Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 12 Novembre 2023

Refresh

Leggendo un articolo su alcuni siti italiani di news può accadere che improvvisamente la pagina si ricarichi in automatico (“refresh”). Questo, in genere, può avvenire per due motivi. Il primo è che ricaricare la pagina permette di aggiornare le informazioni e mostrare quelle più recenti, nel caso in cui questi aggiornamenti siano frequenti; un esempio è il formato dei liveblog su eventi di cronaca, durante le giornate di elezioni e di spoglio dei voti o durante le gare sportive. C’è poi un altro motivo meno nobile discusso da oltre un decennio: ricaricare periodicamente un articolo, pur non avendo aggiornamenti rilevanti, mostra agli utenti nuova pubblicità, nuovi banner che vengono registrati come visualizzati all’interno di una stessa visita, soprattutto da desktop. È una pratica che spesso peggiora l’esperienza di chi legge e disorienta la lettura, perché si viene interrotti e si può perdere il filo, oppure se si sta guardando un video si può essere costretti a ricominciare. Il caricamento automatico è utilizzato ancora da diversi siti italiani di news e tra i più visitati Charlie ha cercato di calcolare in modo empirico i tempi di refresh della homepage durante lo scroll da desktop: 2 minuti e 30 secondi per quello del Giornale, 3 minuti per Quotidiano Nazionale, intorno ai 5 minuti CorriereRepubblicaMessaggeroTgcom24Sole 24 OreStampa. Il tempo di refresh delle singole pagine e degli articoli può variare a seconda della strategia del sito (tra articoli gratuiti o per abbonati paganti).


domenica 12 Novembre 2023

Categoria con la di; categoria con la elle

Un anno fa avevamo spiegato come funzionano alcune particolari comunicazioni promozionali di aziende che capita di vedere sulle pagine dei quotidiani:

“Nei giorni scorsi sono comparse con frequenza su alcuni grandi quotidiani diverse pagine pubblicitarie dell’azienda di pasta abruzzese De Cecco, dedicate a celebrare l’inserimento dell’azienda stessa in una lista dei “migliori datori di lavoro in Italia”: con grande visibilità del titolare dell’azienda Filippo Antonio De Cecco. Il tipo di inserzione permette di descrivere il lavoro di comunicazione collaborativo e “circolare” che coinvolge aziende, media e società esterne che offrono certificazioni a pagamento piuttosto generiche.
A dare a De Cecco il voto di 100 su 100 come “best employer” è in questo caso l’”Istituto Tedesco di Qualità e Finanza”, che è una società del grande gruppo editoriale tedesco Burda (pubblica molte testate importanti in diversi posti del mondo), che crea classifiche di “qualità” dedicate a centinaia di aziende e basate su ricerche di mercato descritte con linguaggi piuttosto oscuri sul sito; e poi vende alle aziende la possibilità di dichiararsi “certificate” rispetto a quella qualità, anche attraverso un trionfale bollo azzurro su cui di recente compare pure la partnership – a ulteriore garanzia di affidabilità – con la sezione “Affari e Finanza” del quotidiano Repubblica (questo anche quando le inserzioni sono ospitate da quotidiani dversi), la quale a sua volta promuove l’iniziativa.

Le aziende beneficiate dalle “certificazioni” dell’ITQF sono migliaia, e poi possono dichiararlo pubblicamente “a fronte del pagamento di una licenza temporanea”, come è indicato in piccolo e non con grande chiarezza nelle stesse pagine pubblicitarie ( nel caso di quella esposta da De Cecco “i 400 Migliori Datori di lavoro d’Italia possono ottenere il sigillo di qualità “TOP JOB – Best Employers 2022/23” e sfruttarlo su tutti i canali di comunicazione”; in altri casi arrivano a 750). È quindi nell’interesse di ITQF che le aziende ben figurino nelle proprie indagini, per poter vendere quei risultati alle aziende stesse, alle quali interessa usare nelle comunicazioni quella “certificazione” comprando pagine sui giornali (o spot in tv), ai quali interessa quindi che quelle certificazioni siano descritte come credibili”.

Sabato e domenica due diverse aziende – Despar Lidl – hanno comprato due pagine pubblicitarie sul Corriere della Sera per comunicare che un altro ente di questo genere aveva assegnato a ciascuna un simile “bollino” (il cui uso viene venduto a un prezzo tra i 5mila e i 12.500 euro) per le categorie “Insegna dell’anno, supermercati” e “Insegna dell’anno, supermercati convenienti”. La stessa società che assegna le “vittorie” scrive sul suo sito: “L’elezione non è una ricerca in senso stretto. Non lo è perché le insegne (fisiche o web)non vengono valutate da un campione rappresentativo della popolazione, come avviene nelle indagini di mercato”.
Complessivamente i “vincitori” del titolo “Insegna dell’anno” (che hanno seguito le indicazioni e quindi convinto un numero maggiore di loro clienti a votarli) che pagando per l’utilizzo possono pubblicare simili comunicazioni sono 43.


domenica 12 Novembre 2023

Ha stato il web

Una scelta autoassolutoria di alcuni giornali italiani rispetto alla diffusione di notizie false è spesso quella di attribuire genericamente “al web” la responsabilità di quella diffusione, anche quando il “web” sono i siti delle maggiori testate giornalistiche tradizionali. Ce n’è stato un nuovo esempio questa settimana quando una notizia falsa per cui l’azienda Dior avrebbe rimpiazzato una propria modella di padre palestinese con una israeliana dopo l’inizio della guerra e per ragioni “politiche” è stata diffusa con titolazioni tra l’allusivo e l’esplicito da alcune testate giornalistiche, e smentita da altre ma raccontata come “circolata sul web”.


domenica 12 Novembre 2023

Finisce un altro pezzo di storia dell’informazione online

La proprietà editrice ha chiuso il sito americano Jezebel che, come scrive il Post , ” era stato fondato nel 2007 come alternativa femminista alle riviste femminili tradizionali. Negli anni aveva contribuito a mettere al centro del dibattito pubblico temi relativi alle discriminazioni di genere, che prima erano perlopiù limitati ad ambienti specializzati”.
La creatrice di Jezebel, Anna Holmes, ne aveva scritto sul settimanale New Yorker solo pochi giorni prima (a partire dal libro Traffic di Ben Smith, fondatore e direttore del sito di news Semafor).


domenica 12 Novembre 2023

Poca pubblicità per Millennium

I “supplementi” settimanali o mensili dei quotidiani – di fatto delle riviste – hanno avuto un periodo di grande prosperità nei due decenni a cavallo del cambio di secolo: si erano rivelati grandi contenitori di investimenti pubblicitari (la maggiore qualità percepita, la maggiore durevolezza, li rendevano attraenti) oltre che un’occasione per aumentare il prezzo del quotidiano nei giorni in cui il supplemento gli era allegato. Solo per citare i due quotidiani maggiori, parliamo per esempio di Sette e del Venerdì (nati entrambi nel 1987) o di IoDonna e di : che divennero dei prodotti giornalistici seguiti e considerati quanto i quotidiani originari, con larghissime diffusioni, prima di essere travolti dalla crisi dei periodici degli ultimi vent’anni (oggi ciascuna di queste quattro testate dichiara diffusioni tra le 150mila e le 250mila copie: a fine anni Novanta erano tra le 600 e le 800mila). La scelta era stata fatta anche da altri quotidiani, ma in diversi casi quei supplementi sono stati poi persino chiusi: quelli esistenti però sono ancora dei discreti strumenti di vendita di pubblicità.
Era stata quindi interessante e particolare la scelta del Fatto di produrre una rivista allegata mensile nel 2017, Millennium: che però come raccoglitore di pubblicità sta facendo fatica. Dopo avere ridotto il formato prima dell’estate consentendo una riduzione dei costi della carta, il numero uscito questa settimana aveva venduto appena tre pagine di inserzioni su 132.


domenica 12 Novembre 2023

J. Lo. eccetera

A questo proposito, sabato il Corriere della Sera (dove pure la redazione ha, meno vigorosamente, protestato in questi anni) ha pubblicato un articolo sul ruolo della cantante e attrice Jennifer Lopez nella campagna pubblicitaria del brand Intimissimi, campagna che aveva comprato diversi spazi sullo stesso Corriere della Sera nei giorni precedenti e nel successivo. Mercoledì invece il giornale aveva celebrato nell’apertura delle pagine dell’Economia i risultati della banca Banco Bpm, che ha acquistato pagine pubblicitarie per tutta la settimana.
(un accostamento di grande sintonia sempre mercoledì è forse invece stato casuale?)


domenica 12 Novembre 2023

I giornalisti di Repubblica e la pubblicità

I giornalisti e le giornaliste di Repubblica hanno votato un documento teoricamente piuttosto rivoluzionario e coraggioso relativo all’ingerenza delle esigenze della pubblicità nel lavoro giornalistico della redazione. È infatti una lista di dieci “impegni” molto rigorosi nel contesto della cessione di spazi e potere che i maggiori giornali italiani hanno vissuto in questi anni, e che Charlie spesso racconta. Tanto che (da qui il “teoricamente” di cui sopra) appare non realistico che quel potere da parte della concessionaria di pubblicità e delle necessità commerciali dell’azienda venga inibito da questo documento (sarà interessante verificarlo, già nelle prossime settimane: ancora giovedì due pagine promozionali di un evento avrebbero violato i punti 1, 3 e 4 del documento): che resta però una presa di responsabilità piuttosto unica tra le redazioni dei quotidiani maggiori, e una descrizione di fatto di casi e di dinamiche che i giornalisti e le giornaliste del quotidiano hanno scelto di contestare, e di non condividere, almeno a parole. Il documento ha avuto 177 voti favorevoli, 3 contrari e 24 astenuti.

