Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 11 Febbraio 2024

Parallelamente

Il Post ha raccontato il progetto di acquisizioni e investimenti in siti “verticali” da parte di GEDI Digital, e cosa fa GEDI Digital.

“Tra le molte difficoltà che sta attraversando il business dei giornali in Italia, una storia che continua a essere protagonista dei cambiamenti, con sviluppi frequenti, è quella che riguarda il gruppo editoriale GEDI, le cui proprietà più note – i quotidiani Repubblica e Stampa – hanno subito grosse trasformazioni, e che in questi anni hanno avuto declini di copie maggiori di quelli dei concorrenti (tutte le testate quotidiane perdono copie ogni anno da almeno vent’anni).
All’interno delle redazioni è stata spesso criticata in questi anni una mancanza di visione e prospettive dell’azienda rispetto a ruoli e destini dei due giornali, ma nel frattempo l’azienda stessa ha invece messo attenzioni e investimenti su presenze nuove sul web e sul digitale in genere. Se da una parte il gruppo è sembrato trascurare lo sviluppo digitale e l’innovazione nei suoi brand più famosi, dall’altra sta costruendo loro intorno un patrimonio di proprietà digitali in un’area assai varia tra il giornalismo e l’intrattenimento”.


domenica 11 Febbraio 2024

Il governo diviso sui bandi e i quotidiani

Un aggiornamento sulle regole per la pubblicazione dei bandi pubblici sui quotidiani, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa: una consuetudine nata – e diffusa in molti paesi – per dare conoscenza più larga possibile, e opportunità eque, a iniziative di interesse pubblico, ma diventata discussa e anacronistica in tempi in cui i quotidiani non sono più lo strumento più efficace in questo senso: sia per la loro diminuita diffusione che per la maggiore permanenza delle comunicazioni online. Ma quelle regole sono tuttora vissute dagli editori dei giornali – che lo dicono piuttosto trasparentemente – anche come una forma di finanziamento pubblico a un settore in difficoltà, a prescindere dalla validità corrente del loro fondamento.

Ora quelle regole stanno scadendo e il governo non sembra intenzionato a rinnovarle, perché ci sono richieste dell’Unione Europea e del PNRR – oltre che costi pubblici minori – per un aggiornamento degli strumenti di pubblicità dei bandi attraverso delle piattaforme online. Gli editori dei quotidiani più beneficiati da quei contributi diretti stanno quindi facendo molte pressioni per un ripensamento attraverso qualche tipo di emendamento al decreto “Milleproroghe“. Questa settimana i quotidiani maggiori hanno ospitato anche delle inserzioni della federazione degli editori, e hanno mobilitato appoggi all’interno della maggioranza: il quotidiano Repubblica ha anche dato uno spazio e un’autorevolezza inconsueti al senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che propone un rinvio della questione e una conservazione delle regole e del contributo.


domenica 11 Febbraio 2024

Meno paywall per tutti

Ma niente rimane mai stabile a lungo in questi anni, e anche l’altra maggiore fonte di ricavo – gli abbonamenti – che è diventata la priorità per quasi tutti negli ultimi cinque-sei anni, ha già cominciato da un po’ a dare segni di una possibile saturazione e di un rallentamento. Quindi, sostiene il sito americano Axios, alcuni grossi siti internazionali stanno iniziando a ripensare la rigidità dei loro paywall per tornare ad avvicinare nuovi potenziali abbonati alle proprie offerte (e per non limitare troppo il traffico e i suoi ricavi pubblicitari), e a sperimentare offerte più diversificate.


domenica 11 Febbraio 2024

A che punto siamo con i cookie

Sbrigativo riassunto semplificato: i giornali hanno sempre avuto e hanno tuttora due maggiori fonti di ricavo. Adesso una di quelle è piuttosto in declino, quella della pubblicità, ma continua a essere prevalente e indispensabile per la maggior parte delle imprese giornalistiche. L’altra, i lettori paganti, è cresciuta negli anni scorsi per chi le ha dato priorità, ma ha rallentato nell’ultimo anno.
C’è persino chi dice che ormai per la maggioranza dei giornali quei modelli non saranno più sufficienti.
Per i prodotti giornalistici digitali il declino della pubblicità ha avuto un fattore specifico che sta diventando sempre più concreto: le scelte e le regole che – per proteggere la privacy degli utenti – stanno venendo introdotte contro i “cookie di terze parti”: ovvero, sempre detto sbrigativamente, la possibilità dei siti di ottenere e raccogliere informazioni sugli utenti e sui loro comportamenti e navigazioni anche fuori dai singoli siti. Con conseguente perdita di valore degli spazi pubblicitari, per minore capacità di profilazione. La scelta più importante in questa direzione è stata quella di Google e del suo browser Chrome, che dopo averla annunciata da tempo inizierà a metterla in pratica quest’anno, con grande allarme del mondo della pubblicità digitale e degli editori.

Invece, raccontata con molta più completezza e dall’inizio, qui:

“Google ritiene invece che i tempi siano maturi per compiere il passaggio, anche perché il suo progetto per farlo è in ritardo di più di un anno rispetto alle tempistiche comunicate qualche anno fa quando la società aveva iniziato a lavorare ai sistemi di tracciamento per la pubblicità online. Il sistema ormai in via di attivazione ha però fatto sollevare altre perplessità, con accuse rivolte a Google di voler avvantaggiare il proprio browser rispetto a quelli della concorrenza e di voler tutelare il proprio sistema per la pubblicità a scapito sempre dei concorrenti. La faccenda è complicata, ma ci riguarda tutti e parte da un “biscottino””.


domenica 11 Febbraio 2024

Charlie, le notizie prima che accadano

In mezzo a tutti i cambiamenti che riguardano i giornali ce n’è uno che sembra piccolo ma ha un grosso valore simbolico ed esemplare: i quotidiani non escono più la mattina (o il pomeriggio), come hanno fatto per secoli. Le edizioni digitali dei quotidiani – ovvero il “giornale”, quello completato e concluso, con quel numero di pagine e articoli – escono quasi tutte pochi minuti dopo la mezzanotte, e alcune anche prima. Quotidiani che “chiudono” presto – il Foglio o Domani, per esempio – portano la data di giovedì ma sono già leggibili il mercoledì. Altri sono leggibili e letti poco dopo la mezzanotte, in un tempo che le vite di molti collocano ancora sul giorno prima. Oltre a quello che implicano nel ruolo del “giornale” e della sua lettura all’interno delle vite e delle abitudini (con antichi nostalgici precedenti per gli abitanti delle grandi città e gli strilloni della mezzanotte ai semafori stradali), questi nuovi tempi di lettura generano occasionali piccole contraddizioni. Potete leggere, prima di andare a dormire, notizie che vi sembrano vecchie l’indomani – quando molti ne parleranno -, o articoli che annunciano eventi “nella giornata di oggi”, che però è domani. Fino al paradosso da Ritorno al futuro per cui venerdì sera, a mezzanotte e qualche minuto, su alcuni quotidiani si poteva leggere che Amadeus aveva letto un comunicato degli agricoltori sul palco di Sanremo prima ancora che Amadeus leggesse davvero il comunicato degli agricoltori sul palco di Sanremo.

Fine di questo prologo.


domenica 4 Febbraio 2024

I prossimi dieci anni

Il giornalista e scrittore Michele Serra ha pubblicato sul Post un bilancio del primo anno della sua newsletter Ok Boomer!.

“Ero abbastanza preoccupato, all’inizio. Curioso e preoccupato. Il Post non è un giornale qualunque. È un giornale, da molti punti di vista, antagonista rispetto al giornalismo nel quale io sono cresciuto e ho avuto fortuna. È un giornale che cerca davvero, nella sua prassi quotidiana, nelle parole che sceglie, nella titolazione, di essere “oggettivo”: rispettoso della realtà, attento alle fonti, diffidente delle semplificazioni. Il suo linguaggio giornalistico è di ammirevole “freddezza”, e questa qualità è tanto più evidente quanto più il linguaggio dei media tradizionali, nella disperata ricerca di sopravvivenza, diventa sempre più emotivo e sopra le righe – e si scava la fossa senza accorgersene. E sebbene la forma della newsletter autorizzi e anzi incentivi una scrittura più personale, più confidenziale, qualche timore di essere dissonante, nel nuovo posto dove cominciavo a scrivere, ce l’avevo”.


domenica 4 Febbraio 2024

Molto Amato

Il quotidiano Repubblica ha costruito negli scorsi mesi una particolare assiduità nell’intervistare l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato a proposito dei fatti correnti o del più e del meno, dando alle interviste – condotte sempre dalla giornalista Simonetta Fiori – spazi che arrivano alle due pagine e creandone un inedito format mensile che ha chiamato “Conversazioni con Giuliano Amato”. Con puntate l’8 giugno, il primo luglio, il 31 luglio, il 2 settembre, il primo ottobre, il 4 novembre, il 30 novembre, il 2 gennaio, il 31 gennaio.
Amato ha 85 anni e fino a settembre 2022 era stato presidente della Corte Costituzionale.


domenica 4 Febbraio 2024

Parentesi

Concita De Gregorio ha lasciato la direzione dell’edizione italiana dello Hollywood Reporter dopo meno di un anno dalla sua uscita.

