Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 14 Gennaio 2024
Sul piccolo tema degli articoli determinativi da usare quando si citano le testate straniere negli articoli italiani, un caso dei giorni scorsi suggerisce un’aggiunta: Bunte è un settimanale tedesco (non un quotidiano, come spesso si scrive qui) di gossip e cronache “rosa”, di proprietà del grande gruppo editoriale Burda. La parola “bunt” è un aggettivo e in tedesco vuol dire colorato, variopinto; “bunte” può essere il suo femminile o il suo plurale, ma i tedeschi chiamano il giornale “die Bunte”, e la consuetudine è che da noi si dica quindi “la Bunte”, come si fa con “la Bild” o “la Zeit”.
domenica 14 Gennaio 2024
Sul quotidiano Repubblica c’è stato un sensibile incidente giornalistico lo scorso 19 dicembre, generato da una quasi omonimia che ha portato il giornale a pubblicare un articolo di accuse contro un’addetta consolare russa a Palermo: lo sbaglio è stato severamente contestato dall’ambasciatore russo in Italia, al quale ha risposto l’autore dell’articolo con argomenti piuttosto particolari (e commentati anche nell’articolo del Manifesto già citato in questa newsletter: « l’incredibile caso di sostituzione di persona reso pubblico ieri da Repubblica, laddove abbiamo appreso che il silenzio assenso è uno strumento dell’inchiesta giornalistica»).
” Prendo atto dell’omonimia e del disguido, che poteva essere evitato se solo l’ambasciata di Russia avesse risposto entro le 48 ore indicate, come è stato chiesto nella email che ho inviato nella richiesta in cui si riportavano domande precise con il relativo nome di Anastasia Vladimirova Shapoval, segnalata pure come giudice del tribunale della città di Feodosia. Tutto è stato fatto secondo i liberi canoni giornalistici, peccato che non abbiate risposto, perché in questo modo avete contribuito ad indurci in errore”.
L’articolo con le informazioni successivamente smentite è tuttora online, e né la lettera di smentita né la risposta sono state pubblicate sul sito di Repubblica.
domenica 14 Gennaio 2024
Il Mattino, quotidiano con sede a Napoli, ha aumentato di molto i visitatori al proprio sito: a novembre 2023 sono stati 825mila, quasi il doppio rispetto a un anno prima (416mila) e in crescita anche rispetto al mese precedente (erano stati 537mila). Il caposervizio e responsabile della redazione internet del Mattino dal 2017 è Alessio Fanuzzi, che ha detto a Charlie che la crescita dei visitatori «molto spesso non riusciamo a spiegarcela. Noi proviamo a lavorare sempre nello stesso modo, qualche volta riusciamo meglio qualche volta peggio, però l’impostazione del lavoro è sempre la stessa. Magari in un anno possiamo apportare migliorie ma non di mese in mese, quindi la crescita è complessa da spiegare, anche perché è un’altalena. Per esempio, dopo la crescita di novembre, a dicembre sappiamo già di aver perso un po’ di traffico, ma a gennaio siamo partiti ancora meglio di novembre. Questo è un mese tradizionalmente positivo per il Mattino perché la notte di capodanno a Napoli è sempre molto movimentata (quest’anno purtroppo c’è stato anche un morto). Noi abbiamo raccontato la notte in tempo reale, compresi i fatti di cronaca più grossi, ed è un lavoro che in genere premia: tra il 3 e il 4 gennaio siamo stati il quinto sito di news italiano perché la notizia di cronaca è quella che più interessa al nostro lettore abituale. Siamo un sito nazionale ma con un fortissimo radicamento sul territorio campano, e novembre non ha avuto grosse notizie o fatti di cronaca che incidono sul risultato del mese. Abbiamo fatto grandi risultati andando a raccontare anche cose che arrivavano da fuori Italia, riprendendo storie particolari da Reddit o dal Daily Mail, traducendole e riportandole sul sito. Per esempio, la notizia “ Suocera gelosa installa una telecamera nella stanza della nuora e del figlio e condivide il video: tradita dai commenti dei vicini di casa ” è stata tradotta e riportata e ha raggiunto un milione e mezzo di visitatori unici; la notizia “ Farmaci per il raffreddore, allarme in Francia: «Rischio ictus e infarti». Ecco quali sono ” è stata vista da quasi 2 milioni di visitatori unici».
«La crescita di novembre poi può essere dovuta anche al fatto che stiamo raccogliendo i frutti di un percorso iniziato un po’ di tempo fa nel cercare di sviluppare in maniera diversa le notizie e lavorare più in chiave Seo: la redazione digitale però è sempre la stessa, non ci sono stati nuovi investimenti. Un fattore su cui abbiamo scarso controllo invece è Google Discover, che può fare la differenza per la crescita dei visitatori, mentre novembre è stato un mese buono per le AMP». AMP è un sistema che carica più velocemente versioni più “leggere” delle pagine web sugli smartphone, sviluppato da Google.
domenica 14 Gennaio 2024
La società di rilevazione Audicom ha pubblicato i dati di traffico sui siti web a novembre. Abbiamo isolato anche questo mese quelli relativi ai siti di news generalisti e alle testate più note (il dato sono gli “utenti unici nel giorno medio”). Come ricordiamo sempre, bisogna tenere presente che i dati di traffico dei siti web sono soggetti a variabili anche molto influenti di mese in mese, legate a singolari risultati di determinati contenuti; o a eventi che ottengono maggiori attenzioni; o a fattori esterni che li promuovono in maniere volatili, come gli algoritmi di Google o di Facebook (e questo rende non del tutto significativi nemmeno i confronti sull’anno precedente).
In cima alla classifica, per il secondo mese consecutivo, il sito del Corriere della Sera supera quello di Repubblica (ma pesano gli “aggregati” per entrambi, vedi sotto: questi sorpassi possono non avere a che fare con i singoli siti delle due testate). Mentre continuano a essere molto variabili i dati di Fanpage. La variazione più vistosa, in positivo, riguarda il Mattino, della quale scriviamo sotto.
Per alcune delle testate nelle prime posizioni ricordiamo che bisogna considerare che i numeri possono includere anche quelli di vere e proprie “sottotestate” con una loro autonomia (su cui il gruppo GEDI sta per esempio intensificando un’operazione di acquisizioni: il secondo apporto più importante ai numeri presentati come di Repubblica è il sito MyMovies, seguito da Ticonsiglio; i numeri del sito del Corriere comprendono anche quelli di IoDonna e di Oggi), come abbiamo spiegato altre volte.
(la tabella si ingrandisce cliccandoci)
domenica 14 Gennaio 2024
Si è dimesso il direttore del Los Angeles Times, Kevin Merida. Il Los Angeles Times è il più grande e importante tra i “quotidiani locali” statunitensi (sono considerati nazionali, ricordiamo, solo il New York Times, il Wall Street Journal, il Washington Post e USA Today) e Merida ne aveva preso la direzione solo due anni e mezzo fa: secondo molte interpretazioni la ragione sarebbe il rapporto con l’editore Patrick Soon-Shiong (miliardario dalla storia unica, ne avevamo scritto allora), insoddisfatto dell’incapacità di Merida di attenuare i grossi problemi economici del giornale, che nel 2023 aveva licenziato decine di giornalisti e aveva molto subito il calo di investimenti pubblicitari provenienti dall’industria cinematografica, per via dello sciopero di Hollywood.
Nei mesi scorsi di Merida era anche stata molto contestata – secondo il New York Times anche dallo stesso editore – la decisione di vietare di fatto ai giornalisti che se ne occupano di prendere posizioni sulla guerra a Gaza.
domenica 14 Gennaio 2024
Il Reuters Institute (un’istituzione dell’università di Oxford per lo studio del giornalismo) ha pubblicato il suo tradizionale rapporto di previsioni sulle prospettive del giornalismo per l’anno che è iniziato, aggregando i pareri e le risposte di molti giornalisti e dirigenti assieme alle proprie valutazioni. Il documento è molto ricco, si può leggere qui.
“Just half (47%) of our sample of editors, CEOs, and digital executives say they are confident about the prospects for journalism in the year ahead, with around one-tenth (12%) expressing low confidence. Stated concerns relate to rising costs, declining advertising revenue, and a slowing in subscription growth – as well as increasing legal and physical harassment. Reasons to be cheerful include the hope that closely fought elections in the US and elsewhere could boost consumption and interest, albeit temporarily and with the potential for further damage to trust”.
domenica 14 Gennaio 2024
Anche in relazione a queste palesi e quotidiane commistioni Francesco Costa ha parlato giovedì nel podcast Morning della parzialità interessata e colpevole con cui alcuni quotidiani hanno riferito questa settimana delle ” nuove regole ” indicate dall’Agcom per il lavoro degli influencer. Non soltanto, come ha spiegato Costa (dopo il minuto 12.40 qui, per gli abbonati al Post), quasi tutte queste regole sono quotidianamente violate dalle stesse testate giornalistiche a cui l’Agcom vuole omologare gli influencer, ma è anche utile conoscere cosa ci sia in ballo nella copertura di questo argomento: gli influencer sono stati – piaccia o no – la maggiore novità nel mercato pubblicitario degli ultimi anni, facendo una forte concorrenza ai giornali e indebolendo la loro capacità di attrarre investimenti da parte degli inserzionisti. Di conseguenza va un po’ presa con le pinze la narrazione sulla “crisi degli influencer” e sul ritorno degli inserzionisti verso le più affidabili testate tradizionali: potrà forse prendere fondamento, ma a raccontarla così è anche uno spin interessato.
domenica 14 Gennaio 2024
Nei giorni scorsi c’è stato un tradizionale evento commerciale del business della moda a Firenze, seguito dall’inizio delle sfilate maschili a Milano, e questo ha creato – come sempre avviene – casi più frequenti di sovrapposizione tra lavoro giornalistico e pubblicità nei tre maggiori quotidiani nazionali, destinatari della quota principale degli investimenti pubblicitari. Per esempio il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo sul brand Ciesse Piumini il giorno prima di ospitare una pubblicità di Ciesse Piumini; e ancora il Corriere ha dedicato un articolo a una mostra milanese del brand Kiton, mostra promossa da una pubblicità poche pagine dopo. Sia il Corriere della Sera che Repubblica hanno accolto costose inserzioni pubblicitarie del brand Gucci, alla cui sfilata hanno dato ampia copertura l’indomani. E il Sole 24 Ore ha scritto dei progetti del brand Corneliani il giorno dopo avere ospitato un’inserzione del brand Corneliani, e venerdì ha pubblicato sia una pagina a pagamento di Jacob Cohen che un articolo su Jacob Cohen.
Ma sempre il Corriere della Sera ha anche celebrato con un articolo nelle pagine dell’Economia i risultati di MSC il giorno dopo la pubblicazione di una pagina pubblicitaria pagata da MSC. Su Repubblica invece l’azienda IMA ha acquistato una pagina pubblicata mercoledì e lo stesso giorno il quotidiano ha intervistato con grande visibilità il suo amministratore delegato, tornando poi con un altro articolo sui successi dell’azienda, due giorni dopo.
