Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 14 Settembre 2025
Graydon Carter è stato uno dei giornalisti più famosi e memorabili nei media americani a cavallo del millennio: per il suo ruolo nel dirigere per 25 anni – fino al 2017 – il mensile Vanity Fair, e per una costante e vivace presenza nel panorama dello spettacolo e delle celebrities americane. Nel 2019 Carter creò una newsletter, Air Mail, con cospicui investimenti e autorevoli collaboratori, intenzionata a rivolgersi a un jet-set contemporaneo e novecentesco insieme, ma che non ha mai avuto grandi protagonismi. Ora sarà forse acquistata da Puck, una testata creata nel 2021 da un ex giornalista di Vanity Fair, Jon Kelly, che pubblica una serie di prodotti giornalistici dedicati a simili ambienti del potere e dello spettacolo americani.
domenica 14 Settembre 2025
Le testate italiane fanno – per molte diverse ragioni – scelte differenti da quelle americane rispetto alla pubblicazione di termini volgari o giudicati potenzialmente offensivi, e non sono per esempio solite usare quelle formule “la parola con la effe” frequenti negli Stati Uniti. È più abituale, nel caso di parole volgari, citarne solo una parte, come nei frequenti “vaffa…” o “str” (ma Repubblica ha di recente ardito mettere uno “stronzate” in prima pagina). Per una piccola notizia che riguardava una criticata maglietta, questa settimana, i vari siti di news si sono mossi con asterischi disseminati in modi diversi.

domenica 14 Settembre 2025
Il quotidiano Domani ha pubblicato giovedì un articolo di una pagina a proposito dei presunti progetti di vendere il gruppo editoriale GEDI da parte della società Exor che lo possiede. Exor è di proprietà della famiglia Agnelli Elkann e ha al suo interno molte altre imprese (l’azienda automobilistica Stellantis, su tutte), mentre GEDI è la società dei quotidiani Repubblica e Stampa, del sito di news HuffPost, delle radio Deejay e Capital. Da diversi mesi l’ipotesi che Exor voglia vendere circola molto, soprattutto in conseguenza delle insoddisfazioni della proprietà sul business dei giornali e sulla complicata gestione della testata maggiore, Repubblica.
L’ipotesi sostenuta da Domani è di un possibile acquirente greco, ed era stata anticipata dal Foglio due mesi fa. L’articolo prova anche a immaginare il valore di GEDI.
“Se Elkann sembra disponibile a vendere una quota d’ingresso del 10-15 per cento per poi eventualmente lasciar salire Kyriakou nel futuro prossimo venturo, il gruppo greco vorrebbe infatti comprare subito la maggioranza degli asset di Gedi, da Repubblica alle radio.
Ma ha però qualche remora sull’acquisto dello storico quotidiano torinese. Dati di bilancio alla mano, nel 2024 La Stampa ha fatturato 74 milioni di euro (nel 2023 erano 137), chiudendo in rosso per 1,3 milioni. La cosiddetta divisione quotidiani e periodici di Gedi, che dopo le vendite dei vari giornali locali è oggi costituita praticamente solo da Repubblica e dai suoi allegati, l’anno scorso ha invece fatturato 167,5 milioni, dieci in meno rispetto all’anno prima, con una perdita netta di 7,5 milioni (l’anno prima era stata di 48, frutto anche di una serie di svalutazioni effettuate). Nel consolidato Gedi per il 2024 mostra nel complesso un fatturato di 386 milioni (-18,2 per cento sul 2023) e una perdita netta di 35,9 milioni.
Se dunque alla fine Kyriakou deciderà davvero di comprare, bisognerà capire che prezzo sarà disposto a sborsare. Perché in casa Gedi, nonostante i tagli del personale – alla fine dell’anno scorso i dipendenti, compresi quelli con contratto a termine, erano 1.343, 204 in meno rispetto all’anno prima – le soddisfazioni finanziarie al momento arrivano solo dalle radio. Deejay, Capital, m2o e One Podcast insieme hanno generato un fatturato di 63,5 milioni, in aumento del 4,3 per cento, con un risultato operativo di 10 milioni (+13,5 per cento sul 2023).
Ma, alla fine dei conti, quanto vale Gedi? Difficile calcolarlo. I numeri mostrano un patrimonio netto valutato 71 milioni, ma, come detto, il giro d’affari complessivo continua a calare e le perdite aumentano. Così come i debiti: circa 220 milioni. Tant’è che Exor – principale finanziatore del gruppo con un’esposizione di quasi 150 milioni – a dicembre 2024 ha rinunciato a 40 milioni di crediti, di fatto effettuando un’iniezione di capitale”.
Un articolo successivo di Domani ha riportato la smentita di Matteo Renzi di avere messo in contatto le società in questione.
domenica 14 Settembre 2025
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di luglio 2025. I dati sono la diffusione media giornaliera*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.
Corriere della Sera 157.769 (-7%)
Repubblica 77.664 (-14%)
Stampa 54.094 (-12%)
Sole 24 Ore 47.805 (-8%)
Resto del Carlino 44.791 (-12%)
Messaggero 40.180 (-10%)
Gazzettino 30.303 (-8%)
Nazione 29.195 (-14%)
Dolomiten 24.551 (-8%)
Fatto 23.739 (-13%)
Giornale 23.349 (-12%)
Messaggero Veneto 22.136 (-7%)
Unione Sarda 19.855 (-13%)
Verità 18.125 (-14%)
Secolo XIX 17.914 (-8%)
Eco di Bergamo 17.799 (-11%)
Altri giornali nazionali:
Libero 16.557 (-13%)
Manifesto 13.749 (+1%)
Avvenire 13.723 (-4%)
ItaliaOggi 5.419 (-2%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS).
La media dei cali percentuali anno su anno delle prime quindici testate a luglio è addirittura del 10,6%, come già a giugno: assai più alta che nei mesi precedenti. Rispetto a questo dato continua quindi ad andare assai meglio – ormai stabilmente da alcuni anni – il Corriere della Sera (che però questo mese ha avuto il secondo calo maggiore dell’ultimo anno) e un po’ meglio anche il Sole 24 Ore. Mentre Repubblica è tornata da tre mesi a perdite assai maggiori della media, e a luglio per la prima volta nella storia è scesa sotto la metà delle copie del rivale Corriere. Vanno ancora male i quotidiani del gruppo Monrif (Nazione e Resto del Carlino), che possiede anche il Giorno, a sua volta in calo dell’15%. E sono tornati a grosse perdite i quotidiani sostenitori della maggioranza di governo, Giornale, Libero e Verità. Mentre nel suo piccolo il Manifesto continua a fare eccezione, con crescite piccole ma costanti che a luglio lo hanno portato a superare di una manciata di copie Avvenire.
Il mese precedente l’Unione Sarda, quotidiano di Cagliari, era sceso per la prima volta sotto le 20mila copie. Tra i giornali locali continua a perdere di più il Tirreno di Livorno (-13%), che in soli due anni ha perso il 29% delle copie individuali pagate, superato in questo confronto solo dal quotidiano economico milanese ItaliaOggi (-32% rispetto a luglio 2023) mentre il miglior risultato sui due anni è del Manifesto (+8%).
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che come diciamo sempre dovrebbero essere “la direzione del futuro”, non essendolo ancora del presente – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara quasi 40mila, il Sole 24 Ore più di 32mila, il Fatto più di 28mila, Repubblica più di 16mila). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, e quelle tra parentesi sono invece le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto.
Corriere della Sera 47.685 +3,7% (-10,6%)
Sole 24 Ore 21.249 -4,2% (-1,5%)
Repubblica 18.199 -12,1% (+1,3%)
Manifesto 7.580 -1,6% (non offre abbonamenti superscontati)
Stampa 6.561 +4,4% (-9,9%)
Fatto 6.114 -5,6% (+12,7%)
Gazzettino 5.608 -4,9% (+8,5%)
Messaggero 5.356 -5,8% (+8,8%)
I dati sono piuttosto discontinui, ma ancora piuttosto deludenti rispetto alle necessità e opportunità di crescita di questa fonte di ricavo: la più promettente tra le testate internazionali negli ultimi anni. Pur nell’ambito di crescite piccole e lontane dal compensare le perdite di copie cartacee, anche qui va meglio di tutti il Corriere della Sera, a cui anche questo mese si aggiunge con un dato positivo solo la Stampa. In entrambi i casi a costo di maggiori abbandoni tra gli abbonamenti superscontati. Le perdite annuali persino degli abbonamenti digitali sono compensate in alcuni casi dalle crescite degli abbonamenti molto scontati: il cui valore è impossibile da sintetizzare, data la varietà delle promozioni e degli sconti: ci sono in questo dato abbonamenti pagati anche 150 euro come altri in offerte a pochi euro.