“Considero il mio lavoro di avviamento terminato. La nave non solo è varata, ma ha preso il largo. Sono certa della solidità e della forza di questa redazione, di cui Roberto Brunelli è motore. Ho creduto e credo che il cinema, le serie tv, la musica e la moda siano i linguaggi attraverso i quali si formano oggi il sentimento di realtà, la cittadinanza, i desideri e le consapevolezze. Tutto è politica, fare al meglio il proprio lavoro senz’altro lo è. Torno dunque ai miei antichi compiti di scrittura e, prossimamente, sempre più al teatro: che non ho mai abbandonato e che considero oggi più di sempre luogo sacro di democrazia e di bellezza”.

Lo Hollywood Reporter è una testata americana importante e autorevole nello show business, con una storia quasi centenaria: è stata a lungo un quotidiano del settore, poi una dozzina d’anni fa è passata a una frequenza settimanale – e un sito web – con ambizioni di un pubblico più “largo” di appassionati alle notizie dello spettacolo. È pubblicato da una joint venture di società di cui fa parte il grande gruppo editoriale Penske, che possiede anche Variety Rolling Stone, tra le altre. L’edizione italiana è una partnership tra l’editore americano e la società italiana Brainstore Media. Il nuovo direttore Boris Sollazzo si è presentato con un editoriale sabato.


domenica 4 Febbraio 2024

Il metodo Belpietro

Martedì il settimanale Panorama ha annunciato l’apertura delle iscrizioni di un master in giornalismo chiamato Panorama Journalism Academy, cioè «una scuola che insegni il “metodo Belpietro”, in cui il culto del dubbio e la contro narrazione sono da sempre i tratti distintivi». Da quando è stato venduto dal suo storico editore Mondadori Panorama fa parte del gruppo editoriale SEI, lo stesso del quotidiano La Verità, creato dal giornalista Maurizio Belpietro che dirige entrambe le testate.
È un master di primo livello (e richiede quindi una laurea triennale) In collaborazione con l’università telematica eCampus, dura un anno, vale 60 crediti formativi e sarà diretto da Massimo de’ Manzoni, che è anche condirettore della Verità, e che spiega: «Abbiamo dei corsi standard sul giornalismo (di storia, di diritto, di deontologia) e poi abbiamo dei corsi specifici tecnici (per la carta, il web, la tv, la radio) ma con un taglio particolare e identitario anche grazie ai nostri docenti: Mario Giordano per esempio insegnerà giornalismo televisivo con il suo giornalismo non convenzionale; un altro docente sarà Francesco Borgonovo che insegnerà “Storia del pensiero unico”, Martino Cervo si occuperà del linguaggio dell’Intelligenza Artificiale, Franco Battaglia si occuperà del rapporto tra informazione e scienza, saper leggere i dati e non farsi infinocchiare è fondamentale dopo quello che è successo con il Covid e ora con il cambiamento climatico».

«Immagino il corso anche come un serbatoio dove poi i migliori ce li teniamo vicini e troviamo il modo di farli collaborare e eventualmente inserirli in corso d’opera. Il corso si completa con prove pratiche e faremo un giornale apposito, Panorama News, di carta e web: me ne occuperò personalmente e faremo tutto quello che fa una redazione. Al momento il master non è una scuola di giornalismo riconosciuta dall’Ordine dei giornalisti, ma essendo un master di primo livello e avendo prove pratiche sul campo abbiamo iniziato un’interlocuzione con l’Ordine per vedere se c’è la possibilità per un praticantato parziale: ma sicuramente non per quest’anno». Da diversi anni molti giornali stanno investendo sulla creazione di scuole e corsi di formazione anche per trovare nuovi modelli di sostenibilità economica, e questo è anche il caso del master di Panorama: «non è il principale ma esiste l’aspetto economico, cioè il master è anche una forma di business, sarebbe sciocco negarlo. Abbiamo degli sponsor che ci sostengono ma 15 iscritti sono il tetto minimo perché altrimenti il corso non si regge in piedi. Il tetto massimo è di 30 persone; vogliamo seguirle bene e al momento non abbiamo la struttura per seguirne di più. Il costo del master è di 7.500 euro».
L’annuncio del master era stato pubblicato martedì sui siti di Panorama Verità ma ha dovuto essere temporaneamente rimosso da entrambi per un’incomprensione sull’uso nella sua promozione del logo del Ministero dell’Università e della Ricerca.


domenica 4 Febbraio 2024

“Si riserva”

A proposito di regole e strumenti e volontà per farle rispettare: il Garante per la privacy ha criticato con severità – non che il suo giudizio implichi fin qui qualche conseguenza – alcune testate giornalistiche per le loro violazioni nel diffondere alcune immagini su un fatto di cronaca della settimana passata.

“Venerdì 26 gennaio un bambino di circa sei mesi è stato lasciato da una donna al pronto soccorso dell’ospedale di Aprilia, in provincia di Latina. Nelle ultime ore il Tg1 e poi altri telegiornali e giornali online hanno trasmesso il video delle telecamere di sicurezza che mostrano la scena e il volto della donna. Il Garante della privacy, così come il coordinamento per le pari opportunità dell’Ordine nazionale dei giornalisti, hanno preso posizione contro la pubblicazione delle immagini”.


domenica 4 Febbraio 2024

Cambiare il corso della storia

Il Post ha raccontato una delicata questione di etica giornalistica che è stata affrontata dal quotidiano statunitense Boston Globe, che si inserisce dentro una lunga storia di complicati coinvolgimenti dei giornalisti nelle storie che raccontano, e che mostra la vivacità del dibattito e delle attenzioni – nelle più autorevoli redazioni americane – rispetto a tutta una serie di principi.

“L’articolo riguarda il suicidio assistito di una donna del Connecticut, Lynda Bluestein, che a causa dei divieti in vigore nel suo stato ha dovuto trasferirsi nel Vermont, dove la pratica è consentita. La storia è particolare e rappresentativa, ma l’articolo è stato discusso anche perché l’autore, il giornalista Kevin Cullen, ha attivamente aiutato Bluestein a ricorrere al suicidio assistito firmando un documento per facilitare la pratica, intervenendo quindi in modo attivo e diretto sulla storia che stava raccontando, influenzandone lo svolgimento e diventando, di fatto, parte della storia che stava scrivendo”.


domenica 4 Febbraio 2024

Dettagli

Nelle scorse settimane c’è stata una polemica tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il quotidiano Repubblica, che ha avuto qualche riverbero anche sugli altri quotidiani. In estrema sintesi Meloni ha reagito alle critiche di Repubblica sui progetti di privatizzazioni di aziende pubbliche da parte del governo ricordando a Repubblica che la maggiore società del suo editore – Stellantis, produttrice di automobili – ha scelto spesso in questi anni dismissioni e cessioni di sue attività italiane. Repubblica ha ritenuto questo commento un attacco al lavoro dei suoi giornalisti e alla propria libertà, e ne ha fatto una campagna che sta ancora durando, mescolandola a quella contro le ipotesi che il governo cambi una norma sulla pubblicazione di determinate ordinanze.

Nel quadro molto polarizzato dei maggiori quotidiani italiani la questione è stata ripresa anche da altre testate, per associarsi alle proteste di Repubblica soprattutto per prendere le parti di Meloni. Quindi a sua volta Repubblica ha citato con irritazione e sprezzo alcune di queste ultime testate, compreso il Foglio, che di Meloni è raramente difensore ma ha un’antica attenzione critica per le scelte di Repubblica, e ha in più di un’occasione preso in giro quest’ultima campagna.

Tutto questo per mettere nel contesto un articolo del Foglio di giovedì che, a prescindere dal contesto stesso, ha raccontato un errore sostanziale in un articolo di Repubblica del giorno prima, che ne annullava il senso e la tesi. Errore poi corretto con una scelta originale: ovvero di mantenere l’articolo inalterato, titolazione smentita compresa, salvo indicare in testa all’articolo che i dati citati sono “frutto di un errore”.


domenica 4 Febbraio 2024

Shoot the Messenger

Ma il caso più commentato di fallimento nel business statunitense dei giornali questa settimana è stato quello del sito di news The Messenger. Quasi tutti gli articoli sulla sua spettacolare chiusura – dopo avere speso 38 milioni di dollari in otto mesi – hanno insistito sul distinguerlo da tutte le altre notizie di crisi nei giornali delle ultime settimane, e descriverlo come una catastrofe a sé, prevedibile e prevista.
La startup giornalistica, che si occupava prevalentemente di news generaliste e politica, era stata lanciata appena il 15 maggio dell’anno scorso e i principali dirigenti avevano fatto grandi proclami per i piani futuri dell’azienda: il giornale era partito con 200 dipendenti (di cui due terzi giornalisti) e nella sua crescita prevedeva di arrivare a 500 assunzioni. The Messenger aveva raccolto circa 50 milioni di dollari prima del lancio con l’obiettivo di raggiungere un fatturato di 100 milioni di dollari nel 2024. Il fondatore era l’imprenditore Jimmy Finkelstein (ricco ex editore del sito americano The Hill ) mentre il presidente della società editoriale era Richard Beckman (che aveva una lunga esperienza nei media, soprattutto nel gruppo Condé Nast).