Prima di Natale il Fatto aveva raccontato come il quotidiano sassarese La Nuova Sardegna (di proprietà di un gruppo di imprenditori che negli anni passati ha comprato diverse testate locali dal gruppo GEDI) avesse venduto dei contenuti giornalistici – pubblicati sul giornale – ad alcune amministrazioni pubbliche per diverse decine di migliaia di euro, senza informare i lettori della natura di quei contenuti. Il Fatto è tornato sabato sulla questione, criticando un intervento dell’Ordine dei giornalisti ritenuto troppo elusivo.
domenica 14 Gennaio 2024
C’è stato questa settimana un caso piuttosto esemplare di rappresentazione di uno sviluppo giudiziario in vistosa contraddizione con lo spirito della notizia e con la presunzione di innocenza. La notizia era che un’ipotesi di accusa nei confronti di una persona per un famoso delitto avvenuto a Roma trent’anni fa era stata accantonata dalla procura perché troppo fragile. Molte testate però hanno dato lo spazio e la visibilità maggiore all’accusa accantonata, comunicandone così una grande credibilità a dispetto delle conclusioni della procura. La questione è stata raccontata per esempio sul sito Professione Reporter:
“La proverbiale cautela dell’Ansa non c’è più. Almeno negli ultimi sviluppi del caso di via Poma, l’omicidio irrisolto di Simonetta Cesaroni, uccisa, a neanche 21 anni, il 7 agosto del 1990.
Venerdì 5 gennaio alle 22,37, la prestigiosa agenzia scrive: L’assassino di via Poma? E’ il figlio del portiere, Pietro Vanacore. Notizia clamorosa, dopo trentatré anni e mezzo di misteri, accuse, scagionamenti, depistaggi. A legger bene, però, nel sommario si dice: Informativa dei carabinieri ai Pm, ma la Procura ha già chiesto l’archiviazione. E il testo precisa che ad accusare Mario Vanacore “nero su bianco, sono i carabinieri in una corposa informativa consegnata nelle mani dei magistrati della Procura di Roma che, però, parlano di ‘ipotesi e suggestioni’ che ‘non consentono di superare le forti perplessità sulla reale fondatezza del quadro ipotetico tracciato’”. Per questo lo scorso 13 dicembre hanno chiesto l’archiviazione del fascicolo aperto due anni fa in seguito ad un esposto della famiglia di Simonetta.
Nulla di fatto, si direbbe: i carabinieri ipotizzano, i magistrati non ritengono di battere oltre la pista. Oltre venti giorni dopo l’archiviazione, si dà notizia dell’informativa dei carabinieri”.
Usando la stessa inversione che ha privilegiato la notizia a effetto, e il sospetto, hanno titolato anche diverse altre testate.
domenica 14 Gennaio 2024
Nelle settimane in cui Charlie si era presa una vacanza si è sviluppata su alcuni quotidiani (soprattutto su Repubblica e sul Fatto) una campagna molto critica nei confronti di un emendamento approvato alla Camera che chiede al governo di intervenire su un articolo del codice di procedura penale che riguarda la pubblicazione sui giornali di alcuni atti di indagine: la questione la trovate spiegata in questo articolo. Viceversa la norma è stata difesa dal Foglio e anche da un articolo sul Manifesto (mentre è stata molto attaccata dal sindacato unico dei giornalisti). Il direttore del Post Luca Sofri ha spiegato sul suo blog un elemento che nella discussione è spesso taciuto.
“quello che propone oggi l’emendamento discusso, è di fatto che il governo decida l’annullamento di questa aggiunta di sette parole avvenuta sei anni fa da parte di un altro governo, e il ritorno all’articolo del Codice di procedura penale come era stato fino ad allora, approvato nel 1988 con decreto del Presidente della Repubblica”.
domenica 14 Gennaio 2024
Le discussioni e le prospettive intorno all’uso delle “intelligenze artificiali” nelle aziende giornalistiche proseguono con intensità, ma la storia più visibile di questo panorama è diventata dalla fine di dicembre la causa contro OpenAI – la società più nota tra quelle impegnate nel settore, quella che produce ChatGPT – da parte del New York Times per violazione del copyright nella raccolta e nell’uso dei suoi contenuti giornalistici.
“Le cosiddette intelligenze artificiali generative, come ChatGPT sviluppata da OpenAI, si servono di grandi quantità di testi scritti e di immagini per elaborare dei sistemi capaci di produrre nuovi testi e immagini. Secondo il New York Times, che è uno dei giornali più letti al mondo, i sistemi di intelligenza artificiale addestrati con i suoi testi starebbero sottraendo visitatori al suo sito “.
domenica 14 Gennaio 2024
Nelle ultime settimane sono tornate a essere visibili le agitazioni dentro Repubblica, anche se ormai le stesse agitazioni sembrano diventate parte della vita del giornale nella sua nuova epoca, quella iniziata con l’acquisto da parte del gruppo Exor della famiglia Agnelli-Elkann. L’impressione è che crisi di vendite, vaghe o sfuggenti prospettive o progetti editoriali, indifferenza ai cambiamenti in corso nell’informazione e insoddisfazione e delusione di una parte della redazione, siano per la proprietà e la direzione una sorta di contesto accettato.
Così, nelle settimane scorse ci sono state ben tre aperte contestazioni da parte dei giornalisti. La prima in una mail scritta dal Comitato di redazione il 28 dicembre, che accusava l’azienda di trascurare la testata maggiore nei suoi progetti ed esperimenti.
“Care colleghe e cari colleghi,
abbiamo letto con interesse la notizia secondo cui il sito “Cronache di spogliatoio”, di cui recentemente il gruppo Gedi è diventato azionista con un ruolo di primo piano, ha ottenuto i diritti per la trasmissione in streaming della Supercoppa spagnola. E questo dopo aver trasmesso il Mondiale per club.
Ecco un buon esempio di cosa si intende per politica di investimenti che si vorrebbe applicata anche a Repubblica. Invece, assistiamo a una politica di vasi comunicanti in cui ci sono iniziative – e anche in conflitto tra di loro – dove si investe ed altre in cui si taglia.
Finché non ci sarà e non verrà spiegato il disegno complessivo cui tende il gruppo Gedi, il Cdr di Repubblica – come da mandato dell’assemblea – non può che rimarcare e denunciare le iniziative che tendono a mettere in competizione le testate del gruppo.
Cogliamo l’occasione di questa nota per esprimere uno sconcerto diffuso in redazione per l’intera pagina di pubblicità, nell’edizione di ieri, dedicata a una promozione commerciale di Repubblica e legata alla vincita di un kit della Juventus, squadra di proprietà del nostro editore. Pubblicità che era già apparsa online nelle settimane scorse.
Non siamo esperti di marketing ma giornalisti, per questo abbiamo chiesto un parere a un importante player del settore, anche nel mondo editoriale, che non nominiamo affinché non sia coinvolto in vicende sindacali interne: «Nell’informazione il ruolo che svolge un quotidiano è quello di una “agenzia di senso” che permetta ai lettori di muoversi nella complessità. Ma la strategia di marketing in questione non si rivolge a un campo culturale, che è quello classico di un quotidiano come il vostro, piuttosto a una nicchia che esprime valori esclusivamente di tipo sportivo. L’altra cosa anomala è l’esplicita connessione tra l’editore-proprietario del club e il ruolo del giornale come “agenzia di senso”: è come se un arbitro volesse giocare il proprio ruolo in due campi diversi. Ciò disorienta lettori e osservatori e fa perdere di status il giornale. Tecnicamente parlando, questo tipo di marketing mette in crisi l’identità del brand Repubblica e chi ha elaborato una strategia di questo tipo temo pecchi di incapacità o non conoscenza del prodotto e della sua peculiarità storica e culturale».
Buon 2024 a tutte e tutti”.
La seconda in un’altra mail scritta dal Comitato di redazione l’ultimo giorno dell’anno.
“Il nostro giornale continua a perdere copie, abbonamenti e non riesce a trovare una strada nel digitale. E questo, a nostro avviso, per la mancanza di una chiara strategia di investimenti, marketing, obiettivi, collocazione nel panorama editoriale. Nonostante gli sforzi titanici di tutti noi. La difesa dell’identità di Repubblica (che sembra importare solo a noi giornaliste e giornalisti che amiamo questo quotidiano e il lavoro che facciamo) ci ha impegnato in un anno che ha segnato la per noi traumatica disgregazione di quello che era il più importante gruppo editoriale del nostro Paese, smembrato e dismesso da un editore il cui progetto resta per noi incomprensibile, oltre che frutto di preoccupazione […] Vedere Repubblica che viene abbandonata come una nave che affonda è motivo di particolare amarezza in questi mesi. Ma dobbiamo pensare a noi che restiamo e al futuro del giornale, certi che solo l’unione in questo frangente può fare la forza”.
La terza in conseguenza delle dimissioni del giornalista Raffaele Oriani da una collaborazione col Venerdì (il settimanale di Repubblica) che durava da dodici anni, per dissenso con le scelte del giornale a proposito della guerra a Gaza.
“Care e cari tutti,
di fronte alla lettera del collega Raffaele Oriani, sentiamo la necessità di esprimere la nostra amarezza per la perdita di questo collaboratore che purtroppo si inserisce nella scia delle altre uscite di quest’anno.
Diverse giornaliste e giornalisti di Repubblica avvertono lo stesso disagio così chiaramente descritto nel saluto collettivo che ci ha inviato Oriani.
Un disagio della redazione che si è acuito negli ultimi tre mesi e che abbiamo più volte comunicato anche alla direzione e all’assemblea negli scorsi mesi, senza particolari riscontri.
Salutiamo il collega Oriani e ci riserviamo di affrontare il tema di coloro che ci hanno lasciato negli ultimi mesi e anni nel prossimo incontro con la direzione e l’azienda, il 10 gennaio.
Il Cdr”.
(a margine di quest’ultimo sviluppo il Cdr ha anche smentito “una bufala che infanga il lavoro dei colleghi inviati di guerra e di tutte e tutti noi”).
domenica 14 Gennaio 2024
La stessa settimana in cui venne spedita per la prima volta questa newsletter, il Post aveva pubblicato un articolo sul successo di una nuova piattaforma dedicata alla progettazione, invio e monetizzazione di newsletter, Substack. Quel successo è proseguito e Substack ha favorito la nascita di moltissime newsletter in tutto il mondo e la creazione di notevoli fortune economiche, con una strategia molto attiva di arruolamento degli autori più promettenti o noti e di promozione dei loro contenuti, che aveva rimesso in discussione le irrisolvibili questioni sulla differenza tra piattaforme ed editori.
