Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 8 Dicembre 2024

Cambia aria in California

Il Los Angeles Times è il secondo quotidiano “locale” degli Stati Uniti per diffusione, dopo il New York Post, e dichiara di avere circa mezzo milione di abbonati digitali. È poi il più grande giornale della costa Ovest, e quindi le sue vicende sono piuttosto rilevanti per il sistema dell’informazione tradizionale americana, malgrado sia un giornale poco presente al pubblico internazionale.
Adesso è in un periodo critico, in cui alle più condivise difficoltà di sostenibilità economica si sono aggiunte delle grosse tensioni generate dalle scelte del già discusso editore Patrick Soon-Shiong (parlammo di lui qui una prima volta tre anni fa) di spingere il giornale verso maggiori indulgenze nei confronti di Donald Trump e dei suoi elettori. Prima c’è stato un rifiuto di pubblicare un endorsement a favore di Kamala Harris (come avrebbe fatto pochi giorni dopo Jeff Bezos col Washington Post) e poi una serie di interventi assai espliciti e rivendicati per spostare le posizioni del Los Angeles Times. Questa settimana ha quindi lasciato, protestando, uno dei columnist (come gli americani chiamano gli autori di rubriche fisse, columns) più importanti del giornale, e la redazione si è indignata per il progetto dell’editore di affidare a un’intelligenza artificiale una valutazione del grado di “partigianeria” (bias) negli articoli del suo stesso giornale.


domenica 8 Dicembre 2024

Lettori non acquirenti

La newsletter Mediastorm, curata da Lelio Simi, ha messo in una grafica i dati del sistema di rilevazione Audipress (che raccoglie dati sugli effettivi lettori dei quotidiani, rispetto ad ADS che si occupa del numero di copie diffuse) per valutare qual è la provenienza del giornale che le persone leggono (il dato più vistoso, prevedibilmente, è quello dei lettori della Gazzetta dello Sport che l’hanno “trovata in altro luogo”, si immagina al bar).

“Dopo l’infografica dello scorso mese con i dati di Audipress relativi alla provenienza delle copie dei lettori (pagate vs non pagate) nel giorno medio per il complesso di 48 testate quotidiane italiane, questo mese ho realizzato questa chart relativa alle prime 10 testate quotidiane per numero di lettori (nazionali, sportivi e locali) dove vengono visualizzate tutte le diverse voci rilevate Audipress in merito alla provenienza delle copie”.


domenica 8 Dicembre 2024

Da Roma

Il New York Times ha deciso un cambio di sede per due suoi giornalisti che ha implicazioni per l’Italia: il quotidiano più importante del mondo sposterà infatti dopo sette anni il suo corrispondente Jason Horowitz da Roma a Madrid, e farà arrivare a Roma da Tokyo Motoko Rich, 54 anni, che è al New York Times da vent’anni dopo essere stata al Financial Times e al Wall Street Journal.


domenica 8 Dicembre 2024

Licenziamenti da spiegare

Una giornalista della Radio Svizzera Italiana è stata licenziata, e l’azienda sta venendo molto criticata perché l’ipotesi – diffusa dal sito Ticinonline – è che le sia stato contestato un tweet critico nei confronti della “destra” (dai toni assai misurati, peraltro).

“Il pensiero della destra (non solo in Italia) attecchisce perché non è elaborato. È semplice, è di pancia, fa credere alla gente di essere nel giusto e di non avere pregiudizi. Concima, insomma, l’ignoranza. Sta alle singole persone scegliere se evolvere, emanciparsi, oppure no”.

In assenza di spiegazioni da parte dell’azienda, un’altra ipotesi – non più accettabile – è stata fatta dal sindacalista Matteo Poretti e avrebbe a che fare con la denuncia di molestie da parte della giornalista licenziata, Paola Nurnberg.
La questione dell’autonomia dei giornalisti nell’esprimere opinioni sui propri account personali sui social network è stata assai discussa negli anni scorsi: da una parte ci sono legittime ragioni di espressione e di vita estranea al contesto del lavoro, dall’altra l’ineludibile relazione che il pubblico percepisce tra i giornalisti e le testate per cui lavorano.


domenica 8 Dicembre 2024

La transizione digitale di fatto

Domenica scorsa intorno alle 20 è arrivata nelle redazioni la notizia delle dimissioni dell’amministratore delegato dell’azienda automobilistica Stellantis: notizia importante sia per il rilievo dell’azienda sia per le complicate vicende commerciali, politiche e familiari che l’hanno riguardata in questo ultimo anno in particolare. Tutti i maggiori quotidiani le hanno infatti dedicato molto spazio nelle edizioni di lunedì, con un supplemento di lavoro serale nelle redazioni (anche se si può immaginare che nei quotidiani GEDI, appartenenti alla stessa società di Stellantis, la notizia sia arrivata più tempestivamente) che ha permesso a quasi tutte le testate nazionali di adattare le prime pagine. Ha fatto eccezione il quotidiano Domani, che chiude sempre molto presto la sera, dove la notizia mancava.

E ha fatto eccezione più vistosa, per una notizia così importante nel mondo dell’economia e delle imprese italiane, il principale quotidiano dedicato a questi settori, il Sole 24 Ore: che ha scelto di seguirla con completezza sul proprio sito da subito, domenica sera, ma non è intervenuto sull’edizione cartacea e neanche su quella digitale del quotidiano, i cui lettori – acquirenti in edicola o abbonati – non l’hanno trovata. Il Sole 24 Ore del lunedì, infatti, viene costruito durante la settimana precedente e chiuso già il venerdì sera, per ragioni di contenimento dei costi del lavoro nel weekend. A volte il giornale viene tenuto “aperto” ancora la domenica quando ci sono eventi importanti ma previsti. Intervenire invece domenica scorsa sull’edizione di carta – già stampata – avrebbe implicato sensibili costi di ristampa e di lavoro straordinario. E il giornale ha deciso – dando priorità alla copertura sul sito e sull’app – di non modificare nemmeno l’edizione digitale del quotidiano, che ha 55mila abbonati, intervento che avrebbe reso comunque necessaria la mobilitazione di una quota di lavoratori “poligrafici”, non avendo la redazione accesso autonomo all’impaginazione finale del giornale, per ragioni sia sindacali che di competenza tecnica.


domenica 8 Dicembre 2024

Lo sciopero al Guardian, invano

Il gruppo Guardian Media ha annunciato venerdì di essersi accordato con la società Tortoise per la vendita dell’ Observer. I giornalisti del Guardian e dell’ Observer avevano scioperato mercoledì e giovedì, come annunciato, comunicando che lo avrebbero fatto ancora per due giorni la settimana prossima, per protestare contro i progetti di vendita dello storico settimanale britannico che da quarant’anni è diventato l’edizione domenicale del quotidiano Guardian. Lo sciopero, come è consuetudine nel Regno Unito e anche negli Stati Uniti, non aveva impedito l’uscita del giornale, che aveva avvisato i lettori che le edizioni cartacee e online avrebbero potuto avere dei contenuti meno attuali e degli articoli non firmati.
Comunicando l’accordo, l’azienda editrice del Guardian ha annunciando un proprio ingresso con una quota in Tortoise, sostenendo che questo garantirà il mantenimento di un legame con il futuro dell’ Observer.


domenica 8 Dicembre 2024

Qualcosa cambierà, al Sole 24 Ore

Il combinato disposto tra la scadenza del contratto dell’attuale direttore Fabio Tamburini e il recente cambiamento della dirigenza di Confindustria – che del giornale è proprietaria – rendono prossimi dei probabili cambiamenti alla direzione del giornale e dell’azienda editrice. E quindi da qualche settimana stanno circolando voci e nomi (due mesi fa il Giornale aveva annunciato con certezza una nomina che si era rivelata senza fondamento). Questa settimana un articolo del Foglio ne ha messe in fila un altro po’ – inquadrandole in un presunto progetto di posizionamento più vicino all’attuale governo -, dall’ipotesi che il nuovo amministratore delegato sia Luigi Gubitosi, manager assai noto che fu anche direttore generale della Rai, a quella che il nuovo direttore sia Osvaldo De Paolini, 73enne vicedirettore del Giornale (già al Sole 24 Ore nel secolo scorso): “Con De Paolini arriverebbe, e sono tutte voci interne al Sole 24 Ore, Claudio Antonelli, della Verità. De Paolini è il collegamento tra Milano e Roma ed è stato per anni vicinissimo a Caltagirone, editore del Messaggero, l’imprenditore che per primo ha intercettato il fenomeno Meloni. Ci ha scommesso e oggi il governo si ricorda di quella scommessa”.


domenica 8 Dicembre 2024

“Fieri di quella decisione”

A un evento organizzato dal New York Times, l’editore del Washington Post (e proprietario di Amazon) Jeff Bezos è tornato pubblicamente per la prima volta sul suo intervento per bloccare un endorsement a favore di Kamala Harris sul Washington Post, alla vigilia delle elezioni. Era stato un caso – e lo resterà a lungo – per l’improvvisa ingerenza di un editore che aveva finora lasciato completa autonomia al giornale, e per le catastrofiche conseguenze: si era parlato di 250mila abbonamenti cancellati, e c’erano state diffuse critiche e polemiche.
Bezos è stato in realtà costretto a parlarne da una domanda del suo intervistatore sul palco, mercoledì, e lo ha fatto evidentemente malvolentieri, rispondendo laconicamente e limitandosi a sostenere che la decisione fosse giusta e che le conseguenze negative fossero state previste: “non si possono fare scelte sbagliate solo perché si teme una brutta figura”.


domenica 8 Dicembre 2024

Le condanne per Epolis

Il tribunale di Cagliari ha accolto le richieste dell’accusa e ha condannato in primo grado i maggiori imputati per il fallimento di Epolis, un’azienda editoriale fallita nel 2011 che aveva creato un ambizioso progetto di informazione con diverse testate locali in Sardegna. Il principale condannato è Nicola Grauso, imprenditore noto soprattutto per essere stato l’editore del quotidiano cagliaritano Unione Sarda nonché il creatore del precocissimo progetto digitale della testata negli anni Novanta del secolo scorso.
Il fallimento di Epolis aveva lasciato senza lavoro, e con sostanziosi arretrati non pagati, decine di giornalisti e di dipendenti dell’azienda.