Molti osservatori avevano criticato da subito la sventatezza del progetto, sia per la sua dimensione e i suoi costi che per il suo anacronismo: un’idea di giornale tradizionale e novecentesca negli approcci editoriali e superata come modello di business basato su numeri di traffico enormi e ricavi pubblicitari. Il prodotto aveva mostrato subito questi limiti, con grande debolezza di contenuti e quantità enormi di pagine di grande povertà. Il creatore ed editore ha sempre manifestato simpatie conservatrici, e vicini alla destra erano i milionari che avevano finanziato il progetto: quindi è facile leggere non solo molti “io l’avevo detto” ma anche qualche infierire, negli articoli delle testate liberal sulla sua teatrale chiusura (tutti i suoi contenuti sono stati messi offline, sul sito non c’è più niente). Qui un suo giornalista racconta la penosa fine e il modo in cui è stata comunicata.

(in italiano ne ha scritto il Foglio).


domenica 4 Febbraio 2024

Salvare il salvabile

Il repertorio di articoli sul momento drammatico delle aziende giornalistiche americane si è arricchito questa settimana del contributo sull’ Atlantic di Paul Farhi, fino a poco fa “media reporter” del Washington Post. Il quale ha fatto di nuovo un riassunto dei sintomi di crisi per sostenere che non sarà il mercato a salvare la situazione e l’importanza del giornalismo per le democrazie, ma devono essere le democrazie stesse a proteggerlo: ovvero, dice Farhi, anche il parlamento statunitense dovrebbe imporre a Google e Facebook delle compensazioni per i giornali, come si è deciso di fare in Australia e Canada.

Intanto alle molte testate americane che hanno deciso riduzioni dei dipendenti e dei giornalisti nelle ultime settimane, si è aggiunto anche il Wall Street Journal: cosa che ha fatto molto notizia, data la forza di quel giornale e della società che lo possiede.


domenica 4 Febbraio 2024

Meno bandi per tutti

In Italia una serie di norme ha sempre imposto alle amministrazioni pubbliche di pubblicare determinate comunicazioni sui giornali, con l’obiettivo di consentire massima pubblicità e trasparenza all’oggetto di quelle comunicazioni. Si tratta di solito di bandi pubblici, e ne avevamo scritto su Charlie la prima volta tre anni fa.

“quelle più frequenti e familiari a chi sfoglia i quotidiani sono i bandi di gara pubblici, poi ci sono avvisi diversi che si ritiene corretto abbiano estesa pubblicità tra i cittadini e gli interessati e non restino confinati ai documenti amministrativi; e anche la pubblicazione delle sentenze processuali, che ha altre regolamentazioni ma che si riferiscono in molti casi sempre alla carta stampata.
Sono casi spesso diversi tra loro, ma in prevalenza sono imposti o da leggi specifiche sulla comunicazione pubblica di alcuni atti, o da leggi specifiche sulla quota di investimenti che le amministrazioni devono destinare alla pubblicità (e ci sono state sanzioni in passato per quelle che non l’hanno rispettata).

Per farla breve: lo Stato ritiene che i giornali siano un servizio pubblico utile alla comunicazione “ufficiale” e li ha inclusi formalmente tra i propri canali di informazione, al tempo stesso creando una fonte di ricavo pubblicitario garantito per i giornali stessi (stimato negli anni scorsi come il 10% circa dei ricavi pubblicitari)”.

Queste norme sono state messe in discussione negli ultimi anni, e per questo ne avevamo già scritto allora (tornandoci poi quando discussioni simili erano avvenute nel Regno Unito negli Stati Uniti).

“il problema è che l’utilità di queste comunicazioni pubbliche – così come sono concepite – è diventata anacronistica: in quanto continua a considerare soltanto l’informazione su carta e non quella online, laddove la seconda sarebbe oggi molto più efficace per questo tipo di comunicazioni. Perché le persone ormai si informano molto di più online, perché i contenuti online hanno una permanenza molto maggiore ed efficace, perché sarebbe un risparmio prezioso per gli enti pubblici. Lo aveva segnalato a un certo punto il governo Renzi in maniera sommaria (ovvero suggerendo di limitarsi a usare i siti istituzionali, poco visibili e visitati, che sarebbe un ripiego inadeguato), ma si è persa a causa di resistenze e campagne delle grandi testate; e anche della bassa priorità, in termini di consenso, di una scelta la cui utilità i cittadini percepiscono poco”.

Da diversi anni le norme in questione, in assenza di una revisione più ampia, vengono reinserite ogni anno “temporaneamente” in quello che si chiama “decreto milleproroghe“: in sostanza, come si fa per altre questioni, il governo dice “per quest’anno facciamo così, poi vedremo”, e si prosegue così per anni. Quindi adesso siamo di nuovo all’eventuale rinnovo della consuetudine, fortemente sostenuto dagli editori di giornali, perché costituisce una secondaria ma preziosa fonte di sostegno economico pubblico alle testate coinvolte (nei fatti quasi tutte cartacee). Ma oltre alle ragioni di anacronismo di questa pratica, quest’anno ci sono all’interno della maggioranza di governo altre resistenze: che hanno a che fare con gli interventi in generale per ridurre i costi pubblici, ma anche con le richieste del PNRR di modernizzare questo tipo di comunicazioni pubbliche e gestirle attraverso strumenti digitali. Quindi gli editori di giornali cartacei – che abitualmente ottengono ascolti e attenzioni da parte di governi e parlamenti, in ragione della loro capacità di pressione – sono più preoccupati del solito di perdere questo beneficio.


domenica 4 Febbraio 2024

Libertà e regole

Nei paesi occidentali con cui l’Italia spesso si confronta è frequente che le norme e le leggi relative alla stampa creino dei conflitti tra tribunali e giornali: è molto più frequente che in Italia perché in diversi paesi è molto più regolato che da noi quello che sia lecito e non lecito fare da parte dei giornali, e che quindi un giornale avanzi delle richieste presso i tribunali oppure che un tribunale imponga dei comportamenti a un giornale. Sono modelli che andrebbero conosciuti e studiati di più da noi, dove questo non avviene mai perché le scelte sono molto meno regolate e quasi sempre affidate solo all’etica supposta di chi dirige i giornali stessi.

Due casi esemplari recenti riguardano il Regno Unito e gli Stati Uniti. Nel primo una giudice ha autorizzato la pubblicazione dei nomi dei responsabili dell’omicidio di Brianna Ghey, una ragazza transgender di sedici anni, malgrado i suoi assassini abbiano anche loro ancora sedici anni, e la legge britannica preveda che in questi casi i nomi dei coinvolti non possano essere pubblicati fino alla maggiore età (la legge prevede tutele e rispetto dei diritti dei giudicati colpevoli, considerati cittadini come gli altri, piuttosto impensabili da noi). La giudice ha ritenuto che rispetto al percorso di recupero e reinserimento dei condannati (a 20 e 22 anni), e alla loro salute in carcere, sia più nociva la rivelazione dei loro nomi tra due anni che non adesso. Altre considerazioni riguardano l’eccezionalità del crimine, compiuto con una violenza e un odio che hanno generato grandi attenzioni e indignazioni, e che merita secondo alcuni una conoscenza e una comprensione completa da parte del pubblico: e la giudice ha ritenuto che questo sia un raro caso in cui la legge prevede possibili eccezioni alla norma generale. Un tribunale ha insomma deciso che possa sussistere la condizione eccezionale in cui l’interesse pubblico a essere informati prevalga sui diritti degli imputati (ma solo una volta che sono stati condannati).

Un confronto legale altrettanto impensabile in Italia sta avvenendo in Oregon, dove al maggiore quotidiano dello stato è stato ordinato da un giudice di non pubblicare e di distruggere dei documenti giudiziari consegnati per errore alla redazione da un’avvocata all’interno di un dossier su un’inchiesta per discriminazione che riguarda l’azienda Nike. Il giornale si è rifiutato e ha fatto ricorso, ed è in corso una contesa giudiziaria, tutta intorno a un sistema di regole, di diritti e di doveri, e di violazioni eventualmente perseguibili. Senza che nessuno, in questi casi, definisca “bavagli” i limiti condivisi e stabiliti nei confronti del diritto di informazione: affrontando le questioni nei tribunali e mettendo in conto sentenze che vietino e limitino pubblicazioni, o che puniscano le eventuali violazioni.


domenica 4 Febbraio 2024

Charlie, “i giornali”

Nel suo editoriale sul penultimo numero di Internazionale , il direttore Giovanni De Mauro ha celebrato un progetto giornalistico tedescoCorrectiv, e le sue preziose inchieste recenti.

“Nel 2023 Correctiv ha rivelato che la banca tedesca per lo sviluppo ha finanziato progetti di deforestazione in Paraguay; ha dimostrato che la privatizzazione dell’acqua in Germania si sta allargando; ha contribuito ad avviare una causa contro Benedetto XVI per lo scandalo degli abusi sessuali nella chiesa tedesca; ha reso pubblici i progetti di un’azienda privata per costruire un enorme impianto solare e un centro commerciale in una foresta a 80 chilometri da Berlino. E ha condotto altre decine di inchieste, sempre con particolare attenzione alla Germania. Quando qualcuno si chiede a che servono i giornali, Correctiv è una delle migliori risposte”.

