Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 29 Settembre 2024

This is CNN, please pay here

Anche CNN, uno dei più grandi e visitati siti di news internazionali, introdurrà a ottobre un paywall e un servizio a pagamento, cercando di sfruttare una fonte di ricavo – il pagamento da parte degli utenti – a cui ormai pochissimi siti hanno rinunciato, reso ineludibile dal manifesto declino dei ricavi pubblicitari.


domenica 29 Settembre 2024

Le invisibili notizie negli stadi

Il “diritto di cronaca”, come tutti i diritti e tutte le libertà, conosce molte limitazioni legate alle situazioni in cui entra in conflitto con altri diritti. È una cosa che viene spesso dimenticata quando lo si usa come slogan universale e assoluto, che debba prevalere su tutto. E che è utile conoscere per valutare e soppesare cosa sia più giusto – a norma di legge o di etica personale – in molti dei dibattiti sull’informazione.
Uno dei diritti con cui quello di cronaca entra quotidianamente in conflitto è il diritto d’autore: che spesso le aziende giornalistiche evocano rispetto ai propri contenuti utilizzati da altri (le piattaforme digitali, per esempio, o molti siti web) ma che al tempo stesso è frequentemente violato dai giornali stessi nell’utilizzo di immagini, video o testi prodotti da altri, proprio accampando ragioni di diritto di cronaca.

Le cose si sono complicate molto da internet in poi, naturalmente, e l’ambito in cui le priorità sono state più drasticamente definite è probabilmente quello delle immagini in video degli eventi sportivi, sulle quali si scontrano le pretese di esclusiva di chi ne acquista – a caro prezzo – i diritti di trasmissione, e le esigenze di informazione delle testate giornalistiche e del pubblico. I maggiori eventi sportivi sono sicuramente una notizia, negli stadi avvengono cose rilevanti e su cui ci sono molte attenzioni, ma a differenza di altri avvenimenti non possono essere mostrate dalle tv e dai siti che non hanno pagato, nemmeno nei loro telegiornali.
(la materia è straordinariamente complessa, come è stato complesso il dibattito sulla definizione dei diversi diritti in questione negli anni passati)

Le contraddizioni di questa supremazia del diritto d’autore (che malgrado il nome non riguarda quasi mai gli autori, ma chi ha comprato i diritti dagli autori: o dai soggetti equiparati agli autori, come leghe sportive, reti televisive, eccetera) sul diritto di cronaca si sono mostrate questa settimana quando l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha “avviato un’istruttoria” sulla mancata trasmissione televisiva delle immagini di una contestazione dei tifosi romanisti durante la partita di calcio Roma-Udinese: ” L’istruttoria mira a garantire che i diritti di cronaca siano rispettati e che le immagini degli eventi di interesse pubblico siano accessibili ai media” .

Il sindacato dei giornalisti Rai, Usigrai, ha commentato:

“ L’istruttoria avviata da AgCom sul rispetto del diritto di cronaca nella vicenda delle proteste nell’incontro di calcio Roma Udinese di cui non si sono potute vedere le immagini, conferma quanto denunciato in più occasioni dall’Usigrai. Da quando è in vigore la legge Melandri che disciplina la titolarità e la commercializzazione dei diritti audiovisivi sportivi si è di fatto limitato il diritto di cronaca che trova fondamento nell’articolo 21 della Costituzione .

Nonostante il regolamento AgCom sull’accesso alle immagini degli eventi sportivi da parte degli operatori dell’Informazione, avviene regolarmente che fatti di interesse pubblico che accadono nell’ambito di manifestazioni coperte da diritti non possano essere ripresi dalle telecamere dei giornalisti. A pagare il prezzo di queste norme sono i cittadini che vedono leso il loro diritto ad essere informati. L’Usigrai chiede ancora una volta che si rompa questo muro che impedisce ai cittadini di sapere cosa accade all’interno degli impianti sportivi durante manifestazioni che sono di interesse pubblico e che invece sono finite sotto il dominio di una ‘Regia Unica’ che oscura ogni evento che non sia funzionale agli interessi di chi ha comprato i ‘diritti’. Con buona pace della Costituzione e del diritto dell’informazione ”.


domenica 29 Settembre 2024

Un creativo esperimento, non riuscito fin qui

Anche al Washington Post, qualcuno ricorderà, c’è una crisi: rientrata negli ultimi mesi rispetto alle sue manifestazioni più drammatiche, ma che rimane nelle sue ragioni, ovvero un declino negli abbonamenti e nei ricavi dell’azienda. La proprietà, ovvero Jeff Bezos, aveva nominato un nuovo amministratore delegato – Will Lewis – che era intervenuto in modi un po’ spicci nelle sue prime decisioni, aveva fatto dimettere la direttrice e irritato la redazione. E aveva annunciato un nuovo direttore proveniente da Londra, il quale però di fronte alla ribellione dei giornalisti aveva rinunciato. Nel frattempo su Lewis, inglese a sua volta, si erano accaniti molti articoli dello stesso Washington Post e di altre testate americane, rivelando le accuse nei suoi confronti quando era stato coinvolto in un famoso scandalo giornalistico-giudiziario britannico.
Nei tre mesi successivi Lewis e Bezos hanno evidentemente deciso di lasciarla sbollire, sospendendo ogni nuova iniziativa e prendendo toni più concilianti. C’è stata una comunicazione prudente sulla ricerca del nuovo direttore con procedure meno autoritarie, e nel frattempo il direttore temporaneo è Matt Murray, che era stato preso dal Wall Street Journal per dirigere una specifica sezione del giornale.

Questo riassunto delle puntate precedenti serve a mettere nel contesto la notizia di questa settimana di ben 54 licenziamenti al progetto “Arc XP” del Washington Post : l’azienda, su incentivo di Bezos e delle sue sensibilità tecnologiche, aveva creato nel 2015 un proprio software di pubblicazione digitale che aveva poi venduto ad altre aziende giornalistiche e non solo, raggiungendo circa 2500 clienti. Il progetto era stato celebrato come un’originale fonte di ricavo accessoria che sfruttasse il know how esistente dell’azienda. Ma benché i suoi ricavi annui abbiano raggiunto i 50 milioni di dollari, i suoi costi (di sviluppo e consulenza, soprattutto: i dipendenti sono circa trecento) sono molto alti e l’attività è ancora in perdita. L’azienda sta quindi cercando di ridurli affidando a ulteriori software o “intelligenze artificiali” parti del lavoro.


domenica 29 Settembre 2024

Revolving doors

I nuovi editori dello storico settimanale britannico Spectator hanno già scelto il nuovo direttore, ed è un nuovo direttore noto, Michael Gove. Lo Spectator era stato messo in vendita assieme al quotidiano Daily Telegraph in seguito alle vicissitudini finanziarie della proprietà: per il Telegraph è ancora in corso un’asta, mentre lo Spectator è stato acquistato due settimane fa da Paul Marshall, proprietario della rete televisiva di destra GB News.
Michael Gove, 57 anni, ex giornalista, è stato uno dei più importanti politici conservatori britannici nello scorso decennio, ministro in quattro governi e grande sostenitore di Brexit. La sua vivacità polemica gli ha dato popolarità e nemici (quasi tutti i suoi primi ministri lo sono diventati), e sono stati molto alterni i suoi rapporti con lo stesso ex primo ministro Boris Johnson, che a sua volta era stato direttore dello Spectator tra il 1999 e il 2005.


domenica 29 Settembre 2024

Cosa è successo a Repubblica con “Italian Tech Week”

La crisi di Repubblica si può a questo punto chiamare crisi, sia per il suo declino di copie vendute e la sua perdita di centralità, ma soprattutto per le relazioni disfunzionali tra proprietà, direzione, redazione e concessionaria di pubblicità. Tra queste parti ci sono state tensioni e contrasti frequenti in questi anni, lo scontro di questa settimana è stato il più sostanzioso e significativo, e ricco di implicazioni e dettagli.

In questo weekend si sta tenendo a Torino un ambizioso evento organizzato che si chiama “Italian Tech Week”: si svolge da tre anni, organizzato da GEDI – l’editore di Repubblica Stampa – ed è stato pensato per dare un ruolo alle testate nella divulgazione di quello che succede nel mondo delle aziende tecnologiche, ma soprattutto per raccogliere ricavi da inserzionisti e sponsor e per promuovere gli interessi delle aziende appartenenti alla stessa società di GEDI, che si chiama Exor, è posseduta dalla famiglia Agnelli-Elkann e di cui fa parte tra le altre la grande azienda automobilistica Stellantis.
E questi due obiettivi rappresentano oggi i soli interessi di Exor a possedere dei giornali: renderli un po’ più remunerativi attraverso la pubblicità e usarli per sostenere le attività invece remunerative delle altre società. Quindi “Italian Tech Week” è un’occasione esemplare e prioritaria.