Negli ultimi mesi, però, le difficoltà di Substack – tipiche di ogni piattaforma e del suo tentare di non essere “editore” – nella moderazione e selezione dei contenuti d’odio e razzismo sono diventate un caso grosso. Molti autori importanti hanno protestato perché Substack non solo “ospita” newsletter di questo genere e consente loro di raggiungere i loro pubblici, ma perché finisce per promuoverle e mostrarle a pubblici nuovi, favorendone la crescita e aumentando la diffusione dei loro riprovevoli contenuti. La risposta di Substack a queste accuse è stata piuttosto goffa e ondivaga, e diversi autori e articoli stanno parlando di una “crisi”: che è di sicuro una grave crisi di immagine (alcuni autori importanti stanno cambiando piattaforma di newsletter), sarà da vedere quanto influirà sul funzionamento e i successi di una rete enorme come quella costruita in questi quattro anni. L’ultimo consuntivo della storia è in questo articolo dell’ Atlantic, mentre qui Casey Newton – esperto e seguito giornalista di tecnologia – spiega perché ha deciso di abbandonare Substack con la sua newsletter Platformer, che ha 170mila iscritti.
domenica 14 Gennaio 2024
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di novembre 2023. Se, come facciamo ogni mese, selezioniamo e aggreghiamo tra le varie voci il dato più significativo e più paragonabile rispetto alla generica “diffusione” totale, i risultati sono quelli che seguono: che non tengono conto delle copie distribuite gratuitamente, di quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e di quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte). Più sotto citiamo poi i dati della diffusione totale, quella in cui entra tutto (tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa).
Corriere della Sera 167.999 (-4,6%)
Repubblica 91.509 (-14%)
Stampa 67.853 (-12%)
Sole 24 Ore 54.549 (-9%)
Resto del Carlino 51.998 (-13%)
Messaggero 46.017 (-10%)
Fatto 40.640 (-6%)
Gazzettino 34.474 (-5%)
Nazione 34.035 (-13%)
Dolomiten 28.011 (-6%)
Giornale 27.588 (-6%)
Messaggero Veneto 25.026 (-8%)
Eco di Bergamo 22.722 (-8%)
Unione Sarda 22.515 (-4%)
Verità 21.348 (-24%)
Altri giornali nazionali:
Libero 28.960 (-12%)
Avvenire 14.682 (-10%)
Manifesto 12.906 (+2,3%)
ItaliaOggi 8.481 (-19%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS).
Rispetto al calo grossomodo medio del 10% anno su anno delle copie effettivamente “vendute”, cartacee e digitali (queste ultime in abbonamento), a cui siamo abituati, questo mese continua ad andare meglio il Corriere della Sera, che dopo il mese scorso riporta le sue perdite sotto il 5%. Hanno invece ancora cali superiori alla media Repubblica e Stampa (già dal mese scorso Repubblica era scesa sensibilmente sotto le 100mila copie). Ci sono poi due inversioni di posizione: la Nazione è scesa dietro al Gazzettino, e Dolomiten è tornato davanti al Giornale. Questo benché il Giornale abbia un po’ attenuato le perdite negli ultimi tre mesi della nuova proprietà e nuova direzione (Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri si sono insediati l’8 settembre, provenienti da Libero), evidentemente ai danni di Libero. Continuano a calare molto le vendite della Verità , che è stata superata dai quotidiani locali di Bergamo e Cagliari. Restano ammirevolmente stabili, anzi in piccola crescita, i numeri del Manifesto.
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che dovrebbero essere “la direzione del futuro”, non essendolo ancora del presente – l’ordine delle testate è questo (sono esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 50mila, il Sole 24 Ore più di 34mila). Tra parentesi gli abbonamenti guadagnati o persi questo mese.
Corriere della Sera 43.233 (+169)
Repubblica 23.113 (-114)
Sole 24 Ore 22.873 (+373)
Fatto 19.723 (-12)
Stampa 8.767 (-192)
Manifesto 6.520 (+79)
Gazzettino 6.189 (+117)
Rimane molto esigua la quota di abbonamenti alle edizioni digitali per alcune testate nazionali (soprattutto quelle con un pubblico più anziano) in un tempo in cui quella è la direzione più promettente per la sostenibilità di molti giornali: 1.744 abbonamenti digitali (pagati almeno il 30%) per Avvenire, 1.459 per Libero, 1.439 per il Giornale, 1.052 per la Verità (che ne ha persi 282 in due mesi), 2.219 per la Gazzetta dello Sport (che però ne ha più di 11mila a meno del 30% del prezzo). I tre quotidiani Monrif ( Giorno, Resto del Carlino, Nazione) ne dichiarano complessivamente 1.572 (500 persi in due mesi, passati evidentemente a offerte più scontate promosse dalle stesse testate).
Tornando alle vendite individuali complessive – carta e digitale – tra gli altri quotidiani locali le perdite maggiori rispetto a un anno fa sono soprattutto del Tirreno (-22%); e poi ancora del Giornale di Vicenza (-15%) e dell’ Arena (-14%), entrambi del gruppo Athesis.
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di questi numeri di diversa natura dà una cifra complessiva di valore un po’ grossolano, che è quella usata nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il giornale specializzato Prima Comunicazione, e che trovate qui. Un esempio delle differenze con i dati che abbiamo raccontato qui sopra è il risultato positivo di Repubblica, che cresce dell’11,8% rispetto all’anno scorso grazie all’aggiunta di una grande quota di copie promozionali e omaggio da gennaio di quest’anno (erano 1.123 a settembre 2022, ora sono 32.751).
( Avvenire, Manifesto, Libero, Dolomiten e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)
domenica 14 Gennaio 2024
James Bennet è un giornalista americano di 57 anni con una ricca e varia carriera finora: adesso è il titolare di una storica rubrica sulla politica statunitense sul settimanale britannico Economist (la rubrica si chiama Lexington), ma prima è stato il capo della sezione delle opinioni del New York Times e il direttore del mensile Atlantic, e prima ancora inviato e reporter del New York Times in ruoli diversi. Tra le altre cose, alla Casa Bianca, a Pechino, a Gerusalemme.
Ma la sua fama più recente si deve a una drammatica polemica, di cui i lettori di Charlie si ricorderanno: nel 2020 fu costretto a dimettersi da direttore della sezione dei commenti ed editoriali (che fino a due anni fa si chiamava sezione Op-Ed) del New York Times dopo la pubblicazione di un articolo di un consigliere del presidente Trump che approvava l’intervento dell’esercito per reprimere illegalità e crimini durante le proteste pubbliche che stavano avvenendo in quei mesi negli Stati Uniti. L’articolo e la sua pubblicazione furono violentemente contestati all’interno della redazione “news” del giornale – oltre che da molti lettori – che è separata dalla redazione che si occupa dei commenti e degli editoriali.
Il mese scorso Bennet ha pubblicato sul magazine dell’ Economist – 1843 – un lunghissimo resoconto dal suo punto di vista di quella vicenda, all’interno di una più estesa riflessione su quello che secondo lui sarebbe cambiato al New York Times e sui modi diversi di intendere il ruolo del giornalismo. L’articolo di Bennet è molto dignitoso pur togliendosi molti sassolini dalle scarpe, ed è assai avvincente nelle questioni che pone: ma è anche un racconto molto interessante di come si svolge il lavoro al New York Times , dalla grande alla piccola scala.
Tra gli altri passaggi interessanti ce n’è uno che attribuisce all’ex direttore del giornale Dean Baquet un pensiero non nuovo per i lettori di Charlie e di Voltiamo decisamente pagina, sull’avere “come unici padroni i lettori”.
“Perception is one thing, and actual independence another. Readers could cancel their subscriptions if the Times challenged their worldview by reporting the truth without regard to politics. As a result, the Times’s long-term civic value was coming into conflict with the paper’s short-term shareholder value. As the cable networks have shown, you can build a decent business by appealing to the millions of Americans who comprise one of the partisan tribes of the electorate. The Times has every right to pursue the commercial strategy that makes it the most money. But leaning into a partisan audience creates a powerful dynamic. Nobody warned the new subscribers to the Times that it might disappoint them by reporting truths that conflicted with their expectations. When your product is “independent journalism”, that commercial strategy is tricky, because too much independence might alienate your audience, while too little can lead to charges of hypocrisy that strike at the heart of the brand.
It became one of Dean Baquet’s frequent mordant jokes that he missed the old advertising-based business model, because, compared with subscribers, advertisers felt so much less sense of ownership over the journalism”.
domenica 14 Gennaio 2024
Sono passati tre anni e mezzo da quando nacque questa newsletter, che in quei primi mesi si dedicò molto a raccontare la transizione in corso nelle maggiori testate internazionali da un modello di sostenibilità economica basato sulla pubblicità a uno che ha come priorità il contributo degli abbonati. Questa transizione è tuttora in corso: per alcuni giornali è ormai in fase avanzata e la seconda fonte di entrate è diventata prevalente e ha addirittura ribaltato positivamente le fortune di quei giornali, per altri è cominciata tardi e con meno convinzione, e più passa il tempo più diventa difficile costruirne la riuscita, per affollamento e saturazione del campo e ritardo nella costruzione del know how e del pensiero necessario.
Anche perché le cose continuano ad accelerare e il ritardo si aggrava: il 2024 è atteso dai più esperti e avveduti sul tema come l’anno in cui questa transizione dovrà avere ancora maggiori accelerazioni e al tempo stesso mantenersi duttile rispetto all’imprevisto, che si è rivelato una condizione inevitabile di questi anni. Una serie di nuove regole e di scelte da parte delle grandi piattaforme e degli inserzionisti dovrebbe diminuire ulteriormente gli investimenti pubblicitari sui giornali, con grandi preoccupazioni ma anche opportunità – obbligate – per le testate che sappiano spostare il loro valore dalla quantità alla qualità. Ovvero che abbiano da vendere agli inserzionisti non tanto i numeri delle loro copie o del loro traffico ma un’identità qualificante e un pubblico mobilitabile, e i cui dati siano in possesso delle singole testate e non consegnati a Google, Meta o altri intermediari.
Sono solo accenni di un contesto generale che, come dicevamo, sarà suscettibile di agitazioni le più varie. Potenzialmente, persino di un ritrovato valore della pubblicità, se qualcuno si inventa modi nuovi per attrarla e sfruttarla. Quelli vecchi è difficile che tornino promettenti: nel migliore dei casi declineranno più lentamente, la stessa cosa che sta avvenendo con le vendite delle copie cartacee.
Fine di questo prologo.
domenica 17 Dicembre 2023
Per premura lo ripetiamo qui: le prossime domeniche Charlie sarà in vacanza. La newsletter tornerà ad arrivare regolarmente il 14 gennaio. Nel frattempo, potete dedicarvi a leggere i maggiori approfondimenti sul dannato futuro dei giornali raccontati nello scorso numero di Cose spiegate bene, la rivista del Post. O provvedere rapidamente a necessità natalizie dell’ultimo momento regalando un abbonamento al Post. E auguri.
domenica 17 Dicembre 2023
Saranno licenziati 15 giornalisti dell’agenzia di stampa Dire (di cui avevamo scritto più estesamente a ottobre ) dopo il mancato accordo tra editore, comitato di redazione e associazioni sindacali. La FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana, il sindacato nazionale dei giornalisti) ha pubblicato una nota in cui scrive che i licenziamenti avverranno: «nonostante le risorse che [l’agenzia] riceverà dal governo. All’agenzia, infatti, dal 2024 arriveranno oltre 2 milioni di euro l’anno per un triennio, grazie al decreto per i servizi d’informazione da parte della pubblica amministrazione».
domenica 17 Dicembre 2023
Una newsletter del sito americano GQ ha riflettuto sui nuovi destini delle riviste, che in molti casi stanno spostando le loro attrattive verso la propria qualità di prodotto estetico piuttosto che contenitore di letture, e venendo acquistate più per essere esposte quasi come duraturo oggetto di arredamento che come passeggero veicolo di informazione. Il fenomeno delle “belle riviste” naturalmente esiste da decenni, come esistono da decenni i suoi ammiratori, ma la crisi di ruolo dei magazine ha reso questo aspetto ancora più rilevante.