Ed è vero che le inchieste di Correctiv sono un esempio ammirevole del buono e utile che fanno i giornali, ma sono appunto, ” un esempio ammirevole del buono e utile che fanno i giornali”. L’esempio non spiega “a cosa servono i giornali”, ma a cosa serve Correctiv. E De Mauro sicuramente voleva parlare di quello, ma il suo commento è utile a ricordare la fallacia delle generalizzazioni, e anche di quella assai diffusa e frequente sui “giornali”, che genera sovente universali e superficiali accuse contro “i giornali”, oppure universali e superficiali difese “dei giornali”. I giornali sono tante cose diverse: alcuni servono, altri non servono ma sono innocui, altri fanno veri e propri danni. Anzi, a volte anche dentro uno stesso giornale si possono trovare questi diversi casi. Le generalizzazioni spesso aiutano e sono inevitabili, ma in questi tempi di critiche ignoranti contro “i giornali” e difese corporative “dei giornali”, meglio criticare le pessime cose che fanno alcuni giornali e difendere le buone cose che fanno altri giornali (a volte persino gli stessi).

Fine di questo prologo.


domenica 28 Gennaio 2024

La proprietà

Il Fatto ha pubblicato mercoledì una pagina di riassunto (e giudizi) di alcuni dei più visibili casi di sovrapposizioni di interessi tra i maggiori quotidiani nazionali e i loro editori. Sullo stesso argomento ha scritto lo stesso giorno anche il quotidiano ItaliaOggi.


domenica 28 Gennaio 2024

Attenzioni

Venerdì la presentazione di un progetto di investimenti della società Snam ha ottenuto l’articolo di apertura delle pagine di Economia del Corriere della Sera: Snam aveva comprato un’inserzione pubblicitaria pubblicata appena due pagine dopo. Anche Repubblica ha scritto dello stesso piano di Snam: in questo caso la mezza pagina a pagamento è uscita il giorno precedente e il giorno successivo.


domenica 28 Gennaio 2024

Mancano i soldi allo HuffPost britannico

Dopo essere stato tra i protagonisti di un promettente successo dei nuovi progetti di informazione online nel primo decennio di questo secolo, il sito americano che si chiama HuffPost (da quando è stato condensato il nome originale di Huffington Post, legato alla fondatrice Arianna Huffington) è stato anche tra le vittime del declino di molti di quei progetti. Il più famoso di quelli, BuzzFeed, anch’esso in difficoltà, aveva acquistato lo HuffPost nel 2020, e chiuso diverse delle sue edizioni non americane, che erano state create nel periodo della massima espansione (quella italiana, pubblicata in partnership, era stata invece ceduta del tutto al gruppo GEDI nel 2021). Ma anche le sei rimaste hanno perso ruolo e visibilità nei rispettivi paesi, e per esempio quella britannica avrebbe problemi di cassa: lo ha raccontato il sito Press Gazette, indicando che HuffPost UK avrebbe allungato a sessanta giorni la scadenza dei pagamenti ai giornalisti freelance, e che questo stesso limite sarebbe però molto poco rispettato (la lunghezza delle attese per i propri compensi è una questione che riguarda, tra altre precarietà, anche i rapporti dei freelance con diverse testate italiane).


domenica 28 Gennaio 2024

I settimanali a novembre

Questi sono i dati di diffusione comunicati per il mese di novembre 2023 dai settimanali italiani iscritti al sistema di certificazione ADS. Nella seconda colonna ci sono gli stessi dati relativi a giugno (quelli più coerenti con cui fare un confronto a distanza), e nella terza la variazione percentuale in questi cinque mesi. Sono dati di diffusione “grossolana” che comprendono anche le copie promozionali e omaggio (53mila per Sportweek, 30mila e 8mila per Donna Moderna Panorama del gruppo editoriale del quotidiano La Verità: quasi tutte copie digitali), quelle a prezzi scontatissimi (50mila ciascuno per Sette IoDonna ) o quelle vendute in quantità “multiple” ad aziende o istituzioni. Naturalmente alcuni settimanali beneficiano rispetto ad altri dell’essere venduti allegati a un quotidiano.
(l’immagine si ingrandisce cliccandoci sopra)


domenica 28 Gennaio 2024

Le inserzioni truffaldine su Instagram e Facebook

Il mese scorso il sito della Radio Svizzera di lingua italiana ha pubblicato una lunga indagine su cosa ci sia “dietro” alle inserzioni pubblicitarie che compaiono su social network e siti web e che promuovono notizie false attribuendole a testate note, compresa RSI.

“Roger Federer denunciato perché ha divulgato un trucco per arricchirsi senza sforzo; la conduttrice italiana Bianca Berlinguer che si trova in un contenzioso con la BNS per lo stesso motivo e il Consiglio federale che ha sviluppato una “speciale piattaforma” per “permettere ai residenti di saldare i propri debiti in un mese”. Notizie strampalate che circolano sui social e che hanno alcuni aspetti in comune: parlano di soldi e sembrano pubblicate dai profili social e dal sito della RSI. Ma attenzione: sono tutte false.
Ne abbiamo già parlato: si tratta di post su Instagram e Facebook che copiano la nostra identità grafica e che, se cliccati, portano a un sito, anche questo farlocco, che sembra essere il nostro.
Per fortuna la grande maggioranza degli utenti capisce subito che si tratta di riproduzioni. Ma c’è anche chi ci chiede se siamo noi a divulgare queste informazioni. Lo ribadiamo: no. Ma truffe e i raggiri online corrono sempre più veloci: per questo, per fare chiarezza, abbiamo deciso di tentare di riavvolgere il filo di questi contenuti “fake””.


domenica 28 Gennaio 2024

Un altro direttore all’Espresso

Non passa mai tanto tempo senza una notizia che riguardi il settimanale L’Espresso, che non è mai un buon segno: dopo i successivi passaggi di proprietà si è dimesso il direttore Alessandro Mauro Rossi, dopo appena un anno. Il nuovo direttore è Enrico Bellavia, 58 anni, che era vicedirettore finora.
L’Espresso era stato ceduto una prima volta a primavera del 2022 dall’editore GEDI, nell’ambito delle molte dismissioni del gruppo che un tempo si chiamava proprio “gruppo Espresso” per via di una delle sue testate più importanti, e che è stato acquistato dalla famiglia Agnelli Elkann nel 2019. Il sito Professione Reporter ipotizza che le copie vendute dal settimanale siano oggi circa 10mila: fino a settembre, quando era venduto in edicola insieme a Repubblica, l’istituto ADS certificava circa 110mila copie.


domenica 28 Gennaio 2024

115 licenziati

La crisi del Los Angeles Times, il più importante quotidiano “locale” degli Stati Uniti, ha avuto uno sviluppo drasticosaranno licenziate almeno 115 persone nella redazione, ovvero più di un quinto del totale. Il giornale perde tra i 30 e i 40 milioni di dollari l’anno, ha detto il suo proprietario, che è in conflitto col sindacato dei giornalisti che la settimana scorsa aveva organizzato un giorno di sciopero (scelta piuttosto rara nei giornali americani).


domenica 28 Gennaio 2024

Un altro direttore al Tirreno

Il Tirreno è lo storico quotidiano di Livorno e della costa toscana: riadottò il suo nome negli anni Settanta del secolo scorso, dopo fusioni e alternanze con quello del Telegrafo. Nello stesso periodo fu acquisito dal gruppo Espresso e per quarant’anni ha fatto parte della ricca offerta di quotidiani locali di quell’editore: con il cambio di proprietà del gruppo è stata una delle prime cessioni della nuova azienda GEDI ed è stato comprato nel 2019 da una società costruita apposta intorno a un imprenditore, Alberto Leonardis, che aveva già avuto una breve esperienza da editore col quotidiano pescarese Il Centro.
Questi quattro anni sono stati abbastanza tormentati: con insoddisfazioni della redazione, progetti poco chiari o poco convinti, e una perdita di copie superiore alla media dei quotidiani locali (nei dati più recenti, -22% rispetto a un anno prima). Adesso c’è un nuovo cambio di direzione: il nuovo direttore è Cristiano Marcacci, 53 anni, già vicedirettore e con una lunga carriera all’interno del giornale, che sostituisce Luciano Tancredi, nominato dalla proprietà due anni fa e che ora sarà “direttore editoriale” di tutto il gruppo (che possiede anche tre quotidiani emiliani e uno sassarese).