È quindi migliore di altri il dato del Fatto, che da mesi sta facendo crescere i suoi abbonamenti scontati (che non raggiungono i prezzi quasi inesistenti di altri giornali, e un ricavo lo generano).
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente ancora più economici – ai contenuti dei loro siti web.
(Avvenire, Manifesto, Libero, Dolomiten e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)
* Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore più grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione, e che trovate qui.
domenica 14 Settembre 2025
La notizia più grossa della settimana, l’assassinio del giovane attivista americano Charlie Kirk, ha generato diverse reazioni discutibili e discusse anche sui mezzi di informazione, e anche su quelli italiani. In un paio di piccoli casi le scelte valgono la pena di essere citate. Il direttore del quotidiano Il Giornale, con l’intenzione – condivisa con altre testate vicine alla maggioranza di governo – di attribuire responsabilità dell’omicidio persino a una “retorica” italiana sulla Resistenza ha scritto sabato all’inizio del suo editoriale in prima pagina che chi ha ucciso Kirk avrebbe preso “alla lettera” la canzone Bella ciao dove questa direbbe – secondo il direttore del Giornale – «Una mattina mi son svegliato e ho sparato all’invasor». Naturalmente “la lettera” della canzone è un’altra, ed è strano che il direttore del Giornale non la conosca, quando ne scrive, e con accuse di questo peso.
Sempre sabato, a proposito della stessa storia del testo di quella canzone scritto su una cartuccia abbandonata nell’attentato, il settimanale l’Espresso ne ha pubblicato un’immagine falsa, creata con un software di “intelligenza artificiale”: che sia stata segnalata come tale non ha risparmiato al giornale molte critiche, e la creazione del precedente è in effetti rilevante.
(è d’obbligo citare una scelta del Post che quest’ultima cosa ci ha richiamato alla memoria: al suo terzo mese, quando la direzione e il ruolo del Post erano ancora acerbi e più disinvolti, ci permettemmo un’idea di illustrazione con un intento umoristico e una falsificazione piuttosto palesi, ma sui cui rischi di ingannevolezza saremmo diventati da lì a poco assai più prudenti: la conservammo come memoria storica anche di quel periodo di sperimentazione, e monito a non avere più simili leggerezze)
domenica 14 Settembre 2025
C’è stata nei giorni scorsi una piccola polemica che riguarda il giornalismo, intorno al progetto della cosiddetta “Global Sumud Flotilla”, ovvero il gruppo di barche partite in direzione di Gaza con l’intenzione di portare aiuti e sostegno alle persone di Gaza vittime dei bombardamenti israeliani. Venerdì una giornalista della Stampa ha raccontato sul suo giornale di essere stata esclusa – con toni e modi sgradevoli – dal gruppo che avrebbe seguito il viaggio, perché accusata di “avere violato le regole” pubblicando alcune informazioni che l’organizzazione aveva chiesto di non pubblicare. Informazioni in realtà non particolarmente segrete. La stessa portavoce dell’organizzazione è sembrata non condividere la reazione rigida ed esagerata in un’intervista al Fatto. Nel frattempo la storia è stata molto ripresa sui quotidiani (naturalmente quelli pregiudizialmente contrari al progetto le hanno dato esteso polemico risalto), in alcuni casi con eccessi corporativi di vittimismo da parte dei colleghi, in altri con ragionevoli critiche sull’accaduto. Tra queste critiche, la stessa Stampa ha riportato una frase di Lucia Annunziata, giornalista abbastanza esperta da far sospettare che la frase fosse incompleta, o che sia stata formulata sbrigativamente: ma è utile per ricordare invece la validità del suo contrario. La frase è: «Non esiste neppure per ragioni di sicurezza quello che si può dire o che non si può». E non è vera.
Esistono e sono sempre esistite molte ragioni di sicurezza – si chiamano “di sicurezza” per quello – per limitare la pubblicazione di fatti e informazioni anche veri. Sono anche codificate e regolate nelle legislazioni dei vari paesi democratici, e sancite da sentenze e giudici nei casi in cui la pubblicazione di determinate informazioni crei dei rischi per le persone, per le comunità, per le democrazie stesse; ma persino per le libertà personali dei singoli (Solo per citare due dei molti limiti accettati: a cosa serve il “segreto di Stato”? O c os’è il diritto alla privacy, se non una ragione di sicurezza per “non dire”? V enerdì una grande testata ha pubblicato online i documenti del testamento di Giorgio Armani e per la fretta di arrivare prima non ha rimosso gli indirizzi di casa personali degli eredi, persone molto esposte e note; se poi è intervenuta tardivamente con delle pecette è proprio perché anche in quel caso “esistono ragioni di sicurezza per non dire”). Nessuna libertà è mai assoluta e ognuna trova dei compromessi con altre libertà e altri diritti, compresa quella di informazione. È utile ricordarlo, in tempi in cui la pretesa di poter pubblicare qualunque cosa è spesso esibita a seconda degli interessi del caso.
Fine di questo prologo.
domenica 7 Settembre 2025
Giovedì prossimo comincia la nuova edizione delle “10 lezioni sul giornalismo“, il ciclo di incontri con la redazione del Post dedicati a raccontare quello che abbiamo imparato sul giornalismo contemporaneo e sui suoi cambiamenti. Ci si può iscrivere fino a mercoledì.
Invece sabato prossimo al Circolo dei lettori di Torino torna la rassegna stampa del Post, “I giornali spiegati bene”, stavolta con Luca Sofri e Nicola Ghittoni. La faranno invece Luca Sofri e Francesco Costa sabato 20 a Faenza durante il festival del Post, “Talk”.
domenica 7 Settembre 2025
A novembre dell’anno scorso un articolo di Selvaggia Lucarelli sul Fatto aveva raccontato il caso dell’inserimento a pagamento di ristoranti in una guida offerta dall’edizione italiana della rivista Forbes e non presentata come un’operazione pubblicitaria. Quella particolare storia ha poi avuto sviluppi e il mese scorso il Garante per la concorrenza ha sanzionato l’editore di Forbes, BFC Media, per “pubblicità occulta”, ordinandogli il pagamento di 150mila euro
domenica 7 Settembre 2025
Il direttore del quotidiano che si chiama Il Riformista, Claudio Velardi, ha criticato la giornalista del Foglio Cecilia Sala rinfacciandole di aver diffuso sui social network una fotografia di Gaza artefatta. La foto era invece autentica, estesamente verificata, e distribuita dalla agenzia Associated Press. Dopo qualche ora di assurdi attacchi contro Sala sui social network, Velardi ha ammesso l’errore e di aver “fatto le necessarie verifiche” in ritardo: senza aggiungere riflessioni su quanto il suo intervento fosse esattamente un esempio di quello che contestava.
L’articolo originale con la falsa accusa sulla foto è tuttora online sul sito del Riformista, senza alcuna segnalazione ai lettori della sua infondatezza.
domenica 7 Settembre 2025
La società editrice del quotidiano romano Il Tempo (che possiede anche le testate nazionali Giornale e Libero) è stata condannata dal Tribunale di Roma ad assumere e risarcire una giornalista che era stata pagata inadeguatamente per il suo lavoro. Ne ha scritto il Fatto.
“Gli articoli sul Tempo e poi su iltempo.it, facendo i conti a spanne, a volte erano pagati anche meno di tre euro. Lordi, s’intende. Al massimo si arrivava a 10, sempre lordi. Erano tanti, fino a 160 e perfino 220 in un mese: sport, costume, tv, ma pure la politica, il Covid e l’Ucraina”.
domenica 7 Settembre 2025
Una storia con conseguenze sgradevoli e immeritate per i suoi protagonisti ha mostrato ancora una volta il mese scorso i rischi dell’abitudine dei quotidiani italiani a comporre titoli con virgolettati inventati e mai pronunciati dai protagonisti. La storia è di una coppia padovana (lei assessora) che ha affisso dei fiocchi arcobaleno per comunicare la nascita del proprio figlio Aronne: scelta che per come è stata riferita dai media ha generato attacchi e critiche da esponenti politici di destra (compreso il ministro Salvini) e aggressioni online nei confronti dei genitori.