“A otto anni dal rinvio a giudizio formalizzato dal Gup del Tribunale di Cagliari, Giovanni Massidda, si è chiuso il dibattimento nato da una delle inchieste per bancarotta più complesse mai fatte in Sardegna, sfociata in oltre quaranta capi di imputazione nei confronti di vari indagati accusati di aver provocato il fallimento della società Epolis e della concessionaria pubblicitaria Publiepolis.
Le altre condanne sono 4 anni per Sara Cipollini, 4 anni anche per Michela Veronica Crescenti, 3 anni e 9 mesi per Alessandro Valentino, 3 anni e mezzo per John Gaethe Visendi. Altri vari reati sono stati dichiarati prescritti o assolti nei confronti degli altri imputati Vincenzo Greco (estinta per morte del reo), Rosanna e Rosalba Chielli, Claudio Noziglia e Anna Abbatecola”.


domenica 8 Dicembre 2024

Charlie, un buon uso dell’invidia

«Per il Cattolicesimo l’invidia è uno dei sette peccati capitali. Nel giornalismo è una virtù, per quanto raramente espressa»: inizia così l’introduzione alla “Jealousy List 2024” del settimanale Bloomberg Businessweek, spiegata come “gli articoli che abbiamo ammirato di più quest’anno” e che sono stati pubblicati da qualcun altro.
Il giornalismo non produce mai niente di originale, salvo quando inventa e allora non è più giornalismo: per sua definizione si occupa infatti di raccontare e descrivere la realtà che esiste, i fatti avvenuti, le ragioni che li spiegano. Cose che esistono. Lo fa attingendo ai fatti recenti ma ha anche sempre bisogno di riferirsi a tutto il lavoro venuto prima per descriverne il contesto, la storia, i precedenti, i dettagli: lavoro fatto di altro giornalismo o di indagini, ricostruzioni e analisi che producono informazione.

La consuetudine prevede che non tutto questo patrimonio di riferimenti e conoscenza sia sempre citato con le sue fonti, per ovvie ragioni di semplificazione e di chiarezza, e che la loro esistenza sia data per implicita. Mentre avviene in misure diverse, per norma o per correttezza, che i giornali citino esplicitamente il lavoro più recente o più unico di altre testate intorno agli argomenti di cui scrivono: spesso invece hanno ritrosie competitive, per suggerire un proprio inesistente primato o per più sbrigative ragioni.

Ma il lavoro giornalistico fatto da altre testate è ovviamente capace di grandi qualità e importanze, ed è quindi prezioso quando un giornale lo racconta e lo promuove come tale – ovvero come fatto da altre testate – offrendo ai propri lettori anche quel servizio. Per questo è ammirevole il consuntivo annuale di Businessweek, esposto spiritosamente – ma con fondatezza – come “lista dell’invidia” di decine e decine di articoli altrui: perché quell’invidia la trasforma in un servizio ai propri lettori, piuttosto che in un’omissione, oltre che in un rispettoso omaggio ai propri concorrenti e al loro lavoro migliore.

Fine di questo prologo.


domenica 1 Dicembre 2024

Parlandone dal vivo

La rassegna stampa del PostI giornali spiegati bene, che completa il lavoro di informazione di questa newsletter, sarà il prossimo weekend a Peccioli in Toscana, sia sabato che domenica, con Luca Sofri, Francesco Costa e Luca Misculin.


domenica 1 Dicembre 2024

Nel frattempo ad Askanews

La settimana scorsa i giornalisti dell’ agenzia di stampa Askanews hanno accettato un piano di prepensionamenti deciso dall’azienda per attenuare le proprie difficoltà economiche.
Askanews è un’agenzia di stampa italiana del gruppo A.Be.Te., di proprietà di Luigi Abete, imprenditore ed ex presidente di Confindustria e della Banca Nazionale del Lavoro (e che possiede anche la maggioranza del settimanale Internazionale). Come ogni agenzia di stampa, attraverso propri giornalisti e collaborazioni con altre agenzie di stampa all’estero (e con un piccolo giornale italo americano chiamato La voce di New York), Askanews trova e confeziona notizie, foto e video, fornendoli poi a pagamento ai suoi clienti, tra i quali ci sono il gruppo editoriale RCS, Mediaset, i quotidiani del gruppo Monrif e la rete delle ambasciate italiane all’estero. Askanews ha anche un sito accessibile su cui pubblica una piccola parte delle sue notizie.

Askanews nacque nel 2014 dalla fusione di due precedenti agenzie: ASCA (Agenzia di stampa cattolica associata), di proprietà di Abete dal 1986, e APCOM, che era stata fondata nel 2001 da Lucia Annunziata, ed era diventata una delle agenzie di stampa più importanti d’Italia tra il 2003 e il 2006, sotto la gestione del presidente di Telecom Marco Tronchetti Provera. Ma nel 2006, con il cambio della dirigenza e delle priorità di Telecom, cominciò il declino dell’agenzia, dovuto anche alla generale crisi dell’editoria giornalistica, alla perdita di ruolo delle agenzie di stampa e alla diminuzione dei contratti pubblici.
Le difficoltà continuarono anche dopo la vendita al gruppo A.Be.Te. e quando nel 2014 APCOM ASCA furono unite in A skanews, con una redazione di un centinaio di giornalisti, seconda solo a quella di Ansa . Ma sin dai primi mesi dall’apertura della nuova agenzia, la proprietà usufruì spesso di ammortizzatori sociali per risparmiare sul lavoro giornalistico.

Le condizioni dei giornalisti di A skanews sono peggiorate ancora di più negli ultimi cinque anni. All’inizio del 2019 il gruppo A.Be.Te chiese al tribunale di Roma di avviare la procedura di concordato preventivo, che permette a una società che rischia il fallimento di sviluppare un piano di rientro dai debiti, mentre per un tempo determinato i creditori non possono presentare ingiunzioni di pagamento. Il regime concordatario iniziò per A skanews solo nel 2021, quando, dopo una lunga trattativa, l’azienda e il comitato di redazione si accordarono per evitare nuovi licenziamenti, ma con la conversione dei contratti di tutti i giornalisti in contratti part time. Una decina di dipendenti si è licenziata da allora.

In questi anni inoltre la sede dell’agenzia è stata spostata dal centro di Roma alla periferia della città, in un edificio che ha molti meno posti dei giornalisti ancora attivi in redazione. Per questo i giornalisti di A skanews raccontano di lavorare soprattutto da casa, con il proprio computer e la propria rete internet, e di aziendale hanno solo il telefono.
Nonostante la fine del concordato sia imminente, il gruppo A.Be.Te ha recentemente presentato un ulteriore piano per attenuare la propria crisi, che prevedeva 17 persone in meno, ma l’ha ritirato dopo uno sciopero della redazione. Una trattativa fra il Cdr e la proprietà – con forti tensioni – ha portato quindi al piano dei dieci prepensionamenti, dopo i quali i giornalisti di askanews diventeranno poco più di 50.
Il Cdr di A skanews si è detto molto preoccupato per il futuro dell’azienda, scrivendo in un comunicato che «questo piano di prepensionamenti è l’ultima chiamata per un’azienda che non ha saputo inventarsi nulla per sopravvivere e crescere e ora deve rivedere profondamente il suo modello di gestione per valorizzare finalmente il prodotto giornalistico».


domenica 1 Dicembre 2024

Potenti e potenti

Sempre il Comitato di redazione di Repubblica è intervenuto con un comunicato pubblicato sul quotidiano contro quello che ha chiamato “un inqualificabile attacco al nostro giornale a causa di alcuni articoli da noi pubblicati e a lui sgraditi”, da parte del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che già in passato aveva espresso il suo disprezzo per il giornale.