Le giornaliste e i giornalisti di “Repubblica”, per tramite del Comitato di redazione, da tempo denunciano alla direzione e all’azienda numerosi episodi nei quali sulle nostre varie piattaforme sono comparsi redazionali mascherati da articoli, quando non veri e propri articoli nei quali sono indicati elenchi di prodotti in vendita, con relativi prezzi e link ai portali di acquisto generalisti o direttamente ai siti delle aziende.
Sono stati segnalati anche diversi solleciti arrivati via mail o attraverso richieste dei capistruttura dalla concessionaria di pubblicità per avere articoli dedicati a inserzionisti pubblicitari o sponsor di eventi.
Abbiamo a più riprese chiesto che gli articoli dedicati a inserzionisti, sponsor o prodotti fossero chiaramente resi riconoscibili e distinguibili dalle notizie con la parola “redazionale” o “articolo sponsorizzato”, ma restano confusioni e commistioni.
Per questo chiediamo alla direzione di garantire il rispetto della deontologia professionale, norme menzionate anche nel Contratto nazionale di lavoro giornalistico che vincola tutte e tutti nel nostro operato quotidiano (articolo 44: “i messaggi pubblicitari devono essere chiaramente individuabili come tali e quindi distinti, anche attraverso apposita indicazione, dai testi giornalistici (….) I direttori sono garanti della correttezza e della qualità dell’informazione anche per quanto attiene il rapporto tra testo e pubblicità”).
Altresì vogliamo sottoscrivere una carta che ribadisca queste chiare e semplici regole, affinché: non vengano dimenticate e forniscano un altro strumento di difesa della professionalità di ognuna o ognuno di noi, assunti o collaboratori di “Repubblica”, di fronte a possibili pressioni di varia natura; venga preservata la qualità giornalistica e l’indipendenza di “Repubblica”, unica e sola missione sin dalla fondazione del quotidiano e garanzia di tutela e salvaguardia dello stesso.

Informazione e pubblicità: la carta delle giornaliste e dei giornalisti di “Repubblica”
Nel proprio lavoro quotidiano le giornaliste e i giornalisti di “Repubblica” si impegnano:
1) A tenere distinta l’informazione dalla pubblicità in tutte le piattaforme:
giornale, allegati, sito, social network, podcast, eventi. Esiste un dovere
deontologico previsto dal contratto nazionale ed esiste anche un patto di trasparenza con i lettori per cui è severamente vietato mescolare le notizie con la pubblicità, anche quando essa ha la forma di redazionale;
2) A non prestarsi a scrivere e/o firmare nessun articolo o intervista o altro contenuto giornalistico che sia richiesto dalla concessionaria di pubblicità direttamente o per interposta persona;
3) A rifiutarsi di camuffare redazionali sotto forma di articoli, interviste, commenti e qualsiasi altro intervento giornalistico sia su carta sia online sia in eventi pubblici;
4) A prestare attenzione affinché vengano evitati eventuali episodi esposti nei punti 1, 2, e 3, impegno di cui si fa carico il Comitato di redazione nella sua interezza, quindi compresi i fiduciari dei settori;
5) A rifiutare regalie, viaggi gratuiti non legati ad eventi di cui si debba
necessariamente scrivere per motivi giornalistici e qualsiasi altra forma di retribuzione occulta da parte di enti privati o pubblici. E, in caso di viaggi legati ad eventi di rilevanza giornalistica non pagati dal giornale, dichiarare chiaramente di chi si è ospiti;
6) A non rispondere a nessuna mail o richiesta che venga dalla concessionaria di pubblicità, a meno che si tratti di rapporti per l’operatività dell’attività editoriale;
7) A non inserire in nessun articolo link diretti a portali per l’acquisto, aziende produttrici, privati fornitori di servizi;
8) A fare in modo che su carta, online, nei podcast, nei video e in qualsiasi altra forma di produzione di contenuti, sia sempre e solo la redazione con i suoi responsabili a stabilire scelta, gerarchia e organizzazione dei contenuti stessi, senza alcuna eccezione;
9) A rispettare il diritto di informazione dei lettori anche quando i soggetti di cui si avverta la necessità di scrivere abbiano deciso di non fare pubblicità sulle pagine di “Repubblica”;
10) A ribadire che i sistemi editoriali sono di uso esclusivo delle giornaliste e dei giornalisti, ai quali spetterà l’eventuale pubblicazione dei contenuti in essi generati.


domenica 12 Novembre 2023

Tempi più delicati che mai per la satira

C’è stata una questione intorno a una vignetta satirica sul Washington Post , all’interno delle polemiche e delle difficoltà che molte testate stanno avendo da un mese sul racconto della guerra tra Israele e Hamas: il giornale ha deciso di rimuovere dal proprio sito la vignetta (che era stata pubblicata anche sull’edizione di carta del quotidiano), che voleva sottolineare l’ipocrisia di Hamas nell’accusare Israele di colpire i civili, dopo avere ricevuto molte critiche perché il disegno complessivo suggeriva “stereotipi razzisti” nei confronti di tutto il popolo palestinese.
(in Italia la vignetta è stata pubblicata polemicamente sabato dal Foglio e da Libero, e dal Corriere della Sera domenica: nessuno dei tre giornali aveva fatto lo stesso né avanzato simili critiche nel caso di una vignetta censurata tre settimane prima dal Guardian con speculari accuse di antisemitismo per come il disegnatore aveva ritratto Benjamin Netanyahu)


domenica 12 Novembre 2023

Da dentro Gaza

Il Post ha raccontato l’autore delle uniche cronache da dentro Gaza sui giornali italiani, Sami al Ajrami.

“Ajrami è un giornalista freelance con molta esperienza, avendo iniziato a fare il corrispondente da Gaza nel 2004. Ha cinquant’anni ed è nato nel campo profughi di Jabalia, pochi chilometri a nord di Gaza: è il campo che è stato bombardato martedì e mercoledì dall’esercito israeliano. Ajrami ha raccontato su Repubblica di avere lì ancora parte della famiglia (sopravvissuta ai bombardamenti)”.


domenica 12 Novembre 2023

Licenziamenti a decine e centinaia

È stata di nuovo una settimana di sostanziose riduzioni dell’organico in alcune grosse aziende giornalistiche internazionali. Vice, la testata multimediale che un decennio fa era ancora un caso – per quanto discusso – di nuove pratiche di reportage e di informazione rivolte soprattutto ai giovani, chiuderà alcuni dei suoi programmi video e licenzierà alcune decine di persone. L’azienda era stata comprata da tre fondi di investimento quest’anno, dopo aver presentato una richiesta di fallimento.
Invece Reach, il grande gruppo editoriale britannico che pubblica alcuni dei maggiori tabloid del paese – Daily MirrorDaily Express Daily Star – licenzierà 450 persone, ovvero un decimo dei suoi dipendenti. Le difficoltà dei giornali che hanno fatto decidere per i licenziamenti sono state attribuite in particolare alla perdita di traffico generato da Facebook, dopo la decisione di Meta – l’azienda che possiede Facebook e Instagram – di ridurre la promozione dei contenuti giornalistici. Il piano di Reach sta venendo molto contestato nelle redazioni.


domenica 12 Novembre 2023

14 miliardi di dollari

Un gruppo di studiosi universitari statunitensi ha pubblicato uno studio che quantificherebbe il presunto debito che Google e Facebook avrebbero con i giornali americani per via dei guadagni delle due piattaforme che si debbono al loro uso dei contenuti dei giornali. L’obiettivo dello studio, spiegano, non è tanto definire delle cifre esatte – tra i 10 e i 12 miliardi di dollari annui per Google, 1,9 miliardi di dollari per Facebook – ma definire dei parametri in base a cui fare questi calcoli anche in altri mercati mondiali. La conclusione collaterale è che tutto il settore giornalistico è molto danneggiato dalla sua incapacità di trattare in maniera compatta – come è avvenuto nei mesi scorsi in quello dello spettacolo -, lasciando che siano solo le aziende maggiori a concludere accordi segreti con Google e Facebook di maggior valore, e che le piattaforme governino le trattative.


domenica 12 Novembre 2023

I quotidiani a settembre

Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di settembre 2023. Se, come facciamo ogni mese, selezioniamo e aggreghiamo tra le varie voci il dato più significativo e più paragonabile rispetto alla generica “diffusione” totale, i risultati sono quelli che seguono: che non tengono conto delle copie distribuite gratuitamente, di quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e di quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte). Più sotto citiamo poi i dati della diffusione totale, quella in cui entra tutto.

Corriere della Sera 175.248 (-7%)
Repubblica 101.395 (-13%)
Stampa 71.209 (-13%)

Sole 24 Ore 54.895 (-9%)
Resto del Carlino 54.794 (-12%)
Messaggero 48.102 (-10%)
Fatto 41.582 (-9%)
Nazione 36.832 (-10%)
Gazzettino 35.109 (-7%)

Giornale 29.243 (-7%)
Dolomiten 29.241 (-7%)
Messaggero Veneto 25.740 (-8%)
Verità 24.484 (-16%)

Altri giornali nazionali:
Libero 20.858 (-4%)
Avvenire 14.811 (-11%)
Manifesto 12.509 (-9%)
ItaliaOggi 7.727 (-16%)

(il Foglio Domani non sono certificati da ADS).