Parte degli attacchi è derivata da una frase usata nel titolo dell’articolo del Corriere della Sera, che in una desolata risposta l’assessora e madre ha definito “una dichiarazione non riportata correttamente” (“Deciderai tu”, rivolto al nascituro a proposito dei colori, è stato trasformato in “Deciderai tu chi essere”). Nel citare la risposta il Corriere della Sera ha omesso la frase che accusava il proprio titolo.
Un altro incidente su un virgolettato inventato in un titolo era accaduto ad agosto su Repubblica, invece.
domenica 7 Settembre 2025
Giovedì è stata messa online negli Stati Uniti la prima stagione della nuova serie televisiva The Paper, ambientata nella redazione di un quotidiano americano. È uno spin-off della versione statunitense di The Office, il finto documentario di metà anni Duemila che continua a essere una delle serie tv comiche più amate e citate ancora oggi. Il quotidiano protagonista di The Paper si chiama Toledo Truth Teller.
domenica 7 Settembre 2025
Con il riavvio del campionato di Serie A si è già riproposto visibilmente il conflitto di interessi al Corriere della Sera tra le priorità giornalistiche e quelle di tutela dell’immagine dell’editore Urbano Cairo, che è anche proprietario della squadra di calcio del Torino. Il Torino ha da tempo risultati insoddisfacenti e Cairo è assiduamente contestato dai tifosi che gli chiedono maggiori investimenti (le qualità di imprenditore di Cairo durante tutta la sua carriera si sono dimostrate soprattutto sulla capacità di riduzione dei costi nelle aziende che possiede). E ormai gli chiedono soprattutto di vendere la squadra. Ma i due quotidiani maggiori di cui Cairo è editore – Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport – eludono sistematicamente queste critiche e proteste, descrivendo le prestazioni della squadra in toni sempre più rosei e celebrativi rispetto alla realtà e dando grande spazio alle esibizioni di soddisfazione del presidente. Alla seconda giornata del campionato – dopo una sconfitta alla prima – il Torino ha pareggiato in casa: Repubblica ha riferito di “una dura contestazione” contro Cairo e contro la squadra, la Stampa ha titolato “Fischi sul toro”. Il Corriere invece “Il Torino riparte con un bel pareggio contro la Fiorentina”, le parole soddisfatte del presidente e nessuna notizia delle proteste.

domenica 7 Settembre 2025
Nel 2001 furono accorpati in una sola testata due grandi e antichi quotidiani di Atlanta – una delle più importanti città statunitensi, in Georgia – l’ Atlanta Journal e l’ Atlanta Constitution: il giornale si chiama da allora Atlanta Journal-Constitution, e il prolungarsi delle crisi che riguardano il settore ha spinto la proprietà ad annunciare che smetterà di essere stampato alla fine del 2025, mantenendo solo l’edizione digitale, su cui sono stati fatti grossi investimenti negli ultimi anni in quest’ottica. Il giornale ha 115mila abbonati di cui 75mila solo all’edizione digitale.17
domenica 7 Settembre 2025
In un numero speciale dedicato al proprio centenario, il settimanale americano New Yorker ha raccontato storia e aneddoti della propria rinomata redazione di fact-checking.
“I turned in this piece with seventy-nine errors. Anna, the fact checker who fixed them, has been a member of The New Yorker’s checking department for six years. I enjoy working with Anna, which is good, because being checked by Anna involves maybe a dozen hours on the phone. We talk mainly about facts, and occasionally about foraging for chanterelles, which is her passion. People sometimes ask Anna if she finds many errors. In the eighties, one checker found that an unedited issue of the magazine contained a thousand of them. (This figure itself wouldn’t survive a fact-check, but never mind.) My contribution to the trash heap, in this piece alone, included misspelling several proper nouns (Colombia, alas, is not Columbia), inventing, it seems, a long-ago interaction between a fact checker and the deputy Prime Minister of Israel, and writing about a bird’s kidney when I should have been writing about its liver. I’m sure no errors remain, but I won’t declare it categorically. That kind of thing makes a checker squirm”.
domenica 7 Settembre 2025
Charlie ha spiegato spesso in passato il peculiare formato – tra i molti con cui alcuni quotidiani italiani confondono giornalismo e pubblicità – delle doppie pagine che Repubblica e Corriere della Sera chiamano “Guide” o “Eventi” o “Orizzonti”: che ospitano articoli promozionali dedicati a prodotti o progetti commerciali senza nessuna segnalazione della natura pubblicitaria di quegli articoli. Il formato si è rivelato proficuo – agli inserzionisti ovviamente interessa molto una presentazione celebrativa dei loro prodotti e attività che sembri spontanea e disinteressata, da parte del giornale – ed è stato imitato in occasioni meno frequenti da altre testate maggiori, con altre titolazioni ma sempre nessuna indicazione che si tratti di pubblicità.
Giovedì e venerdì ce n’è stata una particolare esecuzione in cui sia Repubblica che Corriere hanno dedicato quello spazio allo stesso prodotto, un’automobile della azienda Audi.
(il Corriere aveva già usato due pagine allo stesso modo lunedì per promuovere un festival milanese, mercoledì per promuovere l’evento Vicenzaoro e giovedì per promuovere le attività dell’Università San Raffaele).
domenica 7 Settembre 2025
L’illustre rivista di moda americana Vogue ha una nuova direttrice, dopo le dimissioni di Anna Wintour, leggendaria responsabile della rivista per 37 anni. Il titolo esatto di Chloe Malle sarà in realtà “capa dei contenuti editoriali”, considerato il ruolo di comando che Wintour mantiene come direttrice editoriale di tutte le edizioni del brand. Malle ha 39 anni ed è figlia dell’attrice statunitense Candice Bergen e del regista francese Louis Malle. Finora aveva diretto il sito della testata, Vogue.com, e aveva co-condotto un podcast settimanale di moda e cultura prodotto sempre dalla rivista.
Vanessa Friedman, che è l’importante responsabile della moda nella redazione del New York Times , ha scritto un articolo per spiegare che il vecchio primato di Vogue nella promozione di tendenze e di brand si è molto ridimensionato negli ultimi anni.
Venerdì il New Yorker (che appartiene allo stesso gruppo editoriale, Condé Nast) ha pubblicato una lunga intervista del direttore David Remnick con Anna Wintour.
domenica 7 Settembre 2025
C’è stato un altro caso di palesi invadenze degli interessi pubblicitari nel giornalismo del Corriere della Sera che ha fatto traboccare il vaso della tolleranza della sua redazione. Un’intervista a Jannik Sinner ha generato una protesta presso il direttore, e un intervento del presidente dell’Ordine dei giornalisti. Tra i grandi quotidiani il Corriere della Sera è quello che da diversi anni – beneficiandone in termini di sostenibilità economica – dà le maggiori priorità allo sfruttamento del giornale come strumento di raccolta pubblicitaria: gli effetti sono visibili, e a volte irritano gli stessi giornalisti. Le pagine in discussione sono state così descritte sul sito specializzato Prima Comunicazione.
“Subito nelle prime righe il lettore viene informato che il numero uno del mondo di tennis è “vestito Gucci, al polso due orologi Rolex (due dei suoi sponsor)”. Ed è reduce, venerdì sera, da una festa al club “The Core”, dove è stato celebrato “come ambasciatore delle crociere Explora Journeys”. Su Explora Journeys c’è un pezzo apposito, sotto l’intervista. Titolo: “E Jannik Sinner scopre la crociera con Explora Journeys. Il campione a bordo, un ace di ‘sport e benessere’”.
L’articolo spiega che Explora Journeys, brand di viaggi oceanici di lusso del Gruppo Msc delle famiglie Aponte e Vago ha annunciato venerdì sera a New York una partnership con Jannik Sinner e racconta come la Presidente di Explora Journeys, Anna Nash, e il campione saliranno a bordo di una nave Explora “in modo da contribuire a mettere a punto rituali di benessere che potranno poi essere goduti dagli ospiti”. Nash precisa: “Vogliamo che la presenza di Jannik sia infusa nella nave”. Sinner, ragazzo di montagna, rivela di non essere mai salito su una nave e definisce tutto questo “un sogno””.