domenica 28 Gennaio 2024

La confusione è grande under the sky

Intanto che si aspettano sviluppi concreti sui suoi cambi di proprietà (ma si annunciano altri rinvii), il Daily Telegraph sta provando a rinnovare il suo ruolo di giornale di riferimento del partito Conservatore britannico, secondo un articolo del Guardian (il suo concorrente progressista): approfittando del momento di grave crisi del partito stesso, e della imprevedibilità delle sue prospettive. Secondo l’articolo il Telegraph considera inevitabile il fallimento dell’attuale Primo ministro Sunak nel guidare il partito verso le elezioni di quest’anno, e avrebbe quindi deciso di sostenere i suoi oppositori e farsi “king maker” della fase successiva. Questa settimana il Telegraph ha pubblicato un discusso articolo di un ex ministro conservatore che chiedeva di fatto le dimissioni di Sunak, e ha molto promosso i risultati di un sondaggio contro di lui. Si tratterebbe, conclude l’articolo del Guardian , di un tentativo da parte del quotidiano di reimpadronirsi del suo ruolo messo in crisi dall’uso dei social network e dalla tv di destra GB News, nata sul modello dell’americana Fox News.


domenica 28 Gennaio 2024

Una settimana più tosta ancora per i giornali americani

Sembra che non si sia mai interrotto, da quando esiste Charlie, il periodo di “crisi dei giornali americani”, che è un tema ricorrente di queste cronache e che rischia ripetizioni, ma dà anche occasioni di raccontare casi diversi e notevoli, storie di giornali importanti, questioni particolari di quello che sta succedendo al giornalismo in tutto il mondo.
Questi ultimi giorni però hanno effettivamente ospitato una concentrazione eccezionale di nuove complicazioni e sintomi di difficoltà: grosse quote di licenziamenti hanno riguardato testate le più diverse per storia e natura, il Los Angeles TimesSports IllustratedForbesTime; le crisi stanno generando frequenze di scioperi mai viste nelle redazioni statunitensi; altre testate locali o online vengono chiuse. Tanto che, insieme ai quotidiani report su questi singoli sviluppi, nei giorni scorsi sono stati pubblicati allarmati bilanci generali su due testate importanti come il New York Times il New York Magazine.

“The recent bad news is, in some ways, a continuation from last year. In 2023, Business Insider, The Los Angeles Times and NPR cut at least 10 percent of their staffs; the news division of BuzzFeed was shut down; News Corp cut 1,250 people; National Geographic laid off its remaining staff writers; Vox Media went through two rounds of layoffs; Vice Media filed for bankruptcy; Popular Science shut its online magazine; and ESPN, Condé Nast and Yahoo News all cut jobs”.

Intanto Ben Smith, il fondatore del sito Semafor e probabilmente il più noto giornalista che si occupa di giornali nel mondo, ha intervistato il nuovo CEO del Washington Post – Will Lewis, che abbiamo già citato nel prologo – il quale propone un nuovo ordine di idee di maggiori sperimentazioni per raccogliere il contributo economico dei lettori, perché secondo lui il modello delle “subscriptions” così com’è non è già più sufficiente.


domenica 28 Gennaio 2024

Gli errori pesano

Dopo che l’invasione russa dell’Ucraina era stata raccontata come “la prima guerra sui social network” per il ruolo iniziale che avevano avuto video e informazioni diffuse online non solo dai giornali, quello che da tre mesi sta avvenendo a Gaza è stato a lungo analizzato e commentato per l’impegno enorme di propaganda che sia Hamas che Israele stanno dedicando a ottenere preziose attenzioni e indulgenze per le loro azioni: e molti articoli sono stati già scritti sulla diffusione di notizie false e sulla difficoltà di verificarle, con fallimenti che hanno riguardato anche le maggiori testate giornalistiche.
Questa settimana il sito della rivista americana Atlantic ha spiegato invece alcuni esempi in cui alle falsificazioni ha concorso un misto di sbadatezze giornalistiche e inadeguatezze nell’affrontare delle lingue poco conosciute dai media occidentali come quelle usate in Israele e a Gaza. Alcuni virgolettati errati o non compresi, attribuiti a membri del governo israeliano, sono arrivati ad avere conseguenze nel dibattito politico internazionale e nello stesso procedimento che riguarda l’accusa di genocidio contro Israele.

“Queste omissioni e cattive interpretazioni non sono solo formali: hanno ingannato lettori, giudici e politici. Non doveva succedere. La buona notizia è che in futuro possono essere evitate assicurandosi di controllare le traduzioni alla fonte; chiedendo ai giornalisti di linkare le fonti originali quando è possibile; e mettendo nel contesto i riferimenti alle scritture religiose di ciascuna fede.
[…] Principi neutrali come questi non risolveranno le profonde questioni morali e politiche poste dalla guerra tra Hamas e Israele. Non basteranno a dire ai lettori cosa pensare di questa devastazione. Ma garantiranno che qualunque conclusione a cui i lettori arrivino sia basata sui fatti, non su invenzioni: che è, in fondo, l’obiettivo del giornalismo”.


domenica 28 Gennaio 2024

Charlie, Trump non basterà

È una importante storia sui media americani, che sono spesso modello di sviluppi che riguarderanno anche gli altri paesi del mondo, ma racconta anche un’antica apparente contraddizione nel rapporto tra testate giornalistiche e politica. La contraddizione è questa: più popolari e più inaccettabili diventano le posizioni dei leader politici che un giornale si sceglie come “avversari”, più quel giornale vede opportunità favorevoli e si impegna per sfruttarle commercialmente. Gli esempi anche italiani sono molti, pure nell’attualità di questi giorni, ma uno dei più noti è la lunga convivenza – di reciproche soddisfazioni – del successo politico di Silvio Berlusconi e del successo commerciale dei giornali che più lo contestavano (il mercato dei giornali non ha bisogno di maggioranze, come la politica: una cospicua e sconfitta minoranza è già un bacino sufficiente per un successo).

Ma la storia americana attuale è questa, deludente e teatrale al tempo stesso: le maggiori testate americane hanno conosciuto un periodo di “rinascita” negli anni della presidenza Trump, grazie alle eccitazioni e agitazioni quotidiane che Trump immetteva sulla scena pubblica, e ai bellicosi confronti che generava. Soprattutto le testate che hanno scelto di criticare di più la sua amministrazione, e di farne una “linea” (entrando in irrisolti tormenti su quanto spazio dare alle sue boutade e alle sue falsificazioni, incapaci di sottrarsene). Quel periodo di attenzione – a cui ha concorso anche la maggiore richiesta di informazione nel primo periodo della pandemia – è stato sfruttato dalle aziende giornalistiche spingendo i nuovi modelli di abbonamento, con confortanti crescite per diverse di loro.

Quel periodo si è però interrotto, o ha molto rallentato, negli scorsi due anni: c’entrano anche molto una “stanchezza” dei lettori di cui si è molto parlato, e una parziale saturazione del bacino di lettori disposti a pagare per informarsi. Ma il cambio di scenario politico non ha aiutato: tre anni di amministrazione Biden (e anche di allontanamento di Trump da Twitter) hanno “calmato” molto il dibattito politico e pubblico, e disarmato i giornali e le tv. Che quindi – anche quelli più anti trumpiani – investivano e investono molto in questo 2024 di campagna presidenziale col ritorno di Trump e tutto quello che implica. Il problema è che questo 2024 – di fatto senza competizione dal lato delle primarie Democratiche – sembra già avere sgonfiato le curiosità e le attese sul lato Repubblicano: e rimandato le “speranze” a dopo l’estate e le convention, ma senza che il confronto con Biden si annunci già eccezionalmente vivace.

” Non era un segreto che l’ascesa di Trump, pur con i suoi attacchi contro i giornali e le accuse dei giornali per le sue minacce alla democrazia, avesse salvato i loro abbonamenti e affari pubblicitari. Come disse il presidente di CBS Les Moonves agli investitori nel febbraio 2016, «Non farà bene all’America, ma farà benissimo a CBS».
I dirigenti dei media stanno cominciando a fare i conti con il fatto che la campagna del 2024 non porterà un “Trump bump” che salvi i bilanci pubblicitari o recuperi lettori, ascoltatori e spettatori. In un incontro pubblico a Davos la settimana scorsa, il nuovo CEO del Washington Post Will Lewis ha spiegato che il quotidiano, che ebbe un boom durante la prima era Trump, dovrà cercare altrove i suoi abbonati”.

Fine di questo prologo.


domenica 21 Gennaio 2024

«Posso mai aver detto questo?»

