Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 12 Ottobre 2025

Non olet

Un altro format che Charlie cita spesso, a proposito della permeabilità tra i contenuti giornalistici e quelli pubblicitari, sono le pagine vendute dalle concessionarie dei giornali agli inserzionisti, e che vengono presentate senza indicazioni per cui i lettori le possano distinguere da quelle prodotte in autonomia dalla redazione. Anche questo modello si è esteso oltre ai due quotidiani maggiori (dove è indicato coi titoli “Guide”, “Eventi” o “Orizzonti”), con denominazioni diverse ma sempre ingannevoli. Nel caso di Libero, sotto la denominazione “Speciali”, mercoledì è stata pubblicata una pagina promozionale di un’iniziativa intorno all’ecologia e all’emergenza climatica: argomenti che il giornale – quando non si tratta di pubblicità – è solito irridere e definire sopravvalutati.


domenica 12 Ottobre 2025

Costruire relazioni

Charlie mostra spesso casi in cui contenuti presentati come giornalistici sui maggiori quotidiani sono in palese relazione con la promozione di aziende o istituzioni che hanno anche comprato pubblicità a pagamento sui medesimi quotidiani. I casi sono frequenti soprattutto sui due quotidiani a più grande diffusione non per una maggiore capacità di indipendenza degli altri, ma soprattutto perché i primi sono destinatari della maggioranza degli investimenti pubblicitari, e i secondi hanno minori necessità di accontentare gli inserzionisti.
In queste settimane la società Webuild ha comprato pagine su molti quotidiani per promuovere una sua mostra, che è stata recensita in un articolo molto entusiasta (che ha adottato le stesse espressioni della pubblicità) sul quotidiano Domani, uno dei destinatari dell’investimento pubblicitario.

Intanto venerdì anche Repubblica – come già il Corriere della Sera la settimana precedente – ha dedicato l’abituale articolo all’azienda Van Cleef & Arpels, che aveva comprato nei giorni precedenti delle pagine pubblicitarie.


domenica 12 Ottobre 2025

I gioielli di famiglia

Le presunte trattative per la vendita dell’azienda editoriale GEDI da parte della multinazionale Exor (la cui maggioranza è della famiglia Agnelli Elkann) continuano ad avere la forma di “voci” nelle redazioni e spiccioli di indizi, che circolano assai, alimentandosi di se stessi. All’inizio della settimana una nuova ipotesi – confermata almeno come ipotesi da diverse fonti – è stata quella della cessione separata del quotidiano La Stampa all’azienda veneta NEM. Che sarebbe un’ulteriore notizia nella notizia, perché altre versioni ritenevano che invece il quotidiano torinese potesse essere l’unica cosa da cui la famiglia Agnelli Elkann non si sarebbe voluta separare, data la lunga storia della loro proprietà. NEM è la società creata da un gruppo di ricchi e potenti imprenditori veneti per comprare i quotidiani della loro regione che appartenevano a GEDI.
Martedì ne ha scritto il quotidiano ItaliaOggi , giovedì il Fattoriprendendo ItaliaOggi, sabato ancora il Fatto con maggiori certezze ma nessun dettaglio maggiore.
(questi sono il genere di articoli che si pubblica quando si vuole “esserci” su una storia, anche quando non si hanno notizie o conferme nuove)


domenica 12 Ottobre 2025

“Vuoi che lo trasformi in un articolo da pubblicare su un quotidiano?”

Un incidente legato all’uso sbrigativo delle “intelligenze artificiali” sui giornali è molto circolato sui social network nei giorni scorsi, mostrato da un utente di Instagram. Il quotidiano La Provincia di Civitavecchia (destinatario di 1,2 milioni di contributi pubblici, il cui fondatore ed ex direttore è stato vicesindaco e si è poi candidato a sindaco alle ultime elezioni per il centrodestra, perdendo al ballottaggio) ha pubblicato sulle sue edizioni cartacee e digitali un articolo che si concludeva con una formulazione rivelatrice della creazione dell’articolo stesso da parte di un software di “AI”. Evidentemente il testo non era stato sottoposto a nessuna verifica o persino rilettura, e semplicemente pubblicato con un copia incolla. Le versioni online sono state emendate successivamente del finale traditore.


domenica 12 Ottobre 2025

Il 7 ottobre

Martedì, per il secondo anniversario delle stragi di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023, una “Associazione Setteottobre” ha comprato una pagina su diversi dei maggiori quotidiani italiani per ricordare le stragi del “terrore jihadista” e denunciare i rischi di comunicazioni e propagande violente “mentre il terrorismo si arma di nuovo”. L’Associazione Setteottobre si impegna contro la diffusione dell’antisemitismo ed è stata creata – assieme ad alcune persone importanti della storia politica e culturale soprattutto milanese – da Stefano Parisi, manager dall’importante carriera, tecnico in alcuni passati governi nazionali, ed ex consigliere comunale a Milano e consigliere regionale nel Lazio. Da tempo Parisi sostiene che ci sia un problema di indulgenza nei confronti dell’antisemitismo da parte di alcuni mezzi di informazione (in un intervento pubblico citò il Sole 24 Ore e la rivista MicroMega).

Il testo dell’annuncio pubblicitario diceva tra le altre cose che “l’ideologia della violenza e dell’odio ogni giorno si infiltra nelle piazze delle città italiane e nei social media. E sta permeando i luoghi dove si forma il pensiero: le scuole, le università, la cultura. E i mezzi di informazione”. Queste ultime parole hanno irritato molto le redazioni di Repubblica Stampa, due dei giornali che hanno ospitato la pagina a pagamento: che si sono sentite chiamate in causa, oppure hanno ritenuto di difendere complessivamente tutto il comparto dei mezzi di informazione. E hanno pubblicato un comunicato di protesta.

“Questo è offensivo verso tutte e tutti noi e verso il nostro lavoro, improntato su equilibrio e professionalità, in condizioni mai facili. […] Crediamo infine che gli editori debbano permettere la pubblicazione di messaggi coerenti con il nostro lavoro: i quotidiani non sono delle semplici buche delle lettere, neanche a pagamento”.

Tre giorni dopo la pagina è stata pubblicata una seconda volta, e i comitati di redazione dei due quotidiani sono tornati a contestarla: “l’accusa ai mezzi di informazione di fomentare la violenza è inaccettabile e va respinta al mittente” (non si può non notare, al di là del caso in questione, che la necessità di “abbassare i toni” anche sui giornali viene esposta abitualmente da molte fonti). Stavolta sono intervenuti anche i direttori di entrambi i giornali, rivendicando la scelta di non censurare questo genere di messaggi pubblicitari (il direttore della Stampa lo ha comunque criticato, mentre quello di Repubblica ritiene che il suo giornale non abbia ragioni per esserne chiamato in causa).

L’impressione è che alcuni nelle redazioni si siano ritenuti direttamente accusati dal messaggio o che ne abbiamo considerato le caute allusioni come dirette a tutti i giornali (“la chiamata in causa dell’intero mondo dell’informazione”, dice il comunicato della Stampache cita anche un virgolettato che non esiste nell’annuncio): ma sotto le attuali direzioni sia Repubblica che la Stampa hanno estesamente denunciato sia l’antisemitismo recente che la distruzione di Gaza.
È vero che, rispetto all’annuncio, Parisi è stato più esplicito e universale nelle sue accuse in un’intervista Libero, giovedì, contestando vivacemente i giornali che parlano di “genocidio” su Gaza: che sono ormai, inevitabilmente, la maggioranza.


domenica 12 Ottobre 2025

Fare altro

Tra i giovani giornalisti e aspiranti giornalismi americani è circolato assai nei giorni scorsi il testo del discorso che Marisa Kabas, 38enne giornalista freelance, ha tenuto agli studenti di un’università dello Iowa. È un lungo racconto sulla sua esperienza, il suo lavoro, e le scelte che l’hanno portata a trovare un proprio ruolo e dei risultati nel giornalismo contemporaneo, facendo i conti con strutture e consuetudini tradizionali ma anche con opportunità e approcci nuovi. E tra le altre cose ne dice una preziosa, che somiglia a quello che al Post abbiamo spesso consigliato ai giovani in cerca di pareri su come trovare spazi nei sempre più limitanti contesti del giornalismo: non imitate quello che c’è già, non aspettate che le macchine esistenti – in crisi – vi dicano cosa fare. Fate di testa vostra, inventate cose, cercate soluzioni nuove ai problemi, risposte alle domande inevase.

“That’s why I was taken aback when the Executive Editor asked me, “How do you think we can monetize our website?” I really wanted to say “how the fuck should I know?” and also “why are you asking me?” In retrospect it should’ve been a glaring red flag that the adults in charge had no idea what they were doing and that it would be up to me and my peers to figure it out. But that’s something I wouldn’t realize until much later on, after years of expecting someone else to fix it. Until I realized I was the adult”.

“A lesson it took me much too long to learn is that you don’t have to wait for anyone to give you the opportunity to be a writer or reporter. You simply start writing and reporting. In many ways that’s never been easier, and it’s basically what I did. I started a newsletter and just started writing, knowing it was possible my work would never go far beyond my family and friends. I think there’s this old idea that you need to be ASSIGNED a story, or given permission to pursue something, when in reality all you need is to be a nosy bitch with a smartphone”.


domenica 12 Ottobre 2025

I quotidiani ad agosto

Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di agosto 2025. I dati sono la diffusione media giornaliera*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.