Per completezza e perché non paia una commistione visibile solo sul Corriere della Sera, va citata la pagina che Repubblica ha dedicato sabato a un’intervista al direttore creativo della azienda Hermès per promuovere un’iniziativa dell’azienda stessa che due giorni prima era stata pubblicizzata a pagamento sul giornale. In questo caso l’azienda sponsor dell’articolo ha investito nel giornale, invece che nell’intervistato dal giornale.
domenica 7 Settembre 2025
Nelle scorse settimane si sono molto intensificati i dati e gli indizi che confermano un sensibile calo di traffico verso i siti di news determinato dai nuovi servizi di “intelligenza artificiale” sulle pagine del motore di ricerca di Google (i testi chiamati “AI Overview”). Come era stato ampiamente previsto, quelle informazioni – che fanno definitivamente e indiscutibilmente di Google un “editore” – risparmiano a tanti utenti di cliccare sui siti risultati della ricerca: le conseguenze riguardano tutti i siti, ma naturalmente in modo sensibile quelli che forniscono informazioni per definizione, i giornali online.
In risposta alle molte analisi e previsioni che suggeriscono questa tendenza, Google ha sostenuto che i loro metodi sarebbero fallaci e che il traffico che arriverebbe ai siti sarebbe ora “di maggior qualità” (ovvero con più tempo speso sui siti dopo il clic), perché chi clicca avrebbe sviluppato maggiori curiosità e necessità di approfondimento dopo aver consultato le risposte sintetizzate dal software di “AI”. Risposta che ha convinto pochi: ormai si parla molto di un uso di Google “zero click”, ovvero in cui la ricerca si esaurisce senza che l’utente clicchi su nessun link.
Quello che è realistico e reale, è che per questo e altri fattori il traffico da clic più occasionali stia molto diminuendo e che la sostenibilità dei siti di news dovrà dipendere sempre di più dai lettori più fedeli e dagli abbonamenti, e sempre meno dal pubblico intercettato sui social network o tramite le ricerche.
domenica 7 Settembre 2025
È un prologo semplice e ombelicale quello con cui Charlie torna dalle vacanze, approfittando dell’indulgenza dei suoi lettori e lettrici, che speriamo altrettanto riposati. Perché nel frattempo la newsletter ha compiuto cinque anni. E se sulla questione con cui la inaugurammo allora non è purtroppo cambiato niente, ci permettiamo invece l’impressione che Charlie abbia nel frattempo cambiato qualcosa, allargandosi in uno spazio che era molto vuoto, quello del “media reporting”, come lo chiamano i giornali angloamericani che ci si dedicano abitualmente. E per questo ringraziamo abbonati e abbonate del Post: in questi cinque anni Charlie è diventata la lettura domenicale di persone interessate a capire un pezzo importante di come si forma la nostra conoscenza della realtà e delle notizie – e quella delle persone che ci circondano – ma anche la lettura domenicale delle persone che lavorano nelle redazioni e nel sistema dei media, che hanno spesso manifestato il loro interesse e il loro consenso per Charlie, anche offrendosi come fonte di notizie e informazioni utili, o di curiosità diffuse. Permettendo a Charlie di conservare il suo equilibrio e la sua intenzione di far capire a tutti quali fattori influenzano la costruzione del sapere condiviso – o non condiviso – senza voler essere soltanto uno strumento per “addetti ai lavori”. Ma naturalmente il mondo dei media è ricchissimo di storie e di sviluppi, e di ambiti che non siamo ancora riusciti a seguire adeguatamente. Proveremo a farlo di più, con consapevolezza che certi mezzi di informazione hanno influenze maggiori di altri – dirette o indirette – e che certe novità e cambiamenti sono più indicative di altre. Intanto, grazie di legittimare questo sforzo col vostro interesse. Per il Post è, anche in questo caso, il piacere di condividere le cose che impariamo in mezzo a tanti cambiamenti.
Fine di questo prologo.
domenica 27 Luglio 2025
Questa è l’ultima newsletter prima di una sospensione estiva. La prossima vi arriverà domenica 7 settembre, con tutti gli aggiornamenti necessari a recuperare tumulti, tendenze, colpi di mano, fenomeni e notizie che abbiano riguardato i giornali nel frattempo. Un frattempo in cui smettere un po’ di pensarci farà bene a tutti, ma se invece volete approfittarne, c’è Cose spiegate bene sui giornali. Ciao.
domenica 27 Luglio 2025
Un articolo del corrispondente del New York Times da Parigi ha raccontato “l’ultimo strillone in Francia”, un uomo di origine pakistana che per decenni ha venduto quotidiani per strada a Parigi, e continua a farlo. Naturalmente non esiste più nessuna struttura che distribuisca i quotidiani agli strilloni (per i meno anziani: è il nome che si dava ai venditori ambulanti di giornali, che ne “strillavano” i titoli in cerca di attenzione), e Ali Akbar compra i giornali all’edicola vendendoli poi al doppio del prezzo grazie a una popolarità raccolta tra i parigini e tra i turisti.
domenica 27 Luglio 2025
Sul Fatto di sabato è stato pubblicato un articolo assai diffidente sul prezzo pagato dalla società Toto Holding per acquistare il 40% del quotidiano romano Il Tempo dalla società Tosinvest della famiglia Angelucci (che ne mantiene il 60% e possiede anche i quotidiani Libero e Giornale). Toto possiede interessi nelle costruzioni, nell’energia (con l’azienda Renexia, che in queste settimane ha investito molto in pubblicità sui quotidiani degli Angelucci) e nelle autostrade. L’ipotesi del Fatto è che la valutazione del Tempo sia stata esagerata e che questo possa essere in relazione con una decisione del governo favorevole a Toto (Angelucci è deputato della maggioranza), ma l’articolo stesso mostra diversi dati che contraddicono questa ipotesi.
domenica 27 Luglio 2025
È in corso una trattativa che fa pochi progressi per il rinnovo del contratto giornalistico, tra la federazione degli editori e il sindacato dei giornalisti. Per noialtri osservatori e commentatori di quello che capita ai giornali è interessante perché mostra due letture distanti di quello che è successo alle aziende giornalistiche e al mondo negli anni dall’ultimo adeguamento del contratto, nel 2016. Il sindacato sostiene che l’aumento dell’inflazione richieda una revisione degli aspetti economici del contratto, e che gli utili prodotti dalle aziende giornalistiche italiane (da alcune di loro, nei fatti) grazie ai contributi pubblici e alle riduzioni dei costi debbano essere in parte ridistribuiti verso i giornalisti e verso investimenti su nuove assunzioni e sulla riduzione del precariato. Gli editori, invece, sostengono che tutto sia cambiato – sia in termini di disponibilità di risorse che di funzionamento del lavoro e del sistema dell’informazione – e sia necessario attenuare alcune norme che loro ritengono rigidità eredi di periodi più floridi e assai diversi. In più, c’è un singolare dissenso sulla regolamentazione dell’uso delle “intelligenze artificiali”, regolamentazione che gli editori temono di vedere presto superata e che limiti delle opportunità. Due contrapposti e polemici comunicati sono stati pubblicati su alcuni maggiori quotidiani sabato.
domenica 27 Luglio 2025
Abbiamo raccontato altre volte il declino dell’illustre newsmagazine Time, travolto dalle crisi della gran parte delle riviste e dal non essersi riprogettato adeguatamente rispetto ai tempi digitali. Il giornale non è più un settimanale – esce una settimana sì e una no -, ha ancora contenuti giornalistici di discreta qualità, ma non competitivi nell’affollato e vivace contesto dell’informazione contemporanea. I suoi articoli non fanno più notizia, e ha avuto una serie di passaggi di proprietà: ora è di un famoso imprenditore, Marc Benioff, recente ammiratore di Donald Trump.
Il capitale di visibilità maggiore che resta a Time sono le sue copertine, e in particolare quella dedicata alla “Persona dell’anno” (l’ultima volta dedicata a Donald Trump): non perché abbiano un valore particolare, ma perché le tradizioni mantengono un valore e il pubblico dei giornali tradizionali invecchia, portando con sé una fedeltà a quelle tradizioni. Oggi finire su una copertina di Time non ha maggior significato che finire su quella di un qualunque periodico americano, e ne ha meno che finire su quella di altri periodici rimasti autorevoli e importanti, come il britannico Economist o l’ Atlantic.
In più, nei mesi passati Time ha fatto circolare sui social network delle immagini di copertine efficaci e condivise, che però non sono state prodotte come reali copertine del giornale: sempre per sfruttare l’attenzione che le copertine di Time ricevono ancora.
Giovedì il sito di Time ha mostrato un’anteprima di una sua copertina su Giorgia Meloni e ha pubblicato l’intervista relativa con la stessa Meloni. Niente di più, niente di meno: diversi quotidiani italiani l’hanno ripresa, naturalmente con maggior spazio e celebrazione quelli vicini alla maggioranza di governo (Libero l’ha usata per sostenere in un editoriale che esista un particolare riconoscimento internazionale per Meloni stessa).
domenica 27 Luglio 2025
Michele Serra, giornalista di grande visibilità ed esperienza, e autore tra le altre cose della rubrica quotidiana “L’amaca” su Repubblica e della newsletter settimanale “Ok Boomer!” sul Post, ha risposto ad alcune domande del direttore del Foglio Claudio Cerasa sul rapporto dei giornali con il racconto delle inchieste giudiziarie e dei processi.