Rispetto al calo grossomodo medio del 10% anno su anno delle copie effettivamente “vendute”, cartacee e digitali (queste ultime in abbonamento), a cui siamo abituati, questo mese continua ad andare meglio il Corriere della Sera , che però per la prima volta dal gennaio 2021 porta il suo declino di copie oltre il 7%, perdendo la condizione che aveva mantenuto da diversi mesi: le sue perdite a settembre si avvicinano a quelle di altre testate. Continuano invece ad avere cali superiori alla media Repubblica Stampa . Ci sono poi due inversioni di posizioni: per pochissime copie il Resto del Carlino è sceso dietro il Sole 24 Ore, e Dolomiten è sceso dietro al Giornale . Il Giornale ha infatti un dato interessante: una perdita meno grave di quella dei mesi passati, mentre Libero ha interrotto il suo periodo di crescita e recupero che durava da diversi mesi. Tutto suggerirebbe quindi che i direttori del Giornale, Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri (insediati l’8 settembre e provenienti da Libero) si siano portati dietro una quota di lettori (rispetto ad agosto il Giornale ha dichiarato 895 copie in più, il dato migliore di tutti; Libero ne ha perse 2.563 quando ad agosto ne aveva invece guadagnate 775).

Quanto ai soli abbonamenti alle edizioni digitali, l’ordine delle testate è questo (sono esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 51mila, il Sole 24 Ore più di 33mila).
Corriere della Sera 42.989
Repubblica 25.913
Sole 24 Ore 22.487
Fatto 19.709
Stampa 8.894
Manifesto 6.205
Gazzettino 5.991
Rispetto al mese precedente gli abbonamenti digitali del Corriere a prezzo non scontatissimo sono quasi 200 meno, quelli di Repubblica quasi 500 meno. Nei giorni scorsi il Corriere ha annunciato 556mila abbonamenti attivi: si deve quindi assumere che 460mila di questi siano abbonati al sito web, tolti i 94mila complessivi all’edizione digitale e i 2-3mila all’edizione cartacea o comprati in pacchetti “multipli”.

Rimane molto esigua la quota di abbonamenti non scontatissimi alle edizioni digitali per alcune testate nazionali (soprattutto quelle con un pubblico più anziano) in un tempo in cui quella è la direzione più promettente per la sostenibilità di molti giornali: 1.740 abbonamenti digitali (pagati almeno il 30%) per Avvenire , 1.415 per il Giornale, 1.334 per la Verità , 1.470 per Libero, 2.369 per la Gazzetta dello Sport (che però ne ha più di 10mila a meno del 30% del prezzo). I tre quotidiani Monrif ( GiornoResto del Carlino Nazione ) ne dichiarano complessivamente 2.049.

Tornando alle vendite individuali complessive – carta e digitale – tra i quotidiani locali le perdite maggiori rispetto a un anno fa sono ancora dell’ Arena (-16%) e del Giornale di Vicenza (-18%), entrambi del gruppo Athesis, e del Tirreno (-18%).

Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.

Il totale di questi numeri di diversa natura dà una cifra complessiva di valore un po’ grossolano, che è quella usata nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il giornale specializzato Prima Comunicazione, e che trovate qui. Un esempio delle differenze con i dati che abbiamo raccontato qui sopra è il risultato positivo di Repubblica , che cresce dell’11,8% rispetto all’anno scorso grazie all’aggiunta di una grande quota di copie promozionali e omaggio da gennaio di quest’anno (erano 1.123 a settembre 2022, ora sono 32.751).

AvvenireManifestoLibero, Dolomiten ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, che costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)


domenica 12 Novembre 2023

Ten million

Continuando a confermare un periodo di successi, il New York Times ha annunciato di avere superato i dieci milioni di abbonati (9,4 milioni ai suoi prodotti digitali e 670mila al giornale di carta: questi ultimi diminuiti di 70mila in un anno). I risultati sono ancora esplicitamente attribuiti alla riuscita del progetto del giornale di proporsi come più di un giornale: ha scritto nella sua newsletter Brian Morrissey, già fondatore del sito di media e pubblicità Digiday, che l’impressione è che i successi e le prospettive del New York Times si affidino più a trovare un nuovo gioco come Wordle che a creare nuove redazioni giornalistiche all’estero.


domenica 12 Novembre 2023

Meno fondi pubblici

La Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) è nata nel 1950: ne fanno parte molte aziende giornalistiche italiane (comprese le più grandi e influenti, con maggior potere) e si occupa di tutelare gli interessi dei propri associati. Il suo presidente Andrea Riffeser Monti – editore del gruppo Monrif che pubblica Resto del CarlinoNazione Giorno – è al suo terzo mandato ed è in carica dal 2018. La FIEG si occupa tra le altre cose anche di rappresentare gli editori con il sindacato unico dei giornalisti e con il governo: in quest’ultimo caso soprattutto sui finanziamenti pubblici e sulle agevolazioni per l’acquisto della carta. Nelle ultime settimane il Consiglio dei ministri ha presentato il disegno di legge di bilancio (cioè il documento che indica come verranno spesi i soldi pubblici nei prossimi tre anni): e tra i cambiamenti c’è la cancellazione del “Fondo straordinario a sostegno dell’innovazione nell’editoria”, che era stato di 90 milioni nel 2022 e di 140 milioni nel 2023. Il sottosegretario all’editoria Barachini (la persona che nel governo si occupa dei rapporti coi giornali) ha spiegato che il fondo è da considerarsi esaurito perché: «varato a sostegno dell’editoria nella fase emergenziale del Covid»: lo stato dovrebbe comunque garantire almeno 90 milioni che andrebbero a far parte del nuovo “Fondo unico per il pluralismo e l’innovazione digitale dell’informazione e dell’editoria”, sostituendo il “Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”. La FIEG se ne è lamentata, dicendo che la riduzione dei fondi rischia: «di vanificare gli importanti interventi esistenti per sostenere il passaggio al digitale», chiedendo di lasciare inalterato «il livello di sostegno al settore per il tempo necessario a garantire la difficile transizione digitale e continuare a garantire l’elevato standard di qualità dell’informazione professionale, la salvaguardia dei livelli occupazionali e delle retribuzioni e rafforzare il presidio contro il proliferare delle false informazioni». In questo contesto bisogna considerare che la transizione al digitale dei giornali è iniziata oltre 25 anni fa.

C’è però anche un’altra parte della storia, raccontata una settimana fa con molto approfondimento (e polemica) in un articolo sul Corriere Romagna , quotidiano che è pubblicato da una cooperativa. Ed è che la FIEG, come dicevamo, rappresenta soprattutto gli interessi degli editori dei grandi giornali, e le sue richieste e le nuove scelte del governo stanno danneggiando in questi anni molte cooperative e non profit che verrebbero escluse dal grosso dei contributi. L’articolo elenca i molti modi in cui i maggiori quotidiani (dal Corriere della Sera, al Sole 24 Ore, al Fatto) accedono a compensi pubblici e cita le rimostranze delle testate più piccole e senza editori potenti, poco note al grosso dei lettori che della questione ricevono informazione solo attraverso i quotidiani più importanti.

“In pochi anni il nostro Paese è passato dal furore paranoico di cancellare ogni tipo di sostegno ai piccoli e medio-grandi giornali no profit (cooperative di giornalisti ed enti morali) al furore opposto di erogare ingenti risorse pubbliche, senza alcun controllo sul loro utilizzo, a quelli che un tempo la politica mainstream chiamava enfaticamente “giornaloni”, ovvero quotidiani e periodici della famiglia Agnelli-Elkann, della Rcs e di Urbano Cairo, della famiglia Caltagirone o di Confindustria, solo per citare qualche nome”.


domenica 12 Novembre 2023

Charlie, umanità e giornalismi

È una storia con molti aspetti propri e unici, quella dei fotografi che sono stati guidati ad assistere alle stragi di Hamas del 7 ottobre in Israele, di cui non tutto è chiaro e noto e su cui alcune accuse si sono rivelate infondate. Ma si inserisce dentro le delicatissime e decennali – forse secolari – riflessioni sui conflitti tra le priorità del lavoro giornalistico e le valutazioni etiche più generali di correttezza e umanità. Accade più frequentemente che l’uso da parte di giornalisti di pratiche ingannevoli per ottenere informazioni sia considerato esecrabile, ma la difesa degli esecrati si basa spesso sui risultati e sulle informazioni pubbliche ottenute con quei metodi (risultati e informazioni che spesso sono apprezzati dagli stessi esecranti): ed è vero che per pretendere comportamenti sempre corretti dal giornalismo dobbiamo essere disposti a sacrificare una quota di notizie che rimarrebbero ignote. Negli Stati Uniti è tornato attuale quest’anno un dibattito sulla legittimità e sulla punibilità del giornalismo ” undercover “, ovvero quello che non si dichiara come tale, fingendosi altro, compreso quello delle telecamere e dei microfoni nascosti, per esempio. Ma cosa penseremmo se sapessimo che alcune delle immagini o dei reportage più importanti nel documentare gli eventi più violenti e drammatici dell’ultimo secolo sono stati resi possibili solo dall’astenersi dei loro autori da ogni tentativo di intervento in difesa delle vittime? Penseremmo male di loro, forse, ma preferiremmo non averne mai saputo niente? Non c’è una risposta buona per ogni caso (e per certi casi forse non c’è una risposta buona), ed è solo una delle sfuggenti questioni che riguardano una materia sfuggente come il racconto della realtà.

Fine di questo prologo.


domenica 5 Novembre 2023

A Natale tutti insieme

Il nuovo numero di Cose spiegate bene, la rivista del Post, è acquistabile da giovedì in anteprima da parte degli abbonati del Post: una formula, quella della prevendita due settimane prima dell’uscita in libreria, che ha funzionato molto bene sin dal primo numero, permettendo di raggiungere la sostenibilità economica del progetto ancora prima della sua uscita pubblica, appunto. E confermando così l’efficacia della costruzione di un rapporto di fiducia con gli abbonati che garantisce un pubblico interessato per molti progetti collaterali del giornale.


domenica 5 Novembre 2023

Trent’anni di Internazionale

Il settimanale Internazionale ha ricordato con un editoriale del suo direttore il trentesimo anniversario della sua prima uscita.

