 -, dichiarandolo responsabile di diffamazione nei confronti di un imprenditore pugliese in un suo libro del 2023 pubblicato dall’editore Rizzoli. La condanna prevede un risarcimento di 40mila euro e il pagamento di circa 15mila euro di altre spese.
domenica 22 Febbraio 2026
Il Foglio ha intervistato sabato l’ex portavoce del partito M5S Rocco Casalino sul suo progetto di creare e dirigere un nuovo quotidiano finanziato dal produttore cinematografico Andrea Iervolino. Tra altre risposte un po’ confuse Casalino ha alluso alla possibilità di fare un’offerta per acquistare il sito di news HuffPost dal gruppo GEDI.
“Al momento ho quattro giornalisti di spessore”. Chi? “Un ex quirinalista settantenne di Repubblica, un giornalista con ruoli apicali per anni al Messaggero…”. Caspita. Chi? “…Un’altra persona che ha avuto un ruolo importante al Corriere della Sera, e poi un’altra che scrive per la Verità”. La “sintesi” della carta stampata. Ma non ci dice chi? “Mmm. Meglio di no, dai. Così stuzzichiamo la curiosità”. […] Quanti siete al momento? “Una decina, ma conto di arrivare a venti”. Qualcuno insinua che userà molto l’Ai. “Io sono molto moderno, ma per il momento l’intelligenza artificiale non è prevista”. Si sente a buon punto? “Sì. Anche se ho sottovalutato molti aspetti burocratici. Ora, comunque, sono ansioso di vedere le persone sul campo. All’inizio lavoreremo tanto. Faremo i turni”. Come dei veri giornalisti. “Lavoreremo mattino, pomeriggio e sera”. Ma la sede dove sarà? “Le sedi. Una sarà a Milano, l’altra a Roma, in centro, probabilmente in piazza del Popolo. Ma questo dipende dall’editore”. Andrea Iervolino. Che tipo è? “Interessante. Molto particolare. Adesso sta lavorando a un progetto sullo spazio, è in contatto con Elon Musk”. Bello. Potrebbe intervistare anche Elon, allora. “Ci sarà occasione, sicuramente”. Che invidia. Ma torniamo alla sede. E’ in dubbio, mi ha detto. “Sì. Dipende da Iervolino. Se compra o meno altri giornali. Magari ci spostiamo in una sede già esistente”. Quale? “Magari all’HuffingtonPost, chissà”.
Direttore Casalino, chi è il suo direttore ideale? “Mi piace molto Open. E poi m’ispiro ai giornali stranieri. Alla Frankfurt Allgemeine Zeitung”. Cosa le piace? “La sintesi, appunto. Quando leggo i giornali italiani, vedo che per riempire le pagine ci sono una marea di contenuti che non rappresentano la notizia, che non aggiungono niente. Sul mio giornale si potranno acquisire tutte le informazioni in mezzora”.
domenica 22 Febbraio 2026
Qualche anno fa il Post spiegò in un articolo il lavoro delle agenzie giornalistiche, il cui tradizionale ruolo di intermediazione le rende meno familiari al pubblico (oggi grazie a internet hanno anche una visibilità pubblica analoga a quella di altre testate). Ma ancora oggi lettori e lettrici difficilmente percepiscono che un articolo provenga da un’agenzia di stampa o ne sia un’elaborazione. Su Facebook Mario Tedeschini Lalli, giornalista di lungo curriculum, ha raccontato un aneddoto di vecchio giornalismo che è un buon esempio di chiarezza di questa relazione.
“In Italia – si sa – i giornali usano i testi delle agenzie di stampa facendoli propri, senza indicare la fonte. Non è che si limitino a usarne le informazioni nei loro articoli, spesso utilizzano/copiano anche interi brani – in alcuni casi, come questo, l’intero pezzo, senza mutare neppure una virgola”.
domenica 22 Febbraio 2026
Lunedì è morto a 95 anni il famoso attore statunitense Robert Duvall, che aveva avuto ruoli importanti in due film ambientati nel giornalismo: Quinto potere (1976) e Cronisti d’assalto (1994). Ma aveva interpretato lui stesso un giornalista nel film Il migliore, responsabile di un breve monologo assai efficace ancora oggi nel raccontare le ragioni del più solido e duraturo dei poteri, quello dei giornalisti.
– Voi andate e venite, Hobbs. Andate e venite. Io sarò qui più a lungo di te o di chiunque altro qui dentro. Io sono qui per proteggere questo sport.
– Già, per conto di chi?
– E lo faccio costruendo o demolendo tipi come te.
– Hai mai giocato a baseball, Max?