A margine della questione e delle ragioni di Repubblica, è interessante anche la conclusione del comunicato, che con una contraddizione in termini sintetizza una frequente comunicazione retorica delle aziende giornalistiche (celebrata anche in un famoso film), quella di dirsi contro i poteri ma implicando di essere il più forte tra i poteri: “Lo abbiamo scritto più volte in questi anni: i potenti passano, il giornalismo resta”.


domenica 1 Dicembre 2024

Pacchetti

La solita manciata di esempi di articoli dedicati agli inserzionisti pubblicitari sui due maggiori quotidiani italiani. Il brand di gioielli Van Cleef & Arpels ha ottenuto un articolo su Repubblica di sabato, dopo avere acquistato diverse pagine pubblicitarie nei giorni precedenti (le ultime del giornale, più costose). Era successa la stessa cosa sul Corriere della Sera la settimana prima.
Invece sul Corriere stesso l’azienda Fontana Milano 1915, che compra spesso pagine pubblicitarie sul giornale, ne ha acquistate ben quattro sull’edizione di venerdì e altrettante su quella di domenica, ed era stata celebrata in un articolo il sabato precedente. Mentre il CEO di Philip Morris Italia è stato intervistato sul Corriere di oggi, domenica, dopo che la sua azienda aveva acquistato una pagina di pubblicità sabato.


domenica 1 Dicembre 2024

Che sarà mai

In un incontro al Senato tra politici e grandi editori di giornali, giovedì, alcuni di questi hanno chiesto maggiore sostegno pubblico al business dei giornali in crisi e incentivi a maggiori concentrazioni nei grandi gruppi. Andrea Riffeser, presidente della federazione degli editori (e proprietario del gruppo che pubblica tra gli altri i quotidiani NazioneGiorno Resto del Carlino), ha chiesto – lo ha riferito un articolo del Corriere della Sera – di “rivedere i limiti di tiratura Agcom del 20% sulla concentrazione dei giornali”, riprendendo una proposta di Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera stesso. Ovvero quella di consentire agli editori di possedere quote del mercato dell’informazione maggiori di quelle previste dall’attuale legge per garantire il pluralismo dell’informazione e proteggere il sistema democratico. Secondo Riffeser invece «se un gruppo editoriale arriva al 30-35% non muore mica la democrazia».


domenica 1 Dicembre 2024

Il garante ha da ridire

Il garante per la privacy ha pubblicato una comunicazione allarmata sui rischi dell’accordo annunciato due mesi fa tra il gruppo GEDI e la società OpenAI che si occupa di intelligenza artificiale. Secondo il garante dare a OpenAI l’accesso e la libertà di utilizzo dei contenuti delle testate di GEDI (Repubblica Stampa sono le due principali) – come GEDI intende fare in cambio di un compenso economico – “potrebbe verosimilmente violare le disposizioni di cui agli artt. 9, 10, 13, 14 e del Capo III del Regolamento”. GEDI ha risposto che i contenuti oggetto dell’accordo sono contenuti giornalistici pubblici e la loro cessione non implicherebbe ulteriori rivelazioni di dati sensibili.
La questione è un elemento di un dibattito internazionale che – tra molte sfumature – ha finora opposto due scelte diverse da parte delle aziende giornalistiche: quelle che hanno accolto le offerte economiche e di promozione da parte di OpenAI per cedere i propri contenuti e quelle che hanno scelto finora di opporsi, anche molto vivacemente (il New York Times ha una grossa causa in corso con OpenAI a proposito dell’utilizzo non autorizzato dei suoi contenuti).


domenica 1 Dicembre 2024

Un po’ di dati sui quotidiani locali

Per completare i resoconti che pubblichiamo ogni mese intorno ai dati di diffusione dei quotidiani italiani di carta, questa settimana ci occupiamo con maggiore attenzione dei quotidiani locali: ovvero quelli che hanno una distribuzione limitata al massimo a poche regioni. Tra questi ci sono casi molto diversi tra loro: testate locali ma di città molto grandi e assai più piccole, giornali che servono numeri diversi di province, o anche più regioni.
Ricordiamo che quello che consideriamo è il dato più significativo e più paragonabile, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate in offerta con altre testate con accordi specifici, e che ADS non indica come distinte).

Di seguito i primi venti giornali locali in Italia per diffusione media quotidiana a settembre, con la differenza rispetto a un anno prima tra parentesi:
Resto del Carlino (Bologna): 47.917 (-12,6%)
Messaggero (Roma): 43.031 (-10,5%)
Gazzettino (Venezia): 32.138 (-8,5%)
La Nazione (Firenze): 31.888 (-13,4%)
Dolomiten (Bolzano): 27.105 (-7,3%)
Messaggero Veneto (Udine): 22.934 (-10,9%)
Unione Sarda (Cagliari): 21.807 (-8,4%)
Eco di Bergamo: 19.703 (-10,9%)
Secolo XIX (Genova)19.320 (-13,8%)
Giornale di Brescia: 18.397 (-8,9%)
Nuova Sardegna (Sassari): 17.605 (-9,6%)
Gazzetta di Parma: 16.712 (-6,7%)
Adige (Trento): 16.124 (-11,2%)
Tirreno (Livorno): 16.076 (-14,9%)
Mattino (Napoli): 15.882 (-5,9%)
Arena (Verona): 15.635 (-11,2%)
Giornale di Vicenza: 14.743 (-9,2%)
QN-Il Giorno (Milano): 14.163 (-12,7%)
Libertà (Piacenza): 12.883 (-5,1%)
Piccolo (Trieste): 10.552 (-15,8%)
Gazzetta di Mantova: 10.217 (-12,0%)

Il calo delle copie vendute dai quotidiani locali è aumentato rispetto ai mesi passati: la perdita annuale media delle prime dieci testate locali a giugno 2024 era del 7%, mentre a settembre è stata del 9,6%. E’ comunque un dato leggermente migliore di quello delle testate nazionali, la cui perdita annuale media è attorno al 10%.
Le perdite del Tirreno, quotidiano di Livorno, continuano a essere peggiori della media, ma sono migliorate rispetto ai mesi precedenti, mentre non si è visto nessun miglioramento nel drastico calo della Provincia, il giornale di Como, Lecco e Sondrio che questo mese ha registrato una perdita annuale media del 34,8%.
La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari è l’unica testata locale a mostrare una crescita annuale (+15%), anche se in modo più contenuto rispetto al mese scorso. Nonostante la crisi che il quotidiano di Bari sta affrontando negli ultimi anni, il calo di vendite si è fermato a giugno, cioè da quando la Gazzetta del Mezzogiorno e la Gazzetta dello Sport sono vendute assieme al prezzo di una.
Si è fermata invece la crescita del Tempo di Roma, che questo mese ha perso quasi il 3% delle copie vendute rispetto all’anno scorso.
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali, l’ordine delle prime dieci testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per alcune testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: l’ Eco di Bergamo ne dichiara quasi 6mila, mentre la Provincia più di 2mila). Anche per le testate locali i progressi sono molto limitati.
Tra parentesi gli abbonamenti guadagnati o persi questo mese.

Gazzettino: 5.583 (-43)
Il Messaggero: 5.328 (-132)
Adige: 4.175 (-342)
Dolomiten: 2.528 (-21)
Giornale di Brescia: 2.411 (-104)
Nuova Sardegna: 2.010 (-31)
Arena: 2.001 (+18)
Giornale di Vicenza: 1.918 (+9)
Messaggero Veneto: 1.889 (+11)
Secolo XIX: 1723 (+91)
Unione Sarda: 1.665 (-88)
Alto Adige: 1.558 (-3)

Dolomiten è il giornale che in Italia riceve più contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti.
Nel caso dei giornali locali però, gli abbonamenti digitali rappresentano – con la sola eccezione dell’ Adige – una percentuale molto più piccola delle copie vendute rispetto ai giornali nazionali. Per esempio gli abbonamenti digitali del Gazzettino, il giornale locale con il maggior numero di abbonamenti, rappresentano il 17% di tutte le copie vendute, mentre per il Corriere della sera questa percentuale sale quasi fino al 28%.


domenica 1 Dicembre 2024

L’editore riattacca

Oliver Darcy, ex giornalista di CNN che prima dell’estate ha creato una propria newsletter sui media molto seguita nelle redazioni statunitensi, ha raccontato una sua conversazione telefonica con l’editore del Los Angeles Times, Patrick Soon-Shiong. Soon-Shiong era stato molto criticato alla fine di ottobre per la sua decisione di non pubblicare un endorsement del giornale a favore di Kamala Harris, prima che una simile decisione presa dall’editore del Washington Post mettesse la sua in secondo piano. In entrambi i casi le critiche hanno alluso a un’intenzione degli editori di attenuare l’aggressività polemica dei loro giornali nei confronti di Donald Trump, e Darcy ha chiamato Soon-Shiong per chiedergli conto di un’altra scelta che sembra andare in questo senso, ovvero l’ipotesi di promuovere nella redazione che cura gli editoriali del Los Angeles Times Scott Jennings, un discusso sostenitore di Donald Trump, di comprovata faziosità e accusato da Darcy di “disonestà”. Ma dopo una conversazione animata tra Darcy e Soon-Shiong, rivelatrice di un’insofferenza di quest’ultimo per le critiche suddette, la telefonata è stata chiusa bruscamente e con irritazione.


domenica 1 Dicembre 2024

Cosa fanno i poligrafici

Due settimane fa abbiamo riferito che l’editore SAE aveva deciso di trasferire a Sassari 35 poligrafici del quotidiano il Tirreno, per ragioni di riduzioni dei costi (SAE possiede a Sassari un altro quotidiano, La Nuova Sardegna). I poligrafici sono una categoria che ha subito molto la crisi del settore giornalistico, ma il loro lavoro è raramente spiegato nelle notizie che li riguardano. E oggi più che una professione precisa è una forma contrattuale che viene assegnata a ruoli anche molto diversi tra loro all’interno dei giornali.
Prima del digitale erano inquadrati con un un contratto da poligrafico tutti coloro che non svolgevano un’attività giornalistica all’interno della redazione. I poligrafici però erano soprattutto coloro che permettevano di “tradurre in piombo” il giornale, cioè di impaginarlo e farlo stampare, stabilendo la disposizione dei testi, delle foto e dei titoli su ogni pagina: si trattava di un lavoro che richiedeva delle precise conoscenze tecniche. Ma con l’introduzione delle banche dati fotografiche e dei software di impaginazione digitale le redazioni sono diventate più autonome.

