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Senza i titoli adatti, gli articoli online rimangono in ombra, trascurati dai motori di ricerca

L'Huffington Post ha fatto della titolazione un'arte, rigorosamente condivisa coi lettori

Quindi hai trovato lavoro, e adesso che cosa fai? Il SEO. Sguardo stranito dell’interlocutore e la chiacchierata finisce.
L’acronimo SEO sta per Search Engine Optimizer (a volte “Optimization” e indica l’attività piuttosto che chi la compie) e indica, in parole molto povere, quelle persone che passano la loro vita a rendere facilmente raggiungibili i contenuti online attraverso i motori di ricerca. Tra le professioni online, è un’attività ormai del tutto familiare: vi basti pensare che dentro la redazione del maggiore successo di informazione online di questi anni, lo Huffington Post, c’è più gente che fa SEO di quella che produce articoli. Non è un lavoro facile, cambia in continuazione, richiede un costante aggiornamento: un lungo articolo sul New York Times firmato da David Carr è dedicato a quella parte del lavoro del SEO che riguarda i titoli degli articoli giornalistci.

Per raccontare che cosa fa un SEO, Carr la prende alla larga rispolverando la storia dei titoli dei giornali di una volta.

I titoli dei giornali e delle riviste una volta erano scritti con i lettori in mente, così da essere chiari, accattivanti o evocativi. Ora i titoli sono lì fuori per farsi notare dai motori di ricerca. In questo contesto, “Jon Stewart attacca Glenn Beck” è il nuovo esempio di “riuscito” nella titolazione. E sia Twitter che Facebook sono diventati dei secondi editori, con i lettori a caccia di link con titoli belli e puliti pieni di nomi importanti da condividere con chi li segue.

Complice la necessità di farsi trovare facilmente dai motori di ricerca, compito affidato in buona parte ai SEO, i titoli degli articoli sono sensibilmente cambiati negli ultimi anni. Gabriel Snyder, il nuovo executive editor del portale di Newsweek non ha molti dubbi in proposito e definisce i titoli di oggi «delle piccole creature nude che devono andarse in giro per il mondo per resistere e combattere da sole».

Su queste piccole creature i siti web devono per forza fare affidamento: i titoli vengono proposti nelle pagine dei risultati di Google e degli altri motori di ricerca e sono dunque la porta verso uno spazio online. Devono essere chiari, ma accattivanti, facili da leggere e al tempo stesso brevi e condensati per non annoiare i motori di ricerca.

Google e colleghi non gradiscono molto i titoli lunghi come quelli dei film di Lina Wertmüller. Dopo 60 caratteri la noia si impossessa dei loro algoritmi e procedono oltre. Qualcosa di analogo succede anche alla nostra mente mentre scorriamo i risultati nella pagina, le prime parole dei titoli colgono la nostra attenzione e spesso determinano il nostro successivo click.

Huffington Post è sicuramente uno dei più agguerriti sul fronte SEO. Decine di esperti lavorano ogni giorno alla valorizzazione degli articoli scritti dai redattori, cercando le parole chiave più adatte e i titoli più amichevoli per i motori di ricerca.

Una storia sulla possibilità che il presidente potesse o meno giocare a golf con Rush Limbaugh è stata titolata: “Obama rifiuta di giocare a golf con Rush Limbaugh: Rush ‘faccia da solo'”. È un nirvana digitale: due nomi propri molto ricercati seguiti da un doppio senso, un titolo che potrebbe indurre sia i repubblicani che i democratici a cliccare, e i lettori del sito che possono farsi una risata mentre il titolo conferisce al pezzo una grande visibilità sul Web.

Quelli dello Huffington Post hanno fatto del SEO una loro arma molto potente, e non solo sui titolo: quando Barack Obama vinse il Nobel per la Pace si accorsero che agli americani capita di sbagliare lo spelling e scrivere “Noble” invece di Nobel. Così, associarono la parola chiave “noble” agli articoli dedicati all’assegnazione del premio e aumentarono sensibilmente le visite.

In alcuni casi, gli esperti che valorizzano i contenuti testano contemporaneamente due titolazioni differenti per vedere quella che riscuote maggior successo sui motori di ricerca. Attraverso i social network, il sito di Arianna Huffington interroga i lettori chiedendo spunti o valutazioni sui titoli utilizzati.

«Facciamo titoli ironici e intelligenti e lavoriamo sodo per raccontare storie importanti e interessanti al meglio che riusciamo» spiega la Huffington, che afferma di essere fiera del meccanismo di verifica con i lettori dei titoli.

La considerazione della Huffington evidenzia la difficoltà di tenere un equilibrio costante tra qualità dei contenuti e lavoro “promozionale” in forma di SEO: il successo di determinate titolazioni può prendere la mano esattamente come il successo di determinati temi, e da lì a fare i boxini morbosi il passo è breve

La ricerca del titolo migliore per i motori di ricerca e di riflesso, almeno in parte, per i lettori porta poi ad alcuni inevitabili eccessi e storture. I titoli di testate diverse a volte si somigliano, fanno leva sulle stesse parole chiave e complicano la vita a chi è alla ricerca di informazioni. Carr fa l’esempio dello scorso venerdì, quando sia Reuters che Silicon Alley hanno titolato un loro pezzo iniziando con la locuzione “Whoops!”.

Morale, ammesso lo sia. Fare il SEO e lavorare ai titoli e alle URL dei contenuti richiede un buon equilibrio tra inventiva e chiarezza. Un titolo fantasioso e accattivante dà qualcosa in più al pezzo, ma può in alcuni casi sottrarre visite perché mette in difficoltà i motori di ricerca (il leggendario titolo del Manifesto “Il pastore tedesco” dedicato a Ratzinger, su internet è perdente). E senza di loro è sempre difficile farsi notare, almeno online. Volete essere nicchia o a mainstream?