“Le riviste ora sono prodotti: simboli di buon gusto, da essere esibiti sul tavolino del soggiorno o sulla scrivania per mostrare a chi passa che non sei il tipo che passa tutto il proprio tempo a scorrere lo smartphone. Lo stesso processo che ha riportato di moda i vinili quando erano stati dati per morti da un pezzo adesso sta spingendo le riviste”.
domenica 17 Dicembre 2023
Il sito del tabloid britannico conservatore Daily Mail – chiamato MailOnline -, che finora ha offerto la sua grande quota di articoli online gratuitamente, ha intenzione di far pagare, da gennaio, una piccola selezione di articoli (si parla di 10-15 al giorno) al suo pubblico nel Regno Unito: tuttavia la stragrande maggioranza degli articoli realizzati (circa 1.500 pagine web al giorno) rimarrà gratuita e il modello a pagamento non riguarderà i lettori statunitensi. Il MailOnline è uno dei siti di news più popolari al mondo e un successo commerciale: pubblica notizie di alterne qualità, spesso scandalistiche o frivole, di gossip sulle celebrità e sulla famiglia reale; nel Regno Unito ha quasi 24 milioni utenti mensili ed è al secondo posto tra i siti di notizie più popolari dopo il sito dell’emittente pubblica BBC. Negli ultimi mesi le pubblicazioni digitali hanno perso molto traffico dai social media e di conseguenza sono calate le entrate pubblicitarie : la strategia del MailOnline è di trovare fonti di ricavo alternative, probabilmente ispirata al modello di abbonamenti del tabloid tedesco Bild, che in una decina di anni ha raccolto 680 mila abbonamenti. Il MailOnline aveva già sperimentato dei contenuti digitali a pagamento nel 2019 con il lancio dell’app Mail+, che offriva agli abbonati video e podcast esclusivi; l’app non sembra aver funzionato: è stata ribattezzata Mail+ Editions e oggi offre semplicemente la versione digitale del giornale.
domenica 17 Dicembre 2023
Lo storico settimanale L’Espresso , che fu uno dei più importanti newsmagazine italiani, ha cambiato ancora proprietà: nel 2022 il gruppo GEDI (quello di Repubblica e Stampa, che proprio dall’ Espresso aveva preso il nome diventando la maggiore azienda giornalistica italiana) lo aveva ceduto alla società BFC Media dell’imprenditore Danilo Iervolino, fondatore dell’Università Telematica Pegaso e proprietario della squadra di calcio di Serie A della Salernitana. Negli scorsi giorni la società BFC Media ha ceduto completamente il controllo dell’ Espresso alla società petrolifera Ludoil di cui è presidente Donato Ammaturo (che a maggio, attraverso la società Alga, aveva già rilevato il 49% delle quote).
Il Comitato di redazione dell’ Espresso ha informato i lettori di avere saputo della cessione da un articolo del Giornale.
“In attesa di scoprire con spirito costruttivo i piani di sviluppo e di rilancio dell’Espresso dei nuovi proprietari, ribadiamo che sarà compito del comitato di redazione – che opera col mandato dell’intera assemblea – vigilare e agire sempre a tutela del prestigio e dell’indipendenza della testata”.
domenica 17 Dicembre 2023
The Nation è una rivista statunitense che ha sede a New York: nacque 158 anni fa e mantiene ancora oggi una presenza vivace nel dibattito politico e intellettuale americano. Fu fondata come settimanale nel luglio 1865 a Manhattan da un gruppo di sostenitori dell’abolizione della schiavitù. La rivista ebbe Martin Luther King come corrispondente per i diritti civili tra il 1961 e il 1966, assunse una posizione molto critica rispetto alla guerra in Vietnam e nel 2003 si oppose all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti durante la presidenza di George W. Bush. The Nation ha costruito la sua reputazione come rivista di sinistra, progressista, vicina, ma in modo critico, al Partito Democratico americano: nella sua storia, The Nation ha sostenuto tre candidati alle primarie dei democratici, Jesse Jackson nel 1988, Barack Obama nel 2008 e Bernie Sanders nel 2016 e 2020.
In questi giorni è stato annunciato che The Nation diventerà un mensile (usciva ogni due settimane dal 2020) di 84 pagine invece delle 48 attuali, perché, spiega il direttore Don David Guttenplan, gli abbonati hanno chiesto di ricevere «una maggiore quantità di ciò che facciamo sul cartaceo in una volta sola, e meno frequentemente. Perché in questo modo possiamo andare più in profondità, fornire un quadro generale migliore, dare più contesto, fare più indagini»: ma dietro questa versione c’è soprattutto la crisi dei magazine e la necessità di riduzione dei costi. La maggior parte dei ricavi della rivista arriva dai donatori e dagli abbonati e, continua Guttenplan, è a loro a cui «dobbiamo prestare attenzione». The Nation ha circa 90 mila abbonamenti di cui circa l’80% alla rivista cartacea; includendo le vendite in edicola la tiratura complessiva è tra le 92 mila e le 94 mila copie: in calo rispetto alla tiratura del 2021 (96 mila copie) e a quella del 2006 (186 mila copie). Bhaskar Sunkara, presidente (si occupa della strategia editoriale e commerciale) di The Nation , ha detto che questo non è un passo «verso un futuro esclusivamente digitale» ma «un modo per offrire un prodotto cartaceo migliore, piuttosto che abbandonare la stampa».
domenica 17 Dicembre 2023
La scorsa settimana Charlie ha cercato di riassumere la storia del giornale gratuito italiano Metro, citando le vicende che hanno riguardato i giornalisti, che lavorano con forme di contratti di solidarietà dal 2012, e il punto di vista dell’editore Salvatore Puzzo. L’editore aveva detto che per Metro «non ci sta un piano di dismissione, ma ci sta un piano di resilienza importante. La finalità editoriale è quella di continuare per almeno altri 23 anni, non di chiudere domani». Martedì il comitato di redazione (l’organo di rappresentanza dei giornalisti nei confronti dell’editore) ha pubblicato una nota che dice: «il termine “resilienza”, tanto di moda nel contesto imprenditoriale è riferito ad aziende in grado di cogliere le opportunità anche nelle situazioni negative e rafforzandosi grazie alla risoluzione dei problemi. Peccato che nel nostro caso i problemi (dal vuoto di idee e investimenti sul quotidiano cartaceo all’aleatoria presenza sul web) non siano stati neanche lontanamente affrontati, men che meno risolti; mentre le misure prospettate – che renderebbero impossibile garantire la dovuta qualità informativa e porterebbero a salari indegni – non sono certo “opportunità” né per chi scrive, né per chi legge Metro». E la nota si conclude: «proporre una solidarietà all’80% e una “navigazione a vista”, continuando solo ad accompagnare il declino della testata e senza alcuna strategia a lungo termine, significa voler chiudere se non domani, dopodomani».
domenica 17 Dicembre 2023
Il principe Harry ha vinto la causa contro alcuni tabloid britannici, di cui avevamo scritto negli scorsi mesi.
“Venerdì l’Alta corte di giustizia del Regno Unito, il tribunale di primo grado di Inghilterra e Galles, ha ordinato a diversi tabloid britannici di risarcire il principe Harry del Regno Unito per aver scritto in passato alcuni articoli su di lui dopo aver intercettato in maniera illegale il suo telefono. […] L’Alta corte ha decretato che 15 dei 33 articoli contestati erano stati scritti usando intercettazioni illegali, e ha ordinato al Mirror Group Newspapers di pagare al principe un risarcimento di 140.600 sterline (circa 163mila euro)”.
domenica 17 Dicembre 2023
Mercoledì il sito del settimanale americano New Yorker ha pubblicato l’annuale resoconto su quali sono stati gli articoli più letti. Michael Luo, direttore del sito dal 2017 , ha ordinato i primi 25 articoli sulla base degli “engaged minutes”: «la quantità totale di tempo che i lettori hanno trascorso» sulle storie pubblicate. Luo scrive alcune considerazioni sulla composizione della classifica e sulle abitudini delle persone che hanno visitato il sito del New Yorker: «la fatica psicologica delle notizie è un miasma che affligge quasi tutti noi da qualche tempo a questa parte. Siamo svuotati dallo sforzo fisico e mentale che comporta seguire gli eventi attuali. Lo stato di allarme […] è quasi costante. […] Un recente rapporto del Pew Research Center ha tracciato i livelli di consumo di notizie nei mesi precedenti la presidenza Trump. Nel marzo 2016, il 51% degli adulti negli Stati Uniti aveva dichiarato di seguire le notizie “per tutto o quasi tutto il tempo”. Questa percentuale è scesa al 38% nell’agosto del 2022». Luo scrive che tra gli articoli su cui i lettori hanno investito più tempo «Niente guerra a Gaza. Niente Trump. Niente politica. L’articolo più letto è una storia di cronaca nera di James Lasdun, sugli omicidi di Murdaugh nella Carolina del Sud. Altre storie che sono entrate nella top ten: un’indagine di Heidi Blake sulle principesse fuggitive di Dubai; una particolare argomentazione contro i viaggi della filosofa Agnes Callard; e un’analisi, da parte di Nathan Heller, del calo delle iscrizioni alle facoltà umanistiche nei college di tutto il Paese».
domenica 17 Dicembre 2023
Nel frattempo la storia recente di Repubblica era stata tra i temi di una lunga intervista col suo ex editore Carlo De Benedetti pubblicata mercoledì sul Foglio e firmata da Salvatore Merlo, e che ha ricevuto molte attenzioni e curiosità nelle redazioni questa settimana.
“John Elkann è riuscito in quattro anni a distruggere il gruppo editoriale che il principe Carlo Caracciolo, suo prozio, aveva creato in circa quindici anni. Un massacro incomprensibile nei suoi scopi”. Dice così Carlo De Benedetti mentre volta in su il palmo, riunisce a punta le dita, e la sua mano oscilla su e giù a indicare commiserazione, a esprimere il platonico e sprezzante interrogativo: ma come cavolo è possibile? “John ha venduto tutti i quotidiani locali, che andavano bene. Poi ha devastato pure Repubblica, che ancora si aggira tra i quotidiani italiani con la maestà malinconica delle rovine. Mi dispiace moltissimo. È straziante. Addirittura avevano messo ad amministrare i giornali uno che allo stesso tempo si occupava della Juventus. Carta e palloni. Non so se mi spiego. A quel gruppo dirigente ho visto fare cose che manco nella ‘cena dei cretini’: dicono ‘digital first’ ma non hanno investito un centesimo in serie acquisizioni sul digitale, mentre hanno annientato la carta”. Ma, scusi, Ingegnere, se è così perché Elkann ha comprato il gruppo che ora si chiama Gedi? Non si compra mica una cosa per sfasciarla, per distruggerla. O sì? “Dipende. Elkann sostanzialmente ha comprato i giornali soltanto per coprire la fuga di Stellantis dall’Italia. Per coprire la deindustrializzazione e la smobilitazione degli impianti produttivi automobilistici di un gruppo che ormai è francese. Per il resto, di come vanno questi giornali mi pare evidente che non gli importi nulla”.