“Ai media sarebbe richiesta indipendenza di giudizio e possibilmente serenità nel racconto delle cose. Io vedo soprattutto un gigantesco problema di linguaggio. Di certi titoli non vale nemmeno la pena parlare, per quanto sono urlati, o ammiccanti, o calunniosi. Peggio ancora, più subdolo e tossico, è che in quasi tutte le cronache sul malaffare, quello vero e quello presunto, ogni casa diventa una ‘lussuosa villa’ anche se è una villetta a schiera, ogni vacanza una ‘vacanza da favola’, anche se è un weekend a Pinarella di Cervia, ogni retribuzione un ‘lauto stipendio’ anche se è una consulenza da cinquemila euro all’anno. L’idea di partenza è quella di una umanità ingorda, degenerata e disposta a qualunque cosa pur di arricchirsi. Se sei Balzac puoi permetterti di dirlo, se no è meglio attenerti ai fatti” .
domenica 27 Luglio 2025
La costruzione di progetti giornalistici dedicati ai bambini e ai ragazzi è un pensiero che attraversa le redazioni con frequenza. Ancora di più in questi anni di declino di interesse nei confronti dei giornali da parte dei lettori e delle lettrici giovani: ma se da una parte la tentazione di ricostruire un interesse nell’informazione prodotta dai giornali fin da età molto piccole è una tentazione affascinante, dall’altra il timore è che le ragioni dell’allontanamento siano solide e insuperabili. In più, giornali dedicati ai bambini o ai ragazzi si trovano nella particolare condizione di dover interessare i bambini e i ragazzi ma avere come potenziali acquirenti soprattutto i loro genitori: e quello che piace ai primi non è necessariamente quello che convince i secondi, o viceversa.
E insomma, le tentazioni rimangono quasi sempre tali. In Italia i due esperimenti principali e più longevi tra le testate maggiori sono il mensile Internazionale Kids (che ha anche un suo festival) e l’inserto settimanale del quotidiano Avvenire che si chiama Popotus.
A rendere più fragili ancora le prospettive di simili progetti è arrivata questa settimana la notizia – riferita dal giornalista Max Tani, che si occupa di media per il sito americano Semafor – che il New York Times chiuderà la sua sezione mensile “For Kids“, che esiste dal 2017.
domenica 27 Luglio 2025
Helen Lewis, giornalista del magazine americano Atlantic, ha scritto un commento a proposito del ruolo dei giornalisti nelle attuali polemiche sulla richiesta di informazioni pubbliche a proposito del “caso Epstein”. Ma qui lo citiamo perché contiene una considerazione critica e ragionevole rispetto a un luogo comune e a una frase fatta che attribuisce al giornalismo il ruolo di “fare domande”: luogo comune che legittima una estesa produzione giornalistica basata sul seminare sospetti e accuse presso i lettori, senza essere in grado di sostanziarli adeguatamente, e che consente a chiunque di chiamare “giornalismo” la diffusione di altrettanti sospetti e accuse online.
“Se lo scandalo Epstein ci insegna qualcosa, è che l’America ha bisogno di una categoria di persone dedicate e sostenute il cui lavoro sia non solo di fare domande, ma di ottenere risposte. Chiamiamoli giornalisti”.
domenica 27 Luglio 2025
Il sito americano Nieman Lab, che si occupa di giornalismo per un’istituzione dell’università di Harvard, ha pubblicato un articolo sui successi di traffico di alcuni siti locali di news statunitensi. L’articolo spiega come sembri essere stato lungimirante il precoce disinvestimento, da parte di alcune illustri testate giornalistiche locali, dalla carta verso il web: che all’inizio è sembrato una preoccupante riduzione di risorse e di ambizioni, e invece potrebbe avere costruito dei prodotti di informazione sostenibili e non ridimensionati.
Tra le altre scelte fatte di cui parla l’articolo, ce n’è una puntuale e interessante per la sua concretezza: ovvero quella di abbandonare sul web i nomi originali dei quotidiani – quasi sempre legati alla città dove hanno sede – per indicare esplicitamente regioni e pubblici più estesi: il sito del Newark Star-Ledger si chiama NJ.com (sigla del New Jersey), il sito del Patriot-News di Harrisburg si chiama PennLive (richiamando la Pennsylvania), e altri esempi simili. Un approccio che chiaramente cerca di attenuare il limite del ridotto bacino di utenza online di molte testate locali in tutto il mondo.
domenica 27 Luglio 2025
Il direttore del canale televisivo di news Sky Tg24, Giuseppe De Bellis, è stato nominato vicepresidente esecutivo per lo sport, le notizie e l’intrattenimento di Sky Italia. Il suo posto come direttore di Sky Tg24 è stato quindi affidato a Fabio Vitale, che ha 38 anni, è a Sky Tg24 dal 2007, e da allora è una presenza visibile e nota nei programmi della rete.
domenica 27 Luglio 2025
Invece questa è una diversa categoria di errori che compare spesso sui giornali italiani: quella delle traduzioni sbagliate rispetto alle fonti originali della notizia, che sono aumentate da quando le redazioni si affidano ai servizi di traduzione automatica.
La scorsa settimana molte testate italiane hanno riferito con grande allarme di “navi russe nel Mediterraneo”. Trascuriamo la mancanza di misura dell’allarmismo, in particolare nei titoli, anche qui. Ma molti di questi articoli citavano tra queste navi una o più portaerei. E il fatto è che la marina militare russa non possiede portaerei in grado di navigare: la sola esistente è ferma da un pezzo per riparazioni e ammodernamento nei cantieri di Murmansk. Quindi ovviamente non c’è nessuna portaerei russa nel Mediterraneo (e sia la “notizia” che l’errore non sono nuovi).
La spiegazione più realistica dell’errore è quella che permette di capire due funzionamenti delle redazioni. Uno è quello per cui lo sbaglio di una prima fonte viene ripreso senza verifiche da tantissimi altri (in questo caso può essere stata l’agenzia Ansa, o chissà). L’altro è quello per cui ci si affida appunto a sistemi di traduzione automatica delle fonti non italiane: e in questo caso la “notizia” era stata data da fonti ucraine in inglese con un termine (“carrier”) che il servizio di traduzione di Google sbaglia a tradurre, introducendo delle portaerei dove non ci sono.
domenica 27 Luglio 2025
Nella scorsa Charlie eravamo tornati con un esempio sulla questione di come i titoli degli articoli sui quotidiani, sui siti di news e sui social network vengano composti con criteri che si allontanano molto da una corrispondenza ai fatti raccontati o avvenuti. Col risultato – trattandosi del formato che raggiunge più persone e viene registrato di più, i titoli – di formare conoscenze, impressioni, opinioni, assai infondate o immotivate. Abbiamo ricevuto alcune mail su questo, quindi ci torniamo con altri esempi di questa settimana.
Qui il titolo di un articolo di Repubblica sul virus West Nile riferisce il presunto parere di un entomologo per cui «Con il caldo estremo zanzare più letali». In realtà l’entomologo intervistato dice il contrario, ovvero che «Il numero dei casi è nella norma», e che però « il ciclo vitale degli insetti con il riscaldamento del clima tende ad allungarsi».
Una settimana fa uno degli attori del Trovatore alla Royal Opera House di Londra si è presentato ai saluti finali sul palco con una bandiera palestinese. Un impiegato del teatro da dietro le quinte ha cercato di togliergliela di mano senza riuscirci ed è tornato dietro le quinte: è successo in un secondo, e la bandiera è poi rimasta esposta a lungo. Il Corriere della Sera ha titolato l’articolo relativo “Rissa sul palco per la bandiera palestinese”.
Nella sua rubrica di risposte alle lettere sul Corriere della Sera, Aldo Cazzullo ha scritto domenica dell’evaso di cui già parlammo che “la sua improbabile fuga iniziata con una festa di laurea è la conferma che il carcere non lo ha recuperato e quindi non sarebbe male se scontasse tutti gli undici anni e dieci mesi cui è stato condannato in via definitiva”. Il titolo dato alla sua risposta è “Quando il carcere non serve“.