– No, mai. Ma vedi, io lo rendo un po’ più divertente. E dopo di oggi, che tu esca un brocco o un eroe, mi avrai dato una grande storia. Ci vediamo in giro.
domenica 22 Febbraio 2026
In un’intervista al mensile specializzato Prima Comunicazione, Alberto Leonardis – presidente del gruppo SAE che possiede diversi quotidiani locali ed è in trattative per l’acquisto della Stampa di Torino – ha descritto ipotesi di riduzione dei dipendenti al quotidiano livornese Il Tirreno, seppur con formulazione eufemistica: «C’è una sproporzione tra copie vendute e numero di giornalisti e dipendenti. Stiamo intervenendo con un piano di riorganizzazione e riduzione dei costi. Credo che anche questo nodo verrà risolto».
domenica 22 Febbraio 2026
In questa newsletter abbiamo ricordato spesso le frequenti limitazioni alla diffusione di informazioni su indagini e processi in corso che sono previste e applicate dai sistemi giuridici di altri paesi, e in particolare nel Regno Unito. La loro mancata conoscenza ha generato un’ipotesi complottista in un titolo e un articolo di Repubblica sull’arresto dell’ex principe Andrew Mountbatten-Windsor, giovedì. Nel Regno Unito, infatti, la polizia non comunica l’identità di persone arrestate fino a che non ci sia una formale incriminazione, salvo specifiche ragioni di pericolo. Era quindi ordinaria amministrazione che – pur essendo chiaro cosa fosse avvenuto – inizialmente l’arresto fosse stato riportato come quello di “a man in his sixties”.

domenica 22 Febbraio 2026
Sempre a Professione Reporter ha parlato Filiberto Zovico, fondatore e direttore del nuovo quotidiano veneto – ma con ambizioni nazionali – che si chiama ItalyPost, con un precoce bilancio del primo mese del giornale.
” In che senso, tutto secondo le previsioni?
“Nel senso che noi, inizialmente, avevamo deciso di non spingere, tant’è vero che non abbiamo fatto alcuna campagna promozionale di lancio, perché volevamo prima mettere a punto il prodotto. Chi fa questo mestiere sa che i primi numeri sono sempre un po’ zoppicanti, da un punto di vista tecnico, per il numero dei refusi, per i ritardi, le solite cose che possono capitare”.
Ma a un mese dall’uscita nelle edicole, qual è il bilancio? Siete soddisfatti?
“Pian pianino, giorno dopo giorno il giornale siamo riusciti a migliorarlo e in questo primo mese di vita siamo arrivati a un prodotto che all’80% corrisponde alle nostre aspettative e in qualche modo ci soddisfa. Anche se l’importante è che soddisfi il lettore”.
Riscontri in edicola? Copie?
“Abbiamo assetato la tiratura intorno alle 7.500-8 mila copie e stiamo vendendo intorno alle 400 copie al giorno, che è la base che ci eravamo dati con l’obiettivo di arrivare alle mille reali. La cosa interessante è che giorno dopo giorno conquistiamo copie. Il prodotto si sta facendo conoscere per conto proprio, con il passaparola. Stanno poi arrivando anche firme importanti e qualificate a supporto: Marcello Zacchè, opinionista del Giornale ed ex capo dell’Economia, Roberto Galullo dal Sole 24 Ore, si occupa di imprese e criminalità, come opinionista è arrivato Corrado Chiominto, capo dell’Economia dell’Ansa, Natascia Ronchetti, che per il Sole copriva l’Emilia, poi è arrivato Roberto Annichiarico, sempre dal Sole. Diciamo che una parte di giornalisti qualificati sta pian pianino aggiungendosi e rafforzando la struttura”.
E gli abbonamenti da raccogliere tra gli imprenditori, la vostra base economica e sociale, che dovevano costituire il punto di forza dell’impresa?
“Siamo saliti sopra quota 850 – dice Zovico – per un obiettivo di 2.000 a 300 euro l’uno. Ora ci occuperemo della promozione. Siamo pronti per un fitto tour d’incontri in giro per l’Italia per presentare la testata alle imprese. Si parte da metà febbraio. Sul fronte degli imprenditori il giornale viene accolto molto bene. L’obiettivo è mille copie di venduto in edicola ogni giorno”.
Ed è sufficiente?
“Gli obiettivi sono da raggiungere entro i sei mesi”. Ma quanto carburante avete nel serbatoio? “Posso solo dire che la struttura del gruppo ItalyPost è tale da reggere anche l’eventuale mancato raggiungimento degli obiettivi per i primi tre anni”.
domenica 22 Febbraio 2026
Non ci sono state neanche questa settimana novità a proposito delle trattative per la vendita del gruppo GEDI e delle sue priorità (soprattutto i quotidiani Repubblica e Stampa). Ma il sito Professione Reporter ha riferito di un litigio tra il direttore di Repubblica Mario Orfeo e il Comitato di redazione del giornale, a proposito dell’intenzione di Orfeo di organizzare un evento sponsorizzato legato al supplemento Affari&finanza. La redazione aveva però deciso a dicembre uno sciopero delle iniziative speciali, per protesta contro il rifiuto dell’azienda di confrontarsi con i giornalisti sui progetti di vendita.
Intanto, per quanto riguarda la Stampa, quello che sembrava l’acquirente più probabile e che è stato sorprendentemente estromesso in favore di un’altra più fragile proposta, ne ha parlato per la prima volta laconicamente. Enrico Marchi, presidente del gruppo NEM che da GEDI aveva già comprato alcuni quotidiani e che stava discutendo dell’acquisto della Stampa prima che Exor (la società che possiede GEDI) dichiarasse una trattativa esclusiva col gruppo SAE, ha risposto così a una domanda, riferisce l’agenzia di stampa Radiocor: « Mi pare che ci sia un’esclusiva, quindi per il momento non è un tema che ci poniamo».