Corriere della Sera 157. 906 (-7%)
Repubblica 78.837 (-14%)
Stampa 53.383 (-1 %)
Sole 24 Ore 47. 101 (- %)
Resto del Carlino 44. 242 (-1 %)
Messaggero 40. 906 (-10%)
Gazzettino 30. 124 (-8%)
Nazione 28.949 (-14%)
Dolomiten 25.681 (-8%)
Fatto 24.465 (-1%)
Giornale 23. 686 (-12%)
Messaggero Veneto 22. 648 (- %)
Unione Sarda 20.466 (-1 %)
Verità 18. 623 (-1 %)
Eco di Bergamo 17. 918 (-11%)
Secolo XIX 17. 648 (- 10 %)
Altri giornali nazionali:
Libero 17.418 (- %)
Manifesto 14.312 (+1 %)
Avvenire 13.7 08 (- %)
ItaliaOggi 5.4 15 (+5 %)
(il Foglio Domani non sono certificati da ADS).

La media dei cali percentuali anno su anno delle prime quindici testate ad agosto è del 10,4%, dato simile a quello degli ultimi mesi e assai più alto che nei precedenti. Rispetto a questo continua quindi ad andare assai meglio – ormai stabilmente da alcuni anni – il Corriere della Sera e poco meglio anche il Sole 24 Ore. Mentre Repubblica è tornata da quattro mesi a perdite assai maggiori della media, ed è di nuovo sotto la metà delle copie del rivale Corriere: nel gruppo GEDI continua ad andare male anche la Stampa: simili dati nel gruppo Monrif per la Nazione, mentre Resto del Carlino Giorno sono nella media. Intanto il Manifesto continua a fare eccezione, anche se l’eccezionale crescita di questo mese si deve in realtà a un agosto 2024 più debole. Dal mese scorso ha comunque superato Avvenire. Tra oscillazioni contenute nell’ultimo anno, il quotidiano ItaliaOggi cresce questo mese rispetto a un anno fa.
Tra i giornali locali continua a perdere di più il Tirreno di Livorno (-13%), che in soli due anni ha perso il 29% delle copie individuali pagate.

Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che come diciamo sempre dovrebbero essere “la direzione del futuro” – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 40mila, il Sole 24 Ore più di 32mila, il Fatto quasi 29mila, Repubblica più di 16mila). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, e quelle tra parentesi sono invece le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto.

Corriere della Sera 47.529 4,3 % (-1 3,8 %)
Sole 24 Ore 21.295 – 3,7 % (- 2,1 %)
Repubblica 18. 082 -1 4,5 % (+ 2,8 %)
Manifesto 8.085 4,4 % (non offre abbonamenti superscontati)
Stampa 6.607 +4, % (- 12,3 %)
Fatto 6.212 – 3,1 % (+1 1,2 %)
Gazzettino 5.527 – 1,8 % (+ ,5%)
Messaggero 5.301 – 2,9 % (+8,8%)

I dati sono piuttosto discontinui, ma ancora piuttosto deludenti rispetto alle necessità e opportunità di crescita di questa fonte di ricavo: che è invece la più promettente tra le testate internazionali negli ultimi anni. Pur nell’ambito di crescite piccole e lontane dal compensare le perdite di copie cartacee, anche qui va meglio di tutti il Corriere della Sera a cui anche questo mese si aggiunge con un dato positivo solo la Stampa (entrambi però perdono una quota considerevole degli abbonamenti superscontati). C’è poi il caso unico e ammirevole del Manifesto, che rispetto a un anno fa aumenta gli abbonamenti digitali di una misura che rassicurerebbe qualunque testata. Le perdite annuali degli abbonamenti digitali sono compensate in alcuni casi dalle crescite degli abbonamenti molto scontati: il cui valore è impossibile da sintetizzare, data la varietà delle promozioni e degli sconti: ci sono in questo dato abbonamenti pagati anche 150 euro come altri in offerte a pochi euro.

È quindi migliore di altri il dato del Fatto, che da mesi sta facendo crescere i suoi abbonamenti scontati (che non raggiungono i prezzi quasi inesistenti di altri giornali, e un ricavo più sensibile lo generano).
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente ancora più economici – ai contenuti dei loro siti web.

(AvvenireManifestoLibero, Dolomiten ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)

*Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.

Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore più grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione, e che trovate qui.


domenica 12 Ottobre 2025

In un modo o nell’altro

Il Post ha messo in ordine e spiegato le nuove quote di contributi pubblici che sono state assegnate ai giornali che ne hanno fatto richiesta.

“Queste sono le prime quindici testate per contributo assegnato nella prima rata:

Dolomiten 3.088.498,01 euro
Famiglia Cristiana 3.000.000,00 euro
Avvenire 2.788.881,72 euro
Libero 2.703.559,99 euro
ItaliaOggi 2.031.266,98 euro
Il Quotidiano del Sud 1.848.080,44 euro
Gazzetta del Sud 1.743.166,34 euro
Il manifesto 1.569.621,95 euro
La Gazzetta del Mezzogiorno 1.521.715,17 euro
Corriere Romagna 1.109.178,49 euro
Cronacaqui.it (TorinoCronaca) 1.103.650,03 euro
Il Foglio 1.047.652,79 euro
Primorski dnevnik 833.334,04 euro
Editoriale Oggi (Ciociaria Oggi) 814.966,33 euro
Il Cittadino 712.049,40 euro”


domenica 12 Ottobre 2025

Charlie, due pesi

Una nuova ricerca del Reuters Institute ha raccolto le esperienze e le opinioni di circa 12mila persone in sei paesi del mondo a proposito dell’uso dei software di “intelligenza artificiale”. Ne sono uscite molte considerazioni ma quelle più rilevanti per il dannato futuro dei giornali sono due.
Una è che continua ad aumentare l’uso di simili servizi per la ricerca di informazioni di vario genere, e questo va a scapito dei siti di news, tradizionali fornitori di molte di queste informazioni. Ormai le prove di questa tendenza sono tante. Solo un terzo degli interpellati dice di cliccare con frequenza sui link dopo aver letto le sintesi offerte in testa alle pagine dei risultati di Google: un terzo dice di non farlo mai.
La seconda questione su cui riflettere è più complessa: a quanto pare sempre più persone usano abitualmente e serenamente i vari software di intelligenza artificiale per le proprie necessità, accettando il margine di insicurezza dei risultati in termini di qualità e accuratezza. Ma se si chiede alle stesse persone un giudizio sull’uso degli stessi software da parte dei giornali, una gran parte se ne dice critica e diffidente.

Le letture di questa contraddizione possono essere due. Una è che ci sia una specie di ipocrisia che ci rende severi contro l’uso delle AI da parte di altri, ma indulgenti se le usiamo noi. O una specie di supponenza che ci fa pensare di saper essere più prudenti o esperti degli altri: non da escludere, è una tendenza assai comune. Comunque sia, questa diffidenza resta piuttosto generica e superficiale: “usare l’intelligenza artificiale” può voler dire molte cose, e già adesso chi lavora e scrive usa molti strumenti tecnologici per perfezionare il proprio risultato (correttori automatici, archivi online, software di ritocco fotografico), per cui la diffidenza verso le “AI” è spesso più legata al loro nome e alla loro apparente novità. Dovremmo abituarci a valutare i risultati di un lavoro giornalistico (è accurato o no? è completo o no? svolge adeguatamente la sua funzione di informazione?) piuttosto che l’insignificante percorso della sua costruzione (ci sono testi prodotti dalle “AI” che hanno maggiore accuratezza di certi testi prodotti dagli umani, per dire).

La seconda – più apprezzabile – lettura della contraddizione è che le nostre aspettative nei confronti del lavoro giornalistico siano maggiori di quelle che abbiamo per noi stessi. E che laddove consentiamo alle nostre ricerche di informazioni un margine di mediocrità e approssimazione – non dando a quelle ricerche ruoli rilevanti: non scegliendo delle cure mediche, per esempio -, diamo una maggiore credibilità al lavoro giornalistico e lo assumiamo per farci un’idea più radicata e affidabile del mondo. È una pretesa lusinghiera per i giornali, ma che deve imparare a fare i conti col costo di quella differenza: e capire che un lavoro giornalistico, se lo si vuole migliore di quello che fa ChatGPT, ha dei costi a cui serve contribuire. Nessuno è obbligato, basta che poi non si pretenda che giornali in crisi di risorse economiche non ricorrano sciattamente alle “AI” (vedi sotto).