Per queste ragioni da quest’anno l’evento è stato sottratto alla direzione di un giornalista interno alla redazione – Riccardo Luna, responsabile della sezione Italian Tech di Repubblica Stampa – e affidato piuttosto a Vento, la società di Exor che si occupa di investimenti nelle startup tecnologiche. Scelta che però non è stata comunicata alla redazione, e scelta che ha immaginato di poter contare ancora sugli spazi promozionali dei quotidiani GEDI. E così, nelle scorse due settimane, ai giornalisti di Repubblica sono iniziate ad arrivare richieste molto dettagliate da parte di Exor sulle interviste da fare e i contenuti da produrre per promuovere “Italian Tech Week” e i suoi sponsor sul giornale e sul suo allegato speciale dedicato.

A questo punto, alcuni lettori di Charlie potranno dire: ma non accade regolarmente che nei maggiori quotidiani – soprattutto nelle pagine dell’Economia ma non solo – una quota di articoli sia dedicata agli inserzionisti pubblicitari e alle loro richieste, senza che questo sia reso chiaro ai lettori? La risposta è sì, ma questo avviene dentro una consuetudine tollerata (pur con un’asticella spostata più in basso ogni mese che passa) di lavoro dei giornali e delle redazioni: la pubblicità serve, la concessionaria insiste (ovvero la società del gruppo che vende la pubblicità), si discute e si fanno resistenze, ma anche molti compromessi considerati inevitabili.

Stavolta però i compromessi – enormi: l’inserto dedicato è solo una raccolta di celebrative interviste agli sponsor – sono stati di fatto degli ordini, e sono arrivati da un’azienda esterna al gruppo editoriale GEDI. E quando hanno cominciato a circolare dettagli ancora più concreti sulla “vendita” dei contenuti giornalistici, il Comitato di redazione ha consultato i giornalisti, che hanno deciso una vivace protesta e uno sciopero di due giorni, mercoledì e giovedì: «Questa redazione non ha mai venduto l’anima».
(in mezzo ci sono state le dimissioni del responsabile dell’Economia, respinte dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari)

Due giorni di sciopero contro l’editore sono già una cosa piuttosto grossa. Due giorni di sciopero che impediscono l’esecuzione degli obiettivi maggiori dell’editore – quelli citati sopra – annullando l’uscita in edicola e la pubblicazione online di tutti i contenuti (pubblicitari o presunti giornalistici) dedicati alla “Italian Tech Week”, sono una risposta drastica e bellicosa (questo è lo spazio dedicato all’evento giovedì dalla Stampa, che non ha scioperato). E infatti questa volta la proprietà – colpita nei propri interessi economici: a quelli del giornale si è finora mostrata assai indifferente – risulta piuttosto seccata, e sono circolate molte voci e allarmi persino di vendita di Repubblica o di GEDI, senza nessuna concretezza fin qui. Ma una piccola reazione è stata la decisione di trasmettere sul sito di Repubblica – che sarebbe stato in sciopero – la prevista diretta dell’evento di Torino, per conservarle una visibilità: con nuove proteste della redazione.

E a questo punto, alcuni lettori di Charlie potranno dire: ma questa collaborazione tra redazioni ed eventi sponsorizzati non avviene ormai in molte importanti testate tradizionali? E la risposta è sì, e avviene grazie a progetti condivisi e collaborativi tra le priorità giornalistiche e quelle di sostenibilità economica, progetti in cui si è lavorato molto sull’innovazione editoriale, sulla priorità del digitale, sulla credibilità dell’indipendenza giornalistica che garantisce credibilità alle attività sponsorizzate. L’impressione è che invece la proprietà del gruppo GEDI non sia stata capace finora di nessuna visione innovativa e lungimirante sui giornali che ha deciso di comprare cinque anni fa (li ha venduti quasi tutti, tenendo solo i due maggiori) e oggi pretenda solo di servirsene e limitare le perdite, sfruttando come può, e senza coinvolgerle, imprese che ritiene fallimentari e problematiche al servizio di quelle di maggior visione e floridità economica. E a un certo punto quelle prime imprese – i giornali – se ne sono accorte.


domenica 29 Settembre 2024

Charlie, il mondo fuori di qui

Una settimana fa il Guardian ha pubblicato un’intervista con la cantante Janet Jackson, una persona dalle condizioni di vita piuttosto privilegiate e con un accesso vantaggioso alla conoscenza del mondo. E a un certo punto dell’intervista Jackson ha balbettato che per quanto aveva sentito Kamala Harris non sarebbe “nera”, e che suo padre sarebbe bianco: «ho seguito poco le news di recente, ma mi hanno detto che sarebbe così».
Come voialtri sapete – voi che seguite le news più di Janet Jackson – non solo Harris è nera, non solo suo padre è giamaicano, ma le risposte di Jackson sono note falsità fatte circolare da Donald Trump e dai suoi sostenitori. E che ci siamo abituati a pensare siano trasmesse da a) fanatici squinternati, b) ingenui ignoranti o c) propagandisti in malafede.
Ma Janet Jackson?

Lo scorso agosto il New Yorker ha pubblicato un articolo su quelli che ha chiamato “low information voters”, elettori poco informati: una categoria di persone che non sono particolarmente impegnate e coinvolte nella propaganda partigiana e falsificatrice, e che non appartengono a classi sociali che non hanno accesso o abitudine all’informazione. Sono persone di classi medie, le cui vite sono in generale quelle della gran parte della popolazione e le cui opportunità di essere informate sono a portata di mano, ma che semplicemente non frequentano i mezzi di informazione, cartacei, televisivi o digitali. In molti casi non sanno le cose, sono ignare di temi e argomenti di attualità che per altre comunità più attente riempiono le conversazioni e le comunicazioni, e le notizie che arrivano loro vengono da fonti di quarta mano e altrettanto ignoranti (o in malafede), spesso dai social network.

Gli esempi non sono solo americani, ed è facile accorgersene. È presumibile che chi segue una newsletter sul mondo dei media viva in una bolla completamente diversa, e rischi di farsene influenzare: ma intorno a noi ci sono tantissime persone per cui la conoscenza delle notizie e dell’attualità occupa un tempo limitatissimo, una piccola accidentale parte della giornata. Per disinteresse, per altre priorità, per sfiducia, per preoccupazioni maggiori, ma anche per soddisfazioni maggiori: la famiglia, il proprio lavoro, le proprie passioni specifiche. Tantissime persone non sanno chi sia Giancarlo Giorgetti né cosa sia Hezbollah e meno che mai chi sia il direttore di Repubblica (o cosa sia il Post). Molte più di quelle che lo sanno, è facile ipotizzare anche senza sondaggi.

È sempre una cosa da tenere presente, emergendo dalla propria bolla, quando parliamo di giornali, o di funzionamento della democrazia.

Fine di questo prologo.


domenica 22 Settembre 2024

Il secolo scorsoio

Il progetto cartaceo del Post, la rivista Cose spiegate bene , è arrivato al suo undicesimo numero e continua a confermarsi una proficua fonte di ricavo accessoria, oltre che un prodotto giornalistico molto apprezzato. Il nuovo numero sul Novecento è in libreria da pochi giorni dopo essere stato acquistato in anteprima dagli abbonati del Post, ed è già il terzo numero per vendite tra tutti quelli pubblicati sinora.


domenica 22 Settembre 2024

Ripasso

L’informazione giornalistica sulle cose che riguardano l’Unione Europea fa da sempre molta fatica, e i giornali e i giornalisti che provano a renderla attraente e comprensibile fanno un lavoro prezioso ed encomiabile. Tra le ignoranze all’interno delle stesse redazioni divenute quasi proverbiali c’è quella sulla distinzione tra i maggiori organi dell’Unione (assieme a quella tra le istituzioni di giustizia internazionali), che mercoledì si è manifestata – confondendo Commissione e Parlamento – persino nell’editoriale di prima pagina del direttore del Giornale.


domenica 22 Settembre 2024

I desideri di Lotito

Il Fatto ha pubblicato mercoledì una sorta di intervista col senatore di Forza Italia Claudio Lotito, presidente della squadra di calcio della Lazio: in realtà lo stesso autore dell’intervista la descrive come una conversazione improvvisata in una sala della Camera, durante la quale Lotito gli ha descritto il desiderio di comprare un quotidiano (nel senso: non all’edicola), esprimendo una sua preferenza per il Foglio , e in seconda istanza la Verità (ma il Foglio “vola più alto”).


domenica 22 Settembre 2024

Con le molle

La notizia dell’esonero dell’allenatore della Roma calcio, Daniele De Rossi, ha mostrato mercoledì più palesemente di altre la fragilità dell’informazione legata alle società calcistiche (fragilità che raggiunge solitamente i massimi a proposito delle notizie di “calciomercato”). Soltanto poche ore prima, infatti, molti giornali e siti di news che si erano occupati delle incertezze sulle vicende della squadra avevano titolato sulla confermata “fiducia a De Rossi” da parte della proprietà.
Smentite plateali come questa non avvengono raramente e si devono sia all’inattendibilità delle fonti all’interno del mondo del calcio che alle poche cautele dei giornali nel considerare queste inattendibilità.