Oggi i poligrafici svolgono compiti diversi tra loro e anche variabili a seconda dei giornali. In alcune redazioni sono inquadrati con contratti da poligrafici i dipendenti che lavorano nell’ufficio di diffusione, dove è gestita la distribuzione dei giornali, mentre altri sono impiegati amministrativi o che lavorano in segreteria di redazione. Altri ancora lavorano nell’area di preparazione del giornale, dove i poligrafici svolgono il lavoro che è loro più tradizionalmente associato: si occupano di elaborare graficamente gli articoli dei giornalisti, disporre le immagini, i titoli, le didascalie e le pubblicità, preparare il “timone” – cioè la scansione delle pagine del giornale – e inviare al centro stampa il PDF del quotidiano quando è pronto. I poligrafici che lavorano in una redazione spesso si occupano di più giornali del medesimo gruppo editoriale: per esempio, i poligrafici protagonisti ora delle notizie sul Tirreno sono quelli che si occupano anche della Nuova Ferrara, della Gazzetta di Modena e della Gazzetta di Reggio .

In altre redazioni invece si richiede ai poligrafici di svolgere mansioni aggiuntive che a volte si avvicinano molto al lavoro e alle competenze giornalistiche, come la creazione di infografiche o il lavoro di ricerca e documentazione al servizio dei giornalisti, oppure più pratiche come il trasferimento dei contenuti dal giornale cartaceo al sito web, la gestione dei necrologi o persino il servizio al centralino. In alcuni casi queste mansioni sono state assegnate con la perdita di importanza di quelle più tradizionali di alcuni dipendenti, per riconvertirli.
A volte i poligrafici lavorano fuori dalle redazioni, nei centri stampa predisposti dai grandi gruppi editoriali per preparare graficamente e stampare tutte le proprie testate.
Oltre alle nuove tecnologie che hanno reso necessario un numero sempre minore di poligrafici, la quasi scomparsa del ruolo originario è dovuto anche al suo alto costo contrattuale, dato che per decenni i poligrafici sono stati una categoria molto sindacalizzata e decisiva, che ha ottenuto quindi contratti più vantaggiosi rispetto ai grafici (che nelle redazioni oggi svolgono mansioni molto simili). Per questo oggi nei giornali si tende a inquadrare piuttosto con un contratto da grafico chi abbia quelle competenze e funzioni.


domenica 1 Dicembre 2024

Lasciare Parma non è facile

GEDI vorrebbe chiudere l’edizione locale di Repubblica di Parma, che è un’edizione solo online creata nel 2008 e che oggi è gestita da un giornalista con alcuni collaboratori. Il progetto ebbe due aspetti importanti, uno locale e uno generale: il primo fu di mettersi in competizione con il tradizionale quotidiano cittadino, la Gazzetta di Parma, che esiste da tre secoli, è controllata dall’Unione degli industriali locale e ha posizioni più conservatrici; il secondo fu di andare in una direzione rara per le grandi aziende giornalistiche italiane, ovvero di privilegiare il web rispetto alla carta.
Il progetto di chiusura è stato contestato dal Comitato di redazione di Repubblica – che ha alluso ai buoni risultati di progetti locali da parte del network Citynews e in scala minore del Corriere della Sera – e anche dal sindaco di Parma.

“Care colleghe e cari colleghi,
nei giorni scorsi in un incontro con azienda e direzione è stata paventata la chiusura della redazione di Repubblica Parma e il mancato rinnovo contrattuale del collega Francesco Nani, che vi lavora dal 2008 – cioè da quando è stata aperta – e che oggi è responsabile della pagina online.
Nel motivare questa ipotesi, da parte del management si è sconfessata la ratio della creazione della pagina stessa. Fatto decisamente curioso, se si pensa che in Italia esistono invece esperimenti di successo legati al network di siti di notizie locali; e se si pensa che il nostro principale concorrente sembra perseguire una logica opposta, con l’apertura di pagine dedicate alla cronaca da città minori.
I dati della raccolta pubblicitaria su Parma, per quanto ci consta, ammontano ad una cifra che ripaga i costi di gestione della pagina, che oltre a Nani si avvale della collaborazione di un fotografo a partita Iva e due collaboratrici che si dividono 600 euro lordi al mese.
La nostra preoccupazione è che una logica aziendale legata soltanto al contenimento dei costi colpisca oggi Parma e domani altri settori del giornale senza tenere conto dell’importanza e del valore dell’informazione di qualità, diffusa e radicata sul territorio. Come sottoscritto nell’ultimo piano di riorganizzazione siglato con azienda e direzione, le redazioni locali “rappresentano parte rilevante dell’identità di Repubblica e della sua vocazione di unico vero grande quotidiano diffuso sull’intero territorio nazionale”.
Nel 2017 la nostra redazione, con il Cdr di allora, pretese e ottenne il mantenimento in vita di Repubblica Parma e crediamo sia necessario anche stavolta far sentire la nostra voce. Ci viene chiesto un impegno giornalistico che spesso va al di là del normale orario di lavoro, e nessuno si è mai tirato indietro. Ci sono stati chiesti sacrifici collettivi come redazione, non ultimo il nuovo ed ennesimo piano di prepensionamenti, e anche in questo caso abbiamo risposto con il consueto senso di responsabilità e attaccamento alla nostra comunità.
Continuiamo quindi a chiedere un rilancio di Repubblica, sulle varie piattaforme, e degli investimenti seri, concreti, per fare e offrire più giornalismo di qualità, non di meno. La strada dei tagli e delle dismissioni finora perseguita, lo dimostrano i fatti, rischia di essere senza ritorno.
Ci auguriamo che anche la direzione da poco insediata si mostri attenta a questa sollecitazione, certi che già in partenza non voglia né possa avallare una scelta che anche all’esterno darebbe inequivocabilmente un messaggio negativo.
Buon lavoro
Il Cdr”


domenica 1 Dicembre 2024

Israele e Haaretz

Haaretz è un quotidiano israeliano con una storia e un ruolo unico, dentro a un paese già unico. Non è il giornale più letto nel paese, ma è quello con maggiore autorevolezza internazionale e nella sua storia ha sempre sostenuto posizioni progressiste e favorevoli a ipotesi di accordi con la popolazione palestinese e i suoi rappresentanti, pur difendendo sempre con fermezza l’esistenza di Israele e la sicurezza dei suoi abitanti. Nel contesto di quello che è successo nell’ultimo anno Haaretz si è opposto sempre più aggressivamente alle scelte del governo Netanyahu e la settimana scorsa il governo ha deciso ritorsioni commerciali contro il giornale. Un articolo del Post ha raccontato sabato sia Haaretz che il confronto attuale.

“Haaretz è stato l’unico importante giornale israeliano a raccontare gli effetti della guerra, le sofferenze dei civili e i crimini dell’esercito israeliano. Per questo da mesi è l’oggetto di una campagna di denigrazione e di attacchi da parte del governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, di estrema destra, che negli scorsi giorni si è concretizzata in sanzioni dirette”.


domenica 1 Dicembre 2024

Charlie, una newsletter choc

È piuttosto illuminante, rispetto alla lentezza del sistema dei giornali tradizionali italiani nell’adeguarsi ai cambiamenti ormai avvenuti e stabilizzati in molti altri paesi, che il capo degli editori italiani abbia detto questa settimana, siamo a novembre del 2024, che serve “avviare una transizione tra carta e digitale”.
In un contesto assai conservatore e ostile all’innovazione come è quello italiano in ogni settore, l’approccio delle grandi testate giornalistiche è stato per molti anni – e in buona parte è ancora – di considerare le proprie versioni online non come uno spazio nuovo e preminente dove trasferire e promuovere il proprio lavoro giornalistico ma come dei contenitori di ammassi di articoli sbrigativi e di informazioni più frivole e volatili destinate a un pubblico immaginato di bocca assai buona. E l’idea che la carta sia la destinazione più auspicabile del lavoro giornalistico rispetto al web continua a sopravvivere in molte redazioni e in molte teste.
Il risultato è stato da una parte l’alimentazione di un circolo vizioso per cui il pubblico dei siti web è stato abituato a una produzione di più bassa qualità, a linguaggi scandalistici e infantili, e a priorità di informazione assai distanti dai nobili obiettivi che il giornalismo proclama di avere. E dall’altra che quello scadimento di linguaggi e priorità ha finito per traboccare all’indietro nei giornali di carta, che ne sono stati contagiati, decidendo di adeguarsi e adottarli loro stessi. Un caso palese ed esemplare è questo titolo su un grande quotidiano, venerdì, costruito con la più tipica formulazione da clickbait (attirare la curiosità ed enfatizzare la notizia – “choc” -, ma omettendo di darla) anche in un contesto come un giornale di carta in cui non c’è niente da cliccare.

