Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 17 Novembre 2024
Il Post ha descritto il dibattito americano, a cui avevamo dedicato il prologo della scorsa newsletter, sulla perdita di potere del giornalismo: dibattito accelerato dalla vittoria di Donald Trump, e dalla “sconfitta” di fatto delle più autorevoli e importanti testate giornalistiche che lo avevano estesamente criticato e che – anche quelle più prospere – sono in grado di orientare le opinioni di una quota sempre più ridotta di elettori, rispetto ad altre fonti di informazione. Ne ha scritto cose interessanti anche Matt Pearce (che già avevamo citato in quell’occasione) nella sua successiva newsletter, descrivendo un abbassamento dell’offerta e della domanda di giornalismo di qualità, ma soprattutto un aumento della domanda di “stronzate”, così definite:
“By “bullshit” I’m referring broadly to the kind of stuff — like social media commentary, podcast chat shows or ChatGPT summaries — that can contain factual information but often contains nonsense, in a context where there’s zero consequences for bullshitting to begin with and then bullshitting even more. Consumers hardly ever realize it, but they hold traditional news media to vastly higher standards of accurate and ethical behavior than practically every other information source they encounter, even when they’ve started relying on those other information sources instead of the news media. It’s good consumers hold journalism to high standards. The problem here is that the bar is getting lowered, not raised, for everything else”.
Dove l’alternativa, come si capisce, non è quindi tra “giornali” e “new media”, ma tra giornalismo e “stronzate”: contenitori e contenuti non corrispondono esattamente in queste due distinzioni.
domenica 17 Novembre 2024
Ha fatto molto notizia, nel contesto degli abbandoni di Twitter/X da parte di molti account di diverse fama e rilevanza, la scelta del giornale britannico Guardian – una delle più importanti e seguite testate del mondo – che ha annunciato che non pubblicherà più i suoi contenuti su Twitter/X. Il Guardian ha spiegato che non cancellerà i propri account e che i suoi giornalisti continueranno a usare Twitter/X per la raccolta di informazioni e anche per pubblicare negli articoli eventuali tweet rilevanti.
La decisione è stata spiegata con ragioni etiche e “politiche” legate alla indiscutibile deriva di disinformazione presa da Twitter/X, ma in queste settimane – dopo la vittoria di Donald Trump – le scelte etiche dei giornali e quelle commerciali si stanno sovrapponendo con sempre maggior evidenza. La stessa comunicazione del Guardian si conclude con la richiesta di un contributo economico da parte dei lettori, e annunciare la propria “resistenza” alle minacce contro l’informazione e la democrazia – minacce reali – è ormai parte anche di un progetto di marketing, per molte testate. Va ricordato che per resistere alle minacce contro l’informazione e la democrazia c’è effettivamente bisogno di soldi, ma a volte sembra perdersi quale sia il mezzo e quale il fine.
domenica 17 Novembre 2024
È un prologo anomalo, che riguarda questa stessa newsletter, ma faremo in modo che sia anche oggi un pezzo di informazione esemplare sul “dannato futuro dei giornali”.
Questa stessa newsletter nacque come offerta del Post per via dell’impressione che al Post stessimo continuando ad accumulare esperienze, competenze e attenzioni sui cambiamenti di ogni scala nel “mondo dei giornali”, sulle trasformazioni nelle redazioni, nei business, e nel modo in cui notizie e informazioni raggiungono tutti noi e formano la nostra conoscenza delle cose. In Italia non esiste tuttora un “media reporting” come nelle testate più importanti di altri paesi – Stati Uniti per primi – e i lettori, ovvero tutti noi, vengono informati discontinuamente e raramente sui funzionamenti e le trasformazioni dette. Questa newsletter si rivolge a tutti noi, ai destinatari delle informazioni, per dare strumenti e consapevolezze su come quelle informazioni vengono distribuite: pur essendo orgogliosa di avere raccolto tra i suoi iscritti anche molte persone che nel business del giornalismo ci lavorano, e delle attenzioni e dei contributi che le dedicano.
Fatta questa utile premessa, nel “dannato futuro dei giornali” ha una decisiva priorità – come sapete proprio da questa newsletter – la loro capacità di costruire sistemi di sostenibilità economica, che per il Post ha significato riuscire a far funzionare, dal 2019 a oggi, un progetto di abbonamenti che ha conservato aperti a tutti, e gratuiti, i contenuti del giornale online, senza nessun paywall, e di offrire parallelamente ad abbonati e abbonate una serie di contenuti e servizi che compensino il loro contributo e sostegno: podcast e newsletter, soprattutto, ma non solo. Lo stesso podcast più frequente del Post – Morning, con Francesco Costa – è diventato a un certo punto parte dell’offerta in abbonamento, garantendo al Post nuovi abbonati e abbonate e sostegno alle tante altre cose accessibili a tutti che ha fatto in questi anni.
