Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 15 Giugno 2025
Ag Digital Media, la società che possiede il sito italiano Freeda, ha avviato la procedura di liquidazione volontaria. Significa di fatto la chiusura di Freeda, che alla sua nascita dieci anni fa era stato commentato come un’idea innovativa e di grandi prospettive commerciali nell’informazione delle generazioni più giovani, ricevendo grossi investimenti, tra gli altri dalle famiglie Berlusconi ed Elkann. Freeda aveva persino aperto alcune versioni internazionali, prima di trovarsi in grosse crisi di ricavi pubblicitari.
domenica 15 Giugno 2025
L’editore di Vanity Fair, il mensile americano che malgrado i tempi difficili per le riviste rimane una delle testate più illustri del mondo, ha scelto un nuovo direttore dopo le dimissioni di Radhika Jones: sarà Mark Guiducci, 37 anni, che era il direttore editoriale e creativo di Vogue.
domenica 15 Giugno 2025
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di aprile 2025.
I dati sono la diffusione media giornaliera*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.
Corriere della Sera 162.893 (-2%)
Repubblica 83.568 (-6%)
Stampa 57.192 (-9%)
Sole 24 Ore 49.245 (-7%)
Resto del Carlino 45.398 (-10%)
Messaggero 39.958 (-11%)
Gazzettino 30.575 (-7%)
Nazione 29.446 (-11%)
Dolomiten 25.850 (-4%)
Fatto 24.752 (-7%)
Giornale 24.356 (-8%)
Messaggero Veneto 21.833 (-8%)
Unione Sarda 20.365 (-8%)
Verità 19.337 (-9%)
Eco di Bergamo 18.703 (-12%)
Secolo XIX 18.146 (-9%)
Altri giornali nazionali:
Libero 17.019 (-5%)
Manifesto 14.075 (+6%)
Avvenire 14.664 (+0%)
ItaliaOggi 5.779 (+6%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS).
La media dei cali percentuali anno su anno delle prime dieci testate ad aprile è del 7,3%, meno del solito (tra l’8 e il 10% in meno). Con la consueta analisi grossolana, si può pensare di mettere in relazione questo relativo miglioramento con le attenzioni alla morte del Papa negli ultimi giorni del mese (alcuni quotidiani hanno fatto numeri migliori del mese precedente, malgrado il lungo ponte di fine mese). Rispetto a questo dato continua quindi ad andare assai meglio – ormai stabilmente da alcuni anni – il Corriere della Sera, e di poco anche Repubblica : quest’ultima sembra con la nuova direzione di Mario Orfeo avere “normalizzato” le sue perdite dopo alcuni anni in cui erano state assai superiori alla media. Quelli che vanno peggio sono i quotidiani locali, soprattutto i due del gruppo Monrif (Nazione e Resto del Carlino) e il Messaggero. Il giornale in lingua tedesca Dolomiten (che, ricordiamo, si avvantaggia di cospicui contributi pubblici) è l’eccezione, e ha di nuovo superato di poco le copie del Fatto . Mentre tra le testate più piccole continua la crescita del Manifesto (che da tempo tiene delle posizioni su Gaza sempre più condivise nel paese) e questo mese cresce anche ItaliaOggi, che da qualche tempo ha interrotto un lungo declino. Anche questi due giornali sono destinatari di contributi pubblici (l’unico in questa lista che perde copie pur comparendo in quella dei grandi sovvenzionati dai contributi pubblici è Libero).
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che dovrebbero essere “la direzione del futuro”, non essendolo ancora del presente – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 41mila, il Sole 24 Ore più di 33mila, il Fatto più di 28mila, Repubblica 15mila). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, ma questo mese aggiungiamo tra parentesi anche le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto.
Corriere della Sera 47.657 +1,7% (+10,7%)
Sole 24 Ore 21.733 -4,8% (-0,6%)
Repubblica 20.083 -8,6% (-0,5%)
Manifesto 7.249 +8,8%
Stampa 6.763 -5,7% (-2,2%)
Fatto 6.252 -1,3% (+15,7%)
Gazzettino 5.600 -11% (+18,1%)
Messaggero 5.335 -10,8% (+12%)
Come si vede, con l’eccezione del Manifesto e in una esigua misura del Corriere della Sera, le variazioni annuali sono persino negative. Compensate solo in alcuni casi dalle crescite degli abbonamenti molto scontati: il cui valore è impossibile da sintetizzare, data la varietà delle promozioni e degli sconti: ci sono in questo dato abbonamenti pagati anche 150 euro come altri in offerte a pochi euro.
Si conferma la tendenza a investire sulla crescita nel numero degli abbonamenti di valore più limitato, che generano ricavi contenuti.
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente molto più economici – ai contenuti dei loro siti web.
( Avvenire, Manifesto, Libero, Dolomiten e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)
* Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore un po’ grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione, e che trovate qui.
domenica 15 Giugno 2025
Il Washington Post – il giornale protagonista della maggiore crisi recente tra quelli più importanti del mondo – sembra essere entrato in una modalità più quieta nelle ultime settimane: risultato in parte della volontà della dirigenza di attenuare le tensioni generate dal declino degli abbonamenti e dagli interventi della proprietà sulle scelte della redazione; e in parte di una stanchezza e demotivazione della redazione stessa.
Nei giorni scorsi però è successo qualcosa, e la dirigenza ritiene evidentemente che sia venuto il momento di costruire una nuova prospettiva del giornale. Prima è stato annunciato il nuovo direttore della sezione delle opinioni: il precedente si era dimesso per dissenso con la nuova impostazione imposta alla sezione dalla proprietà.
Il nuovo direttore si chiama Adam O’Neal, ha solo 33 anni, ed era finora corrispondente da Washington per il settimanale britannico Economist. Prima aveva scritto per la sezione delle opinioni del Wall Street Journal, e un articolo del New York Times ha segnalato come quello sia un precedente che suggerisce che O’Neal abbia posizioni conservatrici.
Poi venerdì la newsletter Breaker ha riferito di una riunione convocata dal direttore del Washington Post Matt Murray per annunciare un’accelerazione delle priorità sul digitale rispetto alla carta, e un investimento generale sulle nuove tecnologie, tra cui il video e i software di “intelligenza artificiale”.
domenica 15 Giugno 2025
Venerdì mattina nessuno dei tre maggiori quotidiani italiani aveva un corrispondente dall’India per scrivere della notizia principale sulle prime pagine, l’incidente aereo ad Ahmedabad. La strage occupava naturalmente molto spazio, ma su Repubblica ne riferiva il corrispondente da Londra, sul Corriere della Sera gli articoli erano firmati da un giornalista esperto di aviazione che si trova in Italia, mentre la Stampa aveva coinvolto un collaboratore che vive in India e che solitamente non si occupa di cronaca ma di analisi e reportage (che nello stesso giorno aveva infatti scritto un commento di più ampio respiro anche su Repubblica).
Il Sole 24 Ore invece ha potuto pubblicare un articolo firmato da un corrispondente da Delhi, Marco Masciaga, che mantiene tuttora.