L’intervista a De Benedetti ha ricevuto una risposta molto drastica e risentita da parte di Marina Berlusconi, presidente dell’azienda Mondadori, a proposito di un passaggio sulla sua famiglia.
“La verità resta quella di sempre: per gran parte della sua lunga esistenza, l’Ingegnere non ha fatto altro che invidiare mio padre. Lo si capisce, purtroppo, dal livore acido con cui ne parla perfino oggi, che non c’è più. Questo non stupisce, considerando il gran maestro di stile e buone maniere che Carlo De Benedetti è sempre stato. Il suo cruccio, in verità, è che Silvio Berlusconi rappresenta tutto quello che lui avrebbe sempre voluto essere senza mai riuscirci, come imprenditore, come politico e come padre”.
domenica 17 Dicembre 2023
L’assemblea dei giornalisti di Repubblica ha pubblicato sul quotidiano e sul sito un comunicato piuttosto severo, annunciando l’intenzione di ben cinque giorni di sciopero (da confermare e definire: in questi casi si usa l’espressione “ha affidato al Comitato di redazione cinque giorni di sciopero” per segnalare appunto un’intenzione e una minaccia).
Il comunicato segue e aggrava una serie di sviluppi e tensioni tra la redazione e la proprietà del giornale – e spesso anche con la direzione – che durano da molti mesi, parallelamente ai deludenti risultati di diffusione e all’impressione di una mancanza di visione sui destini del giornale stesso.
“L’assemblea dà mandato al Cdr di vincolare qualsiasi apertura di trattativa sindacale alla presentazione di un chiaro ed esaustivo piano editoriale, nel quale siano circostanziati: gli investimenti necessari per il rilancio della testata, gli obiettivi che ci si propone di raggiungere con organici ulteriormente ridotti nonché i progetti che coinvolgono le redazioni nel loro complesso. E non ultimo chiede all’azienda di indicare quali siano le scelte per la crescita dei ricavi, in particolare della componente digitale, perché siano adeguate alle sfide del mercato editoriale.
L’assemblea pone inoltre un ineludibile tema di responsabilità rispetto alla crisi che sta attraversando Repubblica. Pur riconoscendo il momento di difficoltà di questa fase di grandi cambiamenti, i risultati economicamente negativi sono da ascrivere anche alle scelte della linea editoriale che non riesce a intercettare nuovi lettori e che ha allontanato il tradizionale pubblico di riferimento della testata Repubblica; ma anche alle strategie del management, frutto di previsioni errate e di risultati ancora non sufficienti a garantire l’equilibrio dei conti, in particolare nello sviluppo del digitale. Scelte e strategie di cui l’assemblea chiede totale revisione.
Le giornaliste e i giornalisti di Repubblica in questi anni hanno dimostrato un grande spirito di sacrificio e un forte legame affettivo con il giornale ma non sono disposti ad essere gli unici a pagare ancora una volta il conto di decisioni spesso non condivise, anzi non di rado contestate dalla redazione stessa”.
domenica 17 Dicembre 2023
La società di rilevazione Audiweb (che ha in corso un processo di integrazione che le darà il nuovo nome di Audicom) ha pubblicato i dati di traffico sui siti web a ottobre. Abbiamo isolato anche questo mese quelli relativi ai siti di news generalisti e alle testate più note (il dato sono gli “utenti unici nel giorno medio”). Come ricordiamo sempre, bisogna tenere presente che i dati di traffico dei siti web sono soggetti a variabili anche molto influenti di mese in mese, legate a singolari risultati di determinati contenuti; o a eventi che ottengono maggiori attenzioni; o a fattori esterni che li promuovono in maniere volatili, come gli algoritmi di Google o di Facebook (e questo rende non del tutto significativi nemmeno i confronti sull’anno precedente).
In cima alla classifica, per la prima volta da sette mesi il sito del Corriere della Sera supera quello di Repubblica (ma pesano gli “aggregati” per entrambi, vedi sotto: questi sorpassi possono non avere a che fare con i singoli siti delle due testate). Mentre continuano a essere molto variabili i dati di Fanpage.
Per alcune delle testate nelle prime posizioni ricordiamo che bisogna considerare che i numeri possono includere anche quelli di vere e proprie “sottotestate” con una loro autonomia (su cui il gruppo GEDI sta per esempio intensificando un’operazione di acquisizioni: il secondo apporto più importante ai numeri presentati come di Repubblica è il sito MyMovies, seguito da Ticonsiglio; i numeri del sito del Corriere comprendono anche quelli di IoDonna e di Oggi), come abbiamo spiegato altre volte.

domenica 17 Dicembre 2023
Della cosiddetta “intelligenza artificiale” in relazione al giornalismo si è parlato finora in modi piuttosto confusi: gli usi e le prospettive sono ancora molto in via di comprensione, e quindi abbiamo letto soprattutto di grandi rivoluzioni e grandi allarmi ancora poco concreti. Ma alcune cose rivelatrici stanno invece succedendo, più intorno al business del giornalismo che non all’esecuzione dei singoli articoli su cui ci sono state finora le maggiori curiosità.
Quella di conseguenze già più visibili riguarda Google ed è piuttosto preoccupante per i siti di news (e non solo di news): in alcune sperimentazioni Google ha già cominciato a mostrare in testa ai suoi risultati delle ricerche delle brevi risposte di testo alla domanda contenuta nella ricerca degli utenti. Queste risposte sono composte appunto dall’AI di Google attingendo a enormi quantità di informazioni raccolte sui siti ed elaborate come testi nuovi e originali. Questo ha tre implicazioni: la prima, drammatica (il Wall Street Journal ha raccontato bene l’allarme giovedì), è che molte delle ricerche su Google non trovano più dei link su cui cliccare per avere risposta, ma ricevono già quella risposta sulla pagina di Google, e questo potenzialmente può far perdere enormi quantità di traffico ai siti; la seconda implicazione è che le risposte in questione non sono estratte dai siti originali, cosa che consentiva agli editori di rivendicare un compenso per l’uso dei loro contenuti originali e per il diritto d’autore, ma sono “inedite”, composte dall’AI; la terza implicazione è che per ottenere che i propri contenuti non vengano “dragati” dall’AI di Google i siti dovrebbero deindicizzarli, ovvero rinunciare a che poi compaiano tra i risultati delle ricerche.
Le grandi aziende giornalistiche intanto si stanno muovendo con circospezione e preoccupazione: diverse erano subito intervenute per inibire ai progetti di AI l’accesso ai propri contenuti, altre hanno iniziato trattative per ottenerne dei compensi soddisfacenti. Questa settimana è stato annunciato il maggiore accordo concluso finora, tra la grande multinazionale tedesca dell’editoria Axel Springer e la società OpenAI.
Invece il quotidiano New York Times ha deciso di investire in una persona che diriga le iniziative legate all’AI in redazione: Zach Seward è un giornalista che in passato ha fondato il sito di news Quartz, ha lavorato al Wall Street Journal e al sito di news sul giornalismo Nieman Lab. Il suo ruolo iniziale con il New York Times sarà di creare una piccola squadra e «collaborare con i dirigenti della redazione per stabilire i principi su come utilizzare e non utilizzare l’AI generativa […]. Il giornalismo del Times sarà sempre realizzato e scritto dai nostri giornalisti esperti. Ma Zach contribuirà anche a guidare il modo in cui questi nuovi strumenti possono assistere i nostri giornalisti nel loro lavoro, aiutandoci ad ampliare il nostro raggio d’azione e a espandere il nostro servizio».
Ma una seconda prospettiva preoccupante per la qualità dell’informazione e per il business dei giornali l’avevamo ipotizzata su Charlie all’inizio dell’anno e si sta concretizzando: l’AI può produrre quantità infinite di testi che sono minime variazioni rispetto ai contenuti originali raccolti, e creare opportunità di guadagno per siti in cui questa produzione è completamente automatizzata e può permettere di pubblicare quote enormi di articoli, anche in questo caso diversi dagli originali, per raccogliere traffico e ricavi pubblicitari. Il sito Semafor ha raccontato il caso di un sito di notizie finanziarie con sede in Israele che è uno dei più visitati del mondo e palesemente pubblica articoli di altri siti rielaborati dall’AI.
domenica 17 Dicembre 2023
Chiedendo maggiori sovvenzioni per i giornali, la Federazione degli editori ha di nuovo parlato questa settimana di “rischi per il pluralismo” se queste sovvenzioni venissero invece ridotte. Il “pluralismo”, se ci pensate, è una parola che esiste nell’uso solo in questo contesto, e solo per suggerire che sia minacciato. Quello che in realtà gli editori di giornali chiedono di difendere – come è legittimo e comprensibile – sono le loro attività imprenditoriali dalle rispettive difficoltà economiche, evidenti e protagoniste di molta parte di questa newsletter. La “difesa del pluralismo” è la difesa del numero di testate pubblicate, ed è un modo per tradurre in criteri quantitativi quello che invece è un interesse pubblico qualitativo: una comunità e una democrazia bene informate. Interesse che non passa dal numero di giornali ma dalla affidabilità e accuratezza del loro lavoro: in Italia il pluralismo è infatti piuttosto presente, pur con una notevole prevalenza – tra i dieci-venti maggiori quotidiani – delle testate di orientamento politico conservatore o di destra. Ma non è ad attenuare questo squilibrio che si riferiscono le richieste degli editori: le sovvenzioni statali sono dirette soprattutto alle testate esistenti, e per esempio non stanno impedendo la creazione di un’aggregazione inedita e omogenea di quotidiani filogovernativi: alcuni dei quali invece ricevono proprio cospicue sovvenzioni di stato, a dimostrazione del fatto che i contributi pubblici non favoriscono il pluralismo, ma il suo contrario. Ma è solo un esempio, appunto, del fatto che il “pluralismo” è un alibi propagandistico per la richiesta di soldi raramente destinati a ripensamenti su quello di cui ha bisogno la democrazia italiana: buon giornalismo e innovazione, più che tanti giornali da salvare.
Fine di questo prologo.