Fine di questo prologo.


domenica 5 Ottobre 2025

Accessori

Come ha già mostrato in passato questa newsletter, tra gli inserzionisti che più spesso ottengono spazi di copertura giornalistica sul Corriere della Sera in concomitanza con i propri investimenti pubblicitari c’è il brand di gioielli Van Cleef & Arpels, una cui iniziativa è stata descritta in una pagina sabato, dopo che l’azienda aveva comprato delle pagine pubblicitarie nelle settimane precedenti.


domenica 5 Ottobre 2025

Un lavoro al Secolo XIX per Toti

Il Fatto ha sostenuto martedì che il quotidiano genovese Secolo XIX sarebbe stato intenzionato ad affidare un ambizioso progetto di digitalizzazione del proprio archivio a una società fondata da Giovanni Toti, ex presidente della regione Liguria. Toti, che si era dimesso in conseguenza di un’inchiesta nei suoi confronti e aveva patteggiato le accuse di corruzione, aveva avuto scontri molto polemici col giornale a proposito di quell’inchiesta. Il Secolo XIX è stato nel frattempo venduto alla società di navigazione MSC da parte del gruppo GEDI che ne era proprietario. Sabato sempre il Fatto ha riferito di proteste e agitazioni all’interno della redazione rispetto al progetto di collaborazione con la società di Toti, e che “il direttore del quotidiano Michele Brambilla ha assicurato che non se ne farà niente”.


domenica 5 Ottobre 2025

Poco da rallegrarsi

Nelle ore in cui le barche della “Flotilla” venivano portate verso la costa israeliana è molto circolato sui social network un video di pescatori che raccoglievano reti cariche di pesce lungo una spiaggia, con l’indicazione che si trattasse di pescatori a Gaza che avevano “potuto tornare a pescare perché le navi militari israeliane erano impegnate con la Flotilla”. Benché sia vero che Israele ha vietato alle barche palestinesi di pescare, aggravando le già drammatiche condizioni di carestia nella Striscia, quelli che il video mostrava erano pescatori a riva, e non era quindi chiaro il rapporto con la presenza di navi israeliani in mare. E a una semplice ricerca si possono trovare molti video di operazioni di pesca simili anche nei mesi precedenti. Ma sia la storia sulla “distrazione” – di cui al momento non è chiara la fondatezza o meno – che il video sono stati pubblicati senza verifiche da molti siti di news italiani tra cui RepubblicaStampaCorriere della SeraFattoQuotidiano Nazionale. Nel frattempo sui social network il video è stato identificato come risalente a febbraio, o forse all’anno scorso. Nel pomeriggio di sabato, poi, la pagina è stata rimossa da quasi tutti (il Corriere ha trasformato la versione iniziale).


domenica 5 Ottobre 2025

In Italia

Benché si trattasse di una notizia di “Esteri”, il viaggio della “Flotilla” verso Gaza è stato seguito sui media italiani con spazi e investimenti di attenzione assai superiori rispetto a quelli degli altri paesi. La notizia ha avuto qualche maggiore visibilità sulle testate europee (pochissima su quelle americane) solo giovedì sera quando le barche sono state bloccate dalle navi israeliane ( GuardianLe Monde e altre testate europee l’hanno tenuta in apertura delle loro homepage per diverse ore). Le spiegazioni di questa differenza di rilievo sono diverse, e la prima è naturalmente che la spedizione aveva una maggiore partecipazione da parte di persone, barche e politici italiani: il Post ne ha messe in ordine un po’ per rispondere a chi aveva notato la sproporzione. Per gli interessi di questa newsletter c’entrano anche due antiche consuetudini dei media italiani: quella di enfatizzare gli allarmi e le peggiori conseguenze di ogni evento, evocando in questo caso conclusioni drammatiche o persino tragiche della spedizione ( Repubblica aveva già messo in prima pagina il titolo “La Flotilla sotto attacco” un giorno prima che le barche raggiungessero l’area dove sono state fermate); e quella di promuovere ed esibire polemiche e divisioni, per cui anche i quotidiani critici sulla spedizione, o che ne hanno voluto contestare il valore, l’hanno tenuta in prima pagina per giorni, facendone un ulteriore veicolo identitario e commerciale nei confronti dei propri lettori.


domenica 5 Ottobre 2025

Fiction

Charlie si è occupata saltuariamente del vivace dibattito sull’impatto delle cosiddette “intelligenze artificiali” sul giornalismo e sulle imprese giornalistiche, perché la materia è tuttora molto fluida e sfuggente, e il dibattito si riduce spesso a generalizzazioni piuttosto sommarie in un senso o nell’altro. E forse l’impatto più rilevante e bisognoso di attenzioni sarà quello sui destinatari del giornalismo, ovvero noi tutti, e sul nostro rapporto con la conoscenza della realtà e con l’accuratezza dell’informazione.
Si è scherzato spesso, in passato, sulla disponibilità di alcuni lettori e di alcuni giornalisti a trascurare il fatto che certe notizie fossero false in nome della loro attrattiva, o del fatto che dimostrassero una tesi che comunque non si voleva mettere in dubbio: e a rispondere “perché rovinare una bella storia con una smentita?”, oppure “comunque la sostanza del ragionamento non cambia”.
Adesso queste reazioni stanno cominciando a diventare la norma, e nelle considerazioni sul nuovo “social network” di OpenAI c’è molta impressione che la distinzione tra falso e vero possa diventare insignificante per una crescente quota di utenti. Non più insomma, il rischio che cose false siano prese per vere, ma che semplicemente non importi.

“Feeds, memes and slop are the building blocks of a new media world where verification vanishes, unreality dominates, everything blurs into everything else and nothing carries any informational or emotional weight”.

“For users, it’s not necessarily a question of “real” versus “fake,” but rather “fun to watch” versus “boring.” And with Sora’s “cameos,” which turn people into playable characters, your actual face is inside the artificial reality, so what’s “fake” anymore?”.


domenica 5 Ottobre 2025

GEDI e i greci, se ne parla ancora

Continuano a riaffiorare sui giornali italiani e tra le redazioni voci sulla presunta trattativa per la vendita dell’azienda editoriale GEDI, che pubblica tra le altre cose i quotidiani Repubblica Stampa . Venerdì ne ha scritto il quotidiano ItaliaOggi, senza particolari conferme o aggiunte rispetto a quel che già era circolato.

“Tornano insistenti le voci di una prossima cessione del gruppo Gedi-Repubblica alla famiglia di armatori greci Kyriakou, con interessi in vari settori tra cui proprio quelle dei media attraverso la tv Antenna (Ant1). Secondo indiscrezioni di mercato, un accordo è dato in arrivo nelle prossime settimane, anche se non ci sono particolari scadenze temporali per chiudere il dossier. Tanto più che va definito il perimetro dell’operazione che comprende in particolare il sistema Repubblica, la Stampa e le radio (da Deejay a Capital). Ma, se le attese prevedono che il quotidiano torinese rimanga in casa Agnelli-Elkann e che Repubblica sia sulla via sicura della vendita, da confermare c’è per esempio il destino delle radio che possono interessare altri potenziali acquirenti”.


domenica 5 Ottobre 2025

Non importa come lo chiami

Il sito del magazine americano Wired ha raccontato il lavoro di uno “youtuber” americano che parla abitualmente di viaggi, e che si è trovato a documentare e mostrare le storiche proteste in Nepal delle scorse settimane. La storia è interessante perché – nelle parole stesse usate nell’articolo – mostra quanto la definizione di buon giornalismo prescinda da chi ne sia autore o autrice: il giornalismo è un servizio, non una professione.

“After he started filming the protests, Jackson said in his videos and on social media that he does not consider himself a journalist, just a tourist filming what’s around him. «I don’t know what constitutes journalism and what doesn’t. I could be filming temples and asking people about temples; is that journalism? I went into this with the intention of being a YouTuber. I don’t have a journalist visa. I don’t have a journalism degree»”.


domenica 5 Ottobre 2025

I freelance in guerra

Il sottosegretario all’editoria del governo italiano ha annunciato l’intenzione di distaccare dal fondo di contributi pubblici per i giornali una quota di investimenti per sostenere il lavoro dei giornalisti freelance nelle aree di guerra o pericolose, e proteggere la loro sicurezza. Per ora è solo l’annuncio di un’intenzione, ma la promessa è di renderla concreta già con la prossima legge finanziaria.

“Ecco perché il governo, spiega Barachini, sta pensando a un fondo ad hoc destinato ai freelance al lavoro in zone di guerra: «Prevediamo una voce specifica del Fondo unico per il pluralismo e l’innovazione digitale per la compartecipazione alle spese sostenute dagli editori per gli obblighi di protezione, formazione e assicurazione: è un passo concreto per dare più tutela al mondo dei giornalisti». Le risorse sono ancora da definire ma rientreranno nella prossima manovra economica. L’idea, dice Barachini è che l’80% sia a carico dello Stato e il 20% degli editori con un tetto massimo: chiediamo che sia un obbligo quello di curare la formazione dei colleghi e il costo assicurativo”.