Fine di questo prologo.


domenica 24 Novembre 2024

Un errore

La settimana scorsa abbiamo erroneamente attribuito la direzione del sito Lettera43 a Paolo Madron, che invece l’ha lasciata cinque mesi fa a Francesca Buonfiglioli, rimanendo editore della testata.


domenica 24 Novembre 2024

Ascesa e declino di Millionaire

Il giornalista del Sole 24 Ore Simone Filippetti ha pubblicato il mese scorso sul suo blog una ricostruzione molto critica delle vicende finanziarie e societarie della rivista Millionaire, un mensile economico che ebbe un periodo di protagonismo e visibilità alla fine del secolo scorso, nel contesto dei successi della cultura legata ai risultati di borsa e alle carriere da “Wall Street”. L’attuale editore ha risposto contestando gran parte dell’articolo.


domenica 24 Novembre 2024

Tempi duri per le edicole, e simili

Chi visita le città degli Stati Uniti ha presenti i distributori di giornali tipici del peculiare sistema di acquisto dei quotidiani di carta in quel paese, che è sempre stato affidato in gran parte agli abbonamenti e in parte al ritiro presso i suddetti apparecchi, con una limitatissima presenza di rivendite dei giornali (o di edicole) rispetto alle consuetudini italiane. Con la crisi di diffusione dei giornali di carta, anche i distributori posizionati sui marciapiedi sono da tempo in declino, e l’amministrazione di New York ha approvato di semplificare i tempi della loro rimozione quando diventano inutilizzati e danneggiati.


domenica 24 Novembre 2024

Scioccherelli

Nella sua rubrica sul quotidiano Repubblica lo scrittore Michele Serra commenta spesso polemicamente alcune derive dei giornali italiani, riferendosi a volte implicitamente anche a Repubblica stessa. È successo di nuovo oggi, con una critica nei confronti dell’eccessiva attenzione alle sciocchezze passeggere che vengono pubblicate sui social network, e in particolare a un post su Instagram a cui diversi giornali – tra cui Repubblica – avevano dedicato articoli nei giorni precedenti.

“Possibile che un post scioccherello, invece di scomparire tra milioni di suoi simili, sollevi addirittura un dibattito, con intervento dei partiti e rimbalzo immediato nei siti dei giornali nazionali?
Più in generale: la costante promozione a “caso”, sui media, della ciancia social, è oramai irreversibile o si può fare ancora qualcosa per evitare che ogni scortesia o fesseria o grossolanità, di destra e di sinistra, diventi immeritatamente un titolo di giornale?”.


domenica 24 Novembre 2024

Pacchetti

Un paio dei quotidiani esempi di sovrapposizioni tra contenuti “redazionali” e pubblicitari sul Corriere della Sera in questi ultimi giorni: l’azienda di gioielli Van Cleef & Arpels ha comprato una pagina pubblicitaria venerdì e ottenuto un articolo di una pagina sabato. La Fondazione Guido Carli promuove i suoi convegni con frequenti inserzioni a pagamento, come giovedì, e riceve frequentemente, come sabato, articoli sui convegni suddetti.


domenica 24 Novembre 2024

Imitare quelli bravi

Jennifer Rubin, opinionista del Washington Post, ha scritto una celebrazione di ProPublica, autorevole e ormai longevo sito famoso soprattutto per le sue inchieste giornalistiche, per i suoi reportage sul campo e per la sua natura di non profit. Secondo Rubin ProPublica è un esempio di conservazione delle priorità del giornalismo tradizionale capace di garantirsi il sostegno dei lettori attraverso un abbonamento.
A margine, è interessante – visto da qui – come il Washington Post ospiti un articolo di commento che è un elogio delle qualità di una testata concorrente e un auspicio che siano imitate.

“Posso solo sperare, per il bene della nostra democrazia, che ProPublica crei delle emulazioni e generi competizione che sproni le aziende for-profit a diventare una migliore versione di sé stesse”.


domenica 24 Novembre 2024

E anche ad Askanews niente di buono

I giornalisti dell’agenzia di stampa Askanews hanno approvato un piano di prepensionamenti deciso dall’azienda per attenuare la propria crisi, ma con un comunicato molto severo nei confronti della gestione economica ed editoriale:

“L’assemblea dei giornalisti di Askanews approva con senso di responsabilità l’accordo sui prepensionamenti, in quanto fondamentale per evitare, ancora una volta, il dissesto dell’azienda. Tuttavia denuncia la totale assenza di garanzie e impegni per il futuro da parte aziendale, a fronte di un ennesimo consistente sacrificio della redazione.
I giornalisti di Askanews da 12 anni non lavorano a stipendio pieno e negli ultimi quattro anni di procedura concordataria hanno tenuto in piedi l’azienda e contribuito a rimborsare i creditori, a differenza delle altre articolazioni aziendali, riducendosi volontariamente i salari con un part-time generalizzato. Nel frattempo, le condizioni di lavoro sono peggiorate, nell’assenza totale di investimenti, con sedi e dotazioni informatiche inadeguate.
Parallelamente, e pur in presenza di concordato, sono cresciute fortemente le spese aziendali per consulenze e partite Iva, mentre tra i redattori, ormai da anni, compaiono figure che non ci risulta abbiano mai lavorato un giorno per Askanews.
L’azienda continua a non assumersi alcun impegno a contenere l’aumento delle spese, nonostante la redazione abbia scioperato contro il progetto di pesantissimi tagli al costo del lavoro giornalistico che era stato avanzato come unica soluzione per rimettere in sesto in bilancio aziendale. Solo grazie alla protesta dei giornalisti e all’intervento deciso del Governo il disegno aziendale è stato ridimensionato alla portata attuale.
Questo piano di prepensionamenti è l’ultima chiamata per un’azienda che non ha saputo inventarsi nulla per sopravvivere e crescere e ora deve rivedere profondamente il suo modello di gestione per valorizzare finalmente il prodotto giornalistico.
Tuteleremo con ogni mezzo il nostro lavoro e la nostra professionalità. A cominciare dalla conferma dello stato di agitazione già proclamato”.


domenica 24 Novembre 2024

Giustizia, un po’, dopo tanto

C’è stato un altro sviluppo, nel Regno Unito, contro una delle testate coinvolte ormai più di dieci anni fa nello scandalo delle informazioni sulle celebrities ottenute con metodi illegali (che portò alla chiusura del tabloid News of the world). Il Daily Mirror ha acconsentito a un risarcimento e a una dichiarazione di scuse nei confronti dell’ex calciatore della nazionale inglese di calcio Kieron Dyer. L’azienda editrice del Mirror ha ammesso di avere intercettato la segreteria telefonica di Dyer e di avere assunto un investigatore privato per sorvegliarlo tra il 2003 e il 2005. Molti casi del genere sono ancora aperti presso i tribunali britannici.


domenica 24 Novembre 2024

Il Guardian sciopera per tenersi l’Observer

I giornalisti del quotidiano inglese Guardian e della sua edizione domenicale Observer hanno deciso di scioperare per due giorni, il 4 e il 5 dicembre, contro il progetto di vendita dell’ Observer di cui si parla da due mesi, e che la proprietà ha annunciato come l’unica soluzione possibile per non dover fare interventi più drastici. Sarebbe il primo sciopero delle due redazioni da decenni.
L’acquirente interessato all’ Observer è il gruppo Tortoise Media, una startup ambiziosa che produce un sito di news, newsletter, podcast e altri prodotti giornalistici, e il cui più noto fondatore è James Harding, ex direttore di BBC News e del Times (l’altro è Matthew Barzun, imprenditore digitale ed ex ambasciatore statunitense nel Regno Unito). Ma sia all’interno di Guardian Observer che nel mondo del giornalismo e della cultura britannici ci sono state molte proteste e preoccupazioni per la storia dell’ Observer e per le sue prospettive fuori da un contesto solido come quello di Guardian Media.


domenica 24 Novembre 2024

Strascichi Tech

Riccardo Luna, giornalista che era stato direttore e creatore dell’edizione italiana del mensile Wired e poi direttore dell’agenzia AGI, non sarà più direttore delle sezioni trasversali online di Stampa Repubblica dedicate alla tecnologia e all’ambiente, quelle che si chiamano “Italian Tech” e “Green & Blue”. Lo sostituirà Federico Ferrazza, che era già stato il suo successore a Wired, giornale che dirigeva fino a oggi.
Il ruolo di Luna era collegato alla crisi di due mesi fa che aveva portato alla sostituzione del direttore di Repubblica Maurizio Molinari con Mario Orfeo: Luna era stato negli anni passati il responsabile e coordinatore dell’evento torinese “Italian Tech Week”, prima che quest’anno l’organizzazione fosse invece affidata a una società esterna, che senza la sua mediazione aveva fatto richieste giudicate inaccettabili dalla redazione. Ne erano seguiti uno sciopero di due giorni, un fallimento delle iniziative promozionali legate all’evento, una forte irritazione dell’editore, la sostituzione del direttore che non aveva saputo evitare la crisi e ora l’uscita di Luna, sulle cui modalità il comunicato di GEDI si è limitato a dire che “ringrazia Riccardo Luna”.