Ancora una volta l’autore e disegnatore di fumetti Zerocalcare ha contestato il virgolettato usato per titolare una sua intervista su Repubblica (con un cui articolo c’era stata una recente polemica): ancora una volta provando a mettere in discussione una consuetudine di virgolettati inventati che sui quotidiani è quotidiana.


domenica 21 Gennaio 2024

Le democrazie delle tv

C’è stata una polemica intorno all’annuncio dei risultati delle primarie Repubblicane in Iowa, la cui vittoria è stata attribuita dalle televisioni a Donald Trump quando ancora in alcuni caucus le persone stavano aspettando di votare. Tutto perché la società incaricata degli “entrance poll” – ovvero i sondaggi all’ingresso dei seggi sulla base dei quali sono state fatte le stime ed elaborazioni del voto fornite alle televisioni – ha ritenuto di avere dei dati certi quando appunto non si erano ancora concluse le scelte in ogni seggio, e di darne informazione alle tv. Le quali a quel punto hanno comunicato i risultati, anche per non essere superate da nessuna delle concorrenti. L’effetto è stato di togliere spettacolarmente valore al voto di molti elettori che erano ancora in attesa di votare: la società di sondaggi si è difesa dalle accuse (provenienti soprattutto dai dirigenti del partito Repubblicano) sostenendo che, se si fosse comportata diversamente, avrebbe potuto invece essere accusata di nascondere delle informazioni al pubblico.


domenica 21 Gennaio 2024

Come va coi miliardari editori

Un articolo del New York Times ha elencato le difficoltà di tre grandi e illustri testate statunitensi che a un certo punto erano sembrate avere delle prospettive migliori grazie ai grandi investimenti ricevuti dai loro nuovi proprietari, miliardari con ricchezze acquisite in altri settori: il Washington Post, il Los Angeles Times Time. L’articolo, e il suo titolo, ne concludono che questa condizione non sia sufficiente a ricostruire una sostenibilità delle aziende giornalistiche, ma nella seconda parte è costretto a ricordare che ci sono invece anche casi positivi: quello dell’ Atlantic acquistato da Laurene Powell (vedova di Steve Jobs) e quello del Boston Globe acquistato dal businessman John W. Henry, proprietario della squadra di baseball dei Red Sox e di quella di calcio del Liverpool.


domenica 21 Gennaio 2024

Contro Dolce e Gabbana

Charlie aveva segnalato due mesi fa la nuova sezione settimanale del Fatto dedicata alla moda, alludendo alle possibili opportunità di ricavi pubblicitari per i giornali che si occupano di quel settore. Come raccontano spesso gli esempi citati da Charlie, è una copertura che sui quotidiani maggiori ha una modesta quota di giornalismo convenzionale al servizio di chi legge e una grande quota di attività promozionale a favore dei brand, proprio in ragione delle dipendenze dalle loro inserzioni a pagamento. Il Fatto invece si sta muovendo per ora con apparente indipendenza, e sabato si è spinto a criticare una contraddizione nella comunicazione nientemeno che del brand Dolce e Gabbana, che è uno dei più grossi investitori pubblicitari del settore e che ha dato spesso in passato esempi di insofferenza nei confronti delle critiche.

(Aggiungiamo qui: sabato lo youtuber Alessandro Masala, autore del progetto di informazione Breaking Italy, aveva messo online la puntata del suo “talk show” in un teatro di Milano che aveva avuto come protagonista il direttore del Fatto Marco Travaglio).


domenica 21 Gennaio 2024

Pubblicità mascherate

Mercoledì un articolo nelle pagine di economia su Repubblica ha presentato con le parole e le comunicazioni dell’azienda la nuova banca “Mediobanca Premier”: giovedì il giornale ha ospitato un’inserzione pagata da “Mediobanca Premier”. Sia Repubblica che il Corriere della Sera hanno promosso con articoli l’apertura di un negozio “Rolex e Rocca” a Milano: la stessa apertura era stata pubblicizzata con pagine a pagamento su entrambi i quotidiani nei giorni precedenti.


domenica 21 Gennaio 2024

Le app che aggregano news non ce la fanno

Questa settimana ha chiuso Artifact, un’app ” aggregatore ” di news: uno dei molti progetti nati negli anni passati per offrire agli utenti una selezione di articoli provenienti da varie testate, immaginando che la ricchezza e invadenza dell’offerta contemporanea di news creino un desiderio e una domanda di selezione personalizzata. Ma come ha scritto la newsletter The Rebooting di Brian Morrissey (ex direttore del sito di media e pubblicità Digiday), nessuno di questi progetti finora è riuscito a creare una sostenibilità economica: secondo Morrissey è un’utile lezione per capire che non necessariamente l’esistenza di una domanda implica l’esistenza di una disponibilità a pagare, per soddisfare quella domanda, quanto serve a tenere in vita l’operazione.


domenica 21 Gennaio 2024

“Siamo noi, i giornalisti”

Le critiche più frequenti che vengono fatte ai giornali italiani dai lettori (o anche dai non lettori) implicano quasi sempre una responsabilità di tutti i giornalisti che lavorano nelle redazioni di quei giornali. In realtà molte di quelle critiche sono condivise da molti degli stessi giornalisti: alcuni di loro sono semplicemente irresponsabili delle scelte di chi ha i ruoli di potere nelle redazioni, mentre altri si adeguano a quelle scelte o ai canoni del giornalismo italiano tenendo per le conversazioni private il loro dissenso. Ogni tanto vengono invece pubblicate rare eccezioni di espressioni di critica rispetto agli approcci consueti: di solito questa critica è indiretta, e leggiamo su un giornale un articolo di commento contro scelte che di fatto sono quelle compiute in tutte le pagine circostanti, con effetti spiazzanti. Ma le allusioni sono altre volte più palesi, e venerdì Ernesto Assante – storico giornalista di Repubblica che si occupa soprattutto di musica – ha scritto sul suo giornale una critica che contesta di fatto tutto un quotidiano modo di trattare quello che avviene “sul web” da parte del suo e di altri giornali (con una scelta di titolazione piuttosto fuorviante).

“Di che parliamo, dunque, quando citiamo con estrema, troppa, leggerezza “il popolo del web”, o “la protesta social”, o il “bullismo digitale”? Di qualche decina di migliaia di persone, quando il ‘caso’ diventa davvero social. Spesso molti di meno. Ma anche se si trattasse di un milione di utenti singoli e attivi di Facebook su 29 milioni, tanto per fare un esempio, sarebbe un ventinovesimo degli utenti del social network. Una cifra che, sempre in termini giornalistici, andrebbe definita come ‘largamente minoritaria’. A dargli rilevanza con frasi del genere “il web in rivolta”, o “la protesta social” siamo noi, i giornalisti, che invece di derubricare molte di queste ‘rivolte’ o ‘proteste’ come ‘non notizie’, siamo i primi a dargli spazio, visibilità, amplificazione. Il ‘popolo del web’ esiste solo nelle redazioni dei giornali, delle radio, delle televisioni, che danno peso alle idiozie di gruppi di esaltati, fanatici, repressi, che usano i social network per aggredire, insultare, attaccare gli altri. Una pallida minoranza, estremamente fastidiosa, molto rumorosa, certamente molto pericolosa, ma che come tale andrebbe trattata. Così come gli ultras allo stadio non rappresentano i milioni di persone che seguono pacificamente e allegramente il calcio, allo stesso modo chi utilizza le tastiere dei propri personal media come strumento per insultare gli altri non rappresenta alcun “popolo del web”, non è la maggioranza. La maggioranza, la stragrande maggioranza, quella che usa i social come strumento di comunicazione, come forma di contatto con amici, parenti, colleghi, o anche semplicemente con persone sconosciute con le quali condivide passioni o manie, sfortunatamente non conta, non fa notizia, non è “il popolo del web” per i giornali o il mondo dell’informazione”.


domenica 21 Gennaio 2024

E il Telegraph?

Non abbiamo più aggiornato sulle tormentate vicende del Daily Telegraph, uno dei più importanti quotidiani britannici, solo perché non ci sono stati sviluppi. Si è ancora in attesa delle valutazioni del governo e delle istituzioni interessate sull’ipotesi di acquisto da parte di un fondo arabo, che in molti – compresa la redazione – considerano pericolosa per la libertà di informazione e per l’ingerenza possibile nel dibattito pubblico del paese. Il sito PressGazette ha un lungo riepilogo di tutto quello che è successo finora.


domenica 21 Gennaio 2024

Valigia Blu e il suo crowdfunding

Anche quest’anno il sito Valigia Blu ha chiuso la campagna di raccolta donazioni raggiungendo e superando il suo obiettivo di raccolta di contributi da parte dei lettori (60mila euro): 2074 persone hanno partecipato a una raccolta di oltre 66mila euro. Valigia Blu è un sito di news nato come emanazione del Festival del Giornalismo di Perugia, ma che da anni si è preso uno spazio e una visibilità online raccogliendo apprezzamenti legati soprattutto al lavoro di verifica e “debunking” delle notizie false, alle riflessioni sull’informazione e al “giornalismo esplicativo”. Si sostiene con i contributi dei lettori, promuovendo ogni anno campagne puntuali di contributo e raccogliendo poi donazioni durante tutto l’anno.
Nei giorni scorsi il sito aveva pubblicato una riflessione e guida a come i giornali dovrebbero affrontare le notizie che parlano di suicidi (dello stesso tema, tornato attuale questa settimana, aveva scritto a suo tempo anche il Post).


domenica 21 Gennaio 2024

Il Club del Fatto

Mercoledì la società SEIF (Società Editoriale Il Fatto), che possiede il giornale cartaceo e il sito del Fatto Quotidianoha presentato un progetto chiamato “Community Web 3”: che appare un modo sia per incentivare i lettori a una maggiore partecipazione e registrazione alle attività del Fatto Quotidiano, sia per diversificare i ricavi del giornale.