“A chi gli chiedeva se Nem potrà tornare a guardare il dossier in caso di fallimento delle trattative in corso, Marchi ha quindi replicato: ‘Io direi di andare per ordine, vediamo che cosa succede’” .
domenica 22 Febbraio 2026
Deutsche Welle, la rete radiotelevisiva pubblica tedesca dedicata alle trasmissioni internazionali, ha annunciato che eliminerà il suo servizio in greco ed eliminerà circa 160 posizioni in conseguenza della riduzione di contributi decisa dal governo federale, che la costringe a risparmiare 21 milioni di euro. Deutsche Welle esiste dal 1953 con l’obiettivo di promuovere la cultura tedesca e l’informazione libera in tutto il mondo (venendo censurata da molti regimi autoritari), e trasmette oggi in 32 lingue. L’eliminazione del servizio in greco è stata spiegata con “la stabilità della sua democrazia e la solida appartenenza all’Unione Europea”.
domenica 22 Febbraio 2026
Il giornale online Open, fondato nel 2018 dal popolare giornalista televisivo Enrico Mentana, è esemplare di un percorso di equilibrio tra le varie esigenze descritte a proposito delle forme contrattuali: è nato assumendo giornalisti attraverso il contratto alternativo e meno oneroso ANSO, e nel 2025 ha convertito le assunzioni in contratti FIEG.
domenica 22 Febbraio 2026
Qualche informazione in più sulle reazioni alle due vicende specifiche di cui sopra, invece.
Fanpage, che da qualche anno si è impegnata in battagliere inchieste contro la maggioranza di governo, è di conseguenza diventata obiettivo di attacchi da parte dei giornali e dei programmi televisivi più vicini al governo. La contestazione dell’INPS era stata molto promossa dal quotidiano Libero – posseduto da un deputato della maggioranza – che nei giorni scorsi ha molto celebrato la sanzione nei confronti di Fanpage. Fanpage e il suo direttore si sono proclamati vittime di un tentativo di censura politica, mentre l’editore – Ciaopeople – ha diffuso un comunicato assai critico:
“L’editore applica un regolare Contratto collettivo nazionale, ha sempre adempiuto ai propri obblighi in materia retributiva e contributiva e ha sempre tenuto fede agli accordi raggiunti con la controparte sindacale aziendale. Per questi motivi, presenterà un formale ricorso contro il provvedimento dell’INPS, facendo valere le proprie ragioni in tutte le sedi competenti.
Il contratto Uspi-Figec Cisal applicato in azienda, lungi dall’essere un contratto pirata, è stato ritenuto lo strumento più adatto per un mercato editoriale sempre più complesso e articolato, coniugando le necessità degli editori con le giuste tutele per i lavoratori.
A tal proposito, si segnala che le cifre diffuse dai giornali in relazione agli stipendi dei giornalisti di Fanpage.it risultano totalmente sbagliate, considerando che l’editore non applica i minimi tabellari previsti dal contratto, ma accordi di secondo livello a cifre sensibilmente superiori”.
Il sindacato dei giornalisti FNSI ha obiettato ad alcune delle ricostruzioni di Fanpage .
Citynews ha scelto invece di non rispondere (neanche al Post, che aveva contattato i suoi responsabili), pur contestando la decisione in una comunicazione interna:
“Contrariamente a quanto è stato scritto, la vicenda è ancora aperta. Infatti, le nostre ragioni non sono ancora state ascoltate da INPS ed abbiamo 3 mesi per presentare memorie difensive ed essere ascoltati. Crediamo che nel verbale ci siano errori di diritto ed anche errori materiali. Successivamente a questa fase potrà esserci anche un ricorso in tribunale che si concluderà nel 2027.
Ribadiamo che la vicenda ha effetti solo nella componente previdenziale dei dipendenti giornalisti, dato che gli stessi ispettori hanno riconosciuto la validità dal punto di vista retributivo e giuslavoristico del contratto di lavoro in uso presso i giornalisti “.
(Disclaimer: Citynews possiede la concessionaria che vende la pubblicità sul Post , e nella stessa comunicazione ha alluso a non meglio definiti presunti errori nell’articolo del Post ).
domenica 22 Febbraio 2026
Una multa decisa dall’INPS nei confronti di due aziende editrici di siti di news molto seguiti ha dato attenzione a una serie di questioni che riguardano il funzionamento del business e della professione giornalistica in Italia nel 2026. Spiega il Post:
“I gruppi editoriali Ciaopeople e Citynews, editori rispettivamente del sito di informazione Fanpage e del network di siti locali che per la maggior parte hanno nel nome la parola Today (MilanoToday, RomaToday e altre decine di siti locali), hanno ricevuto una multa complessiva di 8 milioni di euro perché accusati di applicare ai loro giornalisti contratti nazionali di categoria considerati scorretti dall’INPS, l’Istituto nazionale di previdenza sociale. I contratti prevedono stipendi e contributi previdenziali inferiori a quelli stabiliti invece dal contratto giornalistico più tradizionale e rappresentativo, negoziato tra la FIEG, il principale rappresentante degli editori, e l’FNSI, il principale sindacato dei giornalisti.
I due gruppi applicano un contratto negoziato tra l’associazione degli editori USPI e il sindacato dei giornalisti FIGEC, affiliato alla confederazione di sindacati CISAL. Questo contratto viene usato prevalentemente nel settore dell’informazione periodica locale, online e nazionale non profit. Dopo due ispezioni, tuttavia, l’INPS ha ritenuto che, per il tipo di impiego effettivo, ai giornalisti delle due testate si sarebbe dovuto attribuire il contratto FNSI-FIEG, in particolare nella parte relativa ai contributi previdenziali”.