Trattandosi di un paese della dimensione e dell’importanza dell’India, il caso è stato piuttosto esemplare della forte riduzione di corrispondenti all’estero anche nelle grandi redazioni italiane, in questi decenni di interventi sui costi (tra l’altro l’India è una sede meno costosa rispetto ad altri paesi di simile importanza). Ma anche della possibilità di supplire parzialmente a queste limitazioni, possibilità offerta dalla disponibilità di informazioni online aggiornate da qualunque luogo del mondo.
domenica 15 Giugno 2025
Secondo un articolo del Wall Street Journal l’introduzione di risultati compilati dai software di “intelligenza artificiale” nelle pagine di ricerca su Google starebbe limitando il traffico sui siti di news, come si temeva da subito da parte dei siti di news stessi. La società di marketing online Similarweb ha diffuso dei dati che mostrerebbero declini intorno al 50% dei click dai motori di ricerca verso siti come HuffPost, Business Insider e Washington Post. I cali sono più contenuti al New York Times e al Wall Street Journal, ma i responsabili delle diverse testate concordano tutti di non potere più fare affidamento sul traffico generato da Google, in prospettiva.
domenica 15 Giugno 2025
Con soddisfazione annunciamo che questa newsletter, Charlie, ha organizzato il suo primo evento pubblico per raccontare e condividere gli sviluppi sul “dannato futuro dei giornali”: giovedì 26 giugno a Milano, al teatro della Triennale, il direttore editoriale del Post Luca Sofri intervisterà Ben Smith, fondatore e direttore di Semafor e uno dei giornalisti più esperti sui cambiamenti nell’informazione di questi decenni. Ben Smith è anche l’autore di Traffic (Altrecose), sulla storia del giornalismo digitale americano. L’ingresso è gratuito su registrazione.
domenica 15 Giugno 2025
Alle contraddizioni delle scelte etiche nel giornalismo italiano ci si può abituare, ma non è una buona ragione per dimenticare che sono contraddizioni. Il rapporto con la presunzione di innocenza è una di queste, e l’inesistenza della presunzione di innocenza nella cultura popolare italiana si deve da una parte a delle inclinazioni umane di non grande civiltà, ma dall’altra al fatto che chi dovrebbe trasmettere modelli di maggiore civiltà non si comporta diversamente da chi ignora i principi essenziali del diritto e della convivenza.
Gli esempi sono quotidiani, e vengono affrontati – poco affrontati – solo quando poi si rivela una reale innocenza, e quando le colpevolezze promosse dai media si dimostrano false. Ma la presunzione di innocenza si chiama così perché prescinde dalla dimostrazione di innocenza o colpevolezza dei soggetti. E se si può accettare con rassegnazione (si può?) che i giornali adottino dei linguaggi che la trascurano in alcuni casi (non tutti) di rei confessi, di fatti già dimostrati, di sentenze di condanna in primo grado, resta impressionante la leggerezza con cui testate importanti titolano invece “arrestato il killer” gli articoli che spiegano che una persona è accusata di un reato ancora molto misterioso, in cui la stessa accusa non è ancora chiara. E se si confermerà quell’accusa, non sarà una buona ragione per dirsi di avere fatto bene: di nuovo, la “presunzione di innocenza” non si applica col senno di poi. E quindi diventa rassicurante quando qualcuno decide dopo qualche ora di correggerlo quel titolo, in “arrestato l’uomo sospettato”.
Fine di questo prologo.
domenica 8 Giugno 2025
Il quotidiano Libero ha dovuto pubblicare una lettera degli avvocati di Roberto Baggio piuttosto seccata da come il giornale aveva inventato dei suoi virgolettati attribuiti a un’intervista.
domenica 8 Giugno 2025
In questi anni la prossimità alla maggioranza di governo, e quindi a maggiori influenze e potere, ha aiutato alcuni quotidiani di destra a raccogliere investimenti pubblicitari maggiori, soprattutto da grosse aziende interessate a quelle relazioni e “posizionamenti”. E quindi le consuetudini di offrire agli inserzionisti anche spazi “giornalistici” – di cui spesso parliamo su Charlie – non riguardano più soltanto le testate nazionali maggiori, destinatarie del grosso degli investimenti pubblicitari.
Questa settimana, per esempio, il quotidiano Libero ha dedicato un articolo di una pagina all’azienda di produzione di energia Renexia, che aveva acquistato pagine pubblicitarie nei giorni precedenti.
domenica 8 Giugno 2025
TechCrunch, una delle testate americane protagoniste dell’informazione sui cambiamenti digitali dell’inizio di questo millennio (fu fondata nel 2005), chiuderà dopo più di quindici anni la sua edizione europea, e sta licenziando tutti i dipendenti di quella redazione. La società ha avuto nel tempo molte proprietà e da poco è stata venduta da Yahoo a un fondo di “private equity”.
domenica 8 Giugno 2025
Il quotidiano Domani è tornato sabato ad accusare i conflitti di interessi che riguardano il deputato della Lega Antonio Angelucci, titolare di estese ricchezze nelle sue attività di imprenditore della sanità privata e proprietario anche dei quotidiani Libero, Giornale e Tempo: secondo Domani Angelucci starebbe ottenendo aiuti dal governo che consoliderebbero le attività e i profitti delle sue società.
L’indomani i quotidiani di Angelucci hanno ritenuto di intervenire in difesa degli interessi del proprio editore: il direttore del Giornale Alessandro Sallusti ha pubblicato un commento in prima pagina contro il proprietario di Domani, Carlo De Benedetti, accusando le inchieste di Domani di non rivelare che De Benedetti sarebbe a sua volta interessato proprietario di attività nella sanità privata (in realtà la maggioranza della società in questione è dei figli di De Benedetti, con cui il padre ebbe una rottura al momento della vendita del gruppo GEDI). Libero ha fatto lo stesso, con un articolo non firmato sempre in prima pagina.
domenica 8 Giugno 2025
Un piccolo caso giornalistico internazionale dei giorni scorsi permette di mostrare una questione molto frequente che concorre alla quota di disinformazione diffusa da testate italiane anche autorevoli: la questione è la permanenza online di articoli che riferiscono fatti e notizie smentiti o dimostrati falsi.
Il caso stavolta è stata una presunta intervista all’attore Clint Eastwood pubblicata dal quotidiano austriaco Kurier, che Eastwood ha poi negato di avere dato e che è risultata essere una specie di collazione di sue dichiarazioni precedenti, divenute assai equivoche in un altro contesto. Ma prima di questa smentita le sue dichiarazioni erano state riprese da siti e giornali in mezzo mondo.
Alcuni di questi hanno quindi riferito la smentita in nuovi articoli, ma senza cancellare o emendare i precedenti: che quindi restano disponibili alle ricerche future e continuano a offrire a chi li leggerà un’informazione errata.
domenica 8 Giugno 2025
La Stampa ha introdotto mercoledì il suo “redesign” del quotidiano, annunciato con una campagna promozionale nei giorni precedenti. Il nuovo aspetto del giornale è meno dissimile dal precedente rispetto a quanto avviene solitamente in interventi di questo genere: si nota soprattutto la scomparsa del colore giallo negli elementi grafici che prima emergevano sin dalla prima pagina.
Contemporaneamente il prezzo della singola copia è stato aumentato a un euro e novanta centesimi.
domenica 8 Giugno 2025
Antonello Guerrera, corrispondente da Londra del quotidiano Repubblica, si è arrabbiato su Twitter per come le notizie e i virgolettati propri di un suo articolo erano stati ripresi da altre testate senza citarne la fonte. La contestazione di Guerrera è molto chiara nel distinguere quello che è un abituale ruolo del giornalismo – riprendere e riferire informazioni rilevanti, anche quando provengono dai giornali stessi – da quello che è più scorretto: non citare la fonte quando queste informazioni sono il risultato del singolare lavoro di un giornale o un giornalista.
Non si ritiene naturalmente necessario citare la fonte di una notizia che sia di pubblica conoscenza, o che sia avvenuta in circostanze pubbliche, o che sia stata riferita da molte testate diverse. Ma attingere a informazioni ottenute in “esclusiva” (come si dice con espressione spesso inadeguata) richiede invece la correttezza di segnalare chi sia stato il responsabile di quell’impegno.