domenica 24 Novembre 2024

A Oggi non va bene

Al settimanale Oggi ci sono conflitti tra il direttore e parte della redazione: questa settimana è stato licenziato il vicedirettore Roberto Beccaria, da vent’anni al giornale e responsabile della parte digitale, e in molti hanno protestato, arrivando a un voto di sfiducia a maggioranza nei confronti del direttore Andrea Biavardi.
Le cose si sono messe storte a Oggi quando all’inizio di luglio il direttore Carlo Verdelli – molto amato all’interno della redazione e molto stimato tra i giornalisti italiani – ha deciso di dimettersi dopo due anni non ritenendo di ricevere dall’editore Urbano Cairo (Oggi appartiene al gruppo RCS, quello del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport) sufficienti risorse e sostegno per produrre il newsmagazine che avrebbe voluto fare. In effetti le inclinazioni dell’editore sono sempre state verso giornali più popolari ed economici, e la sua scelta è stata infatti di rimpiazzare Verdelli con Biavardi, che aveva diretto riviste assai varie di argomenti di minore attualità giornalistica, da For men magazine, a Men’s Health Vera, a In viaggio, e più di recente Airone fino alla sua chiusura, e poi Giallo (che negli stessi due anni ha perso il 30% delle copie), oltre ad avere ottenuto una visibilità televisiva partecipando a programmi di intrattenimento e di cronaca, e ad aver scritto il libro Sbuccia il maschio.

Un voto di sfiducia nei confronti del direttore da parte della redazione non ha nessuna conseguenza formale o pratica, ma ha il valore di un messaggio di forte critica e delusione.
“Con questa mozione la redazione ha voluto esprimere il proprio sconcerto per una decisione, comunicata dall’azienda e dalla direzione, che non appare giustificata da reali necessità organizzative e che, anzi, pregiudica il funzionamento del sito Oggi.it. Le giornaliste e i giornalisti di Oggi denunciano inoltre che a quattro mesi dal suo insediamento il direttore non ha ancora illustrato un piano sullo sviluppo digitale della testata. E ribadiscono l’urgenza di investimenti per il sostegno del giornale in tutte le sue estensioni, chiedendo con forza l’annullamento del licenziamento e il reintegro immediato del collega Roberto Beccaria”.

Anche il Comitato di redazione dei periodici RCS si è unito alla protesta:
“Il Comitato di redazione segnala inoltre la politica contraddittoria applicata ai Periodici da RCS Mediagroup in dieci anni in cui ha fatto ricorso in modo pressoché ininterrotto ad aiuti statali, costringendo gli impiegati e giornalisti a stati di crisi continui, con alternanza di cassa integrazione e solidarietà per risparmi e sedicenti ristrutturazioni, che – come motivazione ufficiale – puntavano allo sviluppo digitale. Con quale risultato? Decapitare il web di uno dei settimanali di punta, senza peraltro mostrare piani di progetti diversi. Una decisione che la dice lunga sulle intenzioni dell’azienda di investire in innovazione. Quello a cui si assistite infatti è un progressivo slittamento della gestione dei social verso il settore del marketing che a sua volta appalta ad aziende esterne la produzione di contenuti.
Il Comitato di redazione stigmatizza inoltre con forza il comportamento e la strategia miope del presidente Urbano Cairo che nel veloce cambio di direttori degli ultimi tre anni ha fatto vacillare la forza di una testata storica come OGGI, un settimanale che porta redditività al gruppo grazie al lavoro delle giornaliste e dei giornalisti della testata” 
.

L’editore ha confermato “la decisione di natura organizzativa assunta su richiesta del Direttore e ribadisce che tale decisione nasce dall’esigenza di razionalizzare la struttura direttiva, unificando la responsabilità delle versioni cartacea e digitale del settimanale Oggi” .


domenica 24 Novembre 2024

Connivenza col nemico

Nelle redazioni statunitensi – soprattutto in quelle di orientamento più liberal, la maggior parte – si è discusso molto questa settimana di una storia che dimostra ulteriormente come nella politica e nei media americani si stiano scompaginando i criteri più elementari di giudizio, dopo la vittoria elettorale di Donald Trump. La storia sarebbe, in una democrazia serena, che due importanti giornalisti televisivi hanno incontrato il presidente degli Stati Uniti nella sua residenza. Ma gli Stati Uniti non sono più una democrazia serena: il presidente è Donald Trump, col carico di minacce alla democrazia stessa e all’informazione che ha introdotto in questi anni, e i due giornalisti sono stati in questi anni tra i più critici e aggressivi nei confronti di queste minacce, Joe Scarborough e Mika Brzezinski della trasmissione “Morning Joe” della tv MSNBC (una volta chiusero una telefonata in faccia a Trump in diretta).

I due hanno annunciato nella puntata di lunedì di avere incontrato Trump nella sua residenza di Mar-a-Lago, e – considerate le parole che avevano usato nei suoi confronti in questi anni – hanno ricevuto diffusissime accuse di resa e di “bacio dell’anello” sia da parte del loro pubblico (con cali di ascolti del programma nei giorni successivi) che da molti colleghi. Altri li hanno difesi ricordando come l’occasione di una conversazione col presidente eletto dovrebbe essere considerata un successo per chi fa il giornalista. Ma i sostenitori di Trump hanno subito usato a loro volta l’incontro per sostenere come gli antitrumpiani stiano chinando il capo e si stiano rimettendo in riga, e molte altre metafore simili. Scarborough Brzezinski si stanno difendendo da una settimana.


domenica 24 Novembre 2024

Google e i cookie

Secondo il sito Digiday, una delle più importanti testate internazionali sugli argomenti di media e marketing, Google starebbe per comunicare i suoi nuovi criteri di gestione dei cookie sul proprio browser Chrome (che nel frattempo è diventato protagonista di un’altra notizia: la richiesta del Dipartimento di Giustizia statunitense che Google lo venda).
Gli sviluppi sono molto importanti: per farla molto semplice, i cookie sono i file attraverso i quali la pubblicità online viene indirizzata verso i clienti più adatti alle singole inserzioni, a partire dalla storia dei loro comportamenti online. Qualche anno fa Google aveva annunciato un piano per eliminarli da Chrome e sostituirli con meccanismi più rispettosi della privacy degli utenti, e quindi più limitanti per i desideri degli inserzionisti. Insomma, un grosso rischio di diminuzione dei ricavi pubblicitari per tutti i siti web, e anche per gli editori di giornali online. Ma dopo anni di agitazioni e ipotesi, Google ha deciso a luglio di rinunciare al progetto e trovare soluzioni meno drastiche per tutelare la privacy degli utenti di Chrome. Quello che è probabile è che i cookie rimangano ma agli utenti vengano date possibilità più facili e immediate di bloccarne l’uso, ma i dettagli di come questo avverrà sono naturalmente decisivi per capire che valore avrà ancora la pubblicità online.


domenica 24 Novembre 2024

Charlie, due cose ignorate

Questa newsletter raccoglie ogni settimana informazioni le più diverse che aiutino a capire attraverso quali percorsi – non sempre orientati solo da priorità giornalistiche – si formi la conoscenza della realtà di tutti, conoscenza nella quale i giornali continuano ad avere un sostanzioso ruolo. E lo fa riservando a questo spazio iniziale un commento o una riflessione in cui ci prendiamo la responsabilità di un giudizio, e non solo di una spiegazione. E oggi lo sfruttiamo per dire due cose complementari. Una è che le difficoltà economiche dei giornali sono un’attenuante da considerare sempre, nei giudizi, e che Charlie cerca sempre di ricordarla: anche le commistioni che citiamo tra lavoro delle redazioni e richieste della pubblicità vanno sì considerate come una cessione di indipendenza da parte delle redazioni e come uno scadimento della qualità dell’informazione che i lettori ricevono, ma per molte testate quello scadimento serve a pagare anche il lavoro di qualità che in altri spazi sono in grado di offrire.

L’altra cosa è ricordare che però in questi anni abbiamo citato due pratiche, che riguardano il sistema dei giornali italiani, che attenuanti non ne hanno: sono indiscutibili violazioni del principio come è scritto e condiviso. Il sistema dei contributi pubblici ai giornali finanzia tuttora testate in nome di intenzioni – dare possibilità a progetti giornalistici con minori risorse, in nome del “pluralismo” – che vengono poi ingannate. Tra i giornali che ricevono quei cospicui contributi ce ne sono diversi per cui il rispetto dei criteri è solo formale e le cui risorse e opportunità economiche sono le stesse – e a volte maggiori – di molte testate che quei contributi non li ricevono. Con rilevante distorsione della concorrenza, permessa da un sistema spartitorio tra i partiti in parlamento, che quasi tutti hanno interessi più o meno limpidi a mantenere il sostegno a un’azienda giornalistica o a un’altra.