domenica 22 Settembre 2024

Con ENI o contro ENI

Abbiamo spesso raccontato su Charlie gli investimenti ricchissimi che la società di energia e combustibili fossili ENI fa in pubblicità e sponsorizzazioni sui giornali italiani, e che sono da sempre usati – con successo – per garantirsi indulgenze e disponibilità dai giornali stessi: particolarmente preziose di questi tempi per un’azienda responsabile per sua natura di emissioni inquinanti e spesso accusata di pratiche discutibili. Le sole testate tra i quotidiani più noti a mostrarsi critiche nei confronti di queste pratiche e indipendenti da queste sovvenzioni – e quindi a riceverne molte meno – sono il Fatto Domani e il Manifesto: questa settimana solo Domani ha pubblicato i risultati di una ricerca che accusa molti festival nazionali di complicità con ENI nel suo progetto di “greenwashing”.


domenica 22 Settembre 2024

Ancora sulla procura di Parma

Venerdì la procura di Parma ha pubblicato un altro comunicato, in concomitanza con la disposizione degli arresti domiciliari per l’indagata nell’inchiesta: un lungo comunicato pieno di informazioni sull’inchiesta stessa, che dimostra quanto può essere utile questo procedimento rispetto alla diffusione parziale e clandestina di documenti giudiziari. Da prendere naturalmente con tutto lo scetticismo giornalistico dovuto alle fonti interessate come è una procura (per esempio, nel lungo comunicato non si motiva la richiesta di custodia cautelare di una persona presunta innocente fino a processo).


domenica 22 Settembre 2024

Sharing economy

Giovedì sera è stato distribuito a Londra l’ultimo numero del quotidiano Evening Standard , che dopo 197 anni diventerà un settimanale col nome di London Standard: il giornale aveva già cambiato la sua frequenza a cinque giorni alla settimana nel 2009, quando era divenuto una free press, distribuito gratuitamente soprattutto nelle stazioni della metropolitana.
Il primo numero della nuova testata settimanale uscirà giovedì prossimo (sempre al pomeriggio), e il giornale – posseduto dall’imprenditore russo-britannico Evgeny Lebedev assieme al giornale Independent (a sua volta divenuto solo online dal 2016) – ha fatto un accordo con un’altra free press, City AM, per condividere i contenitori delle copie disseminati nelle stazioni. City AM, che si occupa soprattutto di temi economici ma ha pagine di argomenti più generali, è pubblicato dal lunedì al giovedì: da giovedì pomeriggio a tutto il weekend i contenitori ospiteranno lo Standard.


domenica 22 Settembre 2024

Purtroppo

Due frequenti inadeguatezze dei quotidiani e dei siti di news italiani si sommano spesso quando in casi di cronaca – solitamente tragici – le redazioni si affrettano a cercare su Facebook informazioni e immagini da usare: la prima è una abitudine all’indiscrezione incosciente nei confronti delle persone coinvolte, che è un’evoluzione contemporanea del peggior giornalismo morboso, quello che secondo aneddoti leggendari rubava le fotografie delle vittime di crimini dalle cornici nel soggiorno delle case: l’altra è la generale trascuratezza nel verificare e controllare le informazioni e ciò che viene pubblicato.
A volte, appunto, le due cose capitano insieme: in una terribile storia avvenuta in provincia di Treviso, molte testate locali e nazionali ( Corriere della SeraSole 24 OreAdnkronosAnsaTgcom24FattoOpenFanpage) hanno pubblicato diverse foto di una donna che si era uccisa annegando insieme alla figlia di tre anni, foto tratte dal profilo di Facebook attribuito alla donna. La quale però non aveva un profilo Facebook, e quello individuato dalle redazioni era il profilo di una sua omonima originaria dello stesso paese. Le foto pubblicate a corredo degli articoli erano quindi di un’altra persona, viva, ed estranea alla storia.
Simili errori non sono una novità.
La Tribuna di Treviso si è scusata coi lettori e l’interessata sul quotidiano di lunedì (il Corriere della Sera di lunedì invece ha ancora pubblicato una foto della persona sbagliata, che tuttora si trova nell’archivio del giornale, come rimangono online le foto sbagliate in diversi articoli delle testate citate). La persona di cui sono state usate le immagini ha fatto presentare da un’avvocata una cospicua richiesta di danni a una decina di aziende editoriali.


domenica 22 Settembre 2024

Questa poi

È invece probabile che la notizia che questa settimana ha generato più attenzioni, meraviglia e chiacchiere nelle redazioni statunitensi, e non solo, sia stata quella diffusa dalla newsletter Status la mattina di venerdì e rapidamente ripresa da tantissimi siti di news americani: ovvero la rivelazione di una “relazione” fra Olivia Nuzzi e Robert Kennedy Jr.
Notizia che non è solo un pettegolezzo – la relazione sembra essere stata solo a distanza, probabilmente per messaggi e immagini – ma che ha posto una notevole questione di etica giornalistica. Nuzzi, 31 anni, è infatti una delle più note giornaliste politiche americane di questi anni, che solo due settimane fa aveva fatto notizia per un reportage su Donald Trump molto letto e condiviso sul suo giornale, il New York Magazine . Robert Kennedy Jr. è invece il membro della famiglia Kennedy che si era candidato alle elezioni presidenziali con posizioni molto estreme e criticate, e si è di recente ritirato per sostenere Trump.

Il New York Magazine ha sospeso Nuzzi considerando inappropriato il non aver rivelato la relazione mentre scriveva dello stesso Kennedy e poi della campagna elettorale. Altri dettagli sono nell’articolo del Post.

“Nuzzi si è scusata e ha concluso che «il rapporto non è mai stato fisico ma avrebbe dovuto essere reso noto [ai suoi datori di lavoro] per impedire la parvenza di un conflitto d’interessi». I media statunitensi hanno ricostruito che il rapporto sarebbe iniziato dopo che lo scorso novembre Nuzzi aveva realizzato un ritratto (cioè un articolo approfondito che racconta un personaggio) di Kennedy Jr.»”.


domenica 22 Settembre 2024

Axel Springer sempre più Döpfner

Un’operazione societaria si è invece conclusa in un’altra grande multinazionale giornalistica, il gruppo tedesco Axel Springer. In sintesi, la separazione delle attività media da quelle pubblicitarie e di annunci professionali, che saranno cedute al fondo KKR (finora socio di tutto il gruppo, valutato 13,5 miliardi di euro), significa che la proprietà dei giornali del gruppo (tra gli altri: il vendutissimo tabloid tedesco Bild, il quotidiano Welt, i siti americani Politico Business Insider) diventerà quasi totalmente dell’erede della famiglia fondatrice Friede Springer e dell’amministratore delegato Mathias Döpfner, il cui ruolo avevamo raccontato sul Post, e che è capitato spesso di citare in questa newsletter.


domenica 22 Settembre 2024

Il Guardian cede l’Observer

Nel mondo della grande editoria giornalistica internazionale la notizia che ha avuto più attenzioni questa settimana è stata la trattativa di vendita dell’ Observer da parte dell’azienda che lo possiede, il Guardian Media Group, che si chiama così perché la sua proprietà maggiore è il quotidiano londinese Guardian, una delle testate più importanti del Regno Unito e del mondo. L’ Observer è invece un settimanale, che è di fatto l’edizione domenicale del Guardian: i maggiori quotidiani britannici non escono la domenica, pubblicando invece una “sister paper”, di articoli spesso più lunghi e meno legati all’attualità immediata. L’ Observer ha quasi 250 anni ed è stato comprato dal gruppo del Guardian nel 1993.

L’ipotesi di vendita è legata al momento di preoccupazione per i bilanci del Guardian, che sono stati comunicati questa settimana dopo alcune anticipazioni già uscite. I ricavi sono calati del 2,5% per “un rallentamento del mercato pubblicitario e maggiori costi strutturali di stampa”. I ricavi pubblicitari sono diminuiti del 13% rispetto all’anno precedente. L’ Observer non è una proprietà di grandi prospettive per le priorità digitali dell’azienda, e ha costi sensibili come ogni prodotto cartaceo.

L’acquirente interessato all’ Observer è il gruppo Tortoise Media, una startup ambiziosa che produce un sito di news, newsletter, podcast e altri prodotti giornalistici, e il cui più noto fondatore è James Harding, ex direttore di BBC News e del Times (l’altro è Matthew Barzun, imprenditore digitale ed ex ambasciatore statunitense nel Regno Unito). A proposito dell’eventuale acquisto, Tortoise Media ha ipotizzato un investimento di 25 milioni di sterline nei prossimi cinque anni del giornale.
Già nel 2009 il Guardian Media Group aveva ipotizzato e poi accantonato la chiusura dell’ Observer.


domenica 22 Settembre 2024

Charlie, un giornalismo normale

Due sabati fa, all’interno di un articolo del Corriere della Sera sulla riapertura di un’indagine per un omicidio di trent’anni fa, si diceva a un certo punto che due testimoni erano stati interrogati “ma le loro risposte sono sottoposte al segreto istruttorio rigoroso”. L’aggettivo “rigoroso” era illuminante: sembrava descrivere infatti l’esistenza di due diversi concetti giuridici, quello del “segreto istruttorio” che viene abitualmente divulgato presso i media e poi dai media stessi, e quello di un inusuale “segreto istruttorio rigoroso”, ovvero rispettato (il passaggio tradiva una evidente meraviglia del cronista per questa seconda bizzarra fattispecie).