In questo caso quello che è avvenuto sta un po’ in mezzo, perché Guerrera ha raccolto delle dichiarazioni rese in pubblico ma sostiene di essere stato l’unico giornalista italiano presente e quindi l’unico ad averle riportate in italiano così come sono state riprese poi da altri: riconoscergliele sarebbe stata comunque la cosa più corretta.
“non voglio fare nomi perché non voglio scendere anche io nella pochezza. Eppure, senza @repubblica, quei colleghi, anche di altri giornali importanti, non avrebbero mai avuto accesso alle frasi di Fabregas, o perlomeno non così presto. Con la mia traduzione ovviamente, riportato in maniera integrale e fedele. Eppure, potevano riprendere anche tutte le frasi ovviamente. Ma per correttezza, e per rispetto professionale, bastava semplicemente aggiungere nel pezzo una riga:“…come riportato da @repubblica”. Poi, cari colleghi dall’Italia, non lamentatevi se i giornali perdono credibilità. O se ogni tanto vi capita di pensare di non avere il giusto riconoscimento per il vostro lavoro. Se sminuite il lavoro di un vostro collega che vai sui posti, per poi plagiarlo senza pietà, non vi lamentate del resto”.
domenica 8 Giugno 2025
Craig Silverman è canadese ed è stato uno dei più esperti e attenti studiosi della diffusione di “fake news”, prima che la questione diventasse familiare a tutti, capace di riconoscere sia le responsabilità di internet che quelle delle testate giornalistiche (un suo testo fece da prefazione nel 2015 al libro Notizie che non lo erano di Luca Sofri, peraltro direttore editoriale del Post).
Da qualche settimana Silverman ha creato una nuova newsletter dedicata alla disinformazione assieme ad Alexios Mantzarlis, a sua volta studioso con esteso curriculum degli stessi argomenti e delle evoluzioni dei media, italiano di origini greche.
Questa settimana la newsletter, Indicator, ha riferito che un bizzarro video dell’avventura di un “parapendista” ripreso anche da diverse testate nazionali italiane (compreso il Post, con colpevole disattenzione) è stato poi rivelato come il prodotto di un software di intelligenza artificiale. Il Post e il Guardian hanno emendato l’articolo e informato i lettori.
domenica 8 Giugno 2025
Venerdì scorso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria del governo italiano ha comunicato lo stanziamento di 82 milioni di euro per il 2025 a sostegno del settore delle imprese che producono, distribuiscono e vendono i quotidiani di carta. Di questi, 10 milioni andranno alle edicole, 3 milioni ai “punti vendita non esclusivi” (le attività commerciali che vendono anche quotidiani e periodici nei comuni privi di edicole) e 4 milioni ai distributori. I restanti 65 milioni finanzieranno un contributo straordinario agli editori pari a 10 centesimi per ogni copia venduta nel 2023. Un contributo identico era già stato previsto per il 2021 e il 2022 dal “Fondo straordinario a sostegno dell’innovazione nell’editoria”, che non esiste più.
Quest’anno, infatti, i soldi per offrire questo contributo provengono dal Fondo unico per il pluralismo e l’innovazione digitale dell’informazione e dell’editoria – quello che il governo usa per finanziare gran parte dei contributi per le emittenti radiotelevisive, le edicole e gli editori –, che è aumentato di 50 milioni di euro, anche a fronte delle ripetute richieste della Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG). Lo stanziamento per questo contributo è cresciuto di 5 milioni rispetto all’anno scorso, quando i fondi non erano bastati per pagare agli editori 10 centesimi per ogni copia venduta e l’importo richiesto era stato ridotto proporzionalmente per tutti.
C’è da aggiungere che, esplicitamente o implicitamente, queste spese favoriscono un settore in crisi – che può essere giusto proteggere, come i settori in crisi – privilegiando però, nel 2025, gli editori di quotidiani cartacei che sono in gran parte aziende di grandi dimensioni e ricchi editori, a scapito della concorrenza digitale che oggi raggiunge una quota molta maggiore di lettori e produce sicuramente un maggior risultato di “pluralismo”.
domenica 8 Giugno 2025
Un articolo del New York Times ha rivelato martedì un nuovo progetto del Washington Post di dare molto più spazio agli articoli di opinione e ai contributi in questo senso di autori e autrici esterni al giornale. Il progetto si chiama “Ripples” (che vuol dire onde, ma anche effetti: quelle che si creano gettando un sasso nell’acqua) e andrebbe nella direzione – auspicata dalla proprietà – di diluire il posizionamento politico liberal del giornale.
Il Washington Post è di proprietà di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, e da quasi un anno è in mezzo a una crisi dovuta in parte alle sue difficoltà di crescita negli ultimi anni e in parte alla volontà dell’editore di attenuare i suoi approcci battaglieri nei confronti dell’amministrazione Trump (approcci che finora resistono in gran parte del giornale).
L’idea di “Ripples” è di creare un sistema di “intelligenza artificiale” capace di automatizzare la gestione delle proposte esterne, il loro perfezionamento e la loro pubblicazione. Un’impressione collaterale è che il progetto vada in una direzione antica e superata per i siti di news: quella di aggregare automaticamente articoli di commento poco retribuiti in grandi quantità, come avveniva un tempo attraverso i blog di autori esterni (lo Huffington Post ne fu il maggiore sfruttatore). Pratica poi in gran parte accantonata con lo spostamento delle priorità verso una maggiore identità e qualità dell’offerta ad abbonati e abbonate.
domenica 8 Giugno 2025
Il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato martedì una pagina celebrativa dei suoi risultati del 2024, “annata storica per il gruppo Le Monde”, anche per via dell’ottantesimo compleanno del giornale.
Le Monde è il quotidiano a maggiore diffusione in Francia, e una delle testate più autorevoli del mondo: protagonista di grandi crescite ancora negli ultimi anni. L’articolo cita il dato – certificato – di 533mila copie medie nel 2024, tra copie cartacee e digitali, il maggiore mai raggiunto da quando vengono conteggiate.
Tra i risultati citati c’è anche la crescita del settimanale Courrier International – appartenente allo stesso gruppo – che aggrega articoli della stampa straniera (fu l’ispirazione dell’italiano Internazionale) e che spesso traduce anche quelli del Post.
I bilanci del gruppo Le Monde sono in attivo dal 2016, spiega l’articolo con una serie di dati conclusivi.
domenica 8 Giugno 2025
I referendum di questi giorni sono un buon esempio concreto per tornare a spiegare quello che avevamo descritto due domeniche fa come il dibattito giornalistico più attuale – benché antico – di questi tempi: quello tra un giornalismo più “impegnato”, che dia a chi legge opinioni e idee strutturate e convinte, e abbia una quota di “attivismo”, e un giornalismo più distaccato nelle posizioni ma di maggiore credibilità e minore parzialità nel dare le informazioni necessarie a crearsi delle opinioni. Entrambi gli approcci hanno buone ragioni – se affrontati in buona fede e con correttezza – ed entrambi hanno debolezze.
Il modo con cui sono stati trattati i referendum, dai giornali, è appunto un buon esempio di questa alternativa: ci arriviamo, ma prima bisogna anche dire che è un buon esempio del fatto che neanche questa alternativa è netta, ma che anzi qualunque scelta contiene una quota sia dell’uno che dell’altro modo di intendere il giornalismo.
Da una parte, nelle scorse settimane molti articoli e interventi giornalistici sono stati confezionati e prodotti per aiutare gli elettori e le elettrici a capire le implicazioni del loro voto, qualunque fosse: scelta particolarmente preziosa in questa occasione in cui la materia di quattro referendum è già molto complessa (pensate invece a quando si votò per decidere se in Italia fosse lecito divorziare: tutto piuttosto immediato e chiaro; o al quinto referendum, quello sui tempi di richiesta della cittadinanza: cinque o dieci anni), e la formulazione dei quesiti la complica ancora di più.