Al di là delle due specifiche vicende – che hanno loro definite singolarità e su cui ci saranno ancora ricorsi e revisioni -, la decisione ha dato attenzione ad alcune questioni assai rilevanti nel funzionamento dei giornali. Una è che in questo secolo le condizioni di retribuzione di molti giornalisti e collaboratori di giornali sono diventate molto disordinate, in limitati casi conservando privilegi e costi anacronistici legati a periodi di maggiori ricchezze, e in molti altri creando consuetudini di compensi poverissimi e sfruttamenti di precariato, soprattutto per i lavoratori più giovani (con inevitabili conseguenze anche sulla qualità del lavoro giornalistico). Un’altra è che le rigidità dei maggiori rappresentanti dei giornalisti – in parte corporative e in parte protettive contro i rischi di discriminazione – nel difendere lo status quo e le condizioni contrattuali novecentesche hanno limitato e limitano le possibilità di creare progetti giornalistici nuovi e condizioni più estesamente eque per i giornalisti più giovani, e costringono i progetti nuovi a cercare soluzioni di sostenibilità alternative (alcuni se ne approfittano a scapito di dipendenti e collaboratori, altri costruiscono forme contrattuali legittime ed equilibrate). Una terza osservazione, sintesi delle due precedenti, è che ci sono editori che possono fare informazione soltanto trovando alternative ragionevoli alle forme contrattuali tradizionali, e altri editori che usano queste alternative per proporre irragionevoli forme di sfruttamento.
C’è un’evidente e crescente distanza tra le forme della professione e della produzione giornalistica contemporanea e la natura superata della loro strutturazione contrattuale (e forse dello stesso ordine dei giornalisti: giornalista è chi giornalista fa). Ma al tempo stesso c’è un palese rischio di abusi e sfruttamenti da parte di alcuni editori laddove questa strutturazione consenta deroghe. E su questo la distinzione non è certamente tra testate tradizionali e nuovi progetti online: il lavoro sottopagato è assai distribuito in entrambi gli ambiti, come anche la scarsa qualità del risultato giornalistico.
(nota: la società editrice del Post applica fin dalla sua nascita ai giornalisti assunti il contratto tradizionale FNSI-FIEG, per semplice osservanza delle condizioni esistenti)
domenica 22 Febbraio 2026
Il contratto giornalistico tradizionale è quello trattato dal maggiore sindacato dei giornalisti – la FNSI – con la maggiore federazione di editori, la FIEG. È un contratto che – con assestamenti vari – risale a tempi più floridi per il business delle aziende giornalistiche, e che offre ai professionisti assunti condizioni mediamente buone (tra molte variabili) con costi onerosi per le aziende, ma che fino al secolo scorso ottenevano cospicui margini dal lavoro dei dipendenti.
In questo secolo sono successe due cose: una è che quei tempi floridi si sono esauriti, e gli editori hanno minori disponibilità economiche (e quindi anche maggiori inclinazioni ad aggirare le regole contrattuali e a sfruttare collaboratori e precari). L’altra è che le trasformazioni digitali hanno creato occasioni e opportunità per creare nuovi progetti giornalistici piccoli e con investimenti ridotti.
Le due cose hanno reso eccessivamente oneroso per alcune aziende assumere o mantenere giornalisti col contratto tradizionale, e questo ha portato – con passaggi ed equilibri che trascuriamo in questa sintesi – alla legittimazione di forme di contratti alternativi, più o meno esplicitamente destinati a progetti piccoli, locali, digitali o in fase di startup (oggi uno si chiama “contratto USPI” e un altro “contratto ANSO”).
Quando alcuni di questi progetti hanno preso delle dimensioni cospicue e sono diventati concorrenziali – spesso superandoli in traffico e diffusione – nei confronti delle testate tradizionali, FIEG e FNSI hanno ritenuto che quelle alternative contrattuali non dovessero più essere consentite, e ne hanno contestato l’applicazione.
È una situazione confusa, in cui – come diciamo qui sotto – è difficile definire esattamente la distribuzione delle ragioni: da una parte il contratto tradizionale è diventato anacronistico e costoso, e limitante per molti progetti giornalistici e per le loro possibilità di assunzione, dall’altra resta una forma di protezione rispetto ai rischi concreti di sfruttamento e sottopagamento di chi fa un lavoro giornalistico.
domenica 22 Febbraio 2026
Il magazine GQ ha nominato un nuovo direttore della sua edizione originale statunitense, che è anche direttore globale di tutte le versioni internazionali, compresa quella italiana: si chiama Adam Baidawi, è australiano, ed era finora responsabile dell’edizione britannica della rivista, posseduta dalla grande multinazionale editoriale Condé Nast. In Italia lo “head of editorial content” di GQ è Federico Sarica, fondatore ed ex direttore del mensile Rivista Studio.
domenica 22 Febbraio 2026
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di dicembre 2025. I dati sono la diffusione media giornaliera*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.