Al di là della formulazione (specularmente alla mancata informazione in questione, l’articolo iniziava riferendo il contenuto di un’intercettazione ambientale e descrivendo gli intercettati “con le tute da lavoro chiazzate dal grasso”: informazione strabiliantemente individuata nell’intercettazione), la vera involontaria lezione che offriva quella informazione assente sul contenuto degli interrogatori era che per il felice funzionamento delle comunità, per la libertà di informazione, per la democrazia, per il bene del pubblico e per il bene dell’inchiesta, quell’assenza era evidentemente insignificante. Un articolo di cronaca è stato costretto a omettere un pezzo dell’inchiesta, per obbedienza alle regole, e niente e nessuno ne ha sofferto. A dimostrazione “plastica” che le limitazioni alla diffusione di documenti investigativi e giudiziari non solo hanno spesso dalla loro buone ragioni di correttezza e rispetto, ma non hanno ragioni contro.

La dimostrazione è stata ripetuta lunedì, e anche efficacemente descritta, nell’ammirevole comunicato con cui la procura di Parma ha spiegato le proprie attenzioni a tenere a lungo riservata una diversa indagine che è stata molto seguita dai giornali nei giorni scorsi. Consigliamo di leggerlo tutto, per la chiarezza e l’ovvietà delle argomentazioni (la chiarezza viene un po’ meno nel linguaggio, a tratti).

“Pur consapevole della aspettativa della popolazione (non solo quella locale) ad essere informata su ciò che è avvenuto, la Procura di Parma ha scelto la linea della massima riservatezza, fondata su due pilastri: la necessità di preservare il segreto di indagine e la necessità di garantire la presunzione di innocenza”.

E anche in questo caso, la riservatezza e la scelta di aderire alle regole negando informazioni ai mezzi di comunicazione non si è risolta in nessuna controindicazione, nessun danno per nessuno, se non per curiosità umane legittime ma imparagonabili ai “pilastri” del diritto citati dalla stessa procura. Il desiderio personale e sterile dei singoli contro il bene comune.
L’uso della parola “bavaglio” è stata una efficace operazione di marketing dei propri interessi – nel solco del vittimismo che occupa da tempo ogni propaganda – da parte di una quota di giornali e di interessi politici, anche se ormai consunta dall’uso ripetuto. Ma proprio il suo grande uso rivela che nella sostanza quello a cui si oppongono i suoi promotori è l’altrimenti inattaccabile rispetto delle regole a tutela di tutti e il più corretto ed efficace funzionamento della “giustizia” nei luoghi dove deve funzionare.

Fine di questo prologo.


domenica 15 Settembre 2024

Mag to Mag

Si sta tenendo questo weekend a Milano un “Festival dei magazine indipendenti” organizzato dal progetto Frab’s, che vende riviste online e in due negozi fisici a Forlì e Milano.


domenica 15 Settembre 2024

Troppo presto, troppo tardi

Le difficoltà dei quotidiani a riportare le notizie che avvengono la notte ci sono sempre state, ed è normale che per esempio il dibattito presidenziale statunitense – la maggiore notizia di mercoledì mattina – non fosse sui giornali di quella mattina. Ma da quando quasi tutte le testate “chiudono” più presto la sera per ragioni di costi, il rischio di non uscire aggiornate cresce: a volte viene affrontato ignorando per prudenza una notizia ancora incerta, altre volte dandola invece per prevedibilmente sicura. C’è una lunga storia di incidenti conseguenti, per esempio rispetto alle cronache di spettacoli o concerti andate in stampa prima che quegli eventi finissero con degli imprevisti, ma questa settimana il quotidiano Domani – che chiude molto presto la sera – è uscito raccontando un evento che non era accaduto: la presenza in un programma televisivo di un’ospite che aveva poi deciso di non partecipare all’ultimo momento. Gli altri quotidiani sono riusciti ad aggiornarsi, persino il Foglio – l’altro quotidiano nazionale che chiude molto presto – con qualche ritocco acrobatico all’articolo già in pagina dedicato al programma.


domenica 15 Settembre 2024

“Da collezione”

Il condirettore del Fatto, Peter Gomez, ha annunciato sul giornale che la rivista mensile Millennium di cui è responsabile cambierà frequenza, prezzo e distribuzione, in un ripensamento generale delle sue prospettive e della sua “ragione d’acquisto”.

“Domani, sabato 14 settembre, per l’ultima volta il vostro edicolante vi consegnerà Millennium in abbinata con il Fatto Quotidiano. Lo acquisterete sotto costo. Stampare e distribuire un mensile di qualità così alta, per molti versi simile a un libro d’arte, è molto caro.
Proprio per questo, invece che alzare per tutti il prezzo dell’abbinata, abbiamo deciso di percorrere una strada nuova e diversa. A partire da metà ottobre Millennium si troverà solo in 200 selezionate edicole e in alcune catene di librerie (troverete presto l’elenco sul nostro sito) e verrà messo in vendita su Amazon a 10 euro.
Sappiamo che è molto. Ma tutti coloro che s’abboneranno risparmieranno più del 50% del prezzo di copertina e riceveranno a casa una rivista in più rispetto a quanto accaduto finora (passiamo da 11 a 12 numeri l’anno). Chi si abbonerà potrà anche consultare l’edizione digitale e un sito rinnovato sul quale si trovano pure tutti gli articoli pubblicati nei nostri 7 anni di vita. Un abbonamento ancor più scontato (40 euro) è poi previsto per chi non vuole la carta, ma si accontenterà di leggerci su tablet, smartphone e pc”.


domenica 15 Settembre 2024

Buone notizie a Linkiesta

Il direttore del sito di news Linkiesta, Christian Rocca, ha elencato in un articolo una serie di risultati, crescite e progetti del giornale, tra cui la prossima apertura di una sede a Bruxelles.

“Linkiesta, insomma, continua il suo percorso di crescita che, da inizio 2020, ha ristrutturato l’offerta giornalistica e risanato l’impresa editoriale, con una crescita di fatturato anno su anno del quaranta per cento, a fronte di importanti investimenti sui giornalisti, sulle attività digital, print e live.
Con Valentina Ardia, head of content, e Marco Sala, Ceo dell’azienda, abbiamo lanciato nuovi prodotti, coinvolto nuovi giornalisti, strutturato il reparto eventi dal vivo: in questo modo abbiamo raggiunto più lettori (+ quindici per cento), abbiamo più iscrizioni alle newsletter (+ trentacinque per cento), più adesioni al Club (+ venti per cento), più partecipazione ai live (+ quaranta per cento).
Il bilancio 2023 si è chiuso con un Ebitda positivo di ventimila euro e con una perdita post imposte di duecentocinquantunomila euro per il volume degli investimenti e a causa di alcuni costi straordinari, ma con ricavi in crescita del 37,6  per cento rispetto all’anno precedente (totale fatturato 2,140 milioni di euro)”.


domenica 15 Settembre 2024

Meno soldi dai bandi

Secondo la Federazione delle concessionarie di pubblicità italiane gli investimenti in “pubblicità legale” nel primo semestre del 2024 sarebbero diminuiti del 44% rispetto a un anno prima (un primo dato simile era già stato annunciato prima dell’estate). La ragione è palesemente la cancellazione dell’obbligo da parte delle amministrazioni pubbliche di comprare spazi sui giornali per le comunicazioni delle proprie attività, cancellazione decisa dal parlamento all’inizio dell’anno.
Il dato, se corretto, confermerebbe che l’obbligo generava in effetti un prezioso contributo pubblico per i giornali (ma anche che quasi metà di quelle comunicazioni erano determinate dall’obbligo e non da una reale considerazione di necessità da parte delle amministrazioni pubbliche): per questa ragione gli editori dei maggiori quotidiani stanno facendo pressioni sulla maggioranza perché l’obbligo sia reintegrato attraverso la prossima legge di bilancio.


domenica 15 Settembre 2024

Non ora!

Da un paio d’anni le varie categorie di dipendenti del New York Times – il più importante e ammirato quotidiano del mondo – sono in trattative con l’azienda per rinnovare i contratti e ottenere condizioni economiche più vantaggiose, a fronte dei successi economici del giornale dell’ultimo lustro. Adesso, dopo la risoluzione delle questioni coi giornalisti, è il sindacato degli addetti alla tecnologia del giornale (a cui appartengono 622 persone) a non essere soddisfatto delle proposte ricevute, e ad aver deciso un giorno di sciopero (che nei giornali americani è una scelta piuttosto eccezionale e che quasi mai costringe alla non pubblicazione) nelle prossime settimane, ovvero in quelle delicatissime della fine della campagna elettorale.


domenica 15 Settembre 2024

Riassumere tra virgolette

Uno scambio nella rubrica delle lettere del Fatto di venerdì mostra quanto sia consapevole e rivendicata la consuetudine nei giornali italiani di attribuire parole mai pronunciate, ma invece presentate tra virgolette. Il presidente di Minerva Pictures Gianluca Curti si è infatti lamentato del titolo della sua intervista pubblicata il giorno prima: «Riconosco e confermo quanto trascritto nel corpo dell’articolo ma trovo assolutamente fuorviante, eccessivo e foriero di pessime strumentalizzazioni sia il titolo che l’occhiello, che strizzano l’occhio a idee e sottotesti che non sono frutto né del mio pensiero né del mio ragionamento». Il titolo dell’articolo era, tra virgolette, «”La riforma dei finanziamenti massacra il cinema italiano”», frase in effetti mai citata nell’intervista, come neanche un altro virgolettato nell’occhiello.
Alla lettera di precisazione – di “sorpresa e fastidio” – di Curti, il giornale ha risposto sostenendo che “titolo e occhiello riassumono quanto da lei dichiarato nell’intervista”.


domenica 15 Settembre 2024

Copertine senza il giornale

Le copertine delle riviste sono naturalmente sempre state un elemento importantissimo di attrazione dei potenziali acquirenti, attraverso la capacità di informare sui contenuti delle riviste stesse e di attirare l’attenzione (le due funzioni che su una scala inferiore hanno anche i titoli degli articoli). Ma un’altra funzione delle copertine è di comunicazione promozionale più ampia: una copertina può fare notizia e può essere quindi mostrata in programmi televisivi, o citata su altre testate, o può circolare sui social network, eccetera.