Naturalmente anche questo modo di informare ha sempre una dose di soggettività e di parzialità: proprio perché la materia è molto ricca di fattori e contesti, quello che si sceglie di spiegare o no fa una notevole differenza nell’idea che si forma chi legge, o ascolta.
Da un’altra parte, sono stati pubblicati molti articoli dedicati a convincere i destinatari a votare in un modo o in un altro (o persino a non andare a votare): in alcuni casi espliciti fin dal titolo, “Perché votare sì [o no] ai referendum”. Articoli i cui autori, assieme ai giornali che li hanno pubblicati, ritengono che il proprio ruolo sia convincere chi legge della bontà di determinate scelte e azioni.
E anche in questo caso, molti di questi stessi articoli contenevano anch’essi informazioni e spiegazioni a sostegno di quella indicazione, utili a farsi un’idea comunque (stiamo sempre implicando un’accuratezza e affidabilità dei fatti esposti, comunque).
Ecco, le sfumature sono tante e le separazioni mai nette, ma diciamo che i due estremi di queste scelte giornalistiche sono “informare senza prendere posizione” e “suggerire una posizione da prendere”. E non vi sembri più nobile la prima delle due solo per come suona rispettosa: i suoi critici hanno buoni argomenti sul fatto che soprattutto in caso di conseguenze molto importanti la prima rischi di non opporsi o favorire a sufficienza queste conseguenze (i suoi sostenitori sostengono invece che un’informazione completa e credibile è sempre la migliore opposizione a ogni conseguenza indesiderata).
Il caso dei referendum è un buon esempio anche di questa incertezza: considerata la varietà di fattori, cose da considerare, conseguenze possibili, contesti diversi, pochissimi di noi avranno ricevuto dai giornali informazioni sufficienti e sicure sulle conseguenze del proprio voto. “Fidarsi” di quel che suggerisce di fare il proprio giornale può allora essere un’aspettativa comprensibile.
Sempre che si concepisca il voto come strumento di miglioramento del funzionamento democratico delle comunità, e non come affermazione identitaria e partigiana, ma questa è un’altra questione.
Fine di questo prologo.
domenica 1 Giugno 2025
Come ogni anno, il Post ha condiviso con lettori e lettrici, abbonate e abbonati, una sintesi dei propri risultati economici dell’anno precedente.
“Anche quest’anno il Post ha potuto usare queste risorse economiche per far crescere il suo lavoro e la sua offerta giornalistica, provvedendo a nuove assunzioni e avviando nuovi progetti. Gli abbonati e le abbonate del Post sostengono oggi il lavoro di oltre settanta lavoratori e lavoratrici dipendenti, e di una decina di persone che collaborano stabilmente con l’azienda. Tra i primi ci sono più di quaranta giornalisti e giornaliste, oltre metà dei quali lo è diventata al Post, dove in grande maggioranza hanno iniziato e iniziano a lavorare tra i venti e i trent’anni di età”.
domenica 1 Giugno 2025
Una voce senza conferme ufficiali è stata molto ripresa questa settimana, pur mostrandosi molto fragile nell’indicazione delle sue fonti: caso esemplare che mostra l’approccio di alcuni siti e testate a ospitare qualunque notizia che attiri attenzioni senza applicarvi alcuna propria verifica o controllo. La voce era che la proprietà dei quotidiani Libero, Giornale e Tempo (la famiglia Angelucci) fosse intenzionata a un ennesimo rimpasto delle cariche direttive tra i tre quotidiani. Ma la società editrice ha smentito.
“Si tratta di ricostruzioni arbitrarie e infondate, frutto di illazioni senza riscontro. L’Azienda diffida dunque chiunque dal continuare a diffondere tali notizie, lesive dell’immagine delle testate e dei professionisti che vi operano”.
domenica 1 Giugno 2025
Il Corriere della Sera continua a dare uno spazio superiore, rispetto agli altri quotidiani, a tutte le iniziative della deputata del partito “Noi moderati” Michela Brambilla relative agli animali. Venerdì una legge di “inasprimento delle pene” nata su sua iniziativa è stata citata persino in prima pagina, con grande spazio all’interno (le contraddizioni della legge sono state commentate da Mattia Feltri sulla Stampa sabato).
domenica 1 Giugno 2025
Brevemente, per un giorno solo e poi non se ne è parlato più, i quotidiani hanno ripreso venerdì con varie misure di scandalo la notizia delle critiche del Consiglio d’Europa al razzismo presente nelle forze di polizia italiane.
Una identica accusa era stata espressa anche sette mesi fa, con identico scandalo e simili titoli, che questa volta sono stati almeno un po’ ridimensionati in visibilità e tempo dedicato.
domenica 1 Giugno 2025
Mentre restano tesi i rapporti tra la redazione e la proprietà al Tirreno di Livorno, il maggiore quotidiano tra quelli acquisiti in questi anni dall’azienda SAE, SAE stessa ha intanto annunciato la creazione di una nuova testata, questa volta online, dedicata all’informazione sull’Abruzzo, regione originaria del fondatore di SAE (che per un periodo era stato editore del Centro di Pescara) e di parte della sua dirigenza: si chiamerà Abruzzo Daily e sarà diretta da Angelo De Nicola – da poco in pensione dopo decenni all’edizione abruzzese del Messaggero – e Guido Paglia, “in gioventù tra i fondatori della formazione di estrema destra Avanguardia nazionale, poi giornalista del Resto del Carlino, la Nazione, il Giornale, di cui è stato vicedirettore, il Mattino, ex direttore relazioni esterne e rapporti istituzionali alla Rai dal 2002 al 2012″.
domenica 1 Giugno 2025
Malgrado il documento pubblicato dieci giorni fa dai giornalisti della redazione, il Corriere della Sera continua a investire molto sulle doppie pagine di articoli pubblicitari non indicate come tali, e che suggeriscono una scelta della redazione nell’occuparsi di determinati argomenti invece che rivelarne la provenienza dalla concessionaria di pubblicità. Il formato è cresciuto molto in importanza e presenza tra quelli che sostengono i ricavi pubblicitari, ed è presente quasi ogni giorno: venerdì addirittura con quattro pagine complessive, due dedicate all’azienda Deloitte e due a Edison.
domenica 1 Giugno 2025
La scrittrice e critica letteraria Loredana Lipperini ha raccontato sul suo blog un caso che riguarda la cosiddetta “formazione continua” introdotta dall’ Ordine dei giornalisti nel 2014. Le regole prescritte per legge impongono che ogni anno gli iscritti all’Ordine accumulino una quota di “crediti” – dei punti, in sostanza – partecipando a corsi, convegni e iniziative dedicati: tutto nasceva da una buona intenzione di garantire una qualità aggiornata del lavoro giornalistico, ma è stato concretizzato in una necessità di raggiungere il numero di punti richiesto con la minor fatica possibile e nella nascita di un esteso indotto di forniture di punti spesso attraverso contenuti superficiali. Una seccatura di cui liberarsi.
“Dal momento che sono una persona curiosa, e non più iscritta all’ordine da una decina d’anni, sono andata a guardarmi i temi dei corsi di formazione del Lazio, che danno diritto ai relativi crediti.
Gennaio 2024
“100 anni di Italo Calvino. Un talento giornalistico inespresso”. Con tutto l’amore inesauribile per Calvino, non mi sembra che la formazione di un giornalista passi per il “talento inespresso” di Italo.
Marzo 2024
“Comunicare le trasformazioni del lavoro” in collaborazione con il CNEL. Con i saluti di Renato Brunetta.