Corriere della Sera 147.804 (-7%)
Repubblica 70.536 (-16%)
Stampa 51.941 (-11%)
Sole 24 Ore 47.143 (-7%)
Resto del Carlino 41.694 (-10%)
Messaggero 36.962 (-9%)
Gazzettino 29.113 (-7%)
Nazione 27.000 (-12%)
Dolomiten 24.804 (-7%)
Giornale 24.104 (-3%)
Fatto 22.597 (-8%)
Messaggero Veneto 21.762 (-3%)
Unione Sarda 18.682 (-7%)
Eco di Bergamo 18.100 (-11%)
Verità 17.706 (-10%)
Giornale di Brescia 17.018 (-8%)
Secolo XIX 16.408 (-13%)
Adige 15.996 (-2%)
Libero 15.072 (-14%)
Altri giornali nazionali:
Manifesto 14.539 (+9%)
Avvenire 13.436 (-7%)
ItaliaOggi 5.615 (-4%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS).
La media dei cali percentuali anno su anno delle prime quindici testate a dicembre è di nuovo dell’8,5%, come nei due mesi precedenti: un declino minore rispetto a prima, quando aveva superato il dieci per cento. Rispetto a questo, tra i nazionali, continuano quindi ad andare un po’ meglio il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore (ma tra i nazionali va bene per il secondo mese anche il Giornale ). Invece è più grave ancora del solito il calo di Repubblica (il peggiore tra i primi trenta quotidiani), ed è molto alto anche quello di Libero , la cui diffusione scende persino sotto quella dell’ Adige , quotidiano di Trento. Tanto che a Libero si sta avvicinando il Manifesto , caso unico in crescita ormai da alcuni anni.
Tra i giornali locali c’è l’unico altro quotidiano in crescita, il Corriere delle Alpi di Belluno (+1,1%), mentre le perdite maggiori sono per la Gazzetta del Sud (-16%), il Tempo di Roma (-15%) e il Tirreno di Livorno (-15%), i cui problemi sono diventati particolarmente significativi rispetto alle intenzioni del suo editore SAE di acquistare la Stampa (gli altri quattro quotidiani SAE perdono tra l’8% e il 14% delle copie rispetto a un anno fa).
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che come diciamo sempre dovrebbero essere “la direzione del futuro” – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 40mila, il Sole 24 Ore più di 32mila, il Fatto più di 33mila, Repubblica più di 17mila; il Fatto ha promosso questo mese un abbonamento al giornale a circa 28 centesimi la copia). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, e quelle tra parentesi sono invece le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto.
Corriere della Sera 46.523, +3,6% (-13,1%)
Sole 24 Ore 21.718, -1,6% (-4,4%)
Repubblica 16.502, -29,7% (+26,6%)
Manifesto 8.023, +14,1% (non offre abbonamenti superscontati)
Stampa 6.756, -0,8% (-5,7%)
Fatto 6.225, -0,3% (+23,4%)
Gazzettino 5.713, 0% (-0,5%)
Messaggero 5.510, -0,3% (+0,5%)
I dati qui continuano a essere piuttosto deludenti rispetto alle necessità e opportunità di crescita di questa fonte di ricavo: che è invece la più promettente tra le testate internazionali negli ultimi anni. Pur nell’ambito di crescite piccole e lontane dal compensare le perdite di copie cartacee, anche qui c’è un aspetto positivo per il Corriere della Sera che sta un po’ attenuando la sproporzione tra abbonamenti pagati e abbonamenti superscontati, benché ne perda molti della seconda categoria. Mentre vale il contrario per Repubblica, che anche questo mese perde un numero davvero cospicuo di abbonati, ma con una quasi compensazione di quelli poco paganti. C’è poi anche qui il caso unico e ammirevole del Manifesto, che rispetto a un anno fa aumenta gli abbonamenti digitali di una misura che rassicurerebbe qualunque testata. Come dicevamo, cresce ancora molto il dato degli abbonamenti superscontati del Fatto, che comunque creano un ricavo complessivo che supera i tre milioni di euro l’anno, non insignificante.
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente ancora più economici – ai contenuti dei loro siti web.
(Avvenire, Manifesto, Libero, Dolomiten e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)
*Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore più grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione , e che trovate qui.
domenica 22 Febbraio 2026
Nel più generale contesto delle repressioni dell’amministrazione Trump nei confronti dell’informazione, è il caso di citare una storia più laterale ma che è stata protagonista sui media americani nei giorni scorsi. Riguarda il popolare show televisivo di Stephen Colbert, uno dei più battaglieri contro Donald Trump insieme a quelli di Jimmy Kimmel e Jon Stewart. Martedì sera Colbert aveva previsto di ospitare un parlamentare Democratico, ma la rete CBS (che è stata già protagonista di assai discusse scelte di sudditanza nei confronti dei desideri dell’amministrazione, compresa la chiusura del programma di Colbert dal prossimo maggio) gli avrebbe chiesto di rinunciare: le versioni sono un po’ divergenti su quanto fosse una richiesta e quanto un divieto. L’appiglio per la richiesta è una sorta di norma sulla “par condicio” abitualmente molto trascurata, ma che l’ente che disciplina il sistema radiotelevisivo (FCC) ha fatto sapere di voler invece far diventare più rigorosa. Il capo di FCC, Brendan Carr, ha vistosi precedenti di esecutore delle intenzioni censorie di Donald Trump, soprattutto quello famoso che riguardò Jimmy Kimmel.