Per questa ragione alcune testate solo digitali oppure con una lunga storia, e con una lunga storia di copertine attraenti, hanno scelto in questi anni di continuare a creare e condividere delle copertine “virtuali” pur avendo abbandonato i loro formati cartacei. Insomma, non stampano più vere copertine, o ne stampano meno, ma ne creano di digitali che poi fanno circolare online.

Il caso più illustre è forse quello del settimanale americano Time , le cui copertine hanno sempre avuto grandi attenzioni e importanze, che ha avuto un declino drammatico di autorevolezza e circolazione in questo secolo, per cui dal 2020 ha dimezzato le pubblicazioni (esce una settimana sì e una no). Ma lo stesso pubblica sui social network delle copertine legate agli eventi di attualità che spesso hanno grandi condivisioni sui social network. È successo ancora questa settimana con una copertina su Donald Trump dopo il dibattito presidenziale.


domenica 15 Settembre 2024

E i quotidiani negli ultimi anni

Attingendo agli stessi dati ADS, la newsletter di Lelio Simi che si chiama Mediastorm ha fatto un gran lavoro di sintesi e considerazioni su come siano andate le cose per i quotidiani negli ultimi quattro anni. Molti dei risultati e delle spiegazioni coincidono con quelli che leggete mensilmente su Charlie, a utile conferma delle rispettive correttezze dei conti: ma naturalmente i dati sui periodi più lunghi hanno un interesse ulteriore. Le informazioni sono molte (anche sugli andamenti delle singole testate maggiori), e quindi consigliamo di leggere tutto il testo di Simi, limitandoci qui a citare una riflessione che i lettori di Charlie conoscono e che emerge anche da quello che abbiamo scritto sopra sui dati ADS di luglio.

“L’incremento del peso delle copie (e quindi in generale degli abbonamenti) digitali che oggi valgono un quarto delle vendite totali, è dovuto in modo significativo al rapido declino della carta, più che per “merito” di queste che, anzi, complessivamente, per la prima volta dal 2021 ad oggi, subiscono una leggera flessione: appena l’1,3%, certo, ma questo potrebbe indicare che il continuo aumento delle vendite di copie digitali a prezzi super-economici non riesce più nemmeno a controbilanciare il declino di quelle vendute a prezzi maggiori. Decisamente non un bel segnale.
Ho scritto più volte che puntare tutto sull’incremento delle copie digitali più economiche — a scapito di quelle a prezzi maggiori — ha controindicazioni importanti, solo per dirne due: i margini di guadagno pressoché nulli e la riduzione del valore economico percepito dal lettore del “prodotto” giornalistico offerto.

Ma allora perché adottare queste strategie, e con questa “convinzione” e perseveranza?

Da una parte c’è, pragmaticamente, la presa d’atto che oggi non si ha la forza (o la volontà) per fare gli investimenti necessari affinché gli abbonamenti digitali a prezzi più alti riequilibrino, per una quota significativa, la costanti perdite economiche dal cartaceo.
Le copie (e abbonamenti) digitali a prezzi molto economici con i loro margini di guadagno vicini allo zero hanno però almeno un pregio che le copie vendute in edicola non possono offrire: i dati di prima parte (carte di credito incluse), molto preziosi oggi per gli editori, soprattutto se i volumi acquisiti sono significativi.

Più che a una logica subscription-first questo tipo di strategie sembrano guardare ai ricavi pubblicitari cercando, in questa fase, di:

  • dare una risposta all’urgente necessità di offrire (nuovo) valore agli investitori pubblicitari a fronte del declino degli spazi tabellari su carta,
  • dare maggiore valore alle campagne marketing sul sito proprietario trasformando il più possibile, grazie a offerte super economiche, i semplici visitatori/lettori almeno in utenti registrati (con dati prima parte annessi, appunto)”.

domenica 15 Settembre 2024

I quotidiani a luglio

Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di luglio 2024. Come ogni mese, selezioniamo e aggreghiamo tra le varie voci il dato più significativo e più paragonabile, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludendo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte). Più sotto citiamo poi i dati della diffusione totale, quella in cui invece entra tutto.
Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.

Corriere della Sera 170.066 (-6%)
Repubblica 90.536 (-11%)
Stampa 61.660 (-15%)

Sole 24 Ore 52.126 (-7%)
Resto del Carlino 50.638 (-13%)
Messaggero 44.718 (-11%)
Nazione 33.744 (-11%)
Gazzettino 33.086 (-7%)
Fatto 27.221 (-37%)
Dolomiten 26.593 (-2%)
Giornale 26.509 (-6%)
Messaggero Veneto 23.703 (-10%)
Unione Sarda 22.774 (-6%)
Verità 21.079 (-15%)
Eco di Bergamo 19.897 (-11%)
Secolo XIX 19.496 (-15%)
Altri giornali nazionali:
Libero 18.969 (-16%)
Avvenire 14.267 (-5%)
Manifesto 13.664 (+7%)
ItaliaOggi 5.552 (-30%)

(il Foglio Domani non sono certificati da ADS).

Le tendenze somigliano a quelle dei mesi passati, con una perdita annuale media intorno al 10%, e i risultati da valutare rispetto a questa: quindi il Corriere della Sera va sempre un po’ meglio e i quotidiani GEDI sempre peggio. Ormai dall’inizio del 2023 il Corriere vende più copie di Repubblica Stampa insieme. Continuano a perdere molto Libero Verità, mentre il grosso calo percentuale del Fatto è sempre da attribuire – come spieghiamo dall’inizio dell’anno – a un aumento del prezzo del quotidiano in edicola, che ha automaticamente determinato un aumento del numero di abbonamenti digitali con uno sconto “maggiore del 70%” (oltre 24mila), classificati quindi al di fuori di questi numeri (ADS divide in tre categorie gli abbonamenti digitali: quelli di fatto gratuiti, venduti a meno del 10% del prezzo del giornale; quelli “scontatissimi”, tra il 10% e il 30%; quelli ritenuti più sostanzialmente “venduti”, a un prezzo superiore al 30%). I dati del Fatto torneranno a essere paragonabili all’inizio del 2025.
Nel loro piccolo, continua a cavarsela bene il Manifesto e continua a cavarsela male ItaliaOggi, pur recuperando qualcosa rispetto al mese scorso quando aveva comunicato il dato più basso di sempre.
Eco di Bergamo Secolo XIX sono scesi sotto le 20mila copie, destino che è plausibile attenda altre testate nei prossimi due anni.

Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che dovrebbero essere “la direzione del futuro”, non essendolo ancora del presente – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara quasi 44mila – avendone aggiunti più di 7mila negli ultimi due mesi -, il Sole 24 Ore più di 33mila, il Fatto più di 25mila, come detto sopra, Repubblica più di 16mila). Tra parentesi gli abbonamenti guadagnati o persi questo mese.
Corriere della Sera 46.005 (-223)
Sole 24 Ore 22.184 (-108)
Repubblica 20.697 (-108)
Manifesto 7.702 (-420)
Fatto 6.479 (+64)
Stampa 6.287 (-142)
Gazzettino 5.899 (-132)

È insomma notevole che le maggiori testate stiano vedendo crescere gli abbonamenti a prezzi scontati a danno (diretto, o concomitante) di quelli a prezzo maggiore (il calo del Manifesto invece si deve probabilmente alla scadenza di alcuni abbonamenti attivati dopo una efficace campagna comunicativa, e segue una grossa crescita del mese precedente).

Tornando alle vendite individuali complessive – carta e digitale – tra gli altri quotidiani locali le perdite maggiori rispetto a un anno fa sono ancora sempre del Tirreno (-18%).

Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.

Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore un po’ grossolano, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il giornale specializzato Prima Comunicazione, e che trovate qui.