(Charlie si prende qualche domenica di vacanza: tornerà il 14 gennaio, e buone feste)
domenica 10 Dicembre 2023
Il Post ha pubblicato questa settimana un anomalo ed eccezionale formato di podcast, e di promozione editoriale: Wild Baricco è una conversazione di oltre due ore con lo scrittore Alessandro Baricco, assai inusuale per lui sia nella misura che nei temi trattati, progettata insieme a Feltrinelli in occasione del nuovo romanzo di Baricco Abel.
domenica 10 Dicembre 2023
Ogni tanto alcuni aspetti frequentemente criticati del lavoro delle maggiori testate giornalistiche italiane vengono criticati sulle pagine delle stesse testate giornalistiche da alcuni dei loro autori più noti. Senza mai riferirsi alla testata stessa che li ospita, ma la poca distanza dagli articoli oggetto delle critiche rende quest’ultime una visibile contraddizione: che può essere letta come una paradossale incoerenza o come una capacità di ospitare anche qualche forma di autocritica. Questa settimana è stato il caso di Francesco Merlo, responsabile della rubrica delle risposte alle lettere di Repubblica, che ha risposto così a un lettore critico del “modo morboso, eccessivo e sensazionalistico” con cui “i media raccontano i delitti efferati”:
“È odiosa questa deriva selvaggia che attizza la morbosità e ti fa dimenticare la vittima e l’oltraggio che ha subito, lei e tutte le ragazze del mondo, presi come siamo a violarne gli spasmi. E così, alla fine, quando arrivi in fondo all’articolo e già attacchi il secondo, che viola lo smarrimento della madre, e poi ce ne sono un terzo sull’arma e un quarto sul luogo dell’esecuzione… alla fine, dicevo, non c’è più la morte di una ragazza che tutti avremmo voluto come figlia, ma c’è solo l’infinita indecenza”.
domenica 10 Dicembre 2023
Il sito specializzato di media e pubblicità Prima Comunicazione ha riferito dell’intenzione dell’editore Riffeser di portare in cassa integrazione circa cento collaboratori con forme contrattuali che secondo il sindacato dei giornalisti non lo consentirebbero. Andrea Riffeser Monti è il proprietario del gruppo a cui appartengono i quotidiani Nazione (di Firenze), Resto del Carlino (di Bologna) e Giorno (Milano), insieme alla testata nazionale che li raggruppa Quotidiano Nazionale , ed è anche capo dell’associazione degli editori di giornali, la Fieg.
“Tutto questo comporterebbe un inammissibile precedente nel panorama giornalistico che porterebbe a cambiare di fatto l’inquadramento di corrispondenti e collaboratori fissi”.
Invece il sito Professione Reporter, dedicato ai temi del giornalismo e a notizie sulle redazioni italiane, ha aggiunto un po’ di notizie sui grandi movimenti editoriali nell’editoria giornalista del Nordest, di cui aveva scritto il Post qui.
“Parte con la richiesta di 18 prepensionamenti tra i poligrafici l’avventura della Nem, Nord Est Multimedia Spa, la società editrice che fa capo a Enrico Marchi, presidente dello scalo aeroportuale di Venezia e presidente del Gruppo Banca Finint. Dal primo novembre Nel ha ufficialmente acquisito, per un cifra – mai in verità confermata – compresa tra i 30 e i 40 milioni, la titolarità delle sette testate venete e friulane ex Gedi, Il Corriere delle Alpi, Il Piccolo, Messaggero Veneto, La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso e il sito NordEst Economia.
L’incontro, convocato dalla Nem nel primo pomeriggio di martedì 6 dicembre per discutere l’accordo sullo smart working, che scade a fine dicembre, e dunque per stabilire come e se rinnovarlo, è stata l’occasione per la nuova proprietà per comunicare ai Comitati di redazione delle sette testate che, oltre ai 18 poligrafici, sono previsti 35 prepensionamenti anche tra i giornalisti entro il 2024. Numero che, però, potrebbe salire a 40 se si dovesse scavallare il 2025. Interessati al prepensionamento sono i nati nel 1963. L’organico complessivo è ora di poco superiore alle 140 unità”.
domenica 10 Dicembre 2023
Il settimanale britannico New European è nato in maniera peculiare: il primo numero uscì il 4 luglio 2016 tentando di riunire attorno a sé le persone deluse da Brexit, che aveva appena vinto il referendum per fare uscire il Regno Unito dall’Unione Europea, il 24 giugno. Il giornale doveva essere un esperimento con una durata limitata (dovevano essere pubblicati quattro numeri), per questo motivo lo slogan era: “The New Pop-up Paper for the 48%”, “la nuova rivista temporanea per il 48%” (la percentuale si riferiva alle persone che avevano votato per rimanere nell’Unione Europea). Il New European fu però un esperimento riuscito, divenne economicamente sostenibile e ottenne estesi apprezzamenti: inizialmente era di proprietà del gruppo editoriale regionale britannico Archant e venne poi rilevato da un gruppo di soci tra cui il fondatore Matt Kelly, l’ex amministratore delegato del New York Times Mark Thompson, l’ex direttore del Financial Times Lionel Barber, e Alastair Campbell (ex portavoce di Tony Blair) che ne è divenuto il direttore responsabile.
Il New European è tornato questa settimana a parlare della sua situazione economica attraverso una lunga intervista di Matt Kelly uscita sul sito britannico specializzato in notizie sul giornalismo PressGazette. Nel 2022 il settimanale ha raccolto 1 milione di sterline dopo aver invitato i lettori a investire nelle proprie quote al prezzo di 3 sterline per azione: alla fine della raccolta fondi circa 2 mila lettori possedevano il 16,7% dell’azienda. Kelly racconta di aver investito parte del denaro per un piano di «marketing davvero mirato», perché la rivista continuava a essere poco conosciuta. Il New European oggi ha circa 17.400 abbonamenti digitali e 10.800 cartacei, e vende in edicola tra le 4.000 e le 6.000 copie ogni settimana: complessivamente ha circa 33 mila lettori paganti. Gli abbonamenti sono in aumento, e il risultato è attribuito alla linea editoriale della rivista, definita «una missione molto chiara, che consiste nel combattere il nazionalismo di destra ovunque lo vediamo». Kelly ha poi aggiunto che forse investirà ancora per far conoscere il New European: «l’ambizione è quella di arrivare, entro un paio d’anni, a circa 50 mila abbonamenti paganti» e che se «riusciamo a raggiungere i 40.000, 50.000 abbonamenti, allora sarà un’attività incredibilmente redditizia». La rivista non ha mai ospitato pubblicità ma con la crescita dei lettori nel 2024 «ci potrebbe essere un’opportunità concreta per della pubblicità mirata sul New European ».
domenica 10 Dicembre 2023
Da diversi mesi Charlie racconta delle difficoltà che sta affrontando l’importante quotidiano statunitense Washington Post: ancora la scorsa settimana si parlava delle 240 uscite volontarie che il giornale sta cercando di trovare tra i suoi dipendenti, minacciando licenziamenti. Giovedì circa 750 giornalisti sindacalizzati del Washington Post hanno organizzato 24 ore di “walkout” (una forma di sciopero) per protestare contro i licenziamenti e contro il fatto che «i dipendenti del Washington Post sono in trattative contrattuali con i nostri capi da 18 mesi. Ma l’azienda si rifiuta di pagarci quanto valiamo». La richiesta è di un minimo di 100 mila dollari annui per i giornalisti mentre l’ultima offerta del giornale è di 73 mila dollari. Secondo i dirigenti del sindacato si è trattato del primo sciopero generale al Washington Post dopo quello del 1975-76 durato 20 settimane e organizzato dagli addetti alle tipografie.
Un portavoce del Washington Post ha detto: «rispettiamo il diritto dei nostri colleghi che fanno parte del sindacato di impegnarsi in questo sciopero di un giorno. Ci assicureremo che i nostri lettori e clienti non subiscano alcun danno». E una rivista locale di Washington, il Washingtonian , ha ottenuto e pubblicato una mail mandata da un caposervizio del Washington Post in cui chiede ai giornalisti di segnalare «qualsiasi cosa che abbia anche solo il sentore di una notizia» perché «non abbiamo nulla nella dispensa» e «dobbiamo fare provviste» in vista dello sciopero.
In Italia lo sciopero è un diritto costituzionale, che ha maggiori tutele; negli Stati Uniti è tutelato dal National Labor Relations Act del 1935, una legge che: «protegge la democrazia sul posto di lavoro, garantendo ai dipendenti del settore privato il diritto fondamentale di cercare migliori condizioni di lavoro e di designare una rappresentanza senza temere ritorsioni». Ma scioperare negli Stati Uniti viene considerato piuttosto rischioso per i lavoratori: per esempio, il datore di lavoro può assumere nuove persone per sostituire chi sciopera, e non è scontato che il lavoratore sostituito possa rientrare immediatamente, rischiando di perdere oltre allo stipendio anche l’assistenza sanitaria, che spesso è collegata alla retribuzione. L’astensione dal lavoro può manifestarsi in modi diversi: rimanendo a casa propria; tramite un picchetto all’entrata degli uffici o dei cancelli; con il “ walkout ” che prevede l’interruzione dell’attività uscendo dagli uffici. I dipendenti del giornale hanno marciato in strada nel centro di Washington, sventolando cartelli con la scritta “sciopero”, suonando campane, battendo tamburi e cantando: “Hey, hey, ho, ho, our salary floor is much too low!” (“il nostro stipendio minimo è troppo basso”).
domenica 10 Dicembre 2023
Un piccolo aggiornamento sulla questione giudiziaria di cui abbiamo citato gli sviluppi nelle settimane scorse. Ne ha scritto il Fatto:
“Nessun patteggiamento. E ora, per gli ex vertici del Gruppo Gedi, la Procura valuta la citazione diretta a giudizio di tutti gli indagati per i quali non è già stata chiesta l’archiviazione. Il gip di Roma ieri ha bocciato l’applicazione della pena su richiesta delle parti proposta dai manager coinvolti nell’inchiesta per truffa verso l’Inps, di cui sono accusate le aziende della holding che fino al 2020 era editrice di quotidiani come Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX. Le pene proposte, infatti, sono state valutate dal gip troppo basse per un reato dove, da codice penale, si rischia la reclusione da sei mesi a tre anni. Per i pm, dirigenti ed ex dirigenti di Gedi e del precedente Gruppo L’Espresso, avrebbero messo in piedi un sistema per “far figurare come sussistenti i requisiti (…) al fine di ottenere il prepensionamento dei dipendenti”, inducendo così in errore l’Inps. La cifra sequestrata a fine 2020 era di 38,9 milioni di euro, di cui 16,2 milioni sono stati poi restituiti all’Inps su ordine della Procura. L’indagine non riguarda in alcun modo il gruppo Exor, che dal 2020 ha acquistato la holding editoriale dalla famiglia De Benedetti. Tra i manager a rischio processo ci sono l’ex Ad Monica Mondardini (oggi in Cir con lo stesso ruolo) e l’ex capo delle Risorse umane, Roberto Moro, mentre per l’allora direttore generale, Corrado Corradi, la Procura ha chiesto l’archiviazione. Gli inquirenti ritengono responsabili del raggiro all’Inps anche quegli ex dipendenti, una sessantina, che hanno “anche solo avallato” l’operazione”.
domenica 10 Dicembre 2023
Il magazine americano Time ha fatto notizia sui media di mezzo mondo questa settimana nominando come ogni anno la sua “persona dell’anno”. È un’iniziativa di comunicazione e brand tra le più riuscite della storia delle aziende giornalistiche, ma che da diversi anni si è indebolita tantissimo, assieme al declino della testata in questione e dei newsmagazines in generale. L’idea del “Man of the year” (divenne “person” solo nel 1999, benchè ci fossero state prima quattro “Woman of the year”, una “Machine of the year” e un “Planet of the year”) fu introdotta nel 1927: il gruppo di direzione del giornale da allora sceglie chi a suo giudizio abbia avuto il maggior impatto sulle vicende del mondo di quell’anno (con una visione a lungo molto statiuniticentrica del mondo), e quindi prescindendo in teoria da giudizi morali o di valore sull’opera del nominato: anche se nella pratica da molti anni il giornale ha rinunciato a rischiare dissensi e proteste con personaggi impopolari, e anzi ha introdotto anche una parallela votazione dei lettori .