“Quando Internazionale arrivò in edicola era il 6 novembre del 1993, un sabato. In questi trent’anni tante cose sono successe e il mondo è cambiato. Poco alla volta, Internazionale è diventato il punto di riferimento per un gran numero di persone che ogni settimana si ritrovano intorno al giornale, con un senso di appartenenza a una collettività cresciuta nel corso degli anni. Questo, forse, è il risultato più importante e più prezioso raggiunto finora: la condivisione dell’idea che quello che succede nel mondo ci riguarda da vicino, perché i destini di tutti noi sono incrociati e legati”.


domenica 5 Novembre 2023

Ci siamo intesi

I maggiori quotidiani italiani si sono mossi con molta cautela questa settimana intorno al rafforzamento delle accuse contro la banca Intesa Sanpaolo a proposito del progetto di creazione di un nuovo brand bancario chiamato Isybank. Le modalità del trasferimento dei conti erano state contestate da molti utenti, e giovedì l’autorità antritrust ha avviato un’istruttoria a proposito.
Intesa Sanpaolo è un frequente inserzionista dei maggiori quotidiani oltre che un creditore di diverse aziende che li possiedono, e le sue comunicazioni sono sistematicamente trattate con molta accoglienza nelle pagine economiche. La notizia sull’antitrust – a differenza di come vengono trattati abitualmente molti procedimenti simili – è stata riferita dando esteso spazio alla difesa della banca: che già il giorno dopo ha ottenuto nuovi articoli di celebrazione dei suoi risultati. Il Corriere della Sera ha pubblicato a margine della notizia anche una guida all’uso di Isybank.

(intorno a una simile questione, e in aggiornamento del prologo di Charlie della settimana scorsa: gli stessi quotidiani principali hanno ospitato questa settimana diverse pagine pubblicitarie comprate da ENI)


domenica 5 Novembre 2023

Torrenziale

Secondo una ricerca del sito britannico che si occupa di media e di giornalismo PressGazette il sito del quotidiano Daily Mail – il sito si chiama MailOnline – pubblicherebbe in media circa 1500 pagine web al giorno, un numero straordinariamente maggiore di quelli di altre testate giornalistiche dello stesso paese. Quello del Daily Mail è diventato uno dei siti di news più seguiti del mondo da molti anni, da quando il tabloid intuì le possibilità di raggiungere un pubblico anglofono straordinariamente più grande di quello solo britannico, con il proprio giornalismo spesso sensazionalistico, pettegolo e inaccurato. Parte dei suoi risultati di traffico si devono, come mostrano i dati, anche alla grandissima quantità di articoli pubblicati.


domenica 5 Novembre 2023

Che controlla

Mercoledì di nuovo una delle pagine di Economia sul quotidiano Repubblica è stata dedicata a un articolo di celebrazione dei successi dell’azienda automobilistica che appartiene alla stessa società del giornale, e in questo caso l’articolo è tornato a usare in un inciso la formula che indica sovrapposizione di interessi.

 


domenica 5 Novembre 2023

Il Guardian contro Microsoft

Microsoft – la grande azienda multinazionale di informatica – possiede, tra le altre cose, un aggregatore di news chiamato Start che contribuisce a rendere il suo sito uno dei più visitati al mondo: è la pagina iniziale predefinita sui dispositivi che hanno un software Microsoft e anche la pagina iniziale del browser Edge (il successore di Internet Explorer). Start raccoglie e ripubblica articoli di diverse organizzazioni giornalistiche (di qualità assai varia) in cambio di una quota dei ricavi pubblicitari. Fino a qualche anno fa Microsoft impiegava fino a 800 redattori per selezionare le notizie da pubblicare su Start, ma nel 2020 ha notevolmente ridotto la sua redazione con moltissimi licenziamenti che sono stati sostituiti da software di “intelligenza artificiale” (AI) e dall’automazione di algoritmi.

Gli accordi delle testate con Microsoft generano i rischi comuni a ogni occasione in cui la distribuzione e la pubblicazione dei propri contenuti vengono affidati ad altri, con perdita del controllo su quei contenuti. Martedì il quotidiano britannico Guardian ha accusato Microsoft di aver danneggiato la sua reputazione giornalistica dopo che su Start era apparso un discutibile sondaggio generato da un software vicino a un articolo di cronaca nera del Guardian. L’articolo parlava di un’allenatrice di pallanuoto di 21 anni trovata morta con gravi ferite alla testa in una scuola di Sydney: accanto all’articolo il sondaggio generato automaticamente chiedeva ai lettori “Quale pensi sia il motivo della morte della donna?” e le opzioni di risposta erano omicidio, incidente o suicidio. Il sondaggio è stato rimosso ma diversi lettori avevano già protestato col Guardian, equivocando le responsabilità della pubblicazione: in una nota indirizzata a Microsoft l’editore del Guardian ha scritto che l’incidente ha causato un “significativo danno alla reputazione” del giornale e dei giornalisti che hanno lavorato all’articolo e anche che: “è evidente che Microsoft ha fatto un uso inappropriato dell’intelligenza artificiale su una storia di interesse pubblico potenzialmente angosciante, originariamente scritta e pubblicata dai giornalisti del Guardian ”.


domenica 5 Novembre 2023

Il nuovo capo al Washington Post

Il quotidiano di Washington, DC, che è uno dei quattro quotidiani considerati “nazionali” negli Stati Uniti, ha scelto un nuovo amministratore delegato: è Will Lewis, che aveva già avuto lo stesso ruolo nell’azienda Dow Jones, che pubblica il Wall Street Journal, e un curriculum più tradizionalmente giornalistico dirigendo tra l’altro il quotidiano inglese Daily Telegraph, dove fu protagonista della pubblicazione di una eclatante serie di rivelazioni sulle spese dei parlamentari britannici. Il precedente CEO del Washington Post, Fred Ryan, aveva lasciato l’incarico lo scorso giugno. Lewis è di Londra e ha 54 anni.


domenica 5 Novembre 2023

Il gruppo NEM

La società NEM si è presentata venerdì con un breve editoriale ai lettori dei quotidiani di Veneto e Friuli Venezia Giulia che ha di recente comprato dal gruppo GEDI (che ha così dismesso quasi del tutto il suo antico patrimonio di quotidiani locali): la Tribuna di Treviso, il Mattino di Padova, il Corriere delle Alpi di Belluno, la Nuova Venezia, il Messaggero Veneto di Udine e il Piccolo di Trieste. Sulle stesse prime pagine è stato pubblicato anche il saluto del nuovo direttore del gruppo Luca Ubaldeschi.


domenica 5 Novembre 2023

Click e impression

Google ha annunciato che cambierà i criteri di retribuzione per il suo sistema di gestione della pubblicità sul web che si chiama Google Ads (e attraverso cui Google controlla la quota maggiore del mercato pubblicitario digitale): passando da un conteggio dei click sulle pubblicità a uno delle visualizzazioni, per allinearsi – dice la nota pubblicata giovedì – ai criteri usati maggiormente nel mercato pubblicitario. Nell’annuncio Google sostiene che questo non dovrebbe cambiare nei numeri le retribuzioni ai siti che ospitano le pubblicità.


domenica 5 Novembre 2023

Due milioni e mezzo per la Verità

SEI è la società che pubblica il quotidiano La Verità: entrambe sono state create da Maurizio Belpietro, giornalista e direttore della testata, che negli scorsi anni ha acquisito anche alcune riviste un tempo pubblicate dalla casa editrice Mondadori, tra le quali il settimanale Panorama. Il mese scorso i conti di SEI sono stati protetti con un aumento di capitale di due milioni e mezzo fornito da un nuovo socio, l’imprenditore dell’agroalimentare Federico Vecchioni attraverso la sua società Newspaper. Il sito Startmag aveva descritto la nuova distribuzione della proprietà e le ragioni di bilancio che avevano reso prezioso il nuovo investimento:

“La ricapitalizzazione è stata sottoscritta da Newspaper, che possiede ora il 25 per cento delle azioni di Sei. Il primo azionista della società che edita La Verità rimane Belpietro, che con l’ingresso del nuovo azionista ha diluito la sua quota dal 78,1 per cento al 58,5 per cento. Gli altri azionisti sono Nicola Benedetto (12,7 per cento) e Mario Giordano (3,7 per cento): le quote attuali sono state limate sempre per effetto dell’ingresso del nuovo socio.

[…] Sei ha chiuso il bilancio del 2022 con una perdita dell’esercizio di 2.346.815 euro, rispetto all’utile di 189.617 euro riportato al 31 dicembre 2021.
Come si legge nel bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2022, “la significativa perdita conseguita nel presente esercizio è unicamente dovuta alla svalutazione della partecipazione in Stile Italia Edizioni srl, in liquidazione. Al netto di questa, la Società avrebbe conseguito un rilevante utile d’esercizio”. Stile Italia Edizioni è la società editrice dei magazine Sale e Pepe, Confidenze, Style, Starbene e Cucina Moderna”.

Secondo un articolo pubblicato sabato da Repubblica – ma che non cita fonti identificabili per la sua ricostruzione – l’ingresso del nuovo socio avrebbe delle implicazioni legate al rischio – rischio temuto anche dalla presidente del Consiglio Meloni – che a comprare la Verità potesse essere la famiglia Angelucci, che già possiede il Giornale Libero.


domenica 5 Novembre 2023

Tagli in Condé Nast, qualcosa non va

Come racconta il Post, “Condé Nast, la grande casa editrice statunitense che pubblica alcune tra le riviste più famose al mondo, tra cui Vanity Fair, il New Yorker Vogue, ha fatto sapere che licenzierà il 5 per cento del proprio staff, pari a circa 270 dipendenti”.