Alla base della partecipazione e dell’assegnazione di diversi “status” ci sono dei “crediti” che si possono acquistare – 1 credito vale 1 euro – o guadagnare con alcune attività: per esempio la condivisione degli articoli sui social, la registrazione al sito, la firma di petizioni. Luca D’Aprile, che si occupa di innovazione per SEIF, ha detto a Charlie che il progetto «nasce per fidelizzare al meglio la nostra community. Abbiamo una community molto forte che però può essere ancora più valorizzata: l’idea è di rendere sempre più bidirezionale il nostro rapporto con i lettori, favorendo la loro partecipazione attiva alle iniziative che avvieremo. Su questa nuova piattaforma è già possibile prenotarsi per partecipare come pubblico alle nostre trasmissioni televisive, ai backstage, alle anteprime dei documentari, proporre petizioni, scrivere su una sezione del sito dedicata: vogliamo sempre più mettere la comunità al centro».

Il progetto “Community Web 3” è realizzato con l’appoggio tecnologico di alcune società esterne al Fatto Quotidiano, come la società digitale di servizi bancari e finanziari Tinaba (il cui presidente è Matteo Arpe, finanziere da anni interessato alle imprese giornalistiche: fu editore del sito Lettera43 e di Rivista Studio ) e due società che si occupano di blockchain: Mangrovia Blockchain Solutions e Knobs. D’Aprile ha spiegato che: «È un progetto che abbiamo costruito a tavolino e a cui stiamo lavorando da oltre un anno, perché dietro c’è anche un contenuto tecnologico non banale, imperniato sulla blockchain, per quanto totalmente scollegata da meccanismi crypto e speculativi. Infatti, i crediti che attribuiamo ai nostri utenti non sono scambiabili e non possono perdere o acquisire valore, a questo aspetto teniamo tantissimo, sono semplicemente un mezzo per partecipare da protagonisti alla vita della community. E al di là delle prime esperienze, già presenti in piattaforma, si moltiplicheranno le attività che offriremo agli utenti e che loro stessi potranno proporre a noi».

Il progetto rientra dentro gli approcci di ” gamification ” di diverse attività in cerca di nuovi modelli di business, ma aggiorna anche una tradizione più antica di “club” di lettori. Anche se, dice D’Aprile, per l’aspetto dei ricavi «è veramente difficile fare previsioni oggi, perché quando sei il primo a farlo non c’è uno storico, non solo al nostro interno ma in generale nel panorama editoriale italiano, e probabilmente anche europeo, per quello che abbiamo visto. Però, certamente, l’aspettativa è quella di avere anche nuovi lettori, allargare la community e, come conseguenza, generare dei ricavi aggiuntivi».


domenica 21 Gennaio 2024

Sui guai di Substack

Il Post ha raccontato più estesamente le critiche recenti nei confronti della piattaforma di newsletter Substack, che negli ultimi anni ha creato le opportunità per moltissimi nuovi progetti di informazione, alcuni di grande successo.

Substack è una piattaforma fondata nel 2017 che permette a qualsiasi azienda o singolo autore di creare una newsletter e chiedere soldi ai lettori per finanziarla su base mensile o annuale, trattenendo il 10 per cento delle entrate. I giornalisti che hanno smesso di usarla lo hanno fatto tutti per lo stesso motivo: a dicembre un articolo dell’Atlantic ha mostrato che su Substack ci sono decine di newsletter neonaziste, o che incitano all’odio in un modo o nell’altro, anche con molti lettori e iscritti paganti.

Secondo una recente analisi alcuni personaggi di estrema destra guadagnano anche centinaia di migliaia di dollari l’anno grazie alle proprie newsletter sulla piattaforma. Poco meno di 250 persone che pubblicano la propria newsletter su Substack hanno scritto una lettera all’azienda per chiederle di chiarire la propria posizione sul tema: molti, tra cui Broderick e Newton, hanno trovato insoddisfacente la risposta ricevuta”.


domenica 21 Gennaio 2024

Il buon esempio

In coda a ogni articolo dedicato a indaginiaccusearresti, i l sito di news della provincia di Viterbo Tusciaweb pubblica un testo di poche righe che ricorda ai lettori il principio della presunzione di innocenza:

«Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della Costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”».

L’idea è del direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti, giornalista di 65 anni originario di Viterbo. Galeotti ha detto a Charlie che: «abbiamo introdotto questa pratica credo cinque anni fa, e siamo stati i primi in Italia. Lo facciamo per una questione di garantismo: all’inizio nella redazione c’è stata qualche resistenza, perché non era una consuetudine che esisteva in altri giornali, ma volevo ricordare ogni volta ai lettori quello che viene detto nella Costituzione, cioè che fino al terzo grado di giudizio si è innocenti. La mettiamo in ogni articolo in cui c’è qualche indagato con nome e cognome. I diritti di ciascun cittadino sono i diritti di tutti».

Galeotti ha fondato Tusciaweb nel 2003: «ho lavorato sempre in giornali popolari locali: sono diventato pubblicista in un piccolo settimanale gratuito chiamato Sottovoce che faceva soprattutto informazione politica, e giornalista professionista lavorando al Corriere di Viterbo. Poi per motivi personali mi spostai a Varese dove cominciai a interessarmi al web e dove, insieme ad altre persone, fondammo VareseNews, che esiste ancora oggi, è tra i principali giornali online locali d’Italia ed è diretto dal mio compagno di liceo Marco Giovannelli. Poi tornai di nuovo a Viterbo dove fondai Tusciaweb: arriviamo anche in parte dell’Umbria, a Roma, Civitavecchia, Grosseto. Aggiungiamo una cronaca nazionale e internazionale che non può competere ovviamente con quella, per esempio, di Repubblica, ma raccontiamo le notizie essenziali che potrebbero essere utili al lettore. Non siamo registrati ad Audiweb, ma i dati di Google Analytics dicono che raggiungiamo circa 100 mila visitatori unici giornalieri, e in un mese oltre 500 mila. Ci sosteniamo interamente attraverso la pubblicità di Google Adsense e quella che riusciamo a trovare noi, attraverso accordi con le aziende del territorio e nazionali. Il modo in cui abbiamo organizzato graficamente il sito in questi anni è diventato però un problema: vorremmo rinnovare il layout e renderlo responsive ma non riusciamo a trovare l’impaginazione giusta. Ci stiamo lavorando da un po’ di tempo ma è un grosso problema che mi sta sfibrando».

La redazione di Tusciaweb, oltre che dal direttore Galeotti, è composta da due giornalisti assunti, una persona per la parte amministrativa e una decina di collaboratori retribuiti. «Da diversi mesi stiamo anche cercando di sperimentare l’Intelligenza Artificiale: per esempio, prendiamo una delibera di un comune per farla riassumere dall’AI, poi l’articolo viene controllato da un nostro giornalista che decide se pubblicarlo».


domenica 21 Gennaio 2024

Come ignorare una legge per anni

La storia dei contributi pubblici ai giornali Charlie ha cominciato a raccontarla da subito e ci siamo tornati spesso. Questo è un riassunto di come nel 2020 avevamo spiegato gli sviluppi fino ad allora:

“[Nel 2018] fa l’allora sottosegretario Crimi sostenne e ottenne l’abolizione della legge che regola i suddetti contributi, all’interno di un generale atteggiamento repressivo del M5S nei confronti dei giornali, che aveva reso la scelta del taglio non limpidissima. La nuova legge prevedeva che i contributi sarebbero stati progressivamente diminuiti fino ad estinguersi nel 2022. Due decreti sostenuti dal successivo governo hanno poi sospeso quell’intervento e differito le scadenze: ma dal 2021 la riduzione avrebbe dovuto iniziare. Invece nel decreto “Ristori” [fu] inserita una nuova proroga che garantisce la totalità dei contributi fino al 2022 (ovvero la quota relativa all’anno 2021).
[…] In questo contesto nei giorni scorsi ci sono state trattative e baratti che hanno permesso al sottosegretario Martella di ottenere la nuova proroga dei contributi integrali ma solo di due anni, con il M5S che non ha voluto consentire prolungamenti maggiori”.

Adesso siamo di nuovo arrivati a una scadenza di quel differimento, e alcuni parlamentari della maggioranza hanno presentato degli emendamenti al cosiddetto “decreto milleproroghe” per rinnovare quella proroga fino al 2027, ovvero per rinviare l’applicazione della legge e mantenere ancora i contributi e la loro applicazione. Nei giorni scorsi il differimento era stato chiesto sul Manifesto, uno dei quotidiani beneficiari dei contributi (solitamente gli altri preferiscono non parlarne, considerata l’impopolarità dei contributi stessi e dei loro criteri di erogazione). È immaginabile che, considerati i precedenti, il governo deciderà in questo senso.


domenica 21 Gennaio 2024

Ma anche in Italia

Anche in Italia, fatte le dovute proporzioni, non esisterà più una testata periodica “storica”: l’editore Cairo ha annunciato la chiusura di Airone , mensile di ambiente, viaggi e natura creato nel 1981 dal giornalista e appassionato naturalista Egidio Gavazzi avendo come modello la celebre rivista americana National Geographic. Tutta l’azienda che pubblicava Airone e altre riviste – che si chiamava Giorgio Mondadori – fu acquisita nel 1999 dalla Cairo Communication (che oggi è il gruppo che pubblica tra le altre cose il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport, oltre a possedere la tv La7 ) e negli anni successivi di crisi per i periodici Airone fu profondamente trasformato, diventando tutt’altro.