Ma anche:
“La salvaguardia dei libri, dal Salone Monumentale alla Biblioteca della Camera dei Deputati”. Ora, sulla salvaguardia dei libri ci sarebbe moltissimo da dire, ma ho come la sensazione che non intendiamo la stessa cosa. Andiamo avanti.
Dicembre 2024
“La Biblioteca segreta nella Sala della Crociera al Collegio Romano: la deontologia professionale nel Giornalismo Culturale – esperienze e temi”. Non esattamente sullo stato delle biblioteche italiane, direi. Anche perché, si legge, l’offerta formativa consente “ai colleghi di essere in regola e rispettare l’obbligo di legge e, al contempo, di poter usufruire di preziose occasioni per conoscere siti artistici e culturali di grande valore”. Bellissimo, bravi, bene, avremmo qualche problemino di diversa natura, in materia.
Febbraio 2025
“Roma artista. Come i mass media raccontano la capitale della cultura e i talenti artistici al femminile”. Con tutto l’amore per le pittrici del XVI secolo a Roma, magari, anche qui, avremmo diverse priorità.
Marzo 2025
“Roma, dai Colonna alla grande bellezza”, Relatore di eccezione leggo, “Enrico Vanzina, regista e scrittore iscritto al nostro ordine. Vanzina ha dato vita a un viaggio attraverso ricordi personali, storie, aneddoti e fatti di cronaca che hanno descritto la Capitale e i romani tra vizi e virtù. A fare da cornice le vicende legate allo storico Palazzo Colonna, narrate dal principe Prospero Colonna, gentilissimo padrone di casa di un palazzo che ha segnato la storia di Roma””.
domenica 1 Giugno 2025
Tre anni fa questa newsletter riferì l’acquisto da parte del gruppo editoriale GEDI della società di promozione di “influencer” Stardust, e commentò le opportunità e i rischi di un investimento su prospettive nuove ma distanti da quelle dell’informazione giornalistica.
Venerdì il quotidiano Domani – il cui editore Carlo De Benedetti è l’ex proprietario dell’azienda che oggi si chiama GEDI – ha descritto così gli sviluppi di quell’operazione.
“Il business girava alla grande, almeno a giudicare dai conti della società che sui giornali si era costruita la fama di “fabbrica degli influencer”. Quello che ancora non è chiaro è come sia stato possibile il tracollo descritto nell’ultimo bilancio di Stardust, quello del 2024, il primo esercizio in cui l’azienda è stata gestita da manager nominati da Gedi. A fine marzo, il gruppo editoriale che fa capo alla Exor di John Elkann è dovuto intervenire d’urgenza con un aumento di capitale di 2,6 milioni dopo che il patrimonio netto di Stardust era finito sotto zero, divorato dalle perdite che l’anno scorso sono arrivate a 4,7 milioni su ricavi di 7,7 milioni […] Nel 2024 la gestione è passata nelle mani dei manager targati Gedi ed è partita una pulizia di bilancio che ha fatto emergere perdite milionarie. Tradotto in cifre, questo significa che Stardust è stata valutata 30 milioni nel 2022, quando è stata acquisita la prima partecipazione del 30 per cento. Due anni dopo la controllante Gedi digital ha dovuto svalutare di 8,8 milioni la propria quota dell’89 per cento nella cosiddetta fabbrica degli influencer e ora dovrà investire tempo e denaro per rimettere in carreggiata l’azienda”.
domenica 1 Giugno 2025
I giornalisti di Repubblica hanno approvato un documento che chiede alla direzione del giornale un maggiore impegno non solo sull’informazione che riguarda l’invasione israeliana di Gaza e le stragi conseguenti ma anche verso attività che contribuiscano a una pressione sul governo israeliano per interrompere il suo intervento.
“Le giornaliste e i giornalisti di Repubblica propongono uno sforzo ulteriore, alla direzione del quotidiano e alla categoria tutta, per sensibilizzare l’opinione pubblica sui crimini che stiamo raccontando con sempre maggiore sgomento, attraverso nuove forme di protesta, partecipazione, inchiesta, sostegno economico ai cronisti palestinesi. Non è mai stato tempo di minimizzare, giustificare o sposare le ragioni delle propagande contrapposte. Repubblica è e resta dalla parte delle vittime dei conflitti, comprese e non ultime quelle del 7 ottobre e gli ostaggi ancora in mano ad Hamas. Questo è il momento di alzare la voce, collettivamente, utilizzando ogni strumento a nostra disposizione”.
Come racconta tra gli altri il Fatto, sull’approvazione del documento ci sono stati ripensamenti e interventi della direzione che hanno spinto alle dimissioni i membri del Comitato di redazione.
“Poco prima delle 18 inizia la votazione del documento ma dai piani alti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari si muove un vicedirettore – ma probabilmente un altro è stato coinvolto – che si rivolge ai capi di due settori del giornale per coinvolgere il maggior numero di giornalisti. L’obiettivo? Fermare il voto in corso (i due settori hanno inviato una seconda votazione) e, soprattutto, far riaprire l’assemblea. La richiesta arriva al cdr, che giustamente oppone. Il primo componente a lasciare il cdr dopo la giornata convulsa è stato Matteo Pucciarelli. “È stata messa in discussione l’esistenza stessa di un sindacato all’interno di questo giornale – ha scritto – dopo che il testo è stato emendato con la massima disponibilità in alcuni punti su richiesta dei colleghi, si è riaperto il dibattito nei corridoi romani e nelle chat dei delegati sindacali. Un dibattito riaperto in separata sede in primis da pezzi di direzione e da alcuni capiredattori. La richiesta era di riconvocare un’assemblea regolarmente conclusa e con una votazione in corso per cambiare ulteriormente il testo. Penso che i processi di partecipazione siano sacri, inviolabili: l’assemblea è il luogo sovrano dove tutte e tutti sono invitati (non obbligati) a partecipare. Oggi ho scoperto che non è più così. C’è chi preferisce sovvertire il processo, facendo leva sul proprio ruolo. Lo trovo irrispettoso verso chi alle assemblee partecipa, verso chi nelle assemblee si espone esprimendo liberamente il proprio parere, verso i membri del Comitato di redazione””.
domenica 1 Giugno 2025
L’ultimo sviluppo nella discussa trattativa tra Donald Trump e CBS News intorno alla denuncia di Trump – che sostiene che un’intervista con Kamala Harris sia stata manipolata, danneggiandolo – è che CBS News avrebbe offerto 15 milioni di dollari risarcimento, ma Trump ne vorrebbe 25 e soprattutto delle scuse pubbliche, che sarebbero un forte strumento di propaganda per le sue accuse contro i media indipendenti.
Ricordiamo che la denuncia di Trump è ritenuta priva di sostanza e fondamento praticamente da tutti, ma la società che possiede CBS News è preoccupata delle sue ritorsioni rispetto a un importante accordo societario che il governo americano dovrebbe avallare.
domenica 1 Giugno 2025
Un tradizionale incidente giornalistico italiano si è verificato di nuovo anche su qualche importante testata nei giorni scorsi, e rende utile ricordare chi siano John Doe e Jane Doe.

domenica 1 Giugno 2025
La Stampa di Torino sta annunciando un redesign del giornale che sarà introdotto dal 4 giugno. La Stampa appartiene al gruppo editoriale GEDI, di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann, assieme al quotidiano Repubblica, al sito di news HuffPost, alle radio Deejay, Capital e M2O.