AvvenireManifestoLibero, Dolomiten ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)


domenica 15 Settembre 2024

Torna l’asta per il Telegraph

Sta tornando in ballo la mai risolta questione della vendita del Daily Telegraph, uno dei più importanti quotidiani britannici, messo all’asta per vicissitudini finanziarie ma oggetto di interesse soprattutto per la sua rappresentanza di una gran parte dell’elettorato conservatore che fa riferimento al partito Tory. La prossima scadenza per le offerte è il 27 settembre e i due partecipanti di cui si è parlato di più negli ultimi giorni sono Dovid Efune, editore inglese del New York Sun, e Paul Marshall, proprietario della discussa rete televisiva GB News, di recente creazione e risultati finora insoddisfacenti, e considerata una sorta di Fox News britannica. Quando si capirà chi prevarrà approfondiremo meglio le figure e le prospettive per il Telegraph . Intanto Marshall ha invece comprato lo Spectator, il settimanale della stessa proprietà che era stato a sua volta messo all’asta.


domenica 15 Settembre 2024

Non in nostro nome

I dissensi tra la redazione di Repubblica da una parte, e dall’altra l’editore GEDI, il direttore Molinari e la concessionaria di pubblicità del gruppo, sono già ripresi pubblicamente dopo appena 13 giorni di settembre. Questa volta a irritare i giornalisti è stata la scelta di “vendere” a un inserzionista la testata stessa del giornale – nelle pagine del sito -, colorandola in maniera che richiamasse il prodotto promosso, un profumo del brand Dior. La pratica non è del tutto inedita (lo stesso Post , all’interno di un’iniziativa grafica più complessa di diversi anni fa, trasformò la propria testata; altre testate internazionali anche cartacee hanno variato a volte il colore in occasioni speciali) ma in questo caso il suo “valore simbolico” – forse anche perché applicata a un prodotto di connotazione particolarmente frivola e lussuosa come un profumo – ha spinto il Comitato di redazione a pubblicare una protesta sul quotidiano, l’indomani, con esplicite allusioni a insoddisfazioni assai più estese.

“Ieri, la testata di “Repubblica” online ha perso il suo abituale colore per far spazio a un giallo “griffato”, iniziativa collegata alla pubblicità di un marchio di moda. Non sfuggirà il valore simbolico: una testata giornalistica, che si definisce indipendente, pronta ad “affittare” il proprio nome su richiesta di un inserzionista (o su proposta della concessionaria della pubblicità). Scelte di questo tipo, che possono pure avere un senso economico nell’immediatezza, rappresentano invece una pesante ipoteca sulla reputazione del giornale. Ma occorre voler bene a “Repubblica” per capirlo. La gestione degli ultimi anni del gruppo Gedi, o per meglio dire ciò che ne rimane, conferma invece quel che ribadiamo da tempo: questo management non ha nessuna passione editoriale né rispetto per la missione che ci siamo dati, cioè il giornalismo. Vorremmo dire che non siamo in vendita e che non tutto può essere vincolato a interessi altri rispetto al giornalismo. Ma questa purtroppo rimane una enunciazione di principio, visto che ogni nostra sollecitazione e protesta è finora caduta nel vuoto. Per fortuna ci resta la libertà di parola e in questo caso di denuncia: tutto ciò non sta avvenendo in nostro nome”.


domenica 15 Settembre 2024

Un segreto in Nevada

La settimana scorsa avevamo citato la contesa giudiziaria per la spartizione della futura eredità di Rupert Murdoch, ovvero un gruppo editoriale internazionale tra i più ricchi e potenti del mondo. Tre dei figli hanno contestato la pretesa del padre di assegnare la maggioranza delle quote, e del potere, al quarto dei figli, e a decidere sarà una corte del Nevada dove la causa è stata presentata in grande segretezza. Qualche settimana fa il New York Times l’aveva scoperto e ne aveva scritto, ma i documenti giudiziari non sono accessibili ai media: un consesso dei più importanti tra questi ha presentato una richiesta perché lo siano, ma questa settimana il giudice glielo ha negato. Nel frattempo il Wall Street Journal (che appartiene alla famiglia) è riuscito però a raccogliere maggiori informazioni sul conflitto familiare.


domenica 15 Settembre 2024

Charlie

Questa settimana tra gli osservatori delle aziende giornalistiche britanniche si è parlato della crescente introduzione di pratiche – da parte dei siti di news – per ottenere il consenso dei lettori a ricevere “cookie” ed essere profilati a scopo pubblicitario. È una cosa che i lettori italiani, e di altri paesi europei, conoscono già: da due anni quasi tutti i maggiori siti di news mostrano – come prescritto – un messaggio che chiede se si vogliono accettare o no i cookie: e alcuni siti vincolano all’eventuale consenso la possibilità di leggere gli articoli, mentre altri costruiscono i messaggi in modi che disincentivano il rifiuto e sollecitano il consenso (il tasto “accetta” è sempre più visibile e più semplice da cliccare rispetto alle procedure di rifiuto, e tutti finiamo spesso per accettare). Entrambe le scelte non suonano particolarmente leali e corrette, perché costringono i lettori oppure li ingannano, di fatto. Ma è anche vero che specularmente nemmeno l’utilizzo gratuito dei siti di news e del loro lavoro da parte dei lettori, in cambio di niente, suona leale e corretto. E se quindi nella forma sarebbero auspicabili accordi più trasparenti e inviti più collaborativi, nella sostanza le imprese private che sono i giornali online hanno tutto il diritto di esigere dai lettori che non pagano qualche forma di consenso e sostegno (i lettori che pagano abbonamenti di norma sono più liberi di scegliere cosa fare con i cookie e con la pubblicità). Poi non è che con l’applicazione forzosa dei diritti si vada lontanissimo, in tempi in cui la fiducia dei lettori è più che mai preziosa, certo.

Fine di questo prologo.


domenica 8 Settembre 2024

I giornali spiegati bene

Sabato prossimo riprendono al Circolo dei lettori di Torino gli appuntamenti con la rassegna stampa di Luca Sofri e Francesco Costa del Post.


domenica 8 Settembre 2024

Giro di parole

David Brooks, popolarissimo scrittore e columnist statunitense, ha scritto nella sua rubrica sul New York Times che anche il giornalismo è diventato succube delle più generali esigenze del pubblico di ricevere stimoli ed emozioni immediati e continui e di essere rassicurato sulle proprie opinioni, sollecitando i centri di piacere del pubblico stesso: “che somiglia a una più antica professione”.


domenica 8 Settembre 2024

Trattenere il fiato

Lo psicoanalista Vittorio Lingiardi ha scritto su Repubblica, di cui è frequente collaboratore, un articolo dissidente rispetto alla pratica giornalistica di chiedere ai suoi colleghi pareri su singolari casi di cronaca, e rispetto ai suoi colleghi che li offrono.

“È evidente che siamo di fronte a casi clinici, raccontati dalla cronaca, di cui conosciamo poco o niente. Molti dettagli fondamentali emergono nei giorni e nei mesi successivi. Ogni storia è diversa, si perde nell’intreccio biologico, psicologico e sociale di vite spesso segrete e sconosciute alle stesse persone che le vivono. Attorno a queste vite e a queste morti diversissime e incommensurabili (l’omicidio casuale di Sharon Verzeni, quello della famiglia di Paderno Dugnano forse progettato in poche ore, quello di Giulia Cecchettin pensato per giorni, cito casi su cui sono stato interpellato) ci sono genitori e amici. Una ragione della mia ritrosia è la difficoltà a parlare fuori da un contesto clinico di storie che non conosco. Una ragione deontologica e anche una forma di pudore nei confronti delle famiglie coinvolte (spesso colpevolizzate da commenti affrettati e approssimativi)”.


domenica 8 Settembre 2024

A letto presto

Il Comitato di redazione del Resto del Carlino – il maggiore quotidiano bolognese – ha comunicato una vivace preoccupazione della redazione stessa per la scelta dell’editore, il gruppo Monrif, di stabilire una tassativa “chiusura” dell’edizione del quotidiano alle 22, per ragioni di risparmio sui costi.

“Da luglio (quando è stato deciso il coprifuoco), abbiamo sollevato il problema con l’azienda più volte perché tutto questo sta avendo ricadute devastanti sul prodotto che va in edicola, già gravato dal 1 agosto da uno sconsiderato aumento del prezzo. Insomma, l’editore ha alzato il costo del giornale e come contropartita ai lettori ha tagliato anche l’informazione a loro disposizione. Un suicidio editoriale senza precedenti. L’azienda sostiene che questa decisione è frutto di una riorganizzazione del processo di stampa che impone chiusure anticipate per poter stampare in tempo le cronache locali da distribuire nei luoghi di villeggiatura, dal Trentino alla Sardegna. Il paradosso, anche in questo caso, è che molti lettori non trovano comunque le edizioni locali nei paesi di montagna o al mare.
Per questi motivi, la redazione è seriamente preoccupata di quanto sta avvenendo ai danni di una testata storica come il Carlino e soprattutto nei confronti dei lettori – seppur in drammatico calo – ancora affezionati e legati al giornale.
Abbiamo coinvolto tutta la redazione e non escludiamo proteste e mobilitazioni anche in questo periodo di ferie se non sarà subito trovata una soluzione, considerato che già nei prossimi giorni sono in programma importanti appuntamenti sportivi, a partire dal calcio”.