L’azienda ha deciso anche di rinunciare allo sviluppo di una divisione interna che si sarebbe occupata di sfruttare il proprio archivio per lavorare a produzioni di serie televisive o cinematografiche. La riduzione dei dipendenti rientra nel contesto delle numerose notizie di licenziamenti nelle redazioni internazionali e delle relative difficoltà economiche di diversi giornali. Il New York Times ha citato una nota in cui l’amministratore delegato di Condé Nast Roger Lynch ha informato i dipendenti che i licenziamenti sarebbero necessari per il calo dei ricavi dalla pubblicità digitale, per la diminuzione del traffico proveniente dai social media e per il cambio di comportamento del pubblico: la maggior parte della crescita dell’attività video di Condé Nast sta avvenendo in formati come TikTok e YouTube Shorts, che però sono meno redditizi: “i video più lunghi su YouTube sono in calo di anno in anno. Si tratta di un cambiamento [di abitudini] del pubblico, ma anche di YouTube che insegue ciò che vede su TikTok”. Dopo diversi anni Condé Nast aveva registrato un profitto nel 2021, e anche nel 2022 i ricavi sono cresciuti ma non raggiungendo l’obiettivo prefissato: Lynch prevede un leggero calo nelle entrate dalla pubblicità anche se i ricavi derivanti dagli abbonamenti digitali e dall’e-commerce sono aumentati, considerando però che sia gli abbonamenti che l’e-commerce rappresentano una parte più piccola rispetto alle entrate pubblicitarie.


domenica 5 Novembre 2023

Repubblica e Zerocalcare

Un nuovo attrito si è manifestato all’interno di Repubblica questa settimana, sempre nel contesto del nuovo corso del giornale seguito al cambio di proprietà e di direttore di quattro anni fa. Mercoledì Francesco Merlo, il giornalista titolare della rubrica delle lettere oltre che autore di commenti di attualità, ha firmato una pagina di attacchi molto violenti nei confronti del disegnatore e fumettista Zerocalcare, che aveva più volte collaborato col giornale negli anni passati, a proposito della scelta di quest’ultimo di non partecipare a una grande fiera di fumetti che si tiene ogni anno a Lucca. Zerocalcare aveva spiegato di non sentirsi a suo agio – in queste settimane di bombardamenti a Gaza – in una manifestazione che si era presentata col patrocinio dell’ambasciata israeliana (legato alla partecipazione di due fumettisti israeliani).

L’attacco di Merlo – autore capace spesso anche in passato di grandi aggressività personali nei suoi commenti, e apprezzato da una quota di lettori anche per questo – contro Zerocalcare è stato molto criticato: sia perché le posizioni di Zerocalcare contro i bombardamenti israeliani sui civili palestinesi sono assai condivise tra una parte dei lettori di Repubblica, sia perché lo stesso Zerocalcare gode di molto rispetto, sia perché i toni sono sembrati molto sopra le righe anche a chi dissentisse dalla scelta in questione di Zerocalcare sulla fiera di Lucca (l’articolo di Merlo conteneva anche un’allusione critica alla scrittrice Michela Murgia, morta di recente). E a manifestare pubblicamente questo dissenso sono stati anche due giornalisti di Repubblica, su Twitter (Matteo Pucciarelli Viola Giannoli): e l’indomani il giornale ha scelto di accogliere una risposta critica di Chiara Valerio, scrittrice e anche lei collaboratrice di Repubblica.

Zerocalcare ha risposto agli attacchi di Merlo (e di altri) sul sito di Internazionale . Merlo ha aggiunto ancora qualche laconico commento nella sua rubrica di risposta alle lettere.


domenica 5 Novembre 2023

I podcast per gli abbonati

La sostenibilità economica delle produzioni di podcast è argomento dibattuto da diversi anni, da quando il relativo successo del formato ha spinto molte aziende giornalistiche a investirci (o anche a nascere come produttrici dedicate) in cerca appunto di un modello di ricavo garantito. Finora i risultati sono stati abbastanza occasionali, e né la pubblicità, né i podcast sponsorizzati, né la vendita dei contenuti a piattaforme maggiori si sono mostrati sufficienti, almeno per la gran parte dei produttori e delle testate. Un pensiero che stanno indagando da qualche tempo alcune aziende giornalistiche è di “monetizzare” i podcast attraverso il proprio sistema di abbonamenti, facendoli diventare parte dell’offerta per gli abbonati (è quello che fa per esempio il Post con alcuni dei suoi podcast). E diventando potenzialmente delle “piattaforme di podcast” a pagamento, pur con offerte assai più limitate di quelle di Spotify, o Audible.

Il settimanale londinese Economist ha da poco introdotto un nuovo piano di abbonamenti a pagamento per i suoi podcast: il costo è di 4,90 sterline al mese o 49 sterline all’anno, mentre chi ha già altri abbonamenti alla rivista accederà anche all’offerta di podcast. L’ Economist ha realizzato il suo primo podcast nel 2006 ma la sua pubblicazione principale, il quotidiano “The Intelligence”, è nata nel 2019: è un podcast che attualmente ha 2,5 milioni di ascoltatori unici al mese. Oggi l’ Economist pubblica una decina di podcast realizzati da una redazione di circa 25-30 persone, quasi il 10% dei 300 membri dell’intera redazione della rivista. Fino a questo momento i podcast dell’ Economist erano sostenibili economicamente grazie agli introiti pubblicitari, ma il direttore dei podcast John Prideaux ha detto PressGazette – sito britannico che si occupa di giornalismo – che la crescita nei podcast è più interessante per rafforzare gli abbonamenti, che rappresentano la principale fonte di reddito dell’ Economist (sono circa 1,2 milioni gli abbonati totali). Per l’ Economist uno degli ostacoli dei podcast a pagamento è che molte persone sono abituate a ascoltare i programmi su Apple Podcasts o Spotify: “È possibile ascoltare i podcast dell’ Economist sulla nostra app, è facilissimo e l’esperienza d’uso è buona, ma la realtà è che quasi tutti i nostri ascoltatori usano Spotify o Apple. […] Si tratta di introdurre un paywall su una piattaforma gestita da altri, il che è più complicato dal punto di vista tecnologico, ma abbiamo trovato una soluzione che funziona abbastanza bene”. Ad esempio è possibile collegare i propri account dall’ Economist ad alcune applicazioni per i podcast: è un’operazione macchinosa ma non troppo complessa. Secondo Prideaux la strategia dei podcast in abbonamento diventerà “sempre più comune” grazie agli adeguamenti tecnologici. Questo anche perché molti giornali hanno aumentato la produzione di podcast ed è aumentata anche la loro centralità:

“ Posso parlare solo per l’ Economist, ma cercare di vendere un abbonamento a un prodotto giornalistico e però allo stesso tempo regalare gratuitamente molto del proprio giornalismo, è una cosa strana da fare e non ha molto senso. Ma c’è un problema: più i podcast migliorano, più si rischia di cannibalizzare la propria attività. […] E quindi penso che questa logica porterà un maggior numero di persone a sottoscrivere abbonamenti ai podcast. Ma mi chiedo anche quanti abbonamenti ai podcast le persone vorranno avere ”.


domenica 5 Novembre 2023

Anche una sola persona

Il sito Nieman Lab, che si occupa di giornalismo per conto della fondazione americana Nieman legata all’università di Harvard, ha pubblicato una istruttiva intervista con Shayan Sardarizadeh, che si occupa di disinformazione (e “misinformazione”, come lui stesso distingue) per la sezione del sito di BBC che si chiama Verify.
Sardarizadeh spiega quali analisi faccia su immagini e notizie – per esempio quelle di queste settimane che arrivano da Gaza e da Israele – per verificare la loro fondatezza, e ribatte efficacemente all’obiezione che negli ultimi anni si fanno spesso gli stessi giornalisti impegnati in un lavoro simile, ovvero “le smentite sono sempre più deboli delle falsificazioni”:

«Ma anche se hai smontato una storia che aveva dieci milioni di visualizzazioni, e la tua ne ha ottenute solo 2 o 3mila, anche se sei riuscito a far cambiare idea anche a una sola persona che aveva visto l’articolo originale e poi ha letto il tuo, ora è una persona che si è convinta che quello era falso e non ci crede più. Penso che qualunque giornalista che ottenga questo può esserne contento e dirsi “ok, ho fatto una cosa buona”».


domenica 5 Novembre 2023

Charlie, dicerìe

Chi i giornali li legge, li scorre, li sfoglia, li ascolta, li guarda, e segue il lavoro delle redazioni solo nei suoi risultati, deve la sua limitata conoscenza del loro funzionamento soprattutto a certi film o serie americani, che sono la maggiore occasione in cui persino il pubblico italiano vede dei giornalisti al lavoro (poi speriamo che una parte ancora crescente lo debba a questa newsletter, anche). E il rischio è che assuma come pratiche usuali del lavoro delle redazioni quelle che vede in quei film: le cautele nelle scelte di cosa e quando pubblicare, la ricerca di verifiche, la richiesta di trovare più fonti, la scelta di aspettare e rimandare la pubblicazione fino a che non ci siano risposte e conferme, la garanzia che le frasi citate siano attribuibili. Ma sono pratiche proprie del lavoro delle più autorevoli testate statunitensi, e di rari casi in alcuni altri paesi del mondo. Consegnare ai lettori delle informazioni sull’attendibilità delle notizie e delle fonti che le riferiscono, per esempio, è una scelta che non è nella cultura giornalistica italiana, che ha tra i suoi attributi invece una maggiore attitudine (e capacità, a volte) alla narrazione suggestiva e coinvolgente. Lo strumento di questo diverso approccio sono quindi tutta una serie di formulazioni sulle fonti che con un po’ di attenzione ogni lettore può imparare a riconoscere: “le voci che si rincorrono dicono…”, “si sussurra che…”, “i bene informati assicurano…”, “a quanto pare…”, “chi lo ha visto dice che…”, “dicono dalle sue parti…”.