L’aspetto della storia più discusso, però, è stata l’obbedienza di CBS nei confronti dei desideri di Carr e Trump, prima ancora che divenissero in questo caso delle intimazioni. Colbert – forte della sua popolarità e dell’avere comunque un contratto in via di estinzione – ha fatto lo stesso l’intervista, mettendola su YouTube – dove FCC non ha giurisdizione – e accusando e sfottendo la rete che lo ospita nella puntata del programma andato in onda e nelle successive. L’intervista ha avuto più visualizzazioni di qualunque altra precedente.
domenica 22 Febbraio 2026
Il più diffuso e autorevole quotidiano irlandese, l’ Irish Times, ha spiegato al sito britannico Press Gazette che i propri 150mila abbonamenti – digitali e cartacei – sono diventati sufficienti a sostenere economicamente il giornale. L’articolo che lo racconta usa una frase preziosa per capire la più fortunata direzione di sostenibilità di questi anni, che abbiamo espresso spesso con parole simili su Charlie: “la redazione è passata da pensare di dover diventare digital first a pensare di dover diventare audience first o subscriber first“.
“Everything we’ve been doing for the last number of years has been about reinforcing that relationship with our subscribers,” he said, adding: “I think journalistically having a subscriber model, or working with subscribers in mind, is a more appealing proposition for a journalist than working purely for reach.
Mac Cormaic said: “We have the largest number of digital subscribers of any news publisher in Ireland, but we also have the highest revenue because we don’t discount heavily. We attach real value to the work we do” .
domenica 22 Febbraio 2026
Negli Stati Uniti ci sono state critiche e polemiche intorno a un articolo sull’ Atlantic, storico e autorevole mensile e da diversi anni anche protagonista dell’informazione online col suo sito web. Un articolo sull’epidemia di morbillo di una stimata e premiata giornalista ha immaginato la storia della madre di due bambini contagiati dalla malattia, uno dei quali ne morirà, e l’ha raccontata come se fosse la storia dell’autrice, scritta in seconda persona (“tua figlia di cinque anni entra correndo nella stanza…”). Ma la storia era inventata, benché tutte le informazioni fornite, le spiegazioni scientifiche e i fatti descritti derivassero da un accurato lavoro di indagine giornalistica: e una nota della rivista sul fatto che si trattasse di una “fiction” è stata aggiunta solo dopo la pubblicazione, e con una formula a sua volta non del tutto chiara. Molti lettori e lettrici hanno raccontato di aver preso la storia per vera, e di essere stati molto impressionati dalla tragedia di cui la giornalista sarebbe stata protagonista.
L’autrice ha rivendicato la scelta di usare formati narrativi non convenzionali per promuovere la conoscenza dei fatti e della realtà, ma ha ricevuto molte obiezioni: in particolare molti si sono detti preoccupati che la scelta rafforzi le diffidenze nei confronti della credibilità del giornalismo, in particolare da parte degli avversari dei vaccini, e che trasmetta l’idea che l’informazione inganni le persone sulle conseguenze dei vaccini, raccontando loro storie false.
domenica 22 Febbraio 2026
È una storia a parte quella dei finanziamenti pubblici per Radio Radicale, che svolge da decenni un indiscutibile e peculiare servizio pubblico di informazione sul funzionamento e sul lavoro delle istituzioni: e il suo valore è testimoniato dalle preoccupazioni molto estese e trasversali sul suo futuro dopo che il governo ha deciso di ridurre sensibilmente il contributo pubblico nei confronti del lavoro della radio (ne avevamo parlato un mese fa). Ha scritto sabato Mattia Feltri, nella sua rubrica quotidiana sulla Stampa:
“Immaginate una radio che non manda in onda un secondo di pubblicità, non manda in onda una canzonetta, trasmette i lavori della Camera e del Senato, le riunioni del Consiglio superiore della magistratura, i congressi dei partiti, di destra, di sinistra e di centro, quelli dei sindacati, le assemblee della magistratura e delle camere penali, i convegni di natura politica, filosofica, letteraria, presentazioni di libri, rassegne stampa dei giornali italiani, rassegne dei giornali internazionali, approfondimenti sull’America e sulla Cina, sul carcere e sull’immigrazione, processi in tribunale, in appello, in corte d’assise, inaugurazioni dell’anno giudiziario, dibattiti, rubriche di cinema e di libri, cioè una radio totalmente fuori dal mercato, impegnata a rendere conto di tutto quanto non rendono conto gli altri che invece puntano a share e ricavi, e per questo, per il servizio pubblico altrimenti offerto da nessuno, è così indispensabile alla democrazia e riceve dallo Stato otto milioni di euro l’anno, con cui paga gli stipendi, ora però ridotti a quattro milioni per risparmiare un po’, ovvero per far risparmiare a ogni italiano l’equivalente di sei centesimi, quando tutti gli anni la Rai attraverso il canone riceve circa un miliardo e ottocento milioni di euro, più la pubblicità” .
domenica 22 Febbraio 2026
Il governo italiano ha escluso dal “decreto milleproroghe” il rinnovo di una serie di agevolazioni fiscali per le società editrici di giornali cartacei. La decisione non è ancora definitiva perché l’approvazione del decreto da parte delle camere è prevista nella prossima settimana, e quindi gli editori e i quotidiani stessi stanno facendo molte pressioni per dei ripensamenti (e alcuni dei quotidiani sono molto vicini al governo, o sono persino posseduti da parlamentari della maggioranza), che però sembrano improbabili. Il sottosegretario Barachini – che ha la delega “all’informazione e all’editoria” – ha promesso agli editori altre forme di sostegno.
domenica 22 Febbraio 2026
Questa newsletter ha difeso più volte il fondamento teorico del contributo economico pubblico a un servizio di informazione accurato, servizio essenziale per il buon funzionamento delle democrazie. Ma ha anche ricordato quanto questo sia di fatto impossibile da applicare nella pratica, perché – a differenza di altri servizi pubblici essenziali – la qualità dell’informazione non ha modo di essere misurata in modi universali e condivisi: e qualunque sostegno pubblico finisce quindi per premiare indistintamente prodotti di buona o di pessima qualità (si veda la assai varia lista dei beneficiari dei contributi maggiori in Italia).