Fino ancora all’inizio di questo secolo la scelta annuale era stata un successo di comunicazione e attenzioni, suppergiù equivalenti a quelle per i premiati col Nobel: ma il proliferare di nuove fonti di informazione online e di iniziative, liste, premi, istantanei e volatili, ha diluito anche il primato della “Person of the year”, insieme alla perdita di ruolo di Time nell’informazione internazionale.
Questa settimana però le attenzioni internazionali sono tornate molto ricche e vivaci grazie a un’ottima intuizione promozionale del giornale: quella di scegliere una persona protagonista non della politica internazionale né delle news da prime pagine, ma proveniente dalla cultura pop e che quest’anno ha raccolto consensi e fandom estessimi e piuttosto unanimi, Taylor Swift.
domenica 10 Dicembre 2023
Era stato anticipato nelle settimane scorse, lo ha raccontato più in dettaglio il sito Professione Reporter.
“Il Comitato di redazione de la Repubblica è stato convocato dalla proprietà, il Gruppo Gedi presieduto da John Elkann, ed è stato informato dell’intenzione di effettuare altri 46 prepensionamenti (oggi si possono fare a un’età minima di 62 anni). Gedi sostiene che Repubblica chiuderà il prossimo bilancio in rosso per 15 milioni di euro e che le uscite sono necessarie per risanarlo.
I 46 esodi sono previsti tra aprile e settembre 2024, dopo che sarà stato firmato l’accordo con il Cdr. La proprietà vuole, in quel periodo, un numero minimo di prepensionamenti di 37 giornalisti. In caso contrario promette tagli a stipendi e contratto integrativo.
Il Cdr ha convocato l’assemblea per il 15 dicembre, per discutere il Piano”.
domenica 10 Dicembre 2023
Il sito del Poynter Institute, un’importante istituzione americana che si occupa di giornalismo, ha raccontato alcune cose sull’ AP Stylebook, che è una cosa piuttosto speciale e rinomata nel mondo del giornalismo statunitense ma anche internazionale. È il “manuale di stile” dell’agenzia di stampa Associated Press – a sua volta una delle istituzioni giornalistiche più importanti e autorevoli del mondo, spesso chiamata AP -, in cui vengono organizzate e aggiornate di continuo le indicazioni per i giornalisti e i dipendenti non solo sulle scelte ortografiche, formali, linguistiche ma anche di scelte giornalistiche ed etiche. L’AP Stylebook esiste da più di un secolo e da settant’anni è venduto al pubblico, con aggiornamenti biennali, ed è diventato il riferimento editoriale e formale per tantissime organizzazioni, aziende, case editrici, giornali.
Nell’articolo su Poynter sono descritte alcune cose spiegate dalla direttrice Paula Froke in un workshop organizzato dallo Stylebook. Froke spiega che lo Stylebook non deve essere considerato una raccolta di regole ma uno strumento, e che quelle che contiene non sono istruzioni a cui obbedire ma da prendere considerazione valutando di volta in volta contesti e variabili diverse: e lo stesso manuale spesso suggerisce i diversi fattori da valutare per fare scelte differenti, «alcune norme obbligano a prendere delle decisioni, siete voi che dovete fare delle scelte». E ogni redazione che segue il manuale deve sentirsi libera di adattarne le istruzioni per il proprio pubblico.
Sono anche citati alcuni casi particolari di applicazioni giornalistiche: per esempio come considerare le risposte ricevute per email, per valutare se possono essere adattate per ragioni di chiarezza – come si fa con le interviste raccolte a voce – oppure devono essere rispettate nella loro versione esatta e integrale, come si fa con qualunque testo stampato. Lo Stylebook indica la seconda. E infine, Associated Press ha diffuso delle istruzioni sulla guerra a Gaza tre settimane dopo gli attentati di Hamas, “spiegando il contesto storico, i protagonisti e le ragioni per cui, per descrivere Hamas, “militants” è permesso e “terrorists” no”.
domenica 10 Dicembre 2023
Un articolo sul Foglio di martedì ha rilanciato con grande certezza la notizia circolata già alcuni mesi fa per cui il gruppo GEDI starebbe per vendere la radio Radio Capital alla famiglia Angelucci. L’ipotesi ha una sua credibilità palese perché GEDI – proprietaria dei quotidiani Repubblica e Stampa – sta dismettendo in questi anni molte sue proprietà “secondarie”, e al tempo stesso gli Angelucci – già proprietari dei quotidiani Libero e Tempo – hanno appena comprato il Giornale e si mostrano molto interessati a rafforzare il gruppo editoriale. Ma l’articolo del Foglio non ha avuto nei giorni successivi nessun’altra conferma o aggiornamento.
domenica 10 Dicembre 2023
Nel corso della settimana c’è stata una polemica tra il ministro della Difesa Crosetto e il quotidiano il Giornale, a proposito di un titolo di quest’ultimo. Crosetto ha annunciato una querela per il titolo di prima pagina “Inchiesta su Crosetto” che in effetti si riferiva al fatto che Crosetto era stato ascoltato a proposito di un’inchiesta, ma in cui non è lui l’indagato. Il ministro ha sostenuto pubblicamente che l’intenzione fosse di danneggiarlo e calunniarlo per ragioni politiche (il Giornale sostiene quotidianamente la maggioranza di destra, e il suo editore è un deputato della Lega), quando con tutta probabilità la falsificazione contenuta nel titolo si doveva alla più consueta abitudine dei quotidiani italiani di produrre delle sintesi sbrigative e sensazionaliste, a costo di modificare i fatti descritti negli articoli.
Lo stesso direttore del Giornale, difendendosi, ha sostenuto si trattasse di una “sintesi” e che Crosetto avrebbe dovuto riconoscere e apprezzare le abituali indulgenze e simpatie per lui che ha il quotidiano.
“Guido Crosetto è un ottimo ministro della Difesa e una brava persona. Punto. È che come tutte le persone di carattere ha un pessimo carattere aggravato dal fatto che da oltre un anno vive in un mondo, quello del potere reale, dove l’intrigo, il trabocchetto e il doppiogiochismo sono all’ordine del giorno […] Non pretendiamo che il ministro ci ringrazi per essere stati al suo fianco quando, direi spesso, è stato bersaglio di attacchi, anche personali, di ogni genere (lo abbiamo fatto convintamente, anche in questi casi senza mandanti), ma almeno rimanga agli atti che non siamo strumenti di nessun complotto”.
domenica 10 Dicembre 2023
La più illustre vittima dei licenziamenti al New Yorker di cui avevamo detto una settimana fa è Andy Borowitz, autore comico molto popolare e molto noto ai lettori del giornale per la sua rubrica satirica The Borowitz Report, ospitata da dodici anni sul settimanale, che l’aveva acquisita dopo il suo grande successo online iniziato nel 2001. La notizia della chiusura della rubrica è stata data su Facebook dallo stesso Borowitz (tra migliaia di commenti disperati), che l’ha attribuita alle “difficoltà finanziarie” del New Yorker.
domenica 10 Dicembre 2023
Il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, ha risposto alla richiesta di maggiori garanzie di autonomia dalle pressioni della pubblicità che la redazione aveva espresso in una sorta di decalogo il mese scorso. La risposta di Molinari è al tempo stesso perentoria nell’accettare le richieste e sfuggente nel definire delle regole, descritte con formulazioni molto fumose e che lasciano zone grigie e discrezionalità. Permettendo, per esempio, questa doppia pagina di promozione della comunicazione di ENI, uscita su Repubblica giovedì senza nessuna indicazione della sua natura pubblicitaria; oppure un articolo di promozione di un’iniziativa del brand di abbigliamento Paul & Shark pochi giorni prima di una pagina pubblicitaria di Paul & Shark.
“In un mercato editoriale in continua evoluzione soprattutto per quanto concerne la piattaforma digitale, la distinzione e separazione trasparenti tra contenuti giornalistici, contenuti giornalistici sponsorizzati (cosiddetti branded contents) e contenuti pubblicitari tout court (cosiddetti native) è principio che impegna la direzione di Repubblica nei confronti della redazione e dei lettori.
A tale scopo, la Direzione di Repubblica, nel riconoscersi pienamente nei principi fissati dalla legge che disciplina la professione, dal codice etico di GEDI e dall’articolo 4 del CNLG (“i messaggi pubblicitari devono essere chiaramente individuabili come tali e quindi distinti, anche attraverso apposita indicazione, dai testi giornalistici (….) / direttori sono garanti della correttezza e della qualità dell’informazione anche per quanto attiene il rapporto tra testo e pubblicità”) e a seguito delle sollecitazioni arrivate dall’assemblea dei giornalisti di Repubblica e dell’interlocuzione avuta con li Cdr e al concessionaria Manzoni, si fa garante di quanto segue:
1. I contenuti pubblicitari nativi saranno chiaramente distinguibili da quelli giornalistici su tutte le piattaforme attraverso segni distintivi quali font diversi da quelli editoriali e diciture quali
“in collaborazione con ..”, “in partnership con…”, “con li contributo di “. Tali da consentire al lettore di riconoscerli con chiarezza.
2. I contenuti giornalistici sponsorizzati (branded content) segnalati dalla concessionaria pubblicitaria saranno valutati esclusivamente dalla direzione editoriale e dai responsabili dei settori che la direzione indicherà perché preposti a immaginarli, costruirli e redigerli, affinché sia garantita la rispondenza dei “branded content” ai criteri di indipendenza e autonomia giornalistica della testata.
3. Al fine di una corretta prassi nella loro necessaria e fisiologica interlocuzione, al concessionaria pubblicitaria avrà quali suoi esclusivi interlocutori al direzione editoriale e, in seconda battuta, i responsabili delle articolazioni che la direzione, se necessario, indicherà, oltre naturalmente, per quanto concerne al quotidiana operatività delle piattaforme cartacea e digitale, irresponsabili dei settori incaricati di gestire gli spazi pubblicitari previsti.
4. I contenuti giornalistici dedicati al consumo, in qualsiasi sua forma, non conterranno link diretti a portali per l’acquisto, aziende produttrici, privati fornitori di servizi tranne i casi ni cui la direzione editoriale e i responsabili dei settori dedicati il ritengano funzionali a informazioni di servizio che possano risultare utili al lettore. Qualora l’indicazione di aziende o fornitori sia prevista da accordi commerciali, al circostanza sarà resa esplicita al lettore”.