Radio Radicale ha chiesto maggiori chiarimenti sul progetto intervistando il sottosegretario Barachini.


domenica 5 Ottobre 2025

Bari Weiss dirigerà CBS News

CBS News è la testata giornalistica della grande rete radiotelevisiva americana CBS: che è di proprietà della società Paramount, da poco diventata Paramount Skydance dopo un’importante fusione con un altro grosso gruppo delle comunicazioni e dei media.
La fusione aveva avuto molte attenzioni – ed era stata raccontata anche su Charlie – per le implicazioni che aveva avuto sulla libertà di informazione dentro CBS News. Paramount aveva infatti ceduto a una implausibile e infondata richiesta di risarcimenti da parte di Donald Trump per non rischiare che il governo bloccasse per ritorsione il progetto di fusione. E altre decisioni all’interno di CBS News avevano mostrato un’intenzione di compiacere l’amministrazione Trump, tra molte proteste pubbliche.
La notizia che conferma questa direzione, e che solo pochi anni fa sarebbe suonata incredibile, è che Paramount avrebbe scelto Bari Weiss come nuova direttrice di CBS News . Weiss è una giornalista e opinionista di 41 anni diventata molto nota e seguita per le sue polemiche contro la presunta deriva “woke” del giornalismo americano: dopo aver lavorato al Wall Street Journal, aveva lasciato polemicamente il New York Times accusandolo di posizioni liberal sistematicamente pregiudiziali e di sudditanza nei confronti delle quote più aggressive e ricattatorie dei suoi lettori. I suoi critici la accusano di strumentalizzare queste accuse e fare del vittimismo a proprio favore e per promuovere la propria visibilità di polemista: e la notizia del suo nuovo ruolo – che sembra platealmente smentire le sue accuse che voci come la sua vengano censurate e silenziate – darebbe loro nuovi argomenti. Dal 2021 Weiss ha una sua newsletter molto seguita, che è cresciuta in un progetto di news più esteso (e che CBS News acquisirà pagandolo 150 milioni di dollari): e lei è diventata una peculiare rappresentante della categoria di commentatori che si definiscono moderatamente progressisti ma critici delle derive di estrema sinistra, e che vengono per questo adottati dal pubblico e dai giornali di destra, che diventano i loro maggiori sostenitori (e spesso ricevendone in cambio reciproche simpatie).


domenica 5 Ottobre 2025

Ripensare i cookie

Il Post ha raccontato le riflessioni in corso nelle istituzioni dedicate dell’Unione Europea sulle regole imposte ai siti web a proposito dei “cookie“, elemento centrale nelle opportunità pubblicitarie anche dei siti di news.

Secondo Politico, la Commissione vuole risolvere il problema introducendo un numero di casi in cui i siti possono fare a meno di chiedere il consenso agli utenti. Un’altra opzione prevede che gli utenti possano impostare le loro preferenze riguardo ai cookies una sola volta (dalle impostazioni del loro browser) e non a ogni visita di un sito web. Secondo quanto rivelato da Politico, inoltre, la Commissione vorrebbe presentare a dicembre un testo con cui eliminare alcuni obblighi imposti agli editori digitali.
I funzionari della Commissione hanno, secondo Politico, incontrato alcuni rappresentanti dell’industria tecnologica per discutere di come cambiare la gestione dei cookies. L’iniziativa segue di pochi mesi la proposta del governo danese, che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea, di rimuovere l’obbligo di consenso sui cookies quando i dati vengono raccolti per «funzioni tecnicamente necessarie e semplici statistiche»”.


domenica 5 Ottobre 2025

Super sconti

Secondo il sito francese The Audiencers – che si occupa di media e innovazione per conto di una società di consulenze per i giornali – l’offerta di abbonamenti super scontati ai giornali online sarebbe una scelta molto controproducente per i giornali stessi. L’argomento è stato molto discusso in questi anni, e lo è tuttora, nelle aziende giornalistiche di tutto il mondo. Gli abbonamenti promozionali con offerte molto basse, che arrivano anche a pochissimi euro per durate di mesi o persino un anno, hanno una serie di pro e contro di cui nessuno ha ancora individuato bene l’equilibrio. Da una parte attirano ovviamente molti nuovi abbonati e abbonate, data la convenienza del prezzo, che possono essere subito sommati ai numeri esibiti pubblicamente per interessi di comunicazione e per attrarre inserzionisti pubblicitari; e che auspicabilmente confermeranno l’abbonamento allo scadere dell’offerta, diventando una preziosa fonte di ricavo. Dall’altra la quota di conferme è molto limitata (con un “churn” molto alto, come è chiamato il tasso di non rinnovi), e degli abbonamenti super scontati spesso approfittano lettori che sarebbero già disponibili a pagare prezzi maggiori (si chiama “cannibalizzazione”). In più, le molte offerte di questo genere trasmettono un messaggio di basso valore del prodotto, e rendono molti lettori scettici sui prezzi maggiori, che finiscono spesso per essere considerati troppo alti.
L’articolo di The Audiencers aggiunge ai rischi anche la scelta, da parte degli abbonati, di continuare ad approfittare di offerte nuove piuttosto che di rinnovare a un prezzo maggiore.
Tra i maggiori quotidiani italiani gli abbonati alle edizioni digitali che pagano l’equivalente di un prezzo tra il 10% e il 30% di quello indicato sul quotidiano sono quasi altrettanti – rispetto a chi paga più del 30% – per CorriereRepubblica Stampa; assai di più per il Sole 24 Ore, e molti di più per il Fatto. Il Manifesto offre solo abbonamenti a un prezzo superiore al 30% (fino a oggi il Post non ha mai offerto abbonamenti scontati).


domenica 5 Ottobre 2025

Charlie, critiche costruttive

Due anni fa un articolo sulla Columbia Journalism Review raccontò di una piccola discussione interna al “media criticism” americano: ovvero a quella parte di giornalismo che si occupa dei temi stessi del giornalismo e delle notizie che lo riguardano. Insomma, gli argomenti di cui si occupa questa newsletter, e che questa newsletter ha in passato ricordato come quasi del tutto assenti dal lavoro giornalistico italiano, invece. In altri paesi ci sono maggiori attenzioni e maggiori condivisioni con i lettori, e soprattutto negli Stati Uniti: e nel caso di quell’articolo sulla CJR la riflessione fu a proposito di un’accusa a quella categoria di articoli e commenti, che fosse troppo spesso negativa e critica a proposito dei fatti e delle notizie che riferiva. Insomma, che gli stessi giornalisti che si occupano dei giornali siano quasi sempre solo critici nei confronti dei giornali.
È un timore che ha di continuo anche questa newsletter: è indubbio che molte delle storie e delle segnalazioni che leggete su Charlie riguardano scelte e tendenze che mettono a rischio l’indipendenza e la qualità del lavoro giornalistico, o la stessa sostenibilità economica dei progetti di informazione. D’altronde, i tempi sono quelli che sono, e l’esistenza stessa di questa newsletter deriva senz’altro da un periodo di crisi, per l’informazione (che genera soprattutto tre dipendenze, e limitazioni al buon giornalismo). Ma l’esistenza di questa newsletter deriva anche dalla ricerca di soluzioni a questa crisi, e di sperimentazioni: e di queste cerchiamo di riferire ogni volta che capitano. Ed è poi vero anche che, come per ogni aspetto della realtà, la “normalità” non è una notizia: il buon lavoro giornalistico che affolla quotidianamente le testate internazionali e italiane non ha – quasi mai – necessità di essere sottolineato, è lo standard che ci si aspetta dai giornali ed è la ragione per cui tuttora li frequentiamo e per cui in molti pagano un prezzo, in edicola o online.
Ma non si può negare che in Italia i progetti creativi e le sperimentazioni sul giornalismo di qualità che sappia trovare una sua sostenibilità non sono frequentissimi (così come le ricerche di sostenibilità che proteggano la qualità del giornalismo). Qui però non vediamo l’ora di raccontarli, e persino di suggerirli.

“Our job is ultimately to interrogate the basic ways in which people find out about things that impact their lives, and the mechanisms of power— yes, real power — that shape that dynamic […] This is clearly not to say that we should never praise a good piece of journalism. But when we do, we should clear a higher bar than merely saying that a journalist went to work today and did the job that society should expect of them . And if that merits praise, we should state what that says about the job everyone else is doing […]
Criticism, in the first sense of the term, can be motivated by an honest desire to help the media do better”.

Fine di questo prologo.


domenica 28 Settembre 2025

Tutt’orecchi

Nel frattempo è uscito in libreria il nuovo numero di Cose spiegate bene, la rivista trimestrale del Post che è da quattro anni una delle più proficue fonti di sostenibilità accessorie del giornale: si chiama ” La musica che gira intorno ” e qui c’è l’editoriale del direttore editoriale Luca Sofri.


domenica 28 Settembre 2025

“Hanno parlato in inglese”

Tra le frequenti promozioni delle iniziative e dichiarazioni che vedono protagonisti i propri editori, da parte delle maggiori testate quotidiane nazionali (Corriere della Sera con Urbano Cairo, Repubblica Stampa con John Elkann, Sole 24 Ore con Emanuele Orsini), questa settimana emerge per disponibilità e celebrazione l’articolo di Repubblica sulla visita di John Elkann in Vaticano, e il suo incontro col Papa.