domenica 8 Settembre 2024

Due pesi, due misure, e due storie diverse

Negli Stati Uniti è stata molto discussa – tra chi segue le cose dei giornali e della politica – la scelta delle maggiori testate di non pubblicare dei documenti riservati riguardanti Donald Trump e ottenuti attraverso un’intrusione informatica illecita. La questione centrale è il confronto con quello che avvenne otto anni fa, quando invece ci furono eccezionali attenzioni – si rivelarono sproporzionate e precipitose – intorno alle mail riservate della candidata Hillary Clinton, attenzioni che senz’altro favorirono l’elezione del suo avversario Donald Trump.
Molti hanno sostenuto che la maggiore cautela odierna possa essere giustificata, a partire dalla lezione di allora, ma che correttezza vorrebbe che i media interessati ammettessero l’errore di allora. Ma è anche vero che non tutto è uguale e paragonabile.


domenica 8 Settembre 2024

Com’è triste Venezia

Il lavoro di alcuni giornalisti che si occupano di cinema è giudicato ormai superfluo dai produttori di film, che finora ne erano stati i principali promotori: lo ha raccontato il Post.


domenica 8 Settembre 2024

Inventare paga

La tendenza di molte delle più note testate giornalistiche italiane a enfatizzare o falsificare banalità qualunque che avvengono su Facebook con toni allarmisti e capaci di generare curiosità e polemiche del tutto sterili, ha avuto un esempio assai chiaro sabato. Una coppia ha raccontato su una pagina Facebook di avere messo un annuncio , sempre su Facebook, per cercare un appartamento a Torino, aggiungendo una propria foto: e di avere ricevuto dei commenti di critiche e insulti per i tatuaggi dei due, tra cui uno che diceva ” se avessi una casa la brucerei piuttosto che darla a due che fanno così schifo”. Una reazione orribile e stupida di “body shaming”, ma come ne avvengono purtroppo ogni giorno a migliaia sui social network. Il racconto di un commento demente però è stato trasformato (da Repubblica, dal Corriere della Sera, da Open, da Fanpage, tra gli altri) in un caso di razzismo sulle case in affitto, da inserire nel solco delle case non affittate a stranieri o ad altre categorie umane soggette a discriminazioni. In realtà nessun proprietario di casa ha rifiutato di affittare una casa ai due: gli articoli che però riferivano questa versione hanno ovviamente ottenuto sui social attenzioni maggiori ancora, clic, e ulteriori insulti e commenti stupidi. Di fatto vedendo premiata la scelta di prendere le decisioni giornalistiche a partire da questo tipo di risultati.


domenica 8 Settembre 2024

Settant’anni e un po’ sentirli

Il Post ha raccontato storia e recenti sviluppi (ne scrivemmo su Charlie nei mesi passati) della rivista americana Sports Illustrated, che ha compiuto 70 anni.

“Il 16 agosto del 1954, settant’anni fa, fu esposta per la prima volta nelle edicole americane una rivista sportiva destinata ad avere una popolarità enorme: Sports Illustrated. Costava 25 centesimi e aveva in copertina la foto di una partita di baseball tra i Milwaukee Braves e i New York Giants giocata nel giugno di tre anni prima. L’aveva scattata il fotografo sportivo Mark Kauffman, e raffigurava tre giocatori di baseball in delle pose ormai molto familiari agli appassionati: il terza base dei Braves Eddie Mathews in fase di battuta, il ricevitore dei New York Giants Wes Westrum e l’arbitro Augie Donatelli”.


domenica 8 Settembre 2024

Schiavi della rete

Lo scorso 13 agosto un “malfunzionamento” di Fastweb – l’azienda che fornisce connessioni e infrastrutture digitali a un gran numero di utenti e imprese in tutta Italia – ha impedito la pubblicazione di quattro dei quotidiani del gruppo Caltagirone, il Messaggero di Roma, il Mattino di Napoli, il Quotidiano di Puglia e il Corriere Adriatico di Ancona. I giornali hanno pubblicato articoli comunicati particolarmente severi e indignati nei confronti di Fastweb.


domenica 8 Settembre 2024

Un altro colpo agli endorsement

Da alcuni anni la pratica degli “endorsement” elettorali (è un termine che è bene usare in inglese: ormai lo conosciamo, e non ha corrispondenti italiani con identiche specifiche accezioni) è molto in discussione nei giornali americani. Il dibattito più ampio riguarda la sempre maggiori difficoltà di fare comprendere ai lettori la possibile convivenza, all’interno dell’offerta giornalistica complessiva, tra il racconto dei fatti e gli articoli di opinione: e nel caso degli endorsement – pratica comune alla vigilia delle elezioni – questa difficoltà ha conseguenze sulla credibilità dei giornali. Quindi alcune testate stanno tirando i remi in barca, da qualche tempo.
Ma questa settimana ha fatto notizia che il giornale dei giornali – il New York Times – abbia annunciato che abbandonerà almeno gli endorsement relativi alle elezioni newyorkesi (non ancora quelli sulle elezioni presidenziali, che durano da più di un secolo e mezzo).

“In recent years, The Times has also cut back on the number of editorials it publishes. In a February 2020 note to readers, the Opinion editor said that instead of publishing multiple times a day, the editorial board would reserve its view “for matters of great significance”. Still, The Times’s decision to end local endorsements is likely to make waves in the cutthroat world of New York politics, where the editorial board’s view has been closely watched by generations of candidates and voters.The Times has made an editorial endorsement in every New York City mayor election since 1897, backing Democrats and Republicans. Campaigns for mayor, governor and other local offices have developed elaborate strategies to win over the board”.


domenica 8 Settembre 2024

Ogni contrada è patria

Un modo antico e immortale di ottenere l’attenzione dei propri lettori da parte dei quotidiani locali è quello di fare leva su una frequente curiosità che i lettori possono avere per le relazioni con le loro città delle notizie di scala maggiore. Relazioni che a volte possono essere rilevanti e significative, mentre altre volte sono enfatizzate in modi piuttosto artificiosi, riferendo per esempio lontanissime parentele locali di personaggi famosi, o passeggere relazioni geografiche di protagonisti delle notizie (altre volte quelle relazioni esistono, ma sono comunque piuttosto insignificanti rispetto alla notizia). Nei giorni delle Olimpiadi la fragilità di queste “notizie” è stata assai visibile nelle scelte con cui due quotidiani dello stesso gruppo editoriale – Corriere dell’Umbria Corriere di Siena – hanno riferito della medaglia d’oro della tiratrice Diana Bacosi, nata a Città della Pieve ma cresciuta a Cetona, città separate da pochi chilometri e dal confine di regione.


domenica 8 Settembre 2024

Varie di cronaca

Un po’ di link a cose che sono successe, su cui siamo sbrigativi – scusate – per affollamento di notizie al ritorno dalle vacanze. Nelle settimane prossime ne riprenderemo altre.

– ci sono agitazioni all’ Espresso , settimanale con una ininterrotta storia di agitazioni da quando è stato venduto dal gruppo GEDI due anni fa. La redazione ha annunciato uno sciopero lunedì scorso, l’editore e il direttore hanno risposto per le rime, i giornalisti si sono arrabbiati ulteriormente.

– il Washington Post ha pubblicato un lungo articolo dell’editore del New York Times, allarmato sui rischi per la libertà di informazione se Trump dovesse vincere le elezioni.

– ha fatto un ulteriore progresso verso l’introduzione ufficiale la norma italiana sulla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, quella chiamata “legge bavaglio” dai suoi critici, con critiche altre critiche ai critici.

– gli ultimi dati di bilancio del Guardian, il più importante quotidiano britannico, non sono buoni: il giornale ha annunciato di volersi muovere verso altri ambiti di ricavo, a cominciare dalle affiliazioni coi siti di e-commerce.

– il direttore del Foglio ha riassunto mercoledì una serie di novità introdotte dal giornale negli ultimi mesi.

– si è definita la vendita del quotidiano genovese Secolo XIX all’azienda di navigazione MSC, e la sostituzione della direttrice Stefania Aloia (che resterà al gruppo GEDI) con Michele Brambilla, 65 anni, già direttore della Gazzetta di Parma e del Quotidiano Nazionale e prima ancora vicedirettore dei quotidiani Libero Giornale.

– c’è una battaglia legale in corso sulla futura eredità di Rupert Murdoch, proprietario di un grandissimo e potentissimo gruppo editoriale (che possiede per esempio il Wall Street JournalFox News, il Times di Londra), e su chi dei suoi figli governerà quest’ultimo. I giornali americani hanno protestato che i documenti sulla contesa siano tenuti riservati.

– il Fatto ha sostenuto in un articolo che i ricavi della Gazzetta di Parma siano stati usati nel 2019 dalla proprietà per i suoi interessi in altre attività imprenditoriali.

– il primo agosto il sito del quotidiano Repubblica aveva chiesto scusa ai lettori per un titolo accusato di sessismo a proposito di un risultato delle Olimpiadi.

– la Columbia Journalism Review ha pubblicato un lungo articolo sui successi del sito di informazione sulla moda Business of Fashion e del suo creatore.

– l’ultimo numero del tabloid gratuito quotidiano Evening Standard sarà distribuito a Londra il 19 settembre. Dopo la testata diventerà settimanale con il nome di London Standard : la scelta era stata annunciata lo scorso maggio.