domenica 10 Dicembre 2023
Metro International è una società editoriale svedese che a partire dalla fine degli anni Novanta fondò diverse edizioni nazionali del giornale gratuito (free press) Metro, tra cui quella italiana. L’edizione italiana iniziò a uscire a Roma nel luglio del 2000 e poi a Milano: le redazioni erano costituite da una ventina di giornalisti. Il modello economico di Metro è sempre rimasto fondato sulla circolazione gratuita delle sue copie e sulla vendita delle inserzioni pubblicitarie sulla base della propria rilevante diffusione, dovuta appunto alla gratuità: nei primi 7-8 anni di vita funzionò e vennero aggiunte edizioni in altre città come Torino, Bologna, Firenze, Genova, Bergamo, Monza e nel Veneto, senza mai arrivare nel sud Italia. Tra il 2005 e il 2006 il giornale stampava in media circa un milione di copie quotidiane e ebbe una redazione composta anche da 25-26 persone, tra giornalisti e grafici. In quegli anni in Italia cominciarono a uscire altre free press: nel 2001 aprirono Leggo del gruppo Caltagirone e City del gruppo RCS, nel 2004 Epolis, nel 2006 24 Minuti del Sole 24 Ore e Anteprima Corsera del Corriere della Sera , e ancora nel 2008 uscì DNews. Molti di questi giornali non ebbero una vita lunga, il mercato era diventato più competitivo e a causa anche di altri fattori (come la diminuzione delle entrate pubblicitarie per i giornali e la crisi economica del 2008 ) il gruppo Metro International decise di vendere l’edizione italiana di Metro .
Nel 2009 la rilevò l’imprenditore romano Salvatore Puzzo tramite la nuova società New Media Enterprise, che poco dopo venne completamente ceduta allo stampatore Mario Farina (che già pubblicava la free press DNews). Farina è proprietario della Litosud, una delle principali aziende italiane specializzate nella stampa. Tra il 2010 e il 2020 il giornale ha continuato a investire nell’edizione cartacea, da cui arriva la stragrande maggioranza delle entrate, e a mantenere un sito marginale rispetto alle strategie della testata. Già dal 2012 i giornalisti della redazione hanno lavorato con varie forme di contratti di solidarietà (contratti che prevedono una riduzione di orari lavorativi e di stipendio) e durante il momento più complicato della pandemia nella primavera del 2020 il giornale e il sito hanno interrotto le pubblicazioni per tre mesi. Nel maggio del 2020 Metro è stato ceduto nuovamente a Salvatore Puzzo. Nella trattativa per la cessione di Metro , Mario Farina non ha però ceduto i giornali tematici che escono in occasione di alcuni eventi (concerti, partite), come MetroStadio e MetroWeek : hanno una grafica simile al quotidiano ma appartengono a un’altra proprietà, e, sebbene non abbiano una periodicità, riescono a essere più vantaggiosi economicamente.
Salvatore Puzzo, romano di 66 anni, ha lavorato inizialmente come giornalista e dal 1985 come imprenditore nel campo dell’editoria musicale per poi arricchirsi, come ha spiegato a Charlie, grazie ad «attività di marketing editoriale e di consulenza legale e amministrativa sempre nel campo editoriale, mi sono laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti alla Sapienza di Roma a 22 anni. Nelle mie vite precedenti ho diretto i quotidiani Quigiovani (anni 90) e il sito Nuovo Corriere (2016), diretto tipografie di quotidiani (Nuova Poligraf) e società di distribuzione di giornali (D.P.)». Oggi Metro esce dal martedì al sabato e – stando ai dati forniti da Puzzo – quando escono tutte le cinque edizioni del giornale (nazionale, di Milano, Roma, Bologna e Torino) raggiunge una tiratura di circa 180 mila copie; il sito avrebbe circa 500 mila utenti unici mensili.
Il giornale sta poi cercando una nuova concessionaria pubblicitaria perché il contratto con la concessionaria Manzoni (che fa parte del gruppo GEDI, quello di Repubblica ) terminerà il 1° gennaio 2024. L’editore ha trovato nuove concessionarie pubblicitarie per l’edizione nazionale e per quella milanese, dove il giornale continuerà a uscire in attesa di capire se sarà possibile far ripartire le edizioni in altre città. In questo contesto l’editore ha proposto ai 14 giornalisti rimasti (molti di loro assunti nei primi anni di vita di Metro , una ventina di anni fa) di estendere ancora il contratto di solidarietà fino all’80%, con relativa riduzione di orari e stipendi (in redazione si alternerebbero così ogni giorno circa 2-3 giornalisti). Puzzo ha detto a Charlie che per Metro «non ci sta un piano di dismissione, ma ci sta un piano di resilienza importante. La finalità editoriale è quella di continuare per almeno altri 23 anni [ Metro ha compiuto quest’anno 23 anni], non di chiudere domani» e per questo continuano a non essere previsti licenziamenti.
Il giornale gratuito Metro britannico ha lo stesso nome ma non ha mai fatto parte del gruppo editoriale svedese da cui è nato quello italiano: Metro britannico è il giornale a più alta circolazione nel Regno Unito, ed è pubblicato dallo stesso gruppo del tabloid conservatore Daily Mail.
domenica 10 Dicembre 2023
L’associazione AMI (Asociación de Medios de Información) che riunisce 83 media spagnoli (tra cui gli editori di quotidiani rilevanti e di ampia circolazione come El País , ABC e La Vanguardia) ha intentato una causa da circa 550 milioni di euro nei confronti di Meta, la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp. I soci di AMI ritengono che la concorrenza di Meta nel mercato pubblicitario sia sleale: nel comunicato ufficiale sostengono che il comportamento di Meta «implica che il cento per cento delle entrate del gigante tecnologico derivanti dalla vendita di pubblicità personalizzata sia stato ottenuto in modo illegittimo. L’uso sistematico e massiccio dei dati personali degli utenti delle piattaforme di Meta, tracciati senza il loro consenso nel corso della loro navigazione digitale, avrebbe permesso all’azienda americana di offrire sul mercato la vendita di spazi pubblicitari sulla base di un vantaggio competitivo ottenuto in modo illecito». I membri di AMI sostengono che la maggior parte degli annunci pubblicitari di Meta utilizzi i dati personali degli utenti senza il loro consenso esplicito: questo violerebbe il regolamento sulla protezione dei dati (GDPR) in vigore nell’Unione Europea dal 2018, che prevede che qualsiasi sito web richieda l’autorizzazione a conservare e utilizzare i dati personali. La causa è notevole perché potrebbe essere replicata in qualsiasi altra nazione che fa parte dell’Unione Europea. Si tratta di uno sviluppo che ha dei punti di contatto con quanto visto in Canada, negli Stati Uniti, in Australia, ma anche delle singolarità legate alle più stringenti norme europee sulla protezione dei dati personali.
domenica 10 Dicembre 2023
Questa newsletter si occupa spesso (anche oggi) del conflitto di interessi tra informazione e pubblicità nei prodotti giornalistici, perché è uno degli aspetti più vistosi e problematici della crisi di sostenibilità dei prodotti giornalistici stessi in questi anni. Ma è anche importante provare a definire che cos’è che chiamiamo pubblicità, e a spiegarlo a chi legge, o ascolta. Perché anche in questo caso ci sono molte zone grigie, molti “dipende”, e non una linea netta. Per esempio: la recensione di un libro, o di un film, non sono considerati pubblicità, pur essendo contenuti che (nella quasi totalità dei casi) promuovono prodotti commerciali. Il “product placement” in tv anche di una sola bottiglia d’acqua minerale è oggetto di trattative e a volte di critiche e scandalo da parte degli spettatori, ma è invece consueto mostrare la copertina di un libro durante un’intervista con l’autore. Si dice in questi casi che ci siano delle esenzioni per i “prodotti culturali”, ma la definizione è un po’ sfuggente: la compilation di Sanremo è un prodotto culturale? Un cinepanettone? Un documentario su Ilary Blasi? E non vengono da tempo descritte come cultura anche quella del cibo o quella della moda, di cui non è invece accettato che si mostrino e raccontino gratuitamente i prodotti?
E poi capita che i lettori dei giornali a volte contestino la citazione di brand, aziende, prodotti, all’interno degli articoli anche quando i brand, le aziende, i prodotti sono protagonisti di una notizia: l’enorme successo dei “Nutella biscuits” di qualche anno fa meritava di essere raccontato, così come i nuovi orari di lavoro in EssilorLuxottica e Lamborghini di queste settimane, o nuovi sistemi di spedizione di Amazon con i droni. Questa newsletter, che è un prodotto giornalistico, racconta le iniziative di prodotti commerciali quali sono i giornali.
Alla fine, il criterio principale di valutazione dell’autonomia di un prodotto giornalistico non è tanto in una fragile distinzione tra citare prodotti o non citarli, ma è nell’indipendenza delle scelte giornalistiche da eventuali ricavi economici e nella trasparente indicazione ai lettori quando questa indipendenza non c’è. Un giornale libero non è un giornale senza pubblicità o che non cita aziende o prodotti, ma un giornale i cui lettori siano informati con chiarezza su quali contenuti derivino da ragioni commerciali – dirette o indirette – e quali da scelte giornalistiche.
Fine di questo prologo.
domenica 3 Dicembre 2023
Venerdì prossimo la rassegna stampa di Francesco Costa e Luca Sofri, I giornali spiegati bene, sarà a Peccioli, in Toscana, all’interno del festival A Natale libri per te.
domenica 3 Dicembre 2023
Il Post aveva pubblicato dieci giorni fa quattro nuove puntate del suo podcast Per fare il Post, in cui chi ci lavora racconta di cosa è fatto il suo lavoro.
domenica 3 Dicembre 2023
Che era un sito americano popolare e stimato di prioritario impegno femminista, di cui era stata annunciata la chiusura un mese fa. La testata è stata acquistata da Paste, uno dei più noti giornali internazionali di musica e cultura.
domenica 3 Dicembre 2023
La scrittrice Bianca Pitzorno, una delle più importanti autrici per ragazzi italiane, ha spiegato su Facebook come un titolo di una sua intervista al Corriere della Sera abbia riferito una cosa falsa, forzando – come spesso avviene con i titoli sui quotidiani – quello che lei aveva detto.
“Purtroppo la notizia data dal titolista nella pagina del Corriere è inesatta. Avevo raccontato chiaramente alla intervistatrice due episodi differenti. Il primo relativo a una scuola di Carpi dove una famiglia aveva chiesto di ritirare dalla biblioteca il mio ASCOLTA IL MIO CUORE, accusato di ‘fare propaganda gender’. Ma la scuola, direttore e insegnanti, si era rifiutata ed era stata la famiglia a ritirare il figlio e a trasferirlo altrove. Il secondo episodio, più recente, riguardava un editore inglese che, per pubblicare il mio libro STREGHETTA MIA pretendeva che cambiassi l’età della protagonista, quasi neonata, perché temeva che la vicenda fosse interpretata come una storia di pedofilia, mentre era una storia, umoristica, di avarizia. Anche qui io mi sono rifiutata, ho solo aggiunto una frase per specificare che il protagonista pur di ereditare, avrebbe sposato anche un frigorifero, e il libro è stato tradotto come chiunque può constatare. In definitiva NESSUNO DEI MIEI LIBRI E’ MAI STATO BANDITO DALLE SCUOLE e il tema ‘pedofilia’ si è limitato a uno scambio privato di opinioni tra me e un editore inglese, dove io ho avuto la meglio. Anche queste, sia pur di poco conto, sono ‘fake news'”.