“Il presidente di Stellantis, accompagnato in Vaticano dalla moglie Lavinia Borromeo, ha regalato al Pontefice una Ferrari in miniatura («This is for fun», questo è per divertimento, ha detto a un Prevost sorridente) e un volante utilizzato da Charles Leclerc in una corsa di Formula1: «È un vero volante, è stato usato », ha spiegato Elkann al Papa, «è per ricordarle la sua passione per la guida».
L’udienza era tra quelle previste nell’agenda mattutina del Pontefice. Anche papa Francesco aveva accolto Elkann e famiglia per un’udienza privata a gennaio 2014 e lo aveva poi ricevuto nel maggio 2021 insieme al management di Stellantis e a giugno 2023 in occasione del Green and Blue Festival. Da ultimo, il Papa argentino lo aveva salutato all’apertura della porta santa in San Pietro per l’avvio del Giubileo della speranza, il 24 dicembre 2024. Alla morte di Bergoglio, lo scorso 21 aprile, Elkann aveva espresso il proprio cordoglio sottolineando come la sua scomparsa, avvenuta nel periodo pasquale e in pieno Giubileo, stimolasse «la preghiera e l’augurio nel ricordare e vivere con efficacia le sue eredità spirituali». Ieri il primo incontro con il nuovo Papa. Elkann e il Pontefice nato a Chicago hanno parlato in inglese”.


domenica 28 Settembre 2025

Vice is broke

Il Post ha raccontato il nuovo documentario sui turbolenti successi e fallimenti della storia di Vice, testata protagonista di innovazioni nell’informazione e spericolatezze deprecabili durante i passati decenni.


domenica 28 Settembre 2025

Vanity project

In una pagina dedicata alle varie proprietà e affari dell’imprenditore romano Franco Caltagirone, il quotidiano Domani ha anche sintetizzato i bilanci delle sue attività di editore dei quotidiani MessaggeroMattino Gazzettino: attività in perdita, ma protette dagli enormi profitti degli altri investimenti di Caltagirone.


domenica 28 Settembre 2025

Fare Volume

Il gruppo Chora Media, che dal 2022 ha riunito la società di podcast Chora e il progetto di news tramite account social Will, ha presentato una propria “rivista libro” trimestrale di carta realizzata in collaborazione con l’editore Feltrinelli, che si chiamerà Volume, come già il festival milanese che Chora ha organizzato per due anni. Il primo numero è dedicato al tempo, contiene articoli dei diversi autori e autrici di podcast di Chora, e si apre con un editoriale del direttore Mario Calabresi.


domenica 28 Settembre 2025

Contagi

Venerdì il Corriere della Sera ha dedicato una pagina di articoli a un inserzionista, portandola stavolta all’esterno delle abituali separate cornici che chiama “Eventi“, e inserendola nella sezione delle “Cronache”: un festival trentino in corso nel weekend aveva comprato pubblicità più volte nei giorni precedenti, e ha così ottenuto anche due articoli di promozione. Nuovi articoli sul festival sono stati pubblicati sabato e domenica.

Mercoledì Repubblica aveva dedicato il titolo e buona parte di un articolo di moda al brand Brunello Cucinelli, che a poca distanza aveva acquistato due pagine di pubblicità , lo stesso giorno (Brunello Cucinelli è stata accusata giovedì di violazioni delle sanzioni sul commercio con la Russia, con un conseguente grosso calo del valore delle sue azioni in borsa; i quotidiani che ne ricevono investimenti pubblicitari hanno dato tutti la notizia, assieme alle smentite dell’azienda).
Il Corriere della Sera ha raccontato in una pagina, mercoledì, un film del brand di moda Gucci per cui Gucci aveva comprato pagine pubblicitarie nei giorni precedenti.
Questi sono i giorni delle sfilate di moda a Milano, quindi le contiguità tra inserzionisti pubblicitari e cronache sono molto più frequenti, sui due maggiori quotidiani che sono i principali destinatari degli investimenti promozionali di questo settore. La quota di preziose inserzioni pubblicitarie sul Corriere della Sera di sabato (17 pagine di sole pagine intere) ha fatto raggiungere al giornale la foliazione eccezionale di 64 pagine, senza contare inserti e supplementi.

Il Corriere della Sera ha pubblicato sempre mercoledì un articolo di celebrazione dei risultati della società Revolut, che una settimana prima aveva acquistato molti spazi pubblicitari sul giornale.


domenica 28 Settembre 2025

Cala molto la carta, cresce poco il digitale

La newsletter Mediastorm ha pubblicato questa settimana un bilancio sulla vendita dei quotidiani italiani nei primi sei mesi del 2025, basato sui dati ADS (quelli che Charlie cita mensilmente). La flessione complessiva di anno in anno delle copie vendute individualmente, cartacee o digitali, è del 5,7% quindi un po’ più bassa di quelle degli anni precedenti: ma basta andare indietro di quattro anni e rispetto al 2021 diventa un declino del 25% (-33% se si guardano solo le copie vendute in edicola).

Anche quest’anno il segno meno va messo a tutte le voci tranne le copie digitali vendute tra il 10 e il 30% del prezzo intero, cresciute di 7.800 copie medie (+4,5% sul dato dei primi sei mesi del 2024).

Le copie digitali vendute a prezzi più bassi superano, per la prima volta, quelle “premium”, 171.500 copie medie contro 172mila: e un sorpasso minimo ma significativo delle strategie editoriali dell’industria dei quotidiani italiana.
Il canale edicola resta quello dove transita, di gran lunga, il volume maggiore di venduto (e lo ricordo sempre, l’unico dove le copie vengono vendute a prezzo intero) ma nel corso di questi ultimi anni il suo peso sul totale è diminuito dal 75% del 2021 al 67% del 2025: otto punti percentuali in meno
“.

“Ma la tendenza nel medio periodo è comunque chiara: le copie digitali vendute tra 10 e 30% del prezzo intero sono aumentate tra 2021 e 2025 di 56mila copie nel giorno medio (+48%) mentre quelle vendute a più del 30% sono diminuite di 38mila copie (-18%).
Se aggiungiamo la flessione degli abbonamenti cartacei di 31.400 copie nel periodo (-33%), vediamo che gli abbonamenti digitali più economici hanno (quasi) riequilibrato la perdita di quelli cartacei e digitali premium messi assieme.
Bene. Tuttavia questo vuol dire purtroppo che un volume nel giorno medio intorno alle 60mila copie venduto tramite abbonamenti con margini di guadagno più elevati è stato trasferito in abbonamenti con margini di guadagno pressoché nulli. Non benissimo”.


domenica 28 Settembre 2025

Dallas

Il Dallas Morning News è lo storico (fu fondato nel 1885) e più diffuso quotidiano di Dallas, in Texas. La stessa Dealey Plaza di Dallas, che si trova sullo spazio del primo insediamento cittadino ed è nota nel mondo per essere stata il luogo dell’omicidio di John Kennedy, è intitolata al più importante editore del Dallas Morning News, George Dealey. Il giornale ha sempre avuto orientamenti moderatamente conservatori, ma nel 2016 ha sostenuto per la prima volta in settant’anni un candidato alla presidenza Democratico (Hillary Clinton, contro Donald Trump). Nella sua storia ha vinto nove premi Pulitzer.
Da almeno dieci anni la diffusione e i ricavi sono in grave crisi, e ci sono state successive quote di licenziamenti e di riduzioni dei costi. Questa settimana è stata annunciata la vendita dell’azienda editrice DallasNews Corporation al grande gruppo editoriale internazionale Hearst, con qualche sollievo dopo che c’erano state più allettanti offerte da parte del fondo Alden, famigerato per l’acquisto di giornali di cui riduce enormemente costi e dimensioni per poi rivenderli. Ma gli eredi di Dealey e gli altri azionisti hanno preferito un interlocutore che desse maggiori garanzie sul futuro del quotidiano.


domenica 28 Settembre 2025

Acque temerarie

Il sito che si occupa di alimentazione che si chiama Il Fatto Alimentare ha raccontato che l’azienda di acque minerali San Benedetto ha rinnovato le sue richieste di danni su cui già le era stato dato torto da precedenti sentenze. Charlie aveva raccontato qui la questione, che Il Fatto Alimentare giudica un tentativo di intimidazione: “La storia è quella di una piccola testata indipendente contro un colosso da un miliardo di euro di fatturato, che in questa vicenda ha già collezionato tre sconfitte, ma va avanti per intimidire la redazione”.
Il mese scorso San Benedetto aveva rimosso dalle proprie confezioni e comunicazioni un messaggio sul loro impatto ambientale che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva accusato di “possibile scorrettezza”.


domenica 28 Settembre 2025

La Sicilia di Palella

Il Corriere della Sera ha intervistato Salvatore Palella, l’imprenditore che ha comprato il quotidiano catanese La Sicilia. Palella è conosciuto per avere creato precocemente una società internazionale di monopattini in sharing, Helbiz, e per i dubbi di sostenibilità economica che le sue attività hanno generato negli scorsi anni.