Insieme ad Airone sarà chiuso anche Bell’Europa, mensile che nacque dopo il successo di Bell’Italia , a sua volta creata da Giorgio Mondadori nel 1986. E anche In viaggio Antiquariato For Men. L’editore Urbano Cairo ha precisato che non ci saranno licenziamenti, e ha risposto così alle preoccupazioni del Comitato di redazione:

“La situazione di mercato dei periodici ed in particolare dei mensili è nota. Il calo delle vendite, la forte contrazione del mercato pubblicitario del settore e l’incremento dei costi hanno inciso sul risultato delle cinque testate che hanno perduto oltre 15 milioni negli ultimi dieci anni e non hanno avuto complessivamente margini positivi dal 2009.
Gli interventi fatti per svilupparle e per ridurre i costi non sono stati sufficienti. Cairo Editore finora non ha mai, unica azienda del settore, fatto ricorso a interventi di riduzione del perimetro delle testate.
Purtroppo la situazione non è più sostenibile e a malincuore siamo stati costretti a sospendere le pubblicazioni dei cinque mensili, per focalizzare l’attività sulle altre testate aziendali.
Confidiamo che, con il contributo di tutti, questo momento potrà essere superato, con l’auspicio di ricollocare tutto il personale interessato utilizzando i prepensionamenti”.


domenica 21 Gennaio 2024

Un’altra fine della solita era

Tra le varie notizie esemplari delle crisi delle aziende giornalistiche americane che arrivano ogni settimana, quella più grossa degli ultimi giorni è stata il licenziamento di gran parte dei giornalisti e dipendenti di Sports Illustrated, rivista di sport tra le più importanti nel mercato e nella cultura popolare del Novecento statunitense.
Sports Illustrated è in crisi da diversi anni: il suo editore originale, ovvero il grande gruppo che pubblicava il settimanale Time, era stato acquistato nel 2017 da una società che aveva venduto SI a un’altra azienda, interessata a sfruttare il suo brand, la quale a sua volta aveva affidato la pubblicazione della rivista a un gruppo editoriale minore, Arena Group. Nel frattempo Sports Illustrated, che era stata dagli anni Cinquanta la rivista di riferimento per gli appassionati di sport e di fotografia sportiva, aveva subito le crisi dei periodici ed era stata ridimensionata da settimanale a mensile.
Nelle scorse settimane Arena Group – a sua volta in grosse difficoltà – non aveva pagato la sua licenza di pubblicazione alla società proprietaria, che gliel’ha quindi revocata. Da qui l’annuncio dei licenziamenti, e una vaga promessa di continuare a far vivere il giornale online cercando nuovi investitori.


domenica 21 Gennaio 2024

Charlie, chi sceglie le notizie

Un anno e mezzo fa il New York Times pubblicò una spiegazione su come il giornale sceglie i protagonisti dei suoi “obituaries”, i necrologi che raccontano le biografie di persone morte di recente. L’articolo era interessante perché rispondeva anche più in generale alla domanda su come i giornali scelgono di quali notizie occuparsi, sulla quale i lettori spesso immaginano criteri assoluti e universali quando sono invece in gran parte arbitrari e frutto di sensibilità e valutazioni le più varie, e di cui i giornali si prendono responsabilità e titolo. E molti giornali – altri no – lo fanno in nome di quello che i fatti sembrano raccontare, e non per dare loro un valore a scapito di altri. Quello che dice il New York Times (basta sostituire le persone con i fatti nel testo) è che la scelta è una scelta professionale che un’azienda fa rispetto al tipo di prodotto che vuole offrire ai suoi clienti e a quello che decide sia il senso del proprio lavoro, come avviene in altri settori.

“Indaghiamo, studiamo e chiediamo in giro prima di decidere. A qualcuno può sembrare un processo supponente: chi ha dato a un gruppo di giornalisti il titolo di individuare chi meriti di essere ricordato, questo sì, questo sì, questo no?
La risposta è che non ce lo ha dato nessuno, perché non è sui meriti che decidiamo. Non diamo giudizi, né morali né di altro tipo, sul valore delle persone. Quello che cerchiamo di valutare invece è il valore delle notizie, che è tutta un’altra materia. Su cui non ci sono formule, sistemi di misurazione o caselle da spuntare. Bisogna ricordare che il nostro obiettivo non è rendere onore ai morti, lavoro che lasciamo agli elogi funebri. Noi cerchiamo solo di dare notizia delle morti e di riassumere le vite, mostrando perché – a nostro giudizio – quelle vite siano state significative. La spiegazione dell’articolo è nella storia che racconta”.

Fine di questo prologo.


domenica 14 Gennaio 2024

Un altro anno

Alla vigilia di Natale il Post aveva pubblicato un “editoriale” di consuntivo sulla sua quattordicesima fine d’anno.

“Ma la crescita degli abbonamenti non è solo una crescita delle garanzie di risorse economiche, per quanto indispensabili: è anzi soprattutto, per il Post e per i suoi abbonati, una crescita di forza e di consenso intorno a un progetto di informazione diverso e a un tentativo di cambiare un po’ in meglio le cose. Il fatto che ogni giorno, e ogni anno, siamo più numerosi e numerose a condividerlo e a lavorarci, è il successo maggiore di cui congratularsi, in tempi in cui i progetti collettivi sembrano sempre più infrequenti e difficili da costruire”.


domenica 14 Gennaio 2024

Outrageous

La storia principale tra le grandi testate giornalistiche americane nel 2023 è stata la crisi del Washington Postcrisi di mancata crescita, con licenziamenti e nuovi ruoli dirigenziali, e agitazioni all’interno della redazione. Uno sviluppo piccolo ma che ha complicato le cose e offerto una pessima impressione della gestione della crisi, alla vigilia di Natale, è stata una lettera di saluto, ricevuta da alcuni dipendenti che avevano accettato degli incentivi all’uscita, in cui si proponeva loro di passare dal negozio del giornale per comprare dei ricordi prima di lasciare la sede.

“Before your last day at The Post, make sure you stop by The Post Store to take advantage of special employee pricing on products, including alumni gear. You will not be able to access discounted rates after your last day at The Post”.


domenica 14 Gennaio 2024

La rubrica Cairo

Il Corriere della Sera ha dedicato al suo proprietario, Urbano Cairo, tre articoli martedìgiovedì venerdì.

(nei giorni prima di Natale il sito di media e pubblicità Prima Comunicazione aveva intanto riferito che Cairo avesse confermato nel suo ruolo il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, smentendo così di nuovo le cicliche e ormai decennali voci sulla sua sostituzione – che ancora una volta indicavano il giornalista Aldo Cazzullo come suo successore – che erano state molto intense riprese nelle settimane precedenti)


domenica 14 Gennaio 2024

I dati di Agcom su che aria tira per i quotidiani

Alla fine di dicembre l’Agcom (che si chiama “Autorità per le garanzie nelle comunicazioni” ed è un’istituzione pubblica che si occupa di controllo delle regolarità di mercato e giuridiche nel settore dell’informazione e delle comunicazioni) ha pubblicato il suo ricco rapporto trimestrale sul settore stesso con diversi consuntivi sui primi nove mesi del 2023. Per quello che interessa a questa newsletter (dal punto 2.7) il rapporto utilizza i dati ADS che sono quelli abitualmente citati da Charlie, e dice tra l’altro che:
– dal 2019 le vendite dei quotidiani sono calate di un terzo;
– c’è stato in quattro anni un esiguo aumento delle copie digitali (+17%), che oggi costituiscono un settimo del totale;
– le perdite percentuali maggiori tra i quotidiani “generalisti” (non sportivi o economici) riguardano le cinque testate maggiori (AvvenireCorriere della sera, MessaggeroRepubblicaStampa)
– queste ultime hanno aumentato gli abbonamenti digitali del 22,4% in quattro anni e del 4,6% nell’ultimo anno (probabilmente grazie soprattutto alle grandi politiche di sconti, ndr);
– le perdite di copie più gravi quest’anno sono quelle del gruppo GEDI, editore di Stampa Repubblica e di alcuni quotidiani locali (-11,8%), e poi di Monrif, editore del Giorno, della Nazione e del Resto del Carlino (-11,7%);
– rispetto al totale più ristretto delle copie vendute, il Corriere della sera è quello che ha aumentato più sensibilmente la propria quota (+2,91% dal 2019), Sole 24 Ore Repubblica quelli che l’hanno più diminuita (-8,95 e -2,52%).


domenica 14 Gennaio 2024

Precari e insoddisfatti

Il giornale online IrpiMedia ha pubblicato una lunga rassegna di esperienze e racconti di difficoltà professionali e retributive dei giornalisti italiani.

“Dall’indagine realizzata da IrpiMedia attraverso un questionario anonimo distribuito a 558 giornalisti, i compensi troppo bassi sono considerati il fattore più impattante sul benessere psicologico della categoria: l’85% dei rispondenti dichiara che i bassi compensi incidono «abbastanza» o «molto» sulla propria salute mentale. La percentuale varia in base al genere, al tipo di giornalista, ma soprattutto per fascia d’età: è ancora più alta nelle donne (88%), tra i giornalisti freelance, i filmaker e fotogiornalisti (89%) e tra gli under 35 (91%, contro il 46% degli over 65).