Fine di questo prologo.


domenica 29 Ottobre 2023

Stracci

C’è stato un violento e seguito litigio su Twitter tra l’account del giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli e quello attribuito alla giornalista del Corriere della Sera Maria Teresa Meli, a partire da un articolo di Meli su una manifestazione per la pace in Israele e Palestina.


domenica 29 Ottobre 2023

Spiegata

Il quotidiano torinese La Stampa ha organizzato quattro incontri pubblici al Circolo dei lettori di Torino per raccontare ai lettori come lavora la redazione e come si fa il giornale. Il primo si è tenuto giovedì.


domenica 29 Ottobre 2023

Cerchi che si chiudono

In rappresentanza delle sovrapposizioni più palesi sui due maggiori quotidiani italiani di contenuti giornalistici e contenuti pubblicitari, questa settimana segnaliamo le pagine acquistate per una campagna di Fay su Corriere della Sera Repubblica precedute dagli articoli degli stessi giornali per raccontare la campagna pubblicitaria, con le immagini relative. E ugualmente, acquistando diverse inserzioni su Repubblica durante la settimana per una sua campagna pubblicitaria con Jennifer Lopez come testimonial (anche con accostamenti disattenti), il brand Intimissimi ha ottenuto sabato anche un articolo dedicato alla campagna stessa, illustrato dalle immagini della campagna.


domenica 29 Ottobre 2023

I dieci anni di Fumettologica

Fumettologica – sito italiano di informazione sul fumetto – ha pubblicato un articolo in cui celebra i dieci anni dalla nascita del magazine online. L’articolo è scritto dal suo fondatore Matteo Stefanelli, che ne è anche il direttore. Stefanelli ha detto a Charlie che al momento Fumettologica raggiunge ogni mese tra i 100 mila e i 150 mila lettori per un totale di circa 1 milione di pagine visualizzate. Le entrate economiche del sito si dividono in quattro categorie: le varie forme di pubblicità coprono circa il 50% dei ricavi totali, i lavori come media partner il 30%, le affiliazioni circa il 20%. La buona salute di Fumettologica ha permesso di allargare anche la redazione; nel 2013 lavoravano tre persone part time in redazione, a cui si aggiungevano un webmaster e un designer esterni, mentre attualmente la redazione è composta da cinque persone tra full time e part time, a cui si aggiungono sei collaboratori fissi e un’agenzia che affianca il lavoro per la vendita degli spazi pubblicitari e si occupa anche della tecnologia del sito. Nel 2024 Fumettologica introdurrà un programma di abbonamenti a pagamento e una o più newsletter.


domenica 29 Ottobre 2023

Esperimenti di AI, forse

Sul sito americano di recensioni e consigli d’acquisto Reviewed potrebbero essere stati pubblicati degli articoli scritti dall’AI (“intelligenza artificiale”) all’insaputa degli stessi giornalisti che fanno parte della redazione. Reviewed è un sito di USA Today – quotidiano a diffusione nazionale negli Stati Uniti – che a sua volta è di proprietà di Gannett Corporation, ovvero una delle più grandi aziende giornalistiche americane. Gli articoli recensivano prodotti come bicchieri e attrezzatura subacquea, e contenevano, secondo il sindacato che rappresenta i giornalisti di Reviewed, “un tono meccanico e frasi ripetitive”. Una portavoce di Reviewed riferisce che gli articoli sono stati scritti da un’agenzia di marketing, che nega di aver utilizzato l’intelligenza artificiale generativa per la scrittura. Le recensioni sono state rimosse dopo pochi giorni perché pubblicate: “senza le accurate dichiarazioni di affiliazione e non hanno rispettato i nostri standard editoriali”, dice sempre la portavoce di Reviewed. La notizia è stata raccontata da diverse testate: il Washington Post ha scritto di aver anche cercato di rintracciare gli autori degli articoli rimossi ma senza riuscirci:

“ Il Washington Post non è stato in grado di verificare l’effettiva esistenza di alcuni dei presunti autori dei contenuti recensiti, anche dopo aver effettuato ricerche nei database delle città in cui affermavano di vivere. […] Anche gli indirizzi mail personali sono forniti negli articoli di recensione, ma le mail inviate dal Washington Post sono state respinte con un messaggio che indicava l’assenza di una casella di posta elettronica ”.


domenica 29 Ottobre 2023

Le regate del presidente

Da un po’ di tempo, considerata la frequenza con cui – soprattutto nelle pagine dell’Economia – Repubblica si occupa di raccontare e promuovere le imprese e le opere del suo editore e delle sue altre grandi aziende, il giornale introduce negli articoli relativi una dicitura tra parentesi a proposito del fatto che ci sia una sintonia di interessi. Martedì si era premurato di farlo persino un articolo nelle pagine dello sport dedicato a una regata a cui avrebbe partecipato l’editore. Non avviene sempre, però: nell’articolo sulle operazioni cinesi di Stellantis di giovedì l’indicazione invece non c’era.


domenica 29 Ottobre 2023

Meno fuffa ambientalista

La parola “greenwashing” si potrebbe tradurre in italiano come “ambientalismo di facciata”: è una pratica, a volte difficile da riconoscere, con cui un’azienda o un’organizzazione si promuove come attenta all’impatto delle proprie attività sull’ambiente, senza però affrontare davvero i problemi di cui è responsabile. Questa pratica e la sua pubblicità presentano una realtà fuorviante per i lettori, ed è spesso presente anche nell’ informazione, e nei giornali italiani: gran parte del lavoro di comunicazione e pubblicità di molte aziende si risolve in formule generiche sulla “sostenibilità” o in oscure certificazioni ambientali. Il sito di news americano Semafor ha scritto che le autorità di regolamentazione in diverse parti del mondo (Regno Unito, Australia, Unione Europea) stanno aumentando la loro attenzione rispetto alle accuse di pubblicità ingannevole sul clima, e questo potrebbe portare a nuove leggi e sanzioni per le aziende accusate di greenwashing: istituzioni e organi di controllo iniziano a sorvegliare maggiormente il linguaggio che le aziende usano per descrivere i loro sforzi ambientali e di riduzione delle emissioni.


domenica 29 Ottobre 2023

Chi non è transitato

La newsletter Mediastorm, curata da Lelio Simi, ha riassunto diversi dei dati di cui parla spesso Charlie sui quotidiani italiani con alcune considerazioni di sintesi sulla loro generale inadeguatezza nella “transizione digitale” e delle valutazioni sui limiti delle loro prospettive.

“Il traffico dei siti online nella maggior parte dei casi ormai stabilizzato, tranne rari picchi di attenzione e, semmai per molti dei principali quotidiani italiani è, addirittura, in declino. Insomma la bocca dell’imbuto del percorso di conversione (conversion funnel) non vedrà crescite significative nei prossimi anni (direi che, semmai, rischia di diventare ancora più stretta).
Tutto (o quasi) si gioca sull’aumento dei tassi di conversione e sulla fidelizzazione (convincere un numero crescente di lettori saltuari a diventare abbonati e poi convincerli a restarlo nel tempo, mese dopo mese).
Il problema è che tutto questo richiede tempi lunghi e ha costi elevati (non certo solo per i quotidiani italiani). Un gigante come il New York Times che nel 2011 ha deciso di lanciare il suo paywall aumentando continuamente gli investimenti sul miglioramento del prodotto digitale per sostenerlo, ha impiegato circa dieci anni per giungere al punto nel quale i ricavi da digitale pesassero quanto quelli derivati dalla carta (e poi, addirittura li superassero), e stiamo parlando di un’eccellenza assoluta e di un modello difficile da replicare in altri contesti.
La vendita di copie digitali (che sono un indicatore delle subscription) dei quotidiani italiani negli ultimi anni è incrementata, complessivamente, unicamente grazie a quelle messe sul mercato a prezzi irrisori. Insomma: oltre il periodo di prova il nulla”.


domenica 29 Ottobre 2023

Chi compra Forbes

Il Washington Post ha raccontato che potrebbe esserci un ricco investitore russo, Magomed Musaev, dietro il possibile acquisto di Forbes, che è una storica rivista economica americana fondata nel 1917. Forbes è nota soprattutto per la classifica delle persone più ricche al mondo ed era stata definita dal giornalista del New York Times David Carr come: «sinonimo di ricchezza, successo e convinzione che gli affari, lasciati a se stessi, creeranno un mondo migliore». Negli ultimi anni il prestigio di Forbes è stato molto ridimensionato; la rivista cartacea esce solo otto volte all’anno a causa di difficoltà economiche e ha deciso di ospitare spazi gratuiti online per far scrivere sul proprio sito diverse centinaia di persone su cui però ha scarso controllo e scarsa verifica dei contenuti: a volte gli stessi autori ospiti del sito di Forbes non sono indipendenti da sponsor o pubblicità. La proprietà della rivista oggi è un fondo di investimento che ha sede a Hong Kong e che cerca di vendere Forbes da diverso tempo, e con diversi problemi.

Attualmente c’è una trattativa per la cessione della rivista: l’offerta è di 800 milioni dollari ed è stata fatta dall’imprenditore statunitense Austin Russell, che ha 28 anni e ha fondato Luminar, una società di tecnologia per veicoli elettrici. L’offerta è stata reputata molto alta; diversi analisti dei media sono rimasti sorpresi perché è maggiore anche delle cessioni combinate avvenute negli scorsi anni del Washington Post, di Time e di Fortune . Il Washington Post ha poi raccolto delle registrazioni audio e video in cui Magomed Musaev dice a dei collaboratori di essere coinvolto nella trattativa per l’acquisto di Forbes: Russell sarebbe in realtà il “volto” dell’accordo mentre il coinvolgimento di Musaev sarebbe dovuto rimanere nascosto. Secondo quanto raccolto dai video e dagli audio dal Washington Post Musaev ha detto: “Ho appena comprato la Forbes globale”, parlando del gruppo editoriale Forbes Media, che comprende anche l’edizione statunitense della rivista. Musaev ha poi aggiunto: “Capisci che quando avrò in mano la chiave del marchio globale più autorevole, questa chiave mi darà accesso a chiunque”. L’acquisto non è però ancora concluso.