Per rappresentare i suoi lettori, il giornale ha scelto di investire sulla speranza che possano essercene di giovani e sul dato di fatto che molti siano anziani: trascurando la mezza età.
domenica 1 Giugno 2025
Business Insider è un sito statunitense nato nel 2007 come sito di news di tecnologia, economia e finanza ma era poi diventato più generalista: con un ruolo da protagonista nell’informazione americana del decennio successivo, e nel 2022 ha vinto un premio Pulitzer con un reportage illustrato sul genocidio degli uiguri in Cina (ne esisteva anche una versione italiana edita da GEDI e chiusa nel 2021). Nel 2015 è stato comprato dalla grande multinazionale editoriale tedesca Axel Springer (che possiede i quotidiani Bild e Welt in Germania, e il sito Politico negli Stati Uniti), ma da diversi anni è in una crisi di ruolo e di business con sviluppi mai positivi: la sua sostenibilità economica era molto legata alla visibilità SEO su Google, e la riduzione da parte di Google della promozione di siti di news ha molto compromesso i conti del giornale.
Questa settimana la sua amministratrice delegata ha annunciato una nuova riduzione dei dipendenti senza precedenti per dimensione: il 21% di loro sarà licenziato.
domenica 1 Giugno 2025
L’editore del maggiore quotidiano romano, il Messaggero, ha licenziato dopo solo un anno il direttore Guido Boffo. Le ragioni non sono state comunicate: girano voci di un’insoddisfazione per le sue posizioni critiche su Trump, che però non sembrano realisticamente sufficienti a giustificare una decisione così drastica e inaspettata. L’editore del Messaggero è Franco Caltagirone, 82 anni, imprenditore di grande ricchezza costruita nei settori immobiliare e bancario e di grande potere sulle vicende politiche ed economiche nazionali (protagonista in questi mesi di importanti sviluppi sulle proprietà bancarie italiane): e che ha sempre condizionato molto le scelte del Messaggero, e un anno fa aveva licenziato dopo un periodo ancora più breve il precedente direttore.
Per ora alla direzione del giornale è stato assegnato Massimo Martinelli, già direttore e poi nominato direttore editoriale: come già in passato, molti parlano di un ritorno alla direzione di Roberto Napoletano, oggi direttore del Mattino di Napoli (della stessa proprietà, assieme al Gazzettino di Venezia) e protagonista di un discusso e contestato periodo alla direzione del Sole 24 Ore.
domenica 1 Giugno 2025
La Sicilia, il maggiore quotidiano catanese (nacque nel 1945), è stata ceduta dalla sua storica proprietà a una società di proprietà di Salvatore Palella, che aveva ottenuto attenzioni e visibilità per l’espansione internazionale della sua società di sharing di monopattini, Helbiz. Le attività di Palella e i suoi rapporti a Catania – dove era stato brevemente anche proprietario della squadra di calcio di Acireale, la sua città – avevano ricevuto critiche e accuse (anche sulla stessa Sicilia), contestate dall’interessato e senza conseguenze giudiziarie. Insieme alla Sicilia Palella ha acquisito anche una piccola quota dell’Ansa, la più grande agenzia di stampa italiana, che apparteneva alla stessa società editrice del quotidiano, la Domenico Sanfilippo Editore (DSE).
domenica 1 Giugno 2025
TorinoCronaca è un quotidiano cartaceo e online che ha ricevuto nell’ultimo anno due milioni e duecentomila euro di contributi pubblici, e cifre simili in tutti i sei anni precedenti. È stato creato nel 2002 dall’editore torinese Massimo Massano, oggi 74enne, già parlamentare del partito neofascista MSI e socio dell’ultima versione del settimanale di destra novecentesco che si chiamava Il Borghese. TorinoCronaca – che ha cambiato il suo nome da CronacaQui Torino nel 2020 – in edicola costa solo 60 centesimi e dedica da sempre i suoi spazi e titoli maggiori alla cronaca nera e ai casi di violenza, o a quelli che generano allarme. Nel 2007 provò un’edizione milanese che però fu chiusa nel 2012: una declinazione del sito su Bologna esiste da un anno ma con aggiornamenti molto limitati.
TorinoCronaca riceve i contributi pubblici – come altre testate – grazie al presentare formalmente la sua testata come di proprietà di una società senza scopo di lucro, la “Fondazione Quarto Potere”.
Nel 2022 il Fatto ha pubblicato un articolo su TorinoCronaca citando una serie di presunte precedenti questioni giudiziarie che avrebbero riguardato il suo editore: il quale le ha però negate e ha denunciato per diffamazione l’autore dell’articolo, e per estorsione una persona che avrebbe fornito al Fatto dei documenti indicati dall’editore come falsi. Il processo è in corso a Torino.
domenica 1 Giugno 2025
La riapertura delle indagini sul cosiddetto “delitto di Garlasco” ha creato un’eccitazione straordinaria dei media, in queste settimane: eccitazione che alimenta e rafforza le curiosità del pubblico, che a loro volta – in un circolo vizioso – spingono i giornali e le tv a produrre sempre più contenuti e pagine per soddisfare la curiosità del pubblico. Parallelamente, in una convivenza paradossale, gli stessi giornali ospitano dei severi e preoccupati articoli di commento contro la deriva morbosa dell’eccessiva attenzione sulle indagini e contro i pericoli nei confronti della corretta esecuzione delle indagini stesse e dei processi.
Tra le varie testate grandi e piccole che stanno facendo saltare ogni responsabilità etica rispetto alla drammaticità di storie come questa e alle conseguenze non solo per le persone coinvolte ma anche per gli standard di civiltà condivisi, negli ultimi giorni si è distinto un quotidiano torinese, TorinoCronaca, che ha pubblicato un sondaggio online invitando i lettori a votare su “chi ha ucciso Chiara Poggi”.

domenica 1 Giugno 2025
La radio pubblica statunitense NPR ha denunciato Donald Trump per le sue decisioni di eliminare un’ingente quota di contributi pubblici a una serie di aziende giornalistiche: la denuncia di NPR sostiene – con buoni e realistici argomenti – che gli interventi di Trump violino la Costituzione limitando la libertà di espressione e perché dettati da ritorsioni contro le testate che sono state critiche nei suoi confronti (questo lo dice lo stesso Trump, chiamandole “biased and partisan”).
Venerdì, con simili motivazioni, una denuncia analoga è stata presentata da PBS, la rete di tv pubbliche statunitense.
domenica 1 Giugno 2025
Un prologo piccolo, oggi, per compensare le impegnative questioni esposte più spesso: piccolo, ma esemplare di un’inclinazione all’autoindulgenza da parte di molti giornali e giornalisti, e della debolezza rivelata dal non saper ammettere gli errori, che capitano. Lo mostra l’uso frequentissimo e forzato del termine “refuso”, per riferirsi a errori sostanziali e spesso colpevoli, anche quando vengono ammessi a fronte di contestazioni argomentate. L’enciclopedia Treccani dà questa definizione della parola “refuso”: «In tipografia, errore di composizione o di stampa prodotto dallo scambio o dallo spostamento di una o due lettere, o segni, causato spesso da errata collocazione dei caratteri nella cassa (per quanto riguarda la composizione a mano), o da errore del tastierista o da difetto meccanico (nella composizione a linotype o a monotype). In senso lato, errore tipografico in genere, o anche di fotocomposizione».
Queste sono la misura e la natura di quello che chiamiamo “refuso”: una lettera in più, una in meno, uno scambio di lettere, la svista di un plurale non corretto, eccetera. Errori di altra dimensione e significato sono invece “errori”, o “sbagli”. Sono informazioni sbagliate o false, che siano avvenuti in buona o cattiva fede. Chiamarli “refusi” è un modo autoassolutorio per minimizzarli, e per minimizzare le legittime richieste di chi ne chiede la correzione e le legittime aspettative dei lettori che si attendono informazioni corrette.