– il direttore del Post ha condiviso su Twitter un paio di casi di articoli di testate nazionali copiati identici o quasi dal sito del Post (ma la pratica non è rara, in giro).

– c’è stato un polemico confronto tra l’allenatore della squadra di calcio della Roma Daniele De Rossi e il quotidiano Repubblica, all’inizio di questo mese (con dei precedenti). De Rossi ha accusato il giornale di avere scritto delle cose false, Repubblica ha replicato – con una “Nota della direzione” e un “Comunicato del CdR” – contestando la scelta di De Rossi di “additare” il giornalista autore dell’articolo.


domenica 8 Settembre 2024

I quotidiani a giugno

Domenica prossima riferiremo i dati di diffusione dei quotidiani nel mese di luglio, che come di consueto vengono pubblicati poco più di un mese dopo. Rimandiamo quindi a questo prossimo aggiornamento, limitandoci a sintetizzare qui i dati relativi a giugno per le testate maggiori : leggermente migliori di quelli di maggio, ma più o meno con le solite perdite medie intorno al 10% rispetto a un anno prima per quanto riguarda il dato che privilegiamo abitualmente, ovvero quello che esclude le copie promozionali, quelle omaggio, quelle scontate oltre il 70% e quelle vendute in quote “multiple” ad aziende, organizzazioni e istituzioni.
Corriere della Sera -6,6%
Repubblica -12,6%
Stampa -14,5%
Sole 24 Ore -5,7%
Resto del Carlino -9,2%
Messaggero -9,9%
Nazione -7,9%
Gazzettino -5,3%


domenica 8 Settembre 2024

Cancellare è un po’ più facile sui siti GEDI

Dallo scorso giovedì le testate del gruppo editoriale GEDI hanno introdotto un sistema di semplificazione delle pratiche di cancellazione degli abbonamenti. La questione è annosa e internazionale: molti abbonati a testate digitali protestano per quanto sia reso difficile disdire gli abbonamenti, procedura su cui tanti siti impongono una serie di ostacoli per cercare di demotivarla. E negli Stati Uniti più volte negli anni scorsi istituzioni governative hanno ordinato che le cancellazioni debbano avere la stessa semplicità delle attivazioni di abbonamenti.

Spesso le testate italiane chiedono agli abbonati di inviare un fax, o una PEC, o di telefonare, sapendo che questo disincentiva gli abbonati stessi: adesso GEDI ha infine inserito un tasto per cancellare l’abbonamento alle proprie testate online ( RepubblicaStampa), come già fanno diversi altri siti (il Post, per esempio). La possibilità non è visibilissima e il sito non fa niente per comunicarla meglio – per concludere la pratica serve poi superare le richieste di sette pagine successive – ma è un apprezzabile progresso.

“Per disattivare il Servizio, al fine di fornire data certa alla relativa comunicazione, l’Utente può, in via alternativa: i) contattare l’assistenza clienti al numero 06/89834120, dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 21:00 e il sabato e prefestivi dalle 9 alle 15, festivi esclusi. La chiamata non avrà alcun costo aggiuntivo, salvo eventuali costi applicati all’Utente dal proprio operatore telefonico in base al piano tariffario prescelto. In questo caso l’Utente riceverà un’e-mail di conferma dell’avvenuta disattivazione; ii) inviare una PEC all’indirizzo recesso.abbonamentidigitali@pec.gedidigital.it, specificando l’oggetto e la User ID necessaria a identificare i Servizi di cui si chiede la disattivazione. Oppure attivare la procedura di disattivazione online, cliccando sull’apposito pulsante di disattivazione presente nell’area “Abbonamenti” all’interno dell’area personale utente. Si precisa che il pulsante di disattivazione non potrà essere selezionato per gli abbonamenti a tempo indeterminato già disattivati dall’Utente mediante una delle modalità di cui ai punti i) o ii) che precedono”.


domenica 8 Settembre 2024

Dubbi sui podcast

La sostenibilità economica dei podcast è stato ed è tuttora uno degli argomenti maggiori nelle attenzioni e nei dibattiti intorno alle generali sostenibilità dei prodotti di informazione, in questi anni. Perché i podcast sono un ennesimo – e grande – esempio della frequente contraddizione tra il “successo” di un prodotto digitale e la sua capacità di ottenere ricavi economici sufficienti a coprire i suoi costi.
E come in molti altri casi precedenti, nessun modello economico unico e universale è stato individuato che possa rendere “profitable” o almeno sostenibili i podcast in generale: chi li produce si è finora affidato – con risultati nella maggior parte dei casi insoddisfacenti – a raccogliere inserzioni pubblicitarie (poche, e povere), a farseli pagare dalle piattaforme che li distribuiscono (solo quando il podcast ha grandi attrattive), a produrre parallelamente podcast sponsorizzati da aziende interessate alla promozione dei propri interessi (oneroso, in risorse, tempo e denaro), a sperare in fortunate vendite di diritti televisivi (rare).

Per la gran parte dei giornali, in realtà, il processo auspicato è quello di un ricavo indiretto: che i podcast, ovvero, diventino parte di un’offerta che invita gli ascoltatori all’abbonamento al giornale. Sia perché il podcast può essere solo per abbonati, sia perché avvicina al prodotto editoriale complessivo e ad abbonarsi successivamente.
Ma il processo è, appunto, auspicato: alcune testate ne registrano risultati soddisfacenti (misurarli non è sempre facile, proprio perché il percorso è in parte indiretto), molte altre non ancora.

E siccome il tempo passa, e la diffusione dei podcast non è più una novità su cui poter fare ancora grandi esperimenti di monetizzazione, sono notevoli la scelta e la considerazione che ha fatto il Boston Globe, il maggiore quotidiano di Boston e uno dei più importanti e storici degli Stati Uniti. Che ha deciso nel giro di poche settimane di ritirare un investimento previsto sui podcast, spostando su altri ruoli tre persone appena assunte per occuparsi dei podcast, con la motivazione che i podcast “non attraggono abbonati”. Non è una generale inversione di tendenza, è un caso finora unico tra le grandi testate: ma qualcosa dice delle insoddisfazioni di una parte – una parte – dei giornali con i podcast.


domenica 8 Settembre 2024

Le foto che non vediamo

Tra i tanti aspetti della balenga storia che ha portato alle dimissioni del ministro Gennaro Sangiuliano, uno riguarda i giornali ed è affiorato solo parzialmente, ma abbastanza da incuriosire i profani che non conoscono queste consuetudini, tenute nascoste per loro definizione. È stato raccontato che sulla relazione tra il ministro e Maria Rosaria Boccia sono circolate delle fotografie di paparazzi che alcune riviste avrebbero ricevuto decidendo di non pubblicarle: secondo alcune dichiarazioni di Boccia questo avrebbe dato degli strumenti di ricatto alle riviste stesse nei confronti del ministro.
La pratica è in realtà assai frequente e riguarda personaggi pubblici di vario genere, e anche politici. Per ogni servizio fotografico scandalistico pubblicato che rivela ai lettori relazioni – o comportamenti – che i protagonisti avrebbero preferito non far conoscere, molti altri non vengono pubblicati, preferendo le riviste stesse conservare degli utili e preziosi rapporti coi protagonisti stessi. A volte questo avviene con una telefonata da parte dei responsabili della rivista che avvisa i soggetti di avere ricevuto la proposta di acquistare delle foto sgradite ai soggetti, a volte sono i soggetti stessi a intervenire quando ne vengono a conoscenza; a volte la rivista rifiuta quindi il servizio al fotografo, che però può allora proporlo a un’altra testata; quindi è frequente anche che la rivista – con ulteriore indulgenza per i soggetti fotografati – acquisti il servizio senza pubblicarlo.


domenica 8 Settembre 2024

Charlie

Torneremo da questa vacanza sparigliando, e segnalando stavolta un format dei più autorevoli giornali americani su cui avere delle diffidenze piuttosto che delle ammirazioni: ed è un tipo di articoli che espongono in maniera ingannevole e sproporzionata l’opinione e il comportamento di un numero limitatissimo di individui, dando l’idea che si tratti di una maggioranza, o di un fenomeno esteso. Voi direte che questa sopravvalutazione avviene anche sui media italiani, spesso: è vero, ma è un po’ diverso, sui media italiani si esagerano esplicitamente le dimensioni di “tendenze” probabilmente assai limitate o di limitata durata. Invece su giornali come il New York Times o il Wall Street Journal o il Washington Post si riferisce correttamente che quello che viene riportato riguarda la persona A, la persona B e la persona C, per un totale di tre persone (o cinque, o otto): ma nei fatti il riportare il pensiero o l’esperienza di quelle tre persone, e farne un titolo, dà l’impressione non che si tratti di tre storie singolarmente interessanti ma statisticamente insignificanti, quanto di tre storie esemplari e prevalenti. Meglio essere diffidenti di quei titoli.

Fine di questo prologo.


domenica 21 Luglio 2024

Il futuro prossimo di Charlie

È un mese di vacanza. La prossima newsletter arriverà l’8 settembre, passate un buon agosto e abbonatevi al Post se non lo avete ancora fatto (se lo avete fatto, sempre grazie).