Magomed Musaev lavora negli investimenti e nella finanza, con cui si è arricchito enormemente e aveva già comprato l’edizione russa di Forbes. È originario della repubblica del Daghestan, di cui suo suocero è stato presidente.
Un portavoce di Austin Russell ha detto al Washington Post che non c’è nessun coinvolgimento di Musaev nella trattativa, e Musaev si è definito estraneo all’acquisto, non commentando però gli audio e i video raccolti dal Washington Post.


domenica 29 Ottobre 2023

Buttarsi su anderes

Sul sito dell’International News Media Association (INMA) – associazione che raccoglie circa 16 mila dirigenti nel mondo del giornalismo – è stato pubblicato un articolo in cui si spiega, con l’intervista a Daniel Mussinghoff che per la Bild si occupa dei contenuti a pagamento, come il tabloid tedesco abbia raggiunto i 680 mila abbonamenti a pagamento. La Bild è il quotidiano più venduto in Europa, contiene molti articoli di gossip o scandalistici, ha spesso un linguaggio aggressivo, misogino e omofobo: assomiglia molto ai noti tabloid britannici. Appartiene al gruppo Axel Springer, l’azienda di media più grande d’Europa e che sta estendendo i suoi interessi negli Stati Uniti: nel 2015 ha acquistato il sito Insider per 400 milioni e nel 2021 ha rilevato il sito Politico per circa un miliardo di dollari.

Gli stessi annunci degli abbonamenti della Bild possono presentare dei dati fuorvianti e poco trasparenti: a volte nel conteggio vengono inclusi abbonamenti a prezzi scontatissimi, altre volte vengono venduti pacchetti promozionali a istituzioni o privati. Il programma di abbonamenti della Bild si chiama BILDplus ed è iniziato nel 2013; all’interno del programma degli abbonamenti il giornale ha incluso molti contenuti non giornalistici come le sintesi delle partite di calcio (fino al 2021), il noleggio di aerei per portare alcuni abbonati alle partite del mondiale di calcio, biglietti per i concerti dei Rolling Stones, lotterie, concorsi e anche slot machine dove i lettori possono giocare ogni giorno: “un numero significativo di abbonati gioca regolarmente a queste lotterie e sono abbonati che hanno un valore complessivo più alto [rispetto agli abbonati che non giocano]”, ha detto Mussinghoff. Per aumentare il numero di abbonamenti la Bild ha stretto legami con aziende telefoniche e anche con Amazon Prime (il servizio di Amazon che permette di avere consegne gratuite di prodotti acquistati online, streaming video e audio, tra le altre cose): con Amazon ha fatto un accordo per un abbonamento a 8,99 euro al mese. Si tratta quindi di offerte e promozioni perlopiù slegate rispetto al lavoro giornalistico della Bild, in un’ottica che con approcci molto diversi stanno considerando molte testate in tutto il mondo: dal grande investimento e successo sui giochi e sulla gastronomia da parte del New York Times, alle offerte di sconti, prodotti e premi proposte dall’editore italiano GEDI.


domenica 29 Ottobre 2023

Coi video degli altri

PressGazette – sito britannico che si occupa di media e giornalismo – ha descritto come diversi giornali abbiano dovuto pagare diverse centinaia di sterline di rimborsi per aver utilizzato, senza autorizzazione, un video che era stato pubblicato su Twitter. Le testate giornalistiche hanno usato il video accreditando la proprietà del contenuto a un account che lo aveva pubblicato che non era però della persona che lo aveva effettivamente girato: a quest’ultimo quindi i giornali hanno dovuto pagare per ogni utilizzo non autorizzato 300 sterline a immagine o 600 sterline a video.

In Italia l’uso giornalistico dei video caricati sui social non ha una disciplina specifica, ma l’attività giornalistica dovrebbe attenersi alle regole deontologiche esistenti. Nel caso di video creati da terzi, occorre innanzitutto valutare se i contenuti sono tutelati dal diritto d’autore: questo avviene nei casi in cui il video abbia un carattere creativo ossia non sia una semplice ripresa di fatti comuni. Ad esempio, il contenuto creato da una persona che lavora con i contenuti video (youtuber o streamer, ad esempio) è tendenzialmente tutelato dal diritto d’autore; lo stesso non può dirsi, però, nel caso in cui un utente riprenda avvenimenti la cui diffusione rientra sotto il diritto di cronaca: con questo si intende il diritto di diffondere informazioni che hanno interesse pubblico. I criteri per definire un interesse pubblico sono spesso sfumati e soggetti a interpretazione.

Anche in questo caso, tuttavia, è buona e rispettosa prassi citare la fonte da cui il video è ripreso: utilizzare integralmente il video in genere non è necessario, spesso per la completezza dell’informazione basta riprendere qualche fotogramma e poi linkare alla fonte originale del video (senza appropriarsene). È una violazione del copyright caricare i propri loghi (della testata, della tv, del giornalista) su video altrui: il primo obbligo del diritto d’autore è rispettare la paternità dell’opera, cioè rispettare i cosiddetti diritti morali. Diverso è il caso se il video viene acquistato: in questo caso è possibile applicare il logo.

In teoria il giornalista non ha sempre bisogno di chiedere l’autorizzazione dell’autore del video, perché altrimenti potrebbe essere facile limitare molte inchieste giornalistiche invocando il diritto d’autore. Per questo ci sono eccezioni al diritto d’autore che consentono l’uso di contenuti altrui anche in assenza di autorizzazione: la libertà di espressione e il diritto di informare sono alla base delle democrazie, come indicato dall’Articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’Articolo 21 della Costituzione italiana. In ognuno di questi casi però è fondamentale che la raccolta delle informazioni (e quindi anche delle immagini o dei video) avvenga in modo corretto e trasparente, così come la diffusione dei dati deve avvenire all’interno del principio di essenzialità, cioè fare informazione solo su fatti di interesse pubblico.

Con i cambiamenti e le opportunità portati dalle tecnologie digitali l’unicità dei giornalisti professionisti nel fare e diffondere informazione si è molto diluita, e quindi nuove correttezze e rispetto del lavoro richiederebbero che qualunque produttore di contenuti che altri siti o giornali scelgono di riprendere (ottenendone ricavi, seppure in misure contenute) sia compensato o almeno richiesto di un consenso, compatibilmente con i tempi stretti dell’informazione. O che i contenuti pubblicati siano usati attraverso le pratiche di “embed” e condivisione messe a disposizione dalle piattaforme, che permettono di rimandare alla pubblicazione originale.
Un articolo del Washington Post tradotto sul Post aveva raccontato alcuni altri aspetti della questione.


domenica 29 Ottobre 2023

Numeri

Intanto la newsletter del giornalista americano David Zweig ha affrontato un altro aspetto del precipitoso racconto dello stesso evento, ovvero il numero di 500 morti che non ha poi avuto nessuna conferma, e il percorso esente da verifiche serie che ha portato molti giornali internazionali a pubblicarlo.

“Except—after an extensive investigation, and a total lack of transparency by many of our most prestigious media outlets—I have found zero evidence that the Health Ministry spokesperson ever said that more than 500 people had died”.


domenica 29 Ottobre 2023

Ancora su Gaza

Il Post ha raccontato più estesamente il dibattito nato in seguito agli errori di alcuni importanti giornali internazionali sull’ospedale di Gaza, che avevamo citato la settimana scorsa su Charlie. Nel frattempo il New York Times era tornato sulla questione con maggiori ammissioni di colpa.

“Lunedì il New York Times ha pubblicato un articolo firmato dalla direzione del quotidiano in cui condivideva alcune riflessioni sulla propria copertura dell’ esplosione avvenuta la scorsa settimana nell’ospedale al Ahli, a Gaza, in cui sono state uccise diverse persone. Il New York Times ha raccontato come nelle ore successive all’esplosione abbia fatto alcune scelte sbagliate e come avrebbe dovuto indicare con maggiore chiarezza quali informazioni fossero state verificate, e quali no. Anche BBC qualche giorno prima aveva diffuso un comunicato simile a proposito dei commenti fatti da un suo corrispondente a Gaza poco dopo l’esplosione.

Nel giornalismo statunitense e britannico le rettifiche e le ammissioni di errori sono piuttosto frequenti, per via di un’attenzione più sviluppata alla trasparenza nei confronti dei lettori. E in passato era già successo che in occasione di notizie molto rilevanti ma anche molto confuse (e non ancora concluse) anche i giornali più affidabili al mondo facessero degli errori, o dessero notizie parziali e imprecise”.


domenica 29 Ottobre 2023

Charlie, collegamenti

L’attitudine del buon giornalismo di trovare relazioni tra cose apparentemente distanti o di notare contraddizioni tra cose palesemente vicine è venuta un po’ meno sui giornali italiani questa settimana a proposito delle varie notizie relative allo stato del Qatar. Del quale si è parlato molto per il suo ruolo nella crisi israelo-palestinese derivante dal suo cospicuo sostegno a Hamas, l’organizzazione responsabile tre settimane fa di una delle stragi più spietate e disumane del dopoguerra. Ma si è parlato del Qatar anche per celebrare un nuovo accordo di ENI – uno dei maggiori inserzionisti e sovvenzionatori dei quotidiani italiani – con il governo del Qatar, per forniture di gas. Accordi che, attraverso articoli fedeli ai comunicati stampa, sono stati raccontati come un’opportunità per emanciparsi dal gas russo. Le due storie sono comparse sui giornali negli stessi giorni, a poche pagine di distanza, senza nessun collegamento (benché per esprimere differenti critiche la relazione tra i due ruoli del Qatar sia invece stata esposta anche sulla prima pagina del Corriere della Sera), nessuna riflessione – delle molte possibili, non necessariamente critiche dell’operazione di ENI – o nessuna contestualizzazione: come avviene spesso quando viene ripreso un comunicato stampa di un grande inserzionista. A segnalare due ragioni di discussione possibile sono stati il segretario del partito dei Radicali Italiani e quello dei Verdi, che hanno indicato come le due notizie siano a) che il Qatar paga Hamas e che ENI paga il Qatar, e b) che emanciparsi dal gas russo per diventare dipendenti dal gas dei finanziatori di Hamas potrebbe non essere una lungimirante emancipazione.