Repubblica ha intervistato un viceministro sulla riforma della Giustizia. Nella prima domanda gli viene chiesto se è in corso “una crociata contro i magistrati” e lui risponde “assolutamente no”. Nella seconda domanda gli viene chiesto se la riforma metta “la magistratura sotto l’esecutivo” e lui risponde che questa è “una balla spaziale”. Nel virgolettato del titolo la risposta alla seconda domanda viene fatta corrispondere alla prima domanda: “Balla spaziale la crociata anti giudici”.
domenica 27 Luglio 2025
Il Wall Street Journal ha continuato a pubblicare nei giorni scorsi articoli sui documenti del “caso Epstein“: le sue rivelazioni sono assai poco significative e non dicono quasi niente di nuovo (lo ha ammesso persino un saggio editoriale dello stesso Wall Street Journal ), ma nel contesto agguerritissimo e ipersensibile di queste settimane intorno al caso Epstein ogni piccola cosa diventa un caso, ed evidentemente il Wall Street Journal ne vuole approfittare. E come avevamo detto una settimana fa, l’editore Rupert Murdoch non è uno che si fa spaventare da una denuncia con richiesta di risarcimento milionaria. Trump ha allora fatto ricorso a un’altra delle sue ritorsioni, e all’inizio della settimana ha escluso l’inviato del giornale dalla compagnia di giornalisti associata al suo viaggio in Scozia. E sta provando anche la consueta strategia diversiva – inventarsene altre per spostare le attenzioni – ma stavolta sta funzionando meno.
domenica 27 Luglio 2025
Breve riassunto conclusivo di una storia che abbiamo molto raccontato.
La grande multinazionale Paramount Global aveva in corso una trattativa per un’importantissima e delicata fusione con la grande multinazionale Skydance Media.
La fusione doveva passare per l’approvazione di una commissione governativa statunitense, la FCC.
Il capo del governo, il presidente Trump, aveva chiesto un risarcimento di decine di milioni di dollari a CBS News – la testata televisiva posseduta da Paramount – per una denuncia ritenuta infondata da tutti gli esperti.
Trump aveva anche spesso attaccato il programma giornalistico di punta di CBS News, “60 Minutes”.
E aveva spesso attaccato lo storico programma “The Late Show” condotto da Stephen Colbert, chiedendone la chiusura.
Nelle ultime settimane CBS News aveva scelto di pagare il risarcimento, era intervenuta sull’autonomia di “60 Minutes” e aveva annunciato la chiusura di “The Late Show”.
Giovedì la FCC ha approvato la fusione di Paramount e Skydance.
domenica 27 Luglio 2025
Questa è l’ultima newsletter prima di una sospensione estiva. Meglio scriverlo già all’inizio, poi ve lo ricordiamo in fondo.
domenica 27 Luglio 2025
In attesa di sviluppi giudiziari definitivi, di sentenze, e di informazioni che abbiano maggior valore delle ipotesi partigiane per definizione dell’accusa, le ultime inchieste sugli amministratori locali stanno ricevendo commenti e giudizi dubbiosi abbastanza diffusi, tra chi non abbia motivazioni di propaganda o faziosità: a molti le accuse sembrano sproporzionate rispetto ai fatti esibiti finora. C’è una cautela a dirlo, la paura di essere smentiti da novità, ma c’è chi lo dice: e chi lo dice con cautela.
Ma la sproporzione delle accuse è tutta responsabilità delle procure, che sono costruttrici di accuse per definizione e sul cui operato è sempre previsto non a caso un giudizio “terzo”? O accanto a quei giudizi e commenti prudenti e scettici incombono cronache che continuano invece a suggerire verità definitive, a fare di ogni contestazione un fascio, e a incentivare indignazioni e scandalo?
Immaginiamo invece un sistema dell’informazione in cui le definizioni di cosa sia il lavoro “dell’accusa” siano chiare e comprese, e un pubblico che sia correttamente informato del valore precario e parziale di un’inchiesta: un paese in cui ci sia consapevolezza, da parte dei media, del valore non insignificante ma limitato e fragile dell’apertura di un’indagine, delle richieste di un pubblico ministero, della suggestiva costruzione delle ipotesi di accusa. Un paese in cui a questa consapevolezza si associ la scelta di renderne consapevoli anche i lettori e le lettrici. E in cui quindi le scelte di spazio, enfasi, linguaggio date a queste notizie siano invece “proporzionate”. E in cui quindi un’indagine legittima, ma con assai varie sfumature di apparente fondatezza venga trattata come tale e messa di fronte ai principi di verifica e scetticismo che il giornalismo si dà in teoria come valori: e che racconta di applicare al “potere”, come è quello giudiziario. E immaginiamo quindi che non avvenga uno sproporzionato e complice racconto dell’esistenza di un’indagine e che non scateni immediatamente clamori e conseguenze che finiranno per gravare sull’indagine stessa e sul suo corretto sviluppo. Immaginiamo un paese di pesi e contrappesi in cui un’istituzione di parte – il pubblico ministero, “parte imparziale” – abbia il suo lavoro moderato da un’istituzione di controllo – i mezzi di informazione – invece che un paese dove al contrario i giornali enfatizzano, amplificano e celebrano con interessato scandalo qualunque cosa precaria, precoce e suggestiva esca dall’istituzione di parte. Immaginiamo un paese normale, cioè.
Fine di questo prologo.
domenica 27 Luglio 2025
Il Corriere della Sera di sabato ha ritenuto di riferire con un breve articolo la nascita di Leopoldo Derba. Potrebbe essere il primo caso nella storia dei quotidiani italiani di articolo sulla nuova nonnitudine dell’editore: Leopoldo Derba è figlio di Cristina Cairo – figlia dell’azionista di maggioranza dell’azienda Rcs che pubblica il Corriere – il cui matrimonio aveva ottenuto l’anno scorso mezza pagina sullo stesso Corriere. Per quanto breve, il testo di sabato ha offerto ai lettori anche l’informazione che “il piccolo Leopoldo pesa 3 chili e 840 grammi ed è lungo 54 centimetri”.
(nello spazio circostante della stessa pagina una foto con lo stesso editore Urbano Cairo illustrava un articolo a proposito di un’onorificenza francese concessa al secondo azionista dell’azienda Rcs)
Molti auguri a tutti da Charlie, naturalmente.
domenica 20 Luglio 2025
La newsletter Charlie si prenderà anche quest’anno un mese di vacanza: arriverà ancora domenica prossima, per poi fermarsi e riprendere a settembre.
domenica 20 Luglio 2025
A settembre il Post terrà una nuova edizione delle sue “10 lezioni di giornalismo“, la serie di incontri online tenuta dai suoi giornalisti per raccontare e condividere il loro lavoro. Le iscrizioni sono aperte fino al 10 settembre.
domenica 20 Luglio 2025
Si sono svolti nelle settimane scorse gli esami orali per i candidati a iscriversi all’ordine professionale dei giornalisti. In Italia la legge prevede questo ordine professionale, che garantisce privilegi contrattuali e facilita alcune attività per chi svolge la professione giornalistica (ma che molti svolgono senza farne parte, come è lecito): per farne parte è necessario un periodo di praticantato in un giornale (o in una scuola di giornalismo) e il superamento di un esame scritto e di uno orale.
Gli esami si tengono in due sessioni ogni anno. In quella che si è appena svolta hanno superato la prova orale 102 dei 117 che avevano superato lo scritto. Alla prova scritta avevano partecipato in 228, quindi con un tasso di fallimenti molto alto (più alto del solito). Il sito Professione Reporter indica anche che le mancate ammissioni all’orale riguarderebbero una gran quota dei candidati provenienti dalle scuole di giornalismo: 31 su 65 non avrebbero superato lo scritto.
domenica 20 Luglio 2025
I giornali italiani (ma non solo) sono spesso piuttosto trascurati nell’uso dei termini che riguardano determinate categorie di persone, o i protagonisti di alcune notizie che vengono categorizzati o etichettati sbrigativamente. Questo avviene in particolare con le notizie che riguardano persone di origine non italiana, spesso etichettati con il loro paese di provenienza senza particolari ragioni, e con criteri piuttosto arbitrari: nessuno chiama “immigrati” i calciatori stranieri che giocano in Serie A, mentre il termine viene usato da molte testate per identificare altri stranieri presenti in Italia.