Per questa ragione i contributi di stato all’editoria giornalistica devono essere considerati rispetto al loro unico legittimo scopo concreto: proteggere un settore in crisi e il lavoro delle persone in quel settore, soprattutto nelle aziende più deboli. Né più né meno di ogni settore di occupazione.
Gli argomenti degli editori dei giornali di carta rispetto alla richiesta che simili contributi siano mantenuti o persino aumentati (vedi sotto) perdono quindi ogni credibilità quando si riferiscono ai rischi di limitazione della qualità dell’informazione e del buon funzionamento delle comunità. Perché quei contributi raggiungono prodotti di informazione di ogni genere e contribuiscono a preziosi impegni giornalistici come a deleterie derive di disinformazione e disgregazione sociale. E perché – simmetricamente – quei contributi non raggiungono invece altri prodotti di informazione di ogni genere e non contribuiscono a preziosi impegni giornalistici come a deleterie derive di disinformazione e disgregazione sociale. Non esiste infatti una corrispondenza tra giornali di carta e qualità, o tra progetti online e disinformazione; e nemmeno tra giornalismo professionale e accuratezza. E ci sono prodotti ufficialmente giornalistici il cui lavoro quotidiano non produce meno pericoli di quelli di cui vengono accusati abitualmente i social network.
Per non dire della limitazione alla concorrenza – in tempi in cui i giornali di carta sono anche giornali online – determinata da contributi erogati a testate che pubblicano anche su carta, a discapito di quelle che no. E a testimoniare che l’assegnazione di aiuti dipende più da logiche di potere che di attenzione al “pluralismo”, non è un caso che a ottenere maggiore ascolto per le proprie richieste – e a rinnovarle in questi giorni – siano stati finora grandi e ricchi gruppi economici, e non piccole testate cooperative.
Le eventuali agevolazioni fiscali o di altro genere concesse ai giornali di carta sono quindi da prendere in considerazione – e lo sono – solo in quanto sostegni all’occupazione, compresa quella di tutta la filiera, edicolanti e altri compresi. L’informazione di qualità e utile alla democrazia deve essere capace di convincere i propri lettori e lettrici, non i partiti di governo.
Fine di questo prologo.
domenica 15 Febbraio 2026
La puntata di questa settimana del podcast Wilson di Francesco Costa, direttore del Post, è dedicata a riassumere, spiegare e mettere nel contesto la storia della vendita del gruppo editoriale GEDI e del quotidiano Repubblica.
domenica 15 Febbraio 2026
Sul Corriere della Sera di oggi, con tanto di avvocati, si è posta una questione di anzianità dei direttori dei quotidiani italiani.
“Caro direttore, in riferimento alla pagina pubblicata il 24 gennaio 2026, nella quale si indicava il direttore Pierluigi Magnaschi come il più anziano d’Italia, si precisa, su richiesta del diretto interessato, che le informazioni di tale pagina non corrispondono al vero. Il direttore italiano più anziano è Carlo Alberto Tregua, nato 18 novembre 1940.Inoltre, Tregua è fondatore, editore e direttore del Quotidiano di Sicilia fin dal 1979, ricoprendo tale carica da un periodo ben più lungo rispetto a quello indicato per altri colleghi. A tal proposito si evidenzia che il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in persona del presidente Carlo Bartoli, in data 29 agosto 2025 gli ha conferito il titolo di «Direttore decano dei quotidiani italiani».Avvocati Elena Leone e Andrea ScuderiCarlo Alberto Tregua
L’intervista con Pierluigi Magnaschi cominciava con il seguente periodo:«Pare che sia il più anziano direttore di giornale sulla faccia del pianeta». E invece pareva: siamo infatti lieti di apprendere che Carlo Alberto Tregua è nato 85 giorni prima di Magnaschi. Un segnale incoraggiante sulla longevità degli italiani, dei giornali e anche dei direttori. «Ad multos annos».(s. lor.)”

domenica 15 Febbraio 2026
È stata fissata tra esattamente un anno la prima udienza del processo a Miami per la denuncia di Donald Trump contro BBC , denuncia ritenuta inconsistente da molti esperti e relativa a un montaggio ingannevole poi ammesso da BBC in un servizio sull’assalto armato al Campidoglio del 2021. BBC chiederà di archiviare la denuncia prima di arrivare al processo.
domenica 15 Febbraio 2026
Uno degli aspetti più quotidianamente visibili della gran parte della scrittura giornalistica italiana è un suo ricorrere al pigro uso di frasi fatte o metafore superflue e posticce, che concorrono a un linguaggio generale estraneo a quello più comune e familiare ai lettori, e che spesso è stato chiamato “giornalese”. Nella rubrica delle lettere su Repubblica di oggi il curatore Francesco Merlo fa autocritica sull’uso dell’espressione “accendere un faro”: «Il faro acceso è uno dei tic linguistici più abusati, e più saputi, peggio di “i giovani di oggi non leggono” e “pieno come un uovo”». Poche pagine dopo, sullo stesso giornale, compare questo titolo.