Fine di questo prologo.


domenica 22 Ottobre 2023

Libri di testo

Chi voglia sapere cose più approfondite e complete su cosa sta succedendo ai giornali e all’informazione in Italia e nel mondo ne trova molte nell’ultimo numero di Cose spiegate bene, la rivista del Post, che si può comprare nelle librerie e online. E contiene molte informazioni e contesti che non sempre ci ricordiamo di ripetere su Charlie.


domenica 22 Ottobre 2023

Il caso Steve Bell

Nel Regno Unito ci sono state vivaci polemiche dopo il licenziamento da parte del Guardian, uno dei più importanti quotidiani del paese, del suo storico disegnatore satirico Steve Bell, che oggi ha 72 anni e aveva iniziato a collaborare con il Guardian nel 1983. E diventando una presenza molto familiare della satira e del dibattito politico britannici, con vignette spesso molto aggressive e severe nei confronti dei politici nazionali e internazionali, disegnati con tratti sgradevoli o animaleschi.

La direttrice del Guardian Katharine Viner ha deciso di non rinnovare il contratto di Bell, che scadrà ad aprile del prossimo anno, ma le sue caricature non saranno più pubblicate con effetto immediato. Il giornale ha dato spiegazioni generiche ed evasive ma le ricostruzioni prevalenti – e quella dello stesso Bell – citano un rapporto che negli ultimi anni era diventato spesso conflittuale e un nuovo scontro su una vignetta della settimana scorsa che ritrae il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: il Guardian si è rifiutato di pubblicarla accusandola di riprendere messaggi antisemiti.

Bell ha detto al sito PressGazette che i suoi rapporti con la redazione del Guardian erano diventati “un po’ tesi”, e ha anche sostenuto che alcuni interventi editoriali apportati al suo lavoro erano “sempre più meschini” e “sciocchi”. A fronte delle richieste del giornale di avere con maggiore anticipo le vignette per poterle revisionare, Bell si è lamentato dicendo a PressGazette che gli orari sarebbero diventati troppo difficili da sostenere. Già in passato Steve Bell aveva subito accuse di antisemitismo e di aver rappresentato false credenze contro gli ebrei: in particolare una vignetta di Netanyahu del 2012 era stata accusata di rappresentare lo stereotipo del “burattinaio” mentre una vignetta del 2018 di un medico palestinese ucciso era stata accusata di evocare l’immagine delle camere a gas dei campi di concentramento (il Guardian in questo caso si rifiutò di pubblicarla). Le sensibilità sull’antisemitismo sono molto alte negli ambienti progressisti britannici – di cui il Guardian è un riferimento – dopo che il partito laburista era stato oggetto di critiche molto fondate in questo senso.


domenica 22 Ottobre 2023

Fischi per fiaschi, Hamas per Gaza

La rete televisiva britannica BBC News si è scusata per aver descritto in modo sbagliato dei manifestanti pro-Palestina, indicando i partecipanti come sostenitori del gruppo radicale palestinese Hamas. BBC è la rete televisiva pubblica britannica e la sua sezione giornalistica è tra le più famose e autorevoli del mondo, per quanto sotto intensi attacchi politici negli ultimi anni. Le scuse sono state fatte anche attraverso un tweet della giornalista e presentatrice Maryam Moshiri:

« In precedenza abbiamo riferito di alcune delle manifestazioni pro-palestinesi del fine settimana. Abbiamo parlato di “diverse manifestazioni in Gran Bretagna durante le quali le persone hanno espresso il loro sostegno ad Hamas”. Riconosciamo che questa frase è stata formulata male ed è stata una descrizione fuorviante delle manifestazioni ».

(senza poi scusarsi, invece, il quotidiano italiano il Giornale ha titolato sabato in prima pagina “Greta confessa: tifa per Hamas” un articolo dedicato a un post di Greta Thunberg solidale con le persone di Gaza e che non faceva nessuna menzione di Hamas)


domenica 22 Ottobre 2023

A complicare le cose

Da qualche settimana Twitter ha eliminato i titoli delle notizie dalle anteprime degli articoli che vengono condivisi (ora si vedono solo l’immagine cliccabile, con una piccola scritta in un angolo che indica il nome del sito web da cui arriva il link, e il testo del tweet), causando alcuni problemi soprattutto ai siti di news: non è più così intuitivo che l’anteprima sia cliccabile e rimandi a un articolo, dal momento che viene visualizzata allo stesso modo di una semplice immagine aggiunta a un tweet.
Questa scelta sembra esser stata presa direttamente da Elon Musk per migliorare – a suo giudizio – l’estetica delle timeline ed è stata commentata negativamente da diversi giornalisti. Da quando Twitter (che adesso si chiama X) è stato comprato dal miliardario Elon Musk è diventato sempre più ostile nei confronti dei siti di news: negli ultimi mesi ha rimosso le spunte che verificano l’identità dei giornali e ha rallentato il caricamento dei link verso testate come il New York TimesReuters o verso servizi come Substack. La scelta di Twitter di eliminare i titoli dai link nei giorni dei bombardamenti sul territorio della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, dopo l’attacco compiuto da Hamas, ha anche reso più facile la diffusione di disinformazione.

Per ovviare alla scomparsa dei titoli alcuni giornali stanno adottando nuove strategie: pubblicare tweet con un testo più didascalico per far capire di cosa tratta la notizia; usare lo screenshot del titolo del proprio sito come immagine principale del tweet; spiegare in modo esplicito ai lettori di cliccare se vogliono approfondire la notizia presentata nel post. Altri giornali stanno decidendo invece di twittare meno, rinunciando a portare le persone dal social media ai propri siti. Alcune testate giornalistiche avevano già deciso di non utilizzare più Twitter: fra queste c’è NPR, la radio pubblica statunitense, che aveva lasciato la piattaforma a aprile. Il Nieman Reports – una pubblicazione dell’università di Harvard che si occupa di approfondimento giornalistico – ha raccontato il bilancio della radio:

“ Sei mesi dopo, possiamo constatare che gli effetti dell’abbandono di Twitter sono stati trascurabili. In una nota diffusa al personale della NPR si legge che il traffico è diminuito di un solo punto percentuale in seguito all’abbandono di Twitter, […] anche se il traffico dalla piattaforma era già esiguo e rappresentava poco meno del due per cento del totale prima dell’interruzione dei tweet ”.


domenica 22 Ottobre 2023

Prepensionamenti alla Stampa

Un articolo sul sito Professione Reporter riferisce le intenzioni di riduzione dei dipendenti al quotidiano La Stampa, attraverso una nuova quota di prepensionamenti (di cui si parlava da qualche settimana).

“La Stampa perde troppe copie. Il 12 per cento nel 2022 e il 14 per cento nei primi nove mesi del 2023. A fronte di una media del mercato nazionale che è a meno 10 per cento. Male anche la raccolta pubblicitaria, calata di un terzo rispetto al 2018. Quindi, l’Azienda -Gruppo Gedi – vuole nuovi prepensionamenti, ventuno.
E’ l’esito del primo incontro del Comitato di redazione del quotidiano torinese con il nuovo Amministratore delegato Corrado Corradi, e con il nuovo Direttore, Andrea Malaguti. I dati negativi spiegano in gran parte la sostituzione appena avvenuta del Direttore Massimo Giannini, che ha guidato la Stampa dal 24 aprile 2020 fino a pochi giorni fa”.

(l’ultima considerazione e in particolare il titolo sono piuttosto ingiusti nei confronti dell’ex direttore Giannini: nell’ultimo anno Repubblica, l’altro grande quotidiano del gruppo GEDI, ha perso in copie effettivamente vendute ben più della Stampa: gli ultimi dati di diffusione complessiva più positivi di Repubblica si devono nei fatti ad aver portato da 733 a 34.528 le “copie digitali promozionali e omaggio”, scelta che la Stampa non ha fatto)


domenica 22 Ottobre 2023

Republicca

Il Post ha raccontato dell’intensificarsi su Facebook di truffe italiane che falsificano le immagini e i nomi di testate famose (soprattutto Repubblica ) con notizie “clickbait”, e di come Facebook trascuri di intervenire anche a fronte di molte segnalazioni.

“Cliccando sul link che dovrebbe portare all’articolo, però, si apre un sito che, pur somigliando abbastanza a Repubblica in termini di veste grafica, ha un indirizzo sospetto, come mx.univisionmx punto com, republicca punto com, teahousenearme punto com o adtech25 punto com. I finti articoli raccontano di celebrità che sono andate in televisione e,  in diretta, hanno rivelato modi straordinari di arricchirsi velocemente. Di solito contengono formule simili a «il programma è stato interrotto da una telefonata della Banca d’Italia, che ha chiesto di interrompere immediatamente il programma. Fortunatamente, siamo riusciti a convincere il direttore del programma “Che tempo che fa” a darci una copia della registrazione del programma. Se avete il tempo di leggere questo articolo, tenete presente che potrebbe essere presto cancellato, come è accaduto per le trasmissioni televisive»”.