Ma tra le molte complessità della questione, c’è una scelta che dovrebbe essere abbastanza facile da condividere: “migrante” è un aggettivo che si può riferire a una persona che si trova in un temporaneo stato di spostamento dal suo paese a un altro. Quando quella persona vive in un altro paese, è eventualmente una persona “immigrata” (parlare di “migranti” che risiedono in Italia è per esempio quasi sempre inesatto).
domenica 20 Luglio 2025
Si è presentato alla redazione del Washington Post il nuovo direttore della sezione delle Opinioni, preceduto da estese complicazioni e curiosità. L’editore Jeff Bezos aveva annunciato una discussa revisione della sezione che a molti era sembrata soprattutto un ennesimo intervento per attenuare le posizioni “liberal” del giornale, e avere maggiori indulgenze verso i lettori Repubblicani e verso l’amministrazione Trump. Il direttore precedente si era dimesso, e l’editore ne ha scelto uno nuovo – Adam O’Neal – di modesta fama e pochi precedenti, generando preoccupazioni nella redazione sulla sua scarsa esperienza e sulla sua adesione ai temuti ripensamenti della “linea”.
La mail mandata da O’Neal alla redazione cita indirizzi generici, ma ripete una formula minacciosa che l’azienda aveva già promosso la settimana prima. In sintesi, “chi non ci sta, meglio che se ne vada”.
domenica 20 Luglio 2025
Come abbiamo raccontato altre volte, uno dei fattori principali della diffusione di notizie false e di conoscenza errata della realtà sono le titolazioni sbrigative ed enfatiche dei quotidiani e dei siti di news: i titoli sono spesso composti per attirare l’attenzione, generare reazioni, emozioni e indignazioni, ottenere clic, piuttosto che per informare con correttezza. E nella gran parte dei casi quello che tutti leggiamo di una notizia è solamente il titolo.
Per questo è utile avere consapevolezza dei criteri con cui un titolo viene composto: nei quotidiani, uno dei più ingannevoli di questi criteri è la ricerca – da parte del redattore incaricato – di un termine o di un dato attraente all’interno dell’articolo, da caricare di più teatrale e impressionante significato nel titolo. Un buon esempio di questo procedimento è visibile in una scelta sul Corriere della Sera di sabato: la persona protagonista della notizia è fotografata con una t-shirt con un logo che assomiglia a quello di Nike, uno dei brand di abbigliamento più diffusi al mondo. L’articolo la definisce “una maglietta griffata”. Il titolo riprende quell’aggettivo e indica il protagonista – dentro una storia in cui il protagonista è un soggetto certamente percepito come negativo – come “in fuga tra hotel e abiti griffati” (dove anche l’uso di un “hotel” è ovviamente una condizione né anomala né particolarmente privilegiata per un evaso in un altro paese). Chi legge se lo figura in condizioni di disinvolto e spietato lusso.
domenica 20 Luglio 2025
Nelle redazioni dei giornali italiani le competenze “verticali” dei giornalisti prevalgono quasi sempre sulle loro versatilità giornalistiche: sono poco frequenti i casi di spostamento tra un settore tematico e un altro, tra chi fa il lavoro “di macchina” in redazione o tra chi guida le redazioni stesse (un’eccezione tra le più vistose è quella di Carlo Verdelli, capace di dirigere nella sua carriera testate assai diverse come Repubblica, Vanity Fair, Sette, Gazzetta dello sport e Oggi).
Occuparsi per decenni di sport, o di esteri, o di spettacoli, consente appunto di diventarne sempre più esperti, secondo questa tradizione. Nei giornali americani, invece, capita più spesso che sia privilegiata la professionalità giornalistica capace di adattarsi agli argomenti più diversi, e che le diverse sezioni di un giornale vengano affidate a dei responsabili ritenuti adatti a “guidare la sezione di un giornale”, qualunque sia.
Questa settimana, poi, il New York Times ha comunicato che porterà questo approccio di rotazione e cambiamento persino sui ruoli di “critici culturali”, spostandone gli storici responsabili verso altre competenze. Tra di loro c’è per esempio Jon Pareles, critico musicale del giornale dal 1988.
“È stata a lungo una pratica della redazione di spostare i ruoli dei reporter, dei redattori e degli inviati per portare idee ed esperienze diverse nelle diverse aree e settori del giornale, ma lo abbiamo fatto meno con la nostra squadra di critici. È però importante offrire prospettive diverse agli argomenti più centrali per aiutare il nostro giornalismo a espandersi oltre le recensioni tradizionali”.
domenica 20 Luglio 2025
C’è stata un’inconsueta polemica tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il Corriere della Sera, che invece durante questa legislatura è sempre sembrato in grado di tenere rapporti di preziosa collaborazione coi ministri del governo Meloni. Giuli ha scritto su Facebook di avere dato un’intervista al Corriere per rispondere a un articolo (“velenoso”) di Ernesto Galli della Loggia, antico opinionista del giornale: ma che quell’intervista non è stata poi pubblicata. Giuli ha aggiunto di avere ricevuto richieste di emendare il testo, a cui ha acconsentito, e ha riprodotto uno scambio di messaggi con l’autore dell’intervista, commentando assai polemicamente tutta la questione.
La protesta di Giuli è stata ripresa da molti quotidiani e siti e il Corriere della Sera ha risposto con un proprio testo, assieme a quello di Galli della Loggia:
“Il Corriere della Sera aveva chiesto dieci giorni fa un’intervista su tutte le vicende che avevano interessato il suo ministero (da Cinecittà al conflitto con la sottosegretaria Borgonzoni), intervista che il ministro ha rinviato fino a ieri mattina quando ha dato la sua disponibilità. Nelle risposte si è concentrato su un editoriale (che evidentemente non gli era piaciuto) del professor Galli della Loggia pubblicato sul Corriere. La reazione del ministro è stata del seguente tenore: il prof Della Loggia ha un incarico culturale stabilito dal mio predecessore Sangiuliano e dopo le critiche deve dimettersi. Un atteggiamento davvero liberale.
Le sue considerazioni erano poi condite da falsità («incarico di lusso» mentre l’incarico del professore a capo della Consulta dei comitati culturali è a titolo gratuito) e insulti: «perditempo», «cameriere» (noi abbiamo grande rispetto di tutti i lavoratori, il ministro invece non sembra pensarla così e usa la citazione contenente la parola «cameriere» per offendere).
Al ministro la direzione ha offerto la possibilità di replicare alle critiche politiche e culturali di Galli della Loggia con un articolo da pubblicare sul giornale ma ha rifiutato. Nessuna censura, gli interessava solo «licenziare» il professore che aveva osato fare delle critiche. Quando vorrà siamo pienamente disponibili alla pubblicazione.
Visto che il ministro ha pubblicato il testo, ognuno potrà giudicare come neghi anche l’evidenza rispetto ai problemi e alle divisioni nel suo ministero.
Ps. Alcuni esponenti di Fdi si lamentano che non sia stato possibile un dibattito tra due intellettuali come il prof. Galli della Loggia e il ministro Giuli. Una strana idea del confronto culturale: se mi critichi devi essere messo alla porta, questo l’unico contributo al dibattito che Giuli ha dato”.
domenica 20 Luglio 2025
Negli anni in cui divenne largamente e pubblicamente trattato il tema della disinformazione e delle “fake news” si crearono diversi servizi e siti che si incaricarono di dare garanzie di verifica alle notizie pubblicate da giornali e siti. Diversi di questi sono attivi tuttora: in alcuni casi sono benintenzionati progetti con delle fragilità legate ai criteri di sanzione di quali siano i contenuti giornalistici affidabili o no; in altri sono insignificanti metodi di certificazione che si limitano a offrire ad alcune testate un “bollino” che le nobiliti, ma senza reali verifiche sul loro lavoro giornalistico.
Newsguard è uno dei più famosi servizi del primo genere (l’abbiamo citato a volte su Charlie). Dieci giorni fa ha annunciato che non ricorrerà più alle categorie di “disinformazione” e “misinformazione”, perché ormai sono due termini usati grossolanamente in polemiche e accuse partigiane, e hanno perso il loro valore oggettivo di indicazione di notizie false (tra i due, la differenza essenziale è l’intenzione): «Queste parole sono state stravolte dalla loro politicizzazione e trasformate in armi partigiane da soggetti di destra e di sinistra, e da soggetti stranieri antidemocratici». Chiunque, dice Newsguard, accusa gli avversari di disinformazione, e allora meglio essere più puntuali e concreti, e indicare cosa è “falso” e cosa no.
domenica 20 Luglio 2025
Le sezioni di giochi ed enigmistica sono un pezzo della storia dei quotidiani da secoli, un pezzo protagonista di quella funzione di intrattenimento che i quotidiani associano a quella di informazione. E che hanno rinnovato il loro successo in questo secolo nelle versioni online e digitali, soprattutto col caso esemplare dei giochi del New York Times (e in particolare di quello che si chiama “Wordle“) che sono stati responsabili di un grande aumento di abbonamenti al giornale. Caso che quindi molte testate in tutto il mondo hanno cercato di imitare. In Italia diversi giornali offrono dei giochi ai lettori e alle lettrici, ma nessuno finora ha strutturato un’offerta pensata per essere sfruttata con altrettanta efficacia sul maggiore coinvolgimento e sulla crescita degli abbonamenti, e con l’adeguata interattività online.