Nelle responsabilità di un giornalismo sicuro di fare del suo meglio c’è anche la capacità di ammettere e definire correttamente le misure e conseguenze dei propri errori e di chiamarli col loro nome.
Fine di questo prologo piccolo.
domenica 25 Maggio 2025
Il sito di news sugli argomenti dell’alimentazione che si chiama Il Fatto Alimentare ha vinto una causa contro l’azienda produttrice dell’acqua San Benedetto, che lo aveva denunciato per aver riferito di uno spot criticato da molti e dall’Istituto per l’autodisciplina pubblicitaria. Un commento sul Fatto Alimentare dice:
“Siamo di fronte a un caso che potrebbe rientrare nel capitolo delle liti temerarie, con una richiesta di risarcimento spropositata e infondata, che comporta un notevole dispendio di risorse per qualsiasi sito di giornalisti indipendenti. Si tratta di una strategia che appare mirata più a intimidire che a ottenere giustizia. Lo scopo dell’intero iter giudiziario non sembra quello di difendere l’immagine dell’azienda, ma spingere Il Fatto Alimentare ad abbassare i toni, a evitare di scrivere certe notizie anche se corrette. Scontrarsi con un colosso che ha chiuso l’ultimo bilancio con un fatturato di un miliardo di euro (nonostante il ‘danno d’immagine’ lamentato per i nostri articoli) è una sfida molto complicata per una piccola testata […] Qualche numero chiarisce la sproporzione fra i due soggetti. I danni richiesti dall’azienda equivalgono a circa dieci anni di bilancio del Fatto Alimentare, mentre le spese legali da sostenere per difendersi, secondo i parametri del tariffario forense, per una richiesta di danni di 1,5 milioni, potrebbero arrivare a 40-50 mila euro. Il meccanismo è semplice quanto efficace: ti faccio una causa milionaria, ti costringo a sostenere costi legali altissimi, e spero che tu decida di smettere di scrivere“.
domenica 25 Maggio 2025
Giovedì il Corriere della Sera ha ospitato un articolo dedicato al compleanno del suo editore, Urbano Cairo, e a un’intervista radiofonica che lo aveva celebrato. La Gazzetta dello Sport – della stessa proprietà – ha riferito i vivaci festeggiamenti ancora più estesamente. Sabato il Corriere della Sera ha dedicato un nuovo articolo all’intervento di Cairo a un festival.
Un anno fa il Comitato di redazione del Corriere aveva chiesto al direttore “di intervenire sulla sovraesposizione mediatica dell’editore Urbano Cairo sulle pagine del Corriere della Sera. Riteniamo che tale frequente presenza possa nuocere all’immagine del giornale ed esporlo a critiche gratuite”.

domenica 25 Maggio 2025
La Gazzetta di Mantova è ritenuto il quotidiano più antico del mondo tuttora pubblicato, essendo stata creata con questo nome nel 1664. Due anni fa è stata ceduta dal gruppo GEDI ad Athesis, la società che possiede anche l’ Arena di Verona, il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi. Secondo gli ultimi dati ADS la sua diffusione è di 10mila copie, con un calo del 9% rispetto a un anno fa, nella media dei quotidiani. Martedì il giornale ha annunciato il suo nuovo direttore, Corrado Binacchi, 53 anni, in redazione da molti anni. Il direttore uscente, Massimo Mamoli, prenderà il ruolo di direttore editoriale.
domenica 25 Maggio 2025
Un anno fa segnalammo una particolare polemica tra una tribù amazzonica e il New York Times: adesso c’è uno sviluppo legale.
“La scorsa estate decine di testate del mondo ripresero un articolo del New York Times in cui il giornalista Jack Nicas raccontava le conseguenze, positive e negative, dell’arrivo della connessione a internet nel villaggio brasiliano in cui vivono i Marubo, una popolazione indigena di circa duemila persone a lungo isolata dal resto del mondo. In gran parte di questi articoli, i Marubo furono descritti come tecnologicamente inetti e, soprattutto, dipendenti dalla pornografia, per via di un travisamento di un passaggio secondario del reportage di Nicas.
Ora, i Marubo hanno citato in giudizio il New York Times per diffamazione, chiedendo un risarcimento di 180 milioni di dollari (equivalenti a 158 milioni di euro) per danni reputazionali dovuti da quell’articolo”.
domenica 25 Maggio 2025
La questione della vendita del quotidiano britannico Daily Telegraph, che si trascina da due anni anche su questa newsletter, sembra essere arrivata a uno sviluppo decisivo, come spiega il Post.
“Venerdì il quotidiano britannico Telegraph ha annunciato che è stato raggiunto un accordo preliminare per la vendita del giornale al fondo di investimento statunitense RedBird Capital Partners. Il Telegraph è uno dei principali giornali conservatori britannici, molto letto e influente tra l’elettorato tory. Da due anni si trovava di fatto senza un vero proprietario: nel 2023 era stato messo all’asta per guai finanziari dei precedenti proprietari ed era stato acquistato dalla RedBird IMI, una joint venture fra RedBird Capital Partners e la società International Media Investments. Quest’ultima è una società di Abu Dhabi controllata dallo sceicco Mansour bin Zayed al-Nahyan, che è anche il vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti”.
domenica 25 Maggio 2025
Una direzione di sostenibilità in cui sembrano voler provare ad andare le proprietà di alcuni quotidiani locali in difficoltà è quella di ibridare sensibilmente le priorità giornalistiche con attività di comunicazione più commerciale. La stessa società SAE, assai citata in questa newsletter oggi, si è creata per aggregare un gruppo di quotidiani e poi ha acquisito un anno fa una quota di un’azienda di comunicazione per “realizzare un grande polo indipendente della comunicazione integrata a capitale italiano”.
Un’intenzione simile è stata attribuita alla società editrice Athesis dai giornalisti dell’ Arena di Verona, che hanno dichiarato lo “stato di agitazione” e minacciato scioperi “dopo che l’ad Andrea Pietro Faltracco ha presentato al comitato di redazione il piano industriale dell’intero Gruppo Athesis, cui appartiene lo storico quotidiano scaligero. Un piano che di fatto intende cambiare l’essenza stessa della testata – trasformandola in “media and communication company – e che l’assemblea dei giornalisti, convocata nell’immediato, ha giudicato inaccettabile affidando al cdr un pacchetto di cinque giorni di sciopero.
Ora è tutto nelle mani del direttore Massimo Mamoli il quale, a oltre tre anni dal suo insediamento, non ha ancora definito un piano editoriale ma si è impegnato a produrre entro lunedì 26 maggio almeno un documento che confermi che l’Arena e è rimane un giornale al servizio del territorio, che fa innanzi tutto cronaca, informazione professionale con notizie originali fondate e verificate nel rispetto del contratto di lavoro e delle regole deontologiche”.
domenica 25 Maggio 2025
Il Foglio ha pubblicato venerdì una riflessione ricca di spunti di Massimo Lugli – cronista di nera su Repubblica per quarant’anni – sull’intensificarsi delle attenzioni dei giornali e del pubblico sulla cronaca nera, e sulle sue conseguenze.
“Ma il problema non è una giustizia ormai diventata avanspettacolo, più che spettacolo. Il problema è quanto piace, quanto tira, quanto aumenta le vendite, quanto incrementa l’audience. Chi scrive è reduce, nel ruolo di invitato speciale (sic) da una conferenza di serissimi, compassatissimi rotariani che si sono sgargarozzati un’ora e passa di riepilogo dei più grandi casi di nera dagli anni Sessanta a ieri pomeriggio con l’entusiasmo di un quattordicenne in un pornoshop. E mica solo loro. Austeri professori, vezzosi intellettuali, scrittrici malinconiche, artisti impegnati coltivano in silenzio la passione per sangue e manette come una sorta di vizio segreto. Chi tira tardi davanti a Bruno Vespa non vede l’ora che la finiscano con le cavolate su Trump e l’Ucraina per godersi l’avvocatone dai capelli cotonati che punta il dito sull’indagato stile Marco Tullio Cicerone con le Catilinarie. Una star.