domenica 15 Febbraio 2026
Col nuovo anno la Stampa ha chiuso senza spiegazioni o comunicazioni la sezione satirica del giornale diretta da Luca Bottura, il Giornalone.
domenica 15 Febbraio 2026
Un gran numero di siti di news italiani grandi e piccoli ha presentato come “rivendicazione” di un sabotaggio a una linea ferroviaria un messaggio pubblicato lunedì su un blog anarchico. In realtà – come hanno riferito più correttamente pochi altri – si trattava di un testo di approvazione di quell’attentato che non suggeriva in nessun modo una dichiarazione di responsabilità. L’inclinazione a promuovere esagerazioni dei fatti e allarmismi preventivi ha così capovolto una consuetudine prudente e ragionevole in questi casi, ovvero quella di diffidare delle frequenti rivendicazioni false, dichiarando invece “rivendicazione” un messaggio che non pretendeva di esserlo. Il Corriere della Sera ha scelto anche di usare la “rivendicazione” per promuovere la fondatezza di un’ipotesi pubblicata il giorno prima sul giornale.
(un successivo messaggio su un differente blog ha usato il termine “rivendicazione”, ancora da verificare e confermare)
domenica 15 Febbraio 2026
Il New York Times ha pubblicato il video di una breve intervista – assieme – alle due persone più importanti della grande testata di moda Vogue: la storica ex direttrice Anna Wintour – diventata direttrice editoriale globale – e la nuova direttrice Chloe Malle, in carica da cinque mesi.
domenica 15 Febbraio 2026
Con una scelta rivelatrice del candore con cui una parte di editoria giornalistica – soprattutto quella che ha a che fare con la moda e con il lusso – concepisce le proprie limitazioni di indipendenza, il direttore dell’edizione italiana di Vanity Fair Simone Marchetti ha annunciato di essere entrato a far parte di una struttura di investimenti in nuovi talenti della grande multinazionale del lusso Kering, che possiede molti brand che sono importanti inserzionisti di Vanity Fair.
domenica 15 Febbraio 2026
Da alcune settimane i giornali italiani si stanno comportando disordinatamente rispetto a un’indagine che ipotizza che al tempo dell’assedio di Sarajevo alcuni cittadini italiani abbiano raggiunto gli aggressori della città per il gusto di sparare sui civili dalle colline. L’ipotesi ha naturalmente trovato spazi cospicui sui giornali, malgrado la sua apparente fragilità, per le opportunità di sensazionalismo e indignazione che offriva. Poi, nei giorni scorsi, i magistrati l’hanno resa più sostanziosa comunicando che ci sono alcuni indagati: e ottenendo così una rinnovata attenzione, ma accanto a perduranti scetticismi (per esempio da parte del curatore della rubrica delle lettere di Repubblica, Francesco Merlo). Sulla Stampa di mercoledì, poi, Mattia Feltri ha criticato le sguaiatezze giustizialiste di alcuni giornalisti nei confronti degli indagati.
“Del resto, nei giorni scorsi, qualcuno dei nostri colleghi era andato a citofonare a casa dell’indagato per chiedergli, più o meno: scusi lei volava a Sarajevo per abbattere donne e bambini? Persino meglio del Matteo Salvini che, nella periferia di Bologna, aveva suonato al citofono della famiglia di immigrati per chiedere: scusi lei spaccia? Salvini era un fetente, noi un pilastro della democrazia” .
domenica 15 Febbraio 2026
Al processo londinese contro l’azienda editrice del tabloid Daily Mail – accusato di pratiche illegali di spionaggio e violazione della privacy nei confronti di alcuni personaggi pubblici – ha deposto l’ex direttore Paul Dacre, tuttora direttore generale della società che possiede il Daily Mail, tra grandi attenzioni dei media britannici. Paul Dacre era ritenuto (è stato direttore tra il 1992 e il 2018) uno degli uomini più potenti nei media britannici, ed era noto il suo disprezzo per gran parte dell’establishment pubblico del paese, da posizioni conservatrici. Sotto la sua direzione il Daily Mail ha prosperato, con il giornalismo sensazionalista e spesso volgare tipico dei tabloid britannici, e per un periodo Dacre è stato il direttore più pagato del paese.
Nelle udienze di questa settimana è stato ancora una volta aggressivo e battagliero, negando con vigore e indignazione le accuse dei querelanti (tra cui ci sono e ci sono stati il principe Harry, Elton John, Hugh Grant).
domenica 15 Febbraio 2026
In un post sul suo blog, il direttore editoriale del Post Luca Sofri ha commentato le indulgenze anomale di media e politici italiani nei confronti del regime dittatoriale cinese: di cui abbiamo spesso – riguardo ai media – scritto su Charlie.
domenica 15 Febbraio 2026
L’unico fatto nuovo di questa settimana nella trattativa per la vendita del gruppo GEDI sono stati due giorni in cui il quotidiano Repubblica non è uscito, per impegno in assemblea dei giornalisti e per una decisione di sciopero.
“Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali” .