Sarà quindi interessante da seguire il progetto del Corriere della Sera, che questa settimana ha annunciato una sezione “Giochi” sul proprio sito e in una app dedicata. Ci sono sette giochi diversi, di cui viene proposta una versione nuova ogni giorno: comprendono un quiz generalista curato da Paolo Virtuani e un gioco chiamato “In altre parole” presentato da Massimo Gramellini, che è la versione in italiano di “Wordle”. Ma ci sono anche altri giochi più comuni, come il sudoku o il cruciverba, che esistevano già sul giornale con una «solida base d’utenza», ha detto il Corriere della Sera a Charlie, spiegando che il giornale lavorava sul progetto da «almeno da un anno e mezzo», prima con approfondite ricerche di mercato e poi con la parte di sviluppo tecnico, durante la quale è stato particolarmente impegnativo, per esempio, integrare questa nuova sezione nei sistemi di abbonamento e pagamento preesistenti e realizzare l’app dedicata. I giochi sono stati scelti soprattutto sulla base delle suddette ricerche di mercato, con particolare attenzione a «giochi intelligenti», partendo dall’idea – spiega il Corriere – che il pubblico a cui si rivolge il giornale sia un «target evoluto».
I giochi si inseriscono negli abbonamenti del Corriere in modo diverso: per gli abbonamenti digitali completi (pdf del giornale e sito senza paywall) i giochi sono inclusi, per gli abbonamenti digitali che comprendono solo il sito senza paywall i giochi saranno inclusi solo per il primo anno. C’è anche un abbonamento che include solo i giochi: il primo anno costa 5 euro, e contribuirà ad arricchire il numero di abbonamenti comunicati dal giornale.
Finora tutti i giochi del giorno sono gratuiti, ma gli abbonati o gli utenti registrati possono ottenere servizi personalizzati, come l’accesso agli archivi e le statistiche sui propri risultati. Per il momento non sono ancora presenti classifiche tra gli utenti, ma il Corriere prevede di introdurle in futuro, insieme ad altre funzionalità che non ha specificato con Charlie. Per il momento l’obiettivo maggiore non è che i giochi attraggano nuovi abbonamenti, ma che aiutino ad «aumentare l’engagement degli attuali abbonati» dando loro un «ulteriore punto di contatto» con il giornale.
Negli anni scorsi l’importazione di “Wordle” in Italia era stata presa in considerazione da altri giornali, ma a dissuaderli era stata anche una questione di possibili rischi di violazione di copyright: il New York Times (che acquistò il gioco dai suoi creatori) ha ordinato la rimozione di diverse imitazioni del gioco negli Stati Uniti, negli anni scorsi. Versioni in italiano sono però presenti online da anni indisturbate. Dal Corriere della Sera Charlie non ha ricevuto informazioni su questo aspetto.
domenica 20 Luglio 2025
Un caso britannico permette di raccontare una questione che si pone spesso nelle cause legali contro le testate giornalistiche anche italiane: quello di notizie false che un giornale o un sito di news pubblica riprendendole da un’altra testata, considerabile una “fonte autorevole”. L’istituto di autoregolazione britannico ha condannato il tabloid Daily Mail per avere fornito un dato sbagliato sul numero di immigrati irregolari a Londra: il Mail si era difeso sostenendo che quel dato era tratto dall’articolo di un altro quotidiano, il Daily Telegraph (che successivamente lo avrebbe corretto). La decisione contro il Mail ha spiegato che riprendere una notizia da un altro giornale e trattarla come notizia è legittimo, ma che comunque sui fatti citati – laddove rilevanti come in questo caso – è sempre dovuta una verifica, ed esiste sempre una responsabilità del giornale sull’accuratezza di quello che pubblica.
domenica 20 Luglio 2025
L’altra notizia della settimana che sta generando grandi dibattiti, e che riguarda ancora le relazioni fra Donald Trump e i media, è la chiusura del programma televisivo “Late show” da parte della rete CBS. È un programma storico della tv americana, negli ultimi anni condotto da Stephen Colbert, e la rete ha molto esplicitamente insistito sul fatto che la decisione di chiuderlo abbia a che fare con “problemi finanziari” e con la crisi di quel genere di talk show serali sulle tv tradizionali, e non con altro. Ma i continui monologhi anti trumpiani di Colbert, e le recenti polemiche sull’ asservimento di CBS nei confronti di Trump per un interesse della società sono le prime cose a cui tutti hanno pensato a proposito della decisione. Il “Late show” è tra l’altro quello che va meglio tra i suoi concorrenti, e per CBS annunciarne la chiusura adesso significa da una parte mostrare a Trump (che si è detto entusiasta del licenziamento di Colbert) un’ulteriore obbedienza, e dall’altra generare ogni sospetto possibile sui veri motivi: solo la prima ragione sembra spiegare la scelta di subire la seconda.
domenica 20 Luglio 2025
Le ingerenze dell’amministrazione Trump nel lavoro dei media americani hanno questioni nuove ogni settimana, e questioni che proseguono da settimane. La storia principale degli ultimi giorni è l’aggravamento delle tensioni tra Trump e il Wall Street Journal a margine delle polemiche sulle relazioni tra Trump stesso e Jeffrey Epstein, e sui documenti relativi al caso Epstein (trovate un riassunto della storia nella newsletter Da Costa a Costa di ieri).
Un po’ di contesto in più serve invece per quello che riguarda i temi di questa newsletter: il Wall Street Journal è uno dei più importanti e autorevoli quotidiani del mondo, ha attenzioni maggiori alla finanza e all’economia ma si occupa di ogni attualità, e appartiene alle grandi società editoriali internazionali possedute da Rupert Murdoch, ricchissimo e potentissimo editore e imprenditore australiano 94enne. Le opinioni e le condizioni economiche del suo editore assieme agli argomenti prevalenti trattati fanno del Wall Street Journal un giornale tradizionalmente conservatore e con posizioni affini a quelle del partito Repubblicano, ma con grande indipendenza, permessa dalla sua importanza e potere (appartiene allo stesso editore anche la rete televisiva Fox News, che è invece “il megafono del trumpismo”). Al Wall Street Journal è poi particolarmente visibile la distinzione tra le posizioni della sua redazione principale e quelle della sezione delle opinioni, più aggressivamente conservatrice. Gli eccessi e le spericolatezze di Trump – soprattutto in campo economico e sui dazi – hanno però portato anche la sezione delle opinioni a esserne molto critica, e Trump ha avuto nell’ultimo anno atteggiamenti più delusi che battaglieri nei confronti del giornale, mostrandosi meravigliato e seccato di non averlo come alleato ma senza attaccarlo e reprimerlo come fa con gli altri media critici delle sue scelte. Rupert Murdoch è stato in questi anni in rapporti amichevoli e complici con Trump, ma non ne è mai diventato succube come altri, forte del suo potere e del suo carattere. E ha lasciato libero il Wall Street Journal di seguire le proprie posizioni e il proprio giornalismo.
Giovedì sera il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo che confermerebbe l’intimità dei rapporti tra Trump e Jeffrey Epstein, che Trump da anni cerca di negare e diminuire, e lo ha tenuto in apertura della propria homepage per quasi 24 ore. Trump sostiene che l’articolo dica il falso, e che sia falsa l’attribuzione di un suo messaggio e di un suo disegno per Epstein: e venerdì ha denunciato l’azienda editrice del Wall Street Journal, gli autori dell’articolo e lo stesso Murdoch, chiedendo dieci miliardi di dollari di danni. Decisione che: 1) non sembra avere precedenti nella storia (un presidente in carica che denuncia per diffamazione un giornale); 2) mette Trump in guerra con uno degli uomini più serenamente abituati e disposti a entrare in guerra con chiunque; 3) creerà del disordine nelle posizioni da prendere da parte delle molte proprietà di Murdoch ( Fox News, il New York Post, il Sun e il Times di Londra, l’agenzia Dow Jones ).