Sì, vabbè, ma la domanda resta. Perché il crime ci seduce e ci intriga? Forse per lo stesso, perverso meccanismo che fa rallentare le auto della fila opposta quando c’è un incidente con morti e feriti in autostrada? Forse una sorta di catarsi (per carità non chiedete alla Bruzzone che ce lo spiega in tre o quattro ore)? O magari il vecchio assioma meglio a lui (lei) che a me? Perché quando osservi le disgrazie altrui dalla finestra o dalla televisione, in qualche modo, ti senti invulnerabile. I drammi accadono, certo, ma agli altri, quindi mettiamoci comodi e godiamoci gli sviluppi dell’ultima ora.
La passione per la nera, ovviamente, non è nuova, e per fortuna visto che altrimenti avrei dovuto fare un altro mestiere. Quello che è cambiato è la virulenza delle opinioni che poi, a ben pensarci, è la stessa dei social. “Ma stai zitto, imbecille”, è una delle frasi più gentili che mi scrivono su Facebook praticamente dopo ogni ospitata seguita da. “Ma ’sto cretino lo paghiamo coi nostri soldi?”. Colgo l’occasione per ribadire alla gentile signora che dalle tivù non prendo un centesimo e, del resto, nessuno me lo offre. Dirò cavolate ma le dico gratis, chiusa parentesi”.
domenica 25 Maggio 2025
Il New York Times ha pubblicato un ritratto delle imprese di Kara Swisher, una delle più apprezzate e autorevoli esperte americane delle trasformazioni digitali di questi decenni, che ha attraversato diversi progetti giornalistici e dal 2018 è titolare di un podcast di grande seguito, per il quale ha appena chiuso un accordo con la società Vox Media che secondo il New York Times dovrebbe rendere a lei e al suo co-conduttore Scott Galloway 70 milioni di dollari in quattro anni.
“Ms. Swisher’s path to celebrity — a power broker who name-drops other power brokers — has taken her from The Washington Post to The Wall Street Journal to The New York Times, where she was an opinion columnist and host of a podcast called “Sway.”
Along the way, she co-founded two media businesses, AllThingsD and Recode; published three books; survived a mini-stroke; raised a family; and harbored few regrets. (Here’s one: “I was too nice to Elon for too long,” Ms. Swisher said of Elon Musk, the Tesla chief executive.)
She also learned a fundamental truth about herself: She does not want to be an employee, nor does she want to employ anyone. She wore a sweater to a White House Correspondents’ Association dinner party that warned people, or perhaps boasted, “I’m not for everyone.”
“Every day I get to decide what I do,” she said, “and it’s not dependent on anybody””.
domenica 25 Maggio 2025
SAE è l’azienda creata dall’imprenditore Alberto Leonardis per acquistare e aggregare una serie di quotidiani locali un tempo appartenenti al gruppo GEDI (i cosiddetti quotidiani “Finegil” del precedente “gruppo Espresso”): oggi sono il Tirreno di Livorno, la Nuova Sardegna di Sassari, la Gazzetta di Modena, la Nuova Ferrara, la Gazzetta di Reggio e la Provincia Pavese. Adesso la società ha acquistato la testata Paese Sera, che fu quella di un popolare quotidiano romano chiuso nel 1983, e poi protagonista di fragili tentativi di resurrezione. Un articolo del quotidiano ItaliaOggi spiega che “l’intenzione di SAE è presentare in edicola il nuovo Paese Sera con un doppio dorso insieme ai quotidiani già editi dal gruppo” e che “La foliazione sarà di 16 pagine, quindi con un taglio di approfondimento, e la redazione sarà composta da una decina di giornalisti, oltre a una serie di firme note come collaboratori in via di costituzione. Il direttore è ancora da definire mentre per la raccolta pubblicitaria è confermata la concessionaria Manzoni del gruppo Gedi- Repubblica“.
domenica 25 Maggio 2025
Sulla questione della pubblicità “occulta” sul Corriere della Sera è il caso di fare una distinzione, forse necessaria considerato il commento pubblicato in prima pagina sul Giornale l’indomani: nel quale si sostiene esserci una contraddizione tra il documento pubblicato e le molte promozioni delle attività del Corriere della Sera sulle pagine del giornale.
“Poi però, sfogliando il Corriere, abbiamo trovato: un articolo sull’editore, Urbano Cairo, il quale dice che andrà a votare ai referendum; la pubblicità di due festival organizzati dal Corriere; due pezzi firmati sui Viaggi del Corriere; due pagine interamente dedicate ad eventi collaterali del Giro d’Italia, organizzato dal Corriere; una grande recensione di un libro scritto da una firma del Corriere e pubblicato da Solferino editore, cioè il Corriere; un pezzo sull’iniziativa «Le 75 web lezioni del Corriere», videolezioni rivolte agli studenti per prepararsi alla Maturità, per seguire le quali occorre abbonarsi al Corriere; un articolo sul festival della tv di Dogliani inaugurato da Umberto Cairo [sic] , l’editore del Corriere. Ah. C’era anche una pagina sull’Academy del giornalismo del Corriere. Dove i giornalisti del Corriere insegnano a fare un’informazione libera e indipendente”.
Il commento del Giornale – forse con qualche interessata malevolenza – confonde appunto questioni differenti. L’anomalia della promozione personale dell’editore è sì una consuetudine del Corriere della Sera che non ha dimensioni uguali sugli altri quotidiani, e di cui Charlie ha scritto spesso, ed è una limitazione di indipendenza: ma non c’entra con quella discussa dal documento della redazione, relativa alla pubblicità di brand e aziende. Mentre la promozione delle attività, dei prodotti, degli eventi, del Corriere della Sera e della sua azienda sono una cosa ancora diversa – legittima, necessaria e comprensibile, e trasparente – da quella delle aziende inserzioniste (lo stesso Giornale , poche pagine dopo il commento critico, promuove proprie simili iniziative).
domenica 25 Maggio 2025
Un secondo lungo comunicato è stato pubblicato invece sul quotidiano giovedì da parte dei “giornalisti e le giornaliste del Corriere della Sera“, a proposito dell’attualissimo tema delle commistioni tra lavoro giornalistico e promozioni pubblicitarie, che al Corriere della Sera è particolarmente delicato data la cospicua quota di investimenti pubblicitari che il giornale è in grado di raccogliere.
Il comunicato presenta un documento in dieci punti molto rigorosi sull’indisponibilità a consentire che la promozione di prodotti e aziende sia ospitata sul giornale attraverso articoli giornalistici o in spazi non chiaramente identificati come pubblicitari, alludendo evidentemente a conflitti esistenti: “[I giornalisti e le giornaliste] Non lasciano condizionare la propria attività dalle pressioni provenienti da esponenti del marketing aziendale e della pubblicità (che in alcun modo possono relazionarsi direttamente con i redattori): dalla richiesta di visionare gli articoli prima della pubblicazione alle interviste imposte”.
Non è chiaro come questa dichiarazione potrà convivere con i frequenti inserimenti di contenuti promozionali non dichiarati sulle pagine del Corriere della Sera, e se la si debba considerare la premessa di un cambiamento o una dissociazione (per tutti i quattro giorni successivi il giornale ha ospitato le pagine pubblicitarie denominate “Eventi”, non segnalate come tali).