Ha dovuto frequentare qualche aula di tribunale.
«Sempre da parte lesa. Mai un foglio giudiziario. Ma bisogna anche dire che è necessario riconoscere sempre una seconda opportunità a chi prova a rialzarsi, a ricominciare».
Se ne è parlato nei servizi di Report.
«Archiviamo alla voce “cattiverie”. Nulla su rapporti di nessun peso».
Ma ha accusato il colpo?
«Mi chiusero i conti in banca di Helbiz, 10 milioni di euro bloccati. Dovetti concentrare tutta l’attività della società negli Usa».
Torna e fa l’editore per controllare meglio la materia?
«Report ha avviato la sua inchiesta facendo leva su cinque articoli de La Sicilia scritti dal nostro Mario Barresi. Adesso che io ho comprato il giornale, qualcuno suggerisce di cancellarli dal sito. No. La storia deve restare scritta, anche quella con gli errori».
Parla di un giornale rinnovato.
«Nuove sedi a Catania e Palermo, ma stesso direttore. Una prima iniezione di 3 milioni di euro. Presto due pagine in inglese. Da ottobre tradotti tutti gli articoli. Perché la testata coincide con il “brand Sicilia” da proporre al mondo. Immagino un giornale che potrà anche offrire la terra in cui opera, la Sicilia, proponendo il resort confortevole o l’elicottero per Pantelleria…»”.


domenica 28 Settembre 2025

Un po’ Europa e un po’ Corea del Nord

È diventato frequente in questi anni un format di conversazione tra giornalisti e politici, o personaggi pubblici, in cui l’intervistato si accorda con i giornalisti di un gruppo di testate per un incontro collettivo, e ciascun giornale poi pubblica nella forma di intervista una sintesi delle risposte emerse dalla conversazione. Una via di mezzo tra una conferenza stampa e un’intervista singolare. Una settimana fa, però, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto una richiesta di intervista da parte di un consorzio di giornali europei imponendo un accordo ancora più limitante: ovvero di ricevere le domande per iscritto, e rispondere allo stesso modo, senza nessuna interazione diretta e senza opportunità di dare seguito o obiezioni alle risposte.
Il risultato è stato pubblicato con formule differenti dai diversi giornali associati nella “Leading European Newspaper Alliance”: il quotidiano belga Le Soir ha spiegato nell’incipit la natura delle risposte scegliendo di non chiamarla intervista, mentre in Italia Repubblica l’ha indicata come “intervista” e si è limitata a dire che il consorzio di giornali “ha presentato queste domande alla presidente Ursula von der Leyen”. Il francese Le Figaro l’ha chiamata “intervista” ma ha indicato che si trattava di risposte scritte seguite a domande scritte: lo stesso ha fatto l’austriaco Tages Anzeiger.
Il quotidiano spagnolo El Pais, invece, a quanto riferisce il sito di news Euractiv, ha scelto di non pubblicare le risposte al questionario, a fronte della poca libertà di interrogare l’intervistata concessa ai giornali.


domenica 28 Settembre 2025

Valori antichi

Dell’imprenditore francese Pierre-Edouard Stérin parlammo su Charlie l’anno scorso, quando era sembrato possibile il suo acquisto del settimanale Marianne, tra grandi agitazioni della redazione dati gli orientamenti di destra e di fanatismo cristiano di Stérin. Poi non se ne fece niente, ma ora Stérin sta invece comprando, con due soci, un’altra rivista francese, Valeurs actuelles.
Valeurs actuelles è un settimanale nato nel 1966 come testata di notizie finanziarie: sempre con posizioni conservatrici ma più vicino all’estrema destra nell’ultimo decennio, da quando il gruppo editoriale che lo possiede fu ceduto a una società di Iskandar Safa, ricchissimo proprietario di industrie navali e di armamenti, che è morto all’inizio del 2024 (e che aveva avuto in passato dissensi su alcune scelte del giornale). Suo figlio ed erede Akram non è intenzionato a conservare il gruppo editoriale, e da qui il progetto di cessione ai nuovi soci.

Stérin si è arricchito con diversi progetti tra cui i cofanetti regalo Smartbox e il servizio di prenotazioni TheFork. Ha posizioni di integralismo cattolico molto di destra e vicine a quelle del partito Rassemblement National fondato e guidato dalla famiglia Le Pen. Le Monde ricorda che Stérin vive in Belgio “per ragioni fiscali”. Gli altri due soci coinvolti nell’operazione sono Benjamin La Combe, che ha una società di design paesaggistico, e la famiglia Caude, che ha in passato creato progetti di informazione online.
Di Valeurs actuelles risulta una diffusione di circa 73mila copie, in declino rispetto a periodi di crescita e successo nei primi decenni del secolo. I suoi sviluppi sono una storia all’interno della più ampia storia dei successi elettorali delle destre francesi e dello spostamento verso proprietà e orientamenti di destra da parte di diverse testate settimanali.


domenica 28 Settembre 2025

Charlie, tornare ai propri posti

C’è un po’ un’impressione che si sia chiuso un periodo di opportunità creative individuali, non solo nei progetti giornalistici: forse non “chiuso”, ma che le cose si siano più normalizzate. Nei primi due decenni di questo secolo i cambiamenti tecnologici e digitali hanno travolto settori, azzerato competenze, creato spazi e modi di fare le cose completamente diversi nei quali sono nate possibilità nuove anche per chi non avesse esperienze e risorse economiche precedenti e articolate. Anzi, spesso buone idee e sensibilità personali sulle innovazioni in corso hanno permesso a singoli aspiranti autori o imprenditori di avviare progetti competitivi e addirittura vincenti nei confronti di grandi strutture radicate e apparentemente solide: e questo è avvenuto anche con le imprese e i progetti giornalistici, grandi e piccoli.

Negli ultimi anni, però, il panorama è diventato affollatissimo, l’offerta enorme, gli spazi sono stati occupati da ricostituiti grandi poteri economici e commerciali, e il tempo a disposizione degli utenti potenziali è rimasto lo stesso (internet ha reso infinito lo spazio, ma non il tempo). Una intuizione preveggente e brillante oggi è più facile che venga sviluppata dentro Google, Meta o al New York Times piuttosto che in un garage o in un blog. E questo scenario sta entrando nelle consapevolezze delle generazioni più giovani, che a differenza di quelle che le hanno precedute non si trovano davanti mondi da inventare e opportunità inedite da sfruttare ma una situazione simile a quella di quarant’anni fa: in cui ambizioni e creatività possono svilupparsi quasi soltanto al servizio di progetti e strutture esistenti e forti. Sono progetti e strutture diversi, ma hanno ricostruito una condizione di forza che per un periodo era stata terremotata, e sulle cui macerie erano cresciute non solo imprese impensate, grandi e piccole, ma una sensazione di poter sperimentare, costruire, inventare, con grandi libertà e autonomie. L’inclinazione a inventarsi cose proprie e inesistenti si è attenuata, per saturazione e perché molte acque si sono richiuse. Niente di drammatico: il mondo era così anche prima, e anzi, c’è da rallegrarsi di avere attraversato una ricreazione tanto straordinaria e fertile. E poi magari succederà di nuovo, di nuovo imprevisto.

Fine di questo prologo.


domenica 21 Settembre 2025

Vicinanze

La Stampa ha ospitato nella pagina dei commenti una celebrazione di un festival a Bra scritta da uno degli organizzatori del festival in questione, e l’indomani una pagina di articoli dedicati allo stesso festival: il festival aveva acquistato pubblicità sulla Stampa nei giorni precedenti.
Anche il Corriere della Sera – come già Repubblica due settimane prima – ha dedicato un articolo a un evento dell’azienda Hermès dopo che questa aveva comprato diverse pagine di pubblicità sul giornale per promuovere l’evento in questione.
Sempre il Corriere della Sera ha ospitato nelle pagine dell’Economia, venerdì, un articolo a sostegno delle richieste al governo dell’azienda Arvedi: per comunicare le stesse richieste Arvedi aveva comprato una pagina di pubblicità sul Corriere il giorno prima.
Sabato Repubblica ha pubblicato in prima pagina un articolo intitolato “Elogio del pranzo della domenica”, in promozione di un’iniziativa con quel nome del ministero della Cultura, che aveva per questo acquistato pagine sul giornale nei giorni precedenti (l’articolo mostrava la stessa immagine usata per le pubblicità).
La stessa iniziativa, invece, è più liberamente presa in giro oggi in un commento sulla prima pagina del Corriere della Sera, che pure aveva venduto una pagina della stessa pubblicità.