L’altra violazione, palese e divenuta la norma nei maggiori quotidiani italiani, è quella della trasparenza della natura dei contenuti pubblicitari, di modo che i lettori possano sapere se quei contenuti – e i loro giudizi, pareri, suggerimenti – derivano da autonome scelte giornalistiche o da una legittima necessità commerciale del giornale. Ci sono codici etici condivisi dall’Ordine dei giornalisti, nientemeno, che lo imporrebbero.
Non si vede in giro nessuno che abbia a cuore né l’uso dei soldi pubblici, né il rispetto della concorrenza, né quello dei lettori e della buona informazione, e ponga – in parlamento o nelle istituzioni giornalistiche – queste due trasgressioni ai principi enunciati. Quindi ciclicamente le ricordiamo qui: chissà che un giorno.

Fine di questo prologo.


domenica 17 Novembre 2024

Limitarsi

In apertura della puntata di venerdì del podcast del Post Morning, Francesco Costa ha commentato la sfuggente risposta del giornalista del Corriere della Sera Aldo Grasso a una lettera che chiedeva la rettifica di un’informazione sbagliata. Interpretando in modo piuttosto limitato il proprio ruolo di giornalista, Grasso ha risposto di avere letto l’informazione sbagliata su altre testate. Al momento la versione online dell’articolo non è stata corretta.


domenica 17 Novembre 2024

Fino a quando poi succederà

Le ipotesi di vendita del quotidiano Repubblica formulate dal Giornale proseguono, per ora senza nessuna conferma: quella di sabato anzi era già smentita nell’articolo dal presunto interessato all’acquisto, l’imprenditore Brunello Cucinelli. La citiamo perché comunque un’intenzione dell’editore GEDI di sondare opportunità di cessione del giornale invece esiste.


domenica 17 Novembre 2024

I dati del Corriere della Sera

Nel presentare il suo rendiconto dei primi nove mesi del 2024, la società RCS che pubblica il Corriere della Sera ha annunciato che il giornale avrebbe raggiunto alla fine di settembre i 645mila abbonati: sono ufficialmente certificati 100mila abbonamenti – comprese le copie scontate e gratuite – all’edizione digitale del giornale, quindi i rimanenti dovrebbero essere abbonamenti ai contenuti del solo sito web. I risultati economici presentati dal gruppo RCS sono complessivamente positivi: l’amministratore delegato Urbano Cairo ha ricordato che da quando è diventato socio di maggioranza sono stati distribuiti ai soci 145 milioni di dividendi.

“L’EBITDA dei primi nove mesi del 2024 è positivo per 91,4 milioni in miglioramento di 9,3 milioni rispetto al pari periodo del 2023 (pari a 82,1 milioni). Tutte le aree di attività hanno registrato un miglioramento dei margini, in particolare per le aree Quotidiani Italia e Unidad Editorial il miglioramento dell’EBITDA è principalmente riconducibile alla crescita dei margini da diffusione dei prodotti digitali, oltre che alla riduzione dei costi, in 13 particolare delle materie prime (carta)”.

Il sito Professione Reporter ha preso spunto dal rendiconto per riassumere la genesi dell’enorme crescita del debito di RCS (oggi diminuito drasticamente), fino a dieci anni fa.


domenica 17 Novembre 2024

Forbes a pagamento

Sul Fatto di mercoledì un articolo di Selvaggia Lucarelli riferiva la sua conversazione col direttore dell’edizione italiana della rivista Forbes, a proposito dell’inserimento a pagamento di ristoranti in una guida offerta dalla rivista stessa e non presentata come un’operazione pubblicitaria. Forbes è pubblicato dal gruppo editoriale BFC Media, quello che aveva acquistato anche il prestigioso settimanale L’Espresso dall’editore GEDI, prima di cederlo a sua volta. BFC appartiene all’imprenditore Danilo Iervolino. La stessa edizione americana è in crisi da tempo e la sua autorevolezza è assai scaduta da quando ha orientato molta della sua produzione verso offerte di promozione a pagamento di aziende diverse.


domenica 17 Novembre 2024

Di necessità virtù

A maggio di quest’anno è uscito in Francia il primo numero di una nuova rivista cartacea che si chiama Vieux (“Vecchi: il giornale che tutti finiremo per leggere”). Progetto interessante perché trasforma quello che abitualmente è considerato un limite commerciale per i giornali – l’invecchiamento della popolazione e dei loro lettori – in una condizione di fatto e in un’opportunità (negli Stati Uniti la rivista a maggiore diffusione nazionale è da anni quella di un’organizzazione dedicata agli anziani). E in Francia negli ultimi anni hanno trovato spazio molte nuove riviste a frequenza più rarefatta e dai formati e materiali solidi ed eleganti.

Vieux è stata fondata dall’attore francese settantenne Antoine de Caunes e fa parte del gruppo editoriale CMI France di proprietà dell’imprenditore ceco Daniel Křetínský, una figura importante nell’editoria europea, che è stato azionista del quotidiano Le Monde, ha dato un cospicuo e prezioso prestito al quotidiano Libération, e ha di recente acquisito la proprietà del gruppo editoriale francese Editis (era stato anche in trattative per l’acquisto del Foglio in Italia). Presentando l’uscita della rivista, de Caunes ha spiegato che l’intenzione è “fare un passo indietro” rispetto a un mondo che valorizza la gioventù e riflettere sulla vecchiaia con ironia creando un dialogo tra generazioni. La rivista contiene approfondimenti di politica e di cultura da più punti di vista (nel primo numero c’è un dibattito sul clima tra un ex ministro dell’ambiente e una giovane attivista per l’ecologia), prese di posizione su temi sociali importanti come l’eutanasia, consigli di salute e cosmetica, pagine di letteratura e cinema e in fondo una sezione di giochi. Lo spazio maggiore è dedicato a riflessioni umoristiche o filosofiche sulla vecchiaia.
La rivista è trimestrale e costa 7,90 euro. Nei primi numeri pochissime pagine sono dedicate a inserti pubblicitari.

(ne aveva scritto in Italia il quotidiano Domani)


domenica 17 Novembre 2024

Fare due più due, ed esce cinque

All’inizio della settimana è circolata molto sui social network una storia raccontata in un articolo della Stampa (un utile esempio di come “informarsi sui social network” non sia in opposizione a “informarsi sui giornali”, e di come i secondi influenzino tuttora l’informazione che circola sui social network): la storia di un treno partito da Roma in anticipo di 50 minuti rispetto all’orario previsto.
Al di là del dibattuto merito della questione, un dettaglio è interessante per questa newsletter e per la comprensione dei funzionamenti dei giornali. Molti siti giornali che hanno ripreso la storia l’hanno attribuita al “giornalista della Stampa Salvatore Settis” (il Corriere della Sera persino sulla sua prima pagina), considerando evidentemente che l’autore di un articolo pubblicato sulla Stampa dovesse essere un “giornalista della Stampa“. Ma Salvatore Settis è uno dei più importanti storici dell’arte italiani, già direttore della Scuola Normale di Pisa e titolare di altri ruoli importanti nel suo settore: che si è trovato a poter raccontare quella storia da testimone, e da mancato passeggero del treno in questione, e la cui riconoscibilità era confermata da una citazione nel suo articolo di un “gruppetto di Accademici dei Lincei”.
Ma nel suo piccolo, il mancato riconoscimento di Settis in molti articoli che lo citavano (sottolineato da un commento nell’edizione pisana del Tirreno) mostra i rischi di “unire i puntini” con rapporti causali inesatti, frequente anche in casi più importanti di questo.


domenica 17 Novembre 2024

Le intimidazioni preventive di Trump

Gli avvocati di Donald Trump avevano inviato prima delle elezioni una serie di minacce legali ad alcuni dei principali media statunitensi, tra cui il New York Times, il Washington Post, la redazione televisiva CBS News e la casa editrice Penguin Random House, mentre il sito di notizie Daily Beast ha ricevuto delle minacce simili da parte degli avvocati di Chris LaCivita, co-direttore della campagna elettorale di Trump. Le contestazioni sono state recapitate nelle settimane precedenti al giorno delle elezioni presidenziali e si distinguono in particolare per le scelte di linguaggio e di contenuti decisamente poco formali. Nelle lettere i legali di Trump hanno chiesto cospicui risarcimenti – in alcuni casi dal valore di miliardi di dollari – accusando le testate di aver riportato nei loro prodotti editoriali informazioni false e diffamatorie nei confronti del presidente appena rieletto, oltre che della sua carriera e delle sue attività d’impresa.

Alcune parti della lettera inviata al New York Times sono state pubblicate dalla Columbia Journalism Review (il sito di analisi sui media pubblicato dalla scuola di giornalismo della Columbia University) e mostrano alcuni dei passaggi più enfatici delle accuse formulate dai legali di Trump al giornale. “C’è stato un tempo, tanto tempo fa, in cui il New York Times era considerato il principale giornale di riferimento del paese” dice la lettera, accusando poi il giornale di essere ormai divenuto un “portavoce del partito Democratico” che ricorre a iniziative di “diffamazione su scala industriale contro i suoi avversari politici”. La lettera celebra ed elenca oltre misura i traguardi raggiunti da Trump durante la sua carriera, includendo molte delle sue comparse nel mondo del cinema e dell’intrattenimento: vengono citati per esempio anche la serie televisiva “Willy, il Principe di Bel-Air” e il videogioco per pc “Donald Trump’s Real Estate Tycoon” uscito nel 2002.
I giornalisti di CJR non sono riusciti ad avere dei commenti dal New York Times e dalla casa editrice Penguin Random House, rivelando forse l’intenzione da parte di alcuni degli editori destinatari delle minacce di contenere la vicenda da un punto di vista mediatico, piuttosto che di farne una campagna di comunicazione e mobilitazione presso i propri lettori.