(Charlie riceve spesso segnalazioni di questo genere, e grazie. Capita che alcune delle testate maggiori distribuiscano gli articoli di promozione occulta – poco occulta, come si vede – su altre testate dello stesso gruppo editoriale: qui segnaliamo solo quelle più vistose e contigue).


domenica 21 Settembre 2025

Lobby, bancomat

Un articolo di commento sul Fatto di oggi, domenica, ha criticato le richieste di sovvenzioni europee da parte degli editori italiani di giornali, sostenendo – benché con le formule inutilmente polemiche e offensive che spesso limitano la credibilità di quel giornale – che a beneficiarne siano sempre le aziende giornalistiche più grandi e ricche, e che le suddette sovvenzioni andrebbero invece destinate a quelle piccole e indipendenti.


domenica 21 Settembre 2025

Bundle

Anche il quotidiano Repubblica ha proposto questa settimana una formula di abbonamento digitale che permette l’accesso per un anno anche al New York Times, come aveva fatto l’anno passato il Corriere della SeraL’abbonamento costa 69 euro, permette l’accesso ai contenuti del sito Repubblica.it e “l’accesso illimitato” al New York Times.


domenica 21 Settembre 2025

Il nome di Madeleine McCann

Un limitato sviluppo dei giorni scorsi ha portato i giornali italiani e internazionali a scrivere di nuovo della scomparsa in Portogallo della bambina inglese Madeleine McCann, che fu molto seguita e raccontata nel 2007 e negli anni seguenti. Anche in questi giorni molti titoli e articoli hanno chiamato la bambina “Maddie”, malgrado i genitori abbiano spiegato già molti anni fa che quello non è il suo nome e che nessuno in famiglia lo usava. L’insistenza dei media sull’invenzione si spiega con un meccanismo utile a capire come sui criteri dell’informazione spesso influiscano fattori non giornalistici a scapito dell’accuratezza: in questo caso la maggior praticità del nome più breve rispetto allo spazio a disposizione nella titolazione, e probabilmente l’inclinazione di molte testate a sfruttare gli elementi emotivi e suggestivi della storia attraverso un nomignolo ulteriormente vezzeggiativo e commovente.
Nel libro che scrisse sulla loro storia, la stessa madre di Madeleine McCann, Kate, affrontò la questione del nome: «Madeleine era la prima a correggere chiunque facesse l’errore di accorciare il suo nome, “non sono Maddie, sono Madeleine!”. Ed è così. Spesso viene fatto inavvertitamente o per un tentativo benintenzionato di suonare più familiari e amichevoli, ma i giornali sanno bene qual è il suo nome, eppure insistono a chiamarla Maddie o Maddy. Per me è molto irrispettoso. Purtroppo è quello che succede se hai un nome troppo lungo per i loro titoli, e ce ne sono stati tantissimi».


domenica 21 Settembre 2025

Nuove severità al Washington Post

Il Washington Post ha licenziato una sua “columnist” per le cose che aveva scritto sul social network Bluesky criticando Charlie Kirk, nei giorni successivi alla sua uccisione in un attentato a Orem, Utah. Karen Attiah ha 39 anni ed era al giornale da undici. Ha raccontato lei il suo licenziamento dicendo che le è stato comunicato senza nessuna possibilità di confronto.
La newsletter Status ha pubblicato il testo della comunicazione ad Attiah da parte del giornale, in cui si diceva anche che ci fossero stati dei precedenti di indisciplina discussi con Attiah, che è afroamericana: «I suoi commenti pubblici sui social media a proposito della morte di Charlie Kirk violano le regole sui social media del Washington Post, danneggiano l’integrità della nostra organizzazione e mettono potenzialmente in pericolo l’incolumità fisica del nostro staff […] I suoi post su Bluesky sugli uomini bianchi in risposta all’omicidio di Charlie Kirk non obbediscono alle nostre politiche. Per esempio, ha scritto che “rifiutare di stracciarmi le vesti e cospargermi il capo di cenere in un’esibizione di lutto per un uomo bianco che promuoveva violenza non è uguale alla violenza” e che “parte di quello che rende l’America così violenta è insistere sul fatto che le persone debbano avere attenzioni, vuote bontà e indulgenze per gli uomini bianchi che sostengono odio e violenza”».


domenica 21 Settembre 2025

Cinque anni di Domani, e i prossimi

Carlo De Benedetti è stato l’editore del quotidiano Repubblica per gran parte della sua storia, prima di lasciare la società che ne era editrice ai propri figli, e di contestare la loro successiva scelta di venderla alla multinazionale Exor della famiglia Agnelli Elkann. In reazione a quella scelta De Benedetti decise di creare e finanziare un nuovo quotidiano, Domani, che nei giorni scorsi ha compiuto cinque anni, celebrandoli con diverse pagine e con un parziale ridisegno della propria homepage. Negli stessi giorni De Benedetti ha annunciato pubblicamente la sua intenzione – già presa e condivisa da tempo – di lasciare la proprietà di Domani.

“L’imprenditore Carlo De Benedetti ha detto che in futuro lascerà la proprietà del quotidiano Domani a una fondazione creata appositamente. De Benedetti aveva già detto che lo avrebbe fatto una volta che il giornale fosse stato in grado di sostenersi economicamente da solo, ma non è chiaro quando questo avverrà. In un’intervista al sito specializzato sulla stampa Primaonline ha detto che Domani perde ancora circa un milione di euro all’anno, ma che conta di raggiungere il pareggio di bilancio entro un anno. La fondazione avrà una dote iniziale di 4 milioni di euro”.

Tra le ipotesi di ulteriori mezzi di sostenibilità c’è quella di ottenere i contributi pubblici destinati alle imprese giornalistiche con regimi di questo tipo.


domenica 21 Settembre 2025

Insulti gratuiti che diventano costosi

Il Tribunale civile di Milano ha ritenuto il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, colpevole di diffamazione assieme al giornale che dirigeva nel 2022, Libero. La denuncia nei suoi confronti era stata fatta da parte dello scrittore Antonio Scurati, a proposito di un articolo di Sallusti e del suo titolo pubblicati allora su Libero, in cui Scurati veniva criticato per una sua intervista e definito ripetutamente “Uomo di M”. Il giudice ha ritenuto che non ci fosse possibilità di equivoco sul gioco di parole che si riferiva al titolo di un libro di Scurati di grande successo (“M, l’uomo del secolo”) per definire palesemente Scurati un “uomo di merda”, e che questa intenzione fosse sottolineata da Sallusti stesso. E, sostiene sempre la sentenza, che niente del diritto di critica esercitato nell’articolo giustificasse o rendesse coerente con quel diritto un simile insulto, ampiamente ripreso sui social network.
Di conseguenza la sentenza impone a Sallusti e a Libero (il cui editore è editore anche del Giornale) il pagamento a Scurati di un compenso di 30mila euro per danni e di una sanzione di 5mila euro a carico del solo Sallusti, a cui si aggiunge il risarcimento delle spese legali, quasi 7mila euro. E ordina a Libero di pubblicare l’estratto della sentenza.


domenica 21 Settembre 2025

Trump ottiene scuse, ma stavolta è Melania

Il sito americano di news Daily Beast ebbe un momento di attenzioni e propolarità come uno dei più precoci progetti di giornalismo digitale nativo, ma ebbe poi declini di qualità e cambi di proprietà che l’hanno portato a un ruolo piuttosto marginale nell’informazione statunitense. L’anno scorso ha avuto una nuova ristrutturazione, ma nei giorni passati ha dovuto rimuovere un articolo e chiedere scusa alla first lady Melania Trump per avere sostenuto falsamente che la sua conoscenza con suo marito Donald fosse nata dalle rispettive relazioni con Jeffrey Epstein, famigerato protagonista di recenti scandali. La stessa Melania Trump ha citato la ritrattazione su Twitter.


domenica 21 Settembre 2025

Terra di nessuno

Nella sua rubrica quotidiana sul quotidiano Repubblica, Michele Serra è tornato a commentare criticamente un formato pubblicitario effettivamente discutibile ospitato da molti giornali online (in una misura selezionata lo ospita anche il Post): quello dei rimandi ad altre pagine che si trovano spesso in coda all’articolo principale, e che mescolano contenuti dello stesso sito ad articoli promozionali gestiti da piattaforme esterne. La scelta che è in particolare criticata da Serra è quella di accogliere tra questi ultimi articoli anche contenuti falsi, ingannevoli, calunniosi o pericolosi (questo il Post non lo fa).

“Molti di questi banner non sono riconoscibili come contenuti esterni: sono travestiti da notizie di cronaca. E magari si potrebbe fare qualcosa di più per far capire a chi legge che non si tratta di contenuti del giornale, separando drasticamente quanto il medium-vettore certifica essere di sua fattura, quanto invece è appannaggio di soggetti esterni la cui tecnica comunicativa è spesso quella degli imbroglioni.
Ma non è poi questo — non solamente questo — il punto. Il punto è la paurosa moltiplicazione del falso come tecnica di comunicazione corrente. La balla non più come effrazione o come espediente, ma come metodo, come linguaggio ordinario, così che l’intera comunità mediatica si abitui per assuefazione a considerare normale credere, e far credere, che i trichechi seducano le bagnanti, Caio sia rovinato e Tizia sfigurata: che l’intera realtà, comprese le persone, sia merce disponibile a qualunque manipolazione e abuso di immagine”.


domenica 21 Settembre 2025

Inammissibile

Alle molte intimidazioni e repressioni dell’amministrazione Trump nei confronti dei media critici nei suoi confronti o vissuti come tali, si è aggiunta questa settimana una nuova denuncia con richiesta di danni enorme nei confronti del New York Times, per una serie di articoli pubblicati durante la campagna presidenziale del 2024 e che Trump sostiene fossero diffamatori e avessero messo a rischio la sua elezione. Ma in soli tre giorni un giudice federale della Florida ha respinto la richiesta degli avvocati di Trump accusandoli di avere presentato un testo inutilmente lungo e ridondante in cui il merito della denuncia era affrontato solo brevemente e alla fine dopo avere esibito presunti meriti e successi di Trump per decine di pagine. Trump ha quattro settimane per riformulare la denuncia obbedendo alla richiesta di maggior correttezza formulata dal giudice.


domenica 21 Settembre 2025

Volete un pezzo dell’Economist?

L’ Economist è un illustre e noto settimanale britannico, l’unico magazine di un altro paese a competere internazionalmente a livello di diffusione e autorevolezza con le più famose riviste americane. Esiste da 182 anni e la sua maggioranza è di proprietà della multinazionale Exor, ovvero il gruppo controllato dalla famiglia Agnelli Elkann che ha tra le sue proprietà la società automobilistica Stellantis, l’azienda Ferrari, la squadra calcistica della Juventus, e – tramite la società GEDI -diverse testate giornalistiche italiane (RepubblicaStampaHuffPost) assieme a Radio Deejay e Radio Capital. Exor ha acquistato dieci anni fa il 43% dell’Economist, mentre le restanti quote sono divise tra altri azionisti maggiori e decine di piccoli azionisti, tra cui molti dipendenti ed ex dipendenti. Il 21% è della famiglia Rothschild, che ha antiche relazioni con la testata ma che ora – attraverso la titolare Lynn Forester de Rothschild, vedova americana del discendente diretto della famiglia che fu presidente della società nel secolo scorso – ha deciso di vendere la sua partecipazione. Secondo Bloomberg il valore potrebbe essere tra i 200 e i 400 milioni di sterline. L’Economist è una società con altre attività oltre alla pubblicazione della rivista, e nell’ultimo anno ha avuto profitti per 48 milioni di sterline.


domenica 21 Settembre 2025

Charlie, i fatti separati dalle discussioni

La polemica-politica-italiana-di-24-ore di mercoledì è stata intorno a un saluto del ministro Salvini all’ambasciatore russo a Roma. Polemica insignificante come molte, perché le simpatie di Salvini per la dittatura russa sono note e spesso rivendicate, e perché come ogni polemica-politica-italiana-di-24-ore è durata anche questa il tempo di una giornata senza lasciare nessuno strascico o avere nessuna conseguenza; seguita dalla successiva, eccetera. Ma in ogni caso è interessante notare come in tutte quelle 24 ore nessun articolo dedicato all’accaduto abbia saputo spiegare di cosa si stesse discutendo, permettendo da una parte a Salvini di dire che un saluto nei confronti di un ambasciatore è un normalissimo atto di cortesia umana e diplomatica, e dall’altra ai suoi critici di dire che abbracciare il rappresentante di una dittatura che ha aggredito militarmente una democrazia europea è una scelta vergognosa. E lasciando l’impressione ai lettori che potessero avere entrambi delle ragioni, grazie al fatto che nessuno intanto aveva saputo spiegare quale fosse stata la misura del saluto (una stretta di mano? una stretta di mano calorosa? una stretta di mano con conforto di altra mano sul braccio? un abbraccio vero e proprio, con corpi che affondano l’uno nell’altro? baci, persino?). L’articolo originario di Repubblica l’aveva messa così: ” «Baci e abbracci tra i due», riportano alcuni presenti, contattati da Repubblica”. Fonti piuttosto generiche e descrizione dei fatti piuttosto generica (che Repubblica ha ritenuto di non indagare e capire meglio), soprattutto a fronte del fatto che né Salvini né nessun altro ha poi parlato di baci né di abbracci, ma solo di un saluto. Ma nessun giornale dei molti che hanno riportato poi la questione e le reazioni – prima che scadessero le 24 ore – ha verificato cosa fosse stato esattamente il fatto riportato, permettendo così che le rispettive narrazioni riguardassero cose differenti, e senza dare a chi leggeva il modo di giudicare sulla base dei fatti. Ed è un piccolo e irrilevante esempio di quello che avviene di 24 ore in 24 ore.

Fine di questo prologo.


domenica 14 Settembre 2025

Freni a mano

Sabato alcuni quotidiani italiani hanno riferito di trattative in corso tra il giornalista televisivo Sigfrido Ranucci, conduttore del programma di inchieste Report su Rai 3, e la rete La7, posseduta dall’imprenditore Urbano Cairo, editore anche del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, e proprietario di grossi gruppi con molte attività diverse. E di cui è nota e spesso discussa l’inclinazione a compiacere gli inserzionisti pubblicitari sulle testate di sua proprietà. Nel riferire la notizia, il Sole 24 Ore, abitualmente più sobrio di altri quotidiani nel fare simili allusioni, ha esplicitamente commentato che a La7 “Ranucci potrebbe trovare qualche freno a mano tirato su inchieste che riguardano aziende che si pubblicizzano sulla concessionaria del gruppo Cairo”.


domenica 14 Settembre 2025

L’immortale Ohio

I modi di dire nei giornali italiani sono duri ad adeguarsi al presente, malgrado l’adeguamento al presente dovrebbe essere un’attitudine del giornalismo: e tra gli esempi più vistosi c’è la abusatissima definizione di “Ohio d’Italia”, attribuita a questa o a quella regione praticamente a ogni elezione, per via di una peculiarità elettorale dell’Ohio che è ormai scomparsa da anni. Lo spiegò il Post l’anno scorso in un articolo, e il suo direttore Francesco Costa sulla rivista del Post “Cose spiegate bene”.

“Il riferimento all’Ohio nasce nei primi anni Duemila, quando nelle elezioni presidenziali statunitensi era considerato il più decisivo e indicativo degli swing state, gli “stati in bilico”, quelli in cui non esiste una chiara e consolidata maggioranza di elettori Repubblicani o Democratici. Per il particolare sistema elettorale degli Stati Uniti, era in quegli stati che spesso si decidevano le elezioni. Da almeno una decina d’anni, però, l’Ohio non è più il più conteso degli stati americani. Non è più nemmeno fra gli swing state, gli stati in bilico, e i suoi elettori sono diventati decisamente conservatori”.

Se torniamo a parlarne, è perché – indifferenti all’attualità – i quotidiani italiani da settimane stanno applicando la definizione alle Marche, stavolta. E il caso di Repubblica di venerdì è doppiamente esemplare, perché ci permette anche di tornare sui virgolettati inventati nei titoli degli articoli: nell’intervista infatti il presidente delle Marche non afferma quel che gli attribuisce il titolo* (“le Marche sono il nostro Ohio”) ma “avrei sentito la pressione pure se non ci avessero definiti l’Ohio d’Italia”.

*non che non l’abbia detto pure lui, in passato.


domenica 14 Settembre 2025

Il nuovo direttore di NPR

La “radio pubblica” americana, NPR (National Public Radio), ha scelto un nuovo direttore. NPR è più esattamente un’organizzazione finanziata tra le altre cose anche da un fondo di denaro pubblico, che fornisce programmi e contenuti a un estesissimo network di stazioni radio statunitensi in maggioranza possedute da non profit o strutture pubbliche. Ed è un’istituzione molto seguita e importante nella diffusione di servizi di informazione e prodotti culturali: suo malgrado protagonista di una delle recenti ritorsioni dell’amministrazione Trump – che ne ha annullato i finanziamenti pubblici – contro i progetti di informazione ritenuti critici nei confronti del presidente. L’anno scorso c’era stata una polemica con vistose conseguenze sulle posizioni della radio accusate di eccessiva partigianeria antitrumpiana, e la radio aveva arruolato Thomas Evans per guidare una revisione dei processi contestati.
Ora Evans è diventato il nuovo editor in chief, ha 49 anni, e fino al 2024 aveva avuto per vent’anni diversi ruoli in CNN, soprattutto in sedi internazionali.


domenica 14 Settembre 2025

“E noi zitte”

Il sito Professione Reporter, che si occupa di vicende e questioni del giornalismo soprattutto italiano, ha pubblicato un commento critico di un articolo del Corriere della Sera che descriveva i rapporti effettivamente poco professionali e molto complici tra Giorgio Armani e i giornalisti e le giornaliste che si occupano di moda. La particolare e unica condizione del giornalismo di moda, dedicato spesso alla promozione e al sostegno dei prodotti di cui si occupa, è stata raccontata su Charlie in passato in più di un’occasione.

“Sul Corriere del 7 settembre nel pezzo su Armani e il suo buen retiro sull’isola di Pantelleria si dice che fra “Claudia Cardinale, Lauren Hutton ed Eric Clapton, che di notte suonava nel silenzio della baia” era “immancabile un manipolo di giornaliste di moda col partner. Armani le accoglieva personalmente all’aeroporto in jeep e le portava dentro quella bolla di bellezza e anche di disciplina”. Al mattino si leggevano i settimanali e una di queste giornaliste ospiti ricorda che “Giorgio sfogliava le pagine di moda e criticava tutto e noi zitte, come scolarette”. Per tutte “naturalmente il dilemma era come vestirsi”. Questo sito – Professione Reporter – è un po’ rigido sul tema pubblicità/informazione e vorrebbe sempre rispettate le regole che impongono la distinzione netta fra i due mondi. E si sa che il mondo della moda è fra quelli più a rischio in tal senso. Ma certo l’immagine delle direttrici e delle firme della moda che fanno le vacanze con mariti e compagni da re Giorgio (che quando a fine giornata si sdraiava sul prato a guardare le stelle diventava “solo Giorgio”), e tacciono quando critica le pagine dei giornali fa un po’ impressione. Armani era un grande inserzionista per tutti i media”.