Oltre che per i contenuti sopra le righe del messaggio pubblicato da CJR, sono naturalmente evidenti i rischi, intenzionali, della minaccia di lunghi e costosi contenziosi legali: che potrebbe avere un effetto intimidatorio sui giornalisti e sul loro lavoro di informazione, a maggior ragione adesso che Trump avrà la possibilità di sfruttare le enormi risorse di potere e di azione legale a disposizione del governo degli Stati Uniti. Come ha spiegato Anne Champion, un’avvocata che ha rappresentato più parti in contenziosi legali contro Trump: “le testate piccole sanno bene che i costi per difendersi in tribunale potrebbero portare alla bancarotta; ma lo stesso vale (anche se con un peso minore) nelle grandi testate, dove i giornalisti preferiscono evitare il rischio di lunghe e costose cause legali. Questo aggiunge un ulteriore livello di condizionamento nel lavoro giornalistico”.


domenica 17 Novembre 2024

Buone notizie dalle aziende, quasi sempre

La promozione dei risultati delle aziende nelle sezioni economiche suddette sembra voler soddisfare un numero di esigenze sempre maggiore, in particolare al Corriere della Sera: questa settimana il giornale ha disposto su due o tre pagine i tipici spazi di questo genere, frutto di semplici sintesi di comunicazioni delle aziende sui propri successi, celebrandone giovedì ben sette. Rispetto a questo è da notare un’eccezione su Repubblica di venerdì, dove invece un analogo box è stato dedicato in questo raro caso al fallimentare risultato di un frequente inserzionista, l’azienda Geox.


domenica 17 Novembre 2024

Qualcosa per qualcosa

Dieci giorni fa il sito Lettera43 – una testata di news che ha riacquisito questo nome da un’esperienza precedente che era stata chiusa, e sempre creata dal giornalista Paolo Madron – ha riferito che l’azienda TIM aveva “cancellato il rapporto di investimento pubblicitario” col sito stesso, in conseguenza di un articolo sgradito all’azienda. Quella di TIM è una scelta naturalmente del tutto legittima, ed è assai frequente (tanti giornali e siti di news hanno inserzionisti che rifiutano di sovvenzionarli perché ritengono di non essere trattati con la deferenza che si aspettano): che Lettera43, che di comunicazione sulle aziende si occupa quotidianamente, abbia deciso di raccontare questo caso è parte di questa relazione complice/conflittuale. Ed è utile a mostrare la pratica pubblicamente e a spiegare quali siano le conseguenze concrete delle scelte giornalistiche che ogni giorno vengono fatte – o non vengono fatte – nelle redazioni, soprattutto nelle sezioni economiche.


domenica 17 Novembre 2024

Opinioni e credibilità

La direttrice dell’importante rivista scientifica americana Scientific American, Laura Helmuth, ha deciso di dimettersi dopo le polemiche seguite a una serie di suoi post sul social network Bluesky a proposito dell’elezione di Donald Trump. Helmuth, che era direttrice dal 2020 dopo quattro anni al Washington Post, aveva scritto tra le altre cose «la mia generazione X è piena di fascisti del cazzo» e «ogni quattro anni mi ricordo perché sono venuta via dall’Indiana (dove sono cresciuta) e perché stimo chi è rimasto per rendere lo stato meno razzista e sessista». E aveva poi cancellato i commenti scusandosi e definendoli «un’espressione sbagliata di shock e confusione per i risultati elettorali».


domenica 17 Novembre 2024

La deportazione dei poligrafici del Tirreno

Il 7 novembre il gruppo editoriale SAE ha comunicato a 35 poligrafici del Tirreno – il quotidiano di Livorno che SAE acquistò da GEDI nel 2021 insieme ad altri quotidiani locali – che dovranno trasferirsi a Sassari, dove il gruppo possiede il quotidiano La Nuova Sardegna, anch’esso acquisito da GEDI. In una redazione i poligrafici sono i professionisti che si occupano della grafica e dell’impaginazione del giornale, o del lavoro sulle immagini.
La decisione di SAE, presa in seguito al trasferimento di molte sue attività in Sardegna, è stata contestata dalla redazione del Tirreno : la CGIL l’ha definita un “licenziamento mascherato”, perché SAE non ha preso in considerazione nessuna soluzione alternativa, come il lavoro da remoto. Oltretutto a fine ottobre SAE, quando aveva anticipato ai poligrafici del Tirreno il piano di trasferire qualcuno di loro in Sardegna, aveva rassicurato che i cambi di sede sarebbero stati solo volontari.
A fronte di questa imposizione i poligrafici del Tirreno hanno indetto due giorni di sciopero, a cui ha partecipato anche una parte cospicua dei loro colleghi giornalisti. Nonostante lo sciopero il gruppo SAE ha comunque fatto stampare il Tirreno, peggiorando ulteriormente il rapporto con la redazione. Il Comitato di redazione del Tirreno ha definito la pubblicazione del giornale “una provocazione che l’editore mette in atto nei confronti di un corpo redazionale stremato da anni di ammortizzatori sociali, carichi di lavoro sempre più massacranti e un clima lavorativo fatto di tensioni e continue pressioni”. SAE ha giustificato le sue decisioni ricordando che il Tirreno da anni sta affrontando una crisi, e che a un costante calo delle copie vendute si sommano i “costi di un corpo redazionale e di personale spropositato rispetto al numero di copie vendute”.
Per cercare di risolvere il conflitto fra gruppo editoriale e redazione è intervenuto anche il comune di Livorno. Tutti i gruppi consiliari hanno sottoscritto all’unanimità un ordine del giorno per aprire un “tavolo di confronto fra le parti” e trovare soluzioni alternative al trasferimento in Sardegna che non siano il licenziamento.


domenica 17 Novembre 2024

Allora vale anche per X

Alcuni giornali francesi, tra cui il quotidiano Le Monde, hanno denunciato l’azienda X (quella del social network già noto come Twitter) per violazione delle leggi francesi sui diritti di diffusione dei loro contenuti. È un’iniziativa che riproduce quelle adottate da diversi giornali in diversi paesi nei confronti di Facebook e di Google, negli anni passati. L’accusa è che X ottenga ricavi economici anche grazie ai contenuti dei giornali pubblicati sul social network, e che quindi debba compensare i giornali stessi.


domenica 17 Novembre 2024

Ci si dimentica dell’oblio

Il “diritto all’oblio” è entrato nella discussione pubblica ormai da diversi anni, ed è entrato soprattutto nelle consuetudini quotidiane delle redazioni, oltre ad avere creato un indotto di aziende (spesso di dubbie competenze) che offrono a soggetti citati in articoli di news di ottenerne la cancellazione o la rimozione dai motori di ricerca, intervenendo presso le testate che li hanno pubblicati.
Lo scorso weekend se ne è parlato ancora al festival Glocal a Varese, soprattutto a proposito della tendenza di molte testate a provvedere senza particolari valutazioni alla rimozione di articoli giornalistici, per farla più facile e rapida piuttosto che considerare la fondatezza delle richieste. E Mario Tedeschini Lalli, uno dei giornalisti italiani più esperti sui cambiamenti dell’informazione digitale che già era intervenuto sulla questione, ha riassunto il dibattito, e lo ha arricchito di un altro elemento: il conflitto del diritto all’oblio con il diritto all’informazione ma anche col diritto d’autore.


domenica 17 Novembre 2024

Google forse fa a meno dei giornali

Il sito di scienza e tecnologia americano The Verge ha raccontato che Google ha avviato una sperimentazione nei paesi dell’Unione Europea che potrebbe generare grossi guai per i siti di news che devono buona parte del loro traffico al motore di ricerca di Google (ovvero quasi tutti). Per verificare quanto i contenuti di news siano importanti per gli utenti di Google e fornire dei dati alle istituzioni europee, Google cancellerà dai risultati delle ricerche stesse, da Google News e dall’aggregatore di news Discover gli articoli prodotti in paesi dell’Unione Europea, per un campione di utenti: l’uno per cento degli utenti in Belgio, Croazia, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Spagna.

L’esperimento servirà a valutare come porsi rispetto alle crescenti richieste di compensi economici da parte dei giornali per il traffico generato dai loro contenuti su Google: finora l’azienda aveva scelto di offrire di propria iniziativa degli accordi economici alle aziende giornalistiche, ma a fronte di richieste maggiori da parte dei paesi europei potrebbe decidere di rimuovere del tutto i loro contenuti (lo aveva già fatto a scopo di trattativa in alcuni paesi, per periodi limitati). In questa direzione si è già mossa Meta con la sostanziosa riduzione della promozione dei contenuti dei giornali su Facebook.