Proprio per rinnovare e prolungare i risultati di questa doppia offerta parallela, dall’inizio di gennaio Charlie (assieme ai podcast Globo, Ci vuole una scienza e Amare parole) passerà a far parte delle newsletter destinate ad abbonati e abbonate. Scelta che anche in questo caso ci auguriamo che continuerà a farle raggiungere tantissimi lettori e che permetterà di garantire la sostenibilità economica del progetto principale di informazione del Post, privo di paywall, e di continuare ad arricchirlo come è stato in questi anni grazie alle tante persone che hanno voluto sostenerlo e a quelle che hanno ritenuto di abbonarsi per ricevere i podcast e le newsletter destinate a loro.
Intanto grazie a tutti, decine di migliaia di persone, per avere dato a Charlie il valore con cui contribuisce al progetto gratuito del Post.
Fine di questo prologo.
domenica 10 Novembre 2024
Fino a domani, lunedì 11 novembre, sono aperte le iscrizioni al nuovo ciclo online delle “10 lezioni sul giornalismo” da parte della redazione del Post.
domenica 10 Novembre 2024
Il Post ha riassunto in un articolo il primo anno del suo progetto di libri di giornalismo e “non fiction”, Altrecose.
“Siamo insomma molto contenti di come sta andando, ma lo siamo soprattutto per quello che abbiamo messo sugli scaffali e nelle vetrine delle librerie e nelle mani dei lettori e dei frequentatori delle librerie: belle copertine create dallo studio XXY, bei libri creati da Iperborea, tante cose a cui pensare o da imparare create da autori che abbiamo individuato e scelto. Lo abbiamo fatto con le risorse e l’impegno necessario a questo nuovo progetto, resi disponibili dagli abbonati e dalle abbonate del Post, che speriamo siano i primi a condividere questa soddisfazione”.
domenica 10 Novembre 2024
Nel lungo articolo (e negli altri sul sito) che il quotidiano Repubblica di domenica ha dedicato alla presenza di John Elkann a Pechino, in questi giorni di viaggio ufficiale in Cina del presidente della Repubblica Mattarella, non è più presente la formula che il precedente direttore del giornale aveva introdotto nei frequenti articoli dedicati dal giornale alle attività del proprio editore, John Elkann appunto. Una piccola frase segnalava in quegli articoli i rapporti tra Elkann, la società di famiglia Exor, l’azienda automobilistica Stellantis e il gruppo editoriale GEDI, a cui Repubblica appartiene.
Nell’articolo di oggi, al contrario, in nessun punto è descritto chi sia John Elkann.
domenica 10 Novembre 2024
Siamomine, una rivista digitale che si occupa di arte e comunicazione, ha intervistato Daniele Manusia per sapere come sta andando Ultimo Uomo, il sito di informazione sportiva che Manusia ha fondato nel 2013 e di cui è direttore. Manusia ha detto nell’intervista che Ultimo Uomo punta a un “discorso sportivo diverso, che non si può limitare a contenuti di pura aggregazione o di pura provocazione”. Ultimo Uomo infatti parla di sport – soprattutto calcio, ma non solo – con podcast e articoli di approfondimento più lunghi e riflessivi rispetto alle altre testate sportive italiane.
Per Manusia Ultimo Uomo insiste molto sulla “ unicità delle sue firme” , cioè su opinioni e modi diversi di descrivere lo sport, valorizzando le singole sensibilità dei giornalisti, cosa che si traduce anche in una trasparenza sulla squadra tifata e sulle esperienze personali, sportive e non, di chi scrive. Al Post, Daniele Manusia ha spiegato che le tante accuse di partigianeria che vengono fatte ai giornalisti sportivi li spingono spesso a occultare le proprie simpatie o esperienze. Ma “l’importante è che (un giornalista) pensi con un punto di vista valido, e poi sta al lettore giudicare” . Manusia ritiene che il modo di parlare di sport di Ultimo Uomo “ abbia un valore culturale che va oltre lo sport di per sé, è un insegnamento all’approfondimento”.
Gli sviluppi del singolare approccio di Ultimo Uomo al giornalismo sportivo si sono accompagnati a diversi passaggi societari – nel 2018 fu rilevato da Sky -, che ne hanno garantito la sopravvivenza economica in un periodo difficile per l’editoria digitale. Ma a ottobre 2022 i limiti imposti da queste acquisizioni alle opportunità di crescita e invenzione hanno spinto il sito a tornare indipendente, gestito da una società controllata da membri della redazione.
Da allora Ultimo Uomo ha attivato un sistema di abbonamenti, affidandosi al suo decennale pubblico di lettori appassionati. Oggi gran parte dei contenuti è accessibile gratuitamente, ma un articolo al giorno e certi podcast sono riservati solo agli abbonati. Un podcast settimanale di calcio, La Riserva, è anche finanziato con la piattaforma di crowdfunding Patreon. Certi contenuti sono volutamente accessibili a tutti, dice Manusia, perché “c’è bisogno di un’informazione che contrasti un po’ la superficialità del modo di parlare di calcio che spesso è basato su un’attualità dove bisogna andare veloci.”
Per ora, la scelta dell’indipendenza sta premiando. Manusia ha detto al Post che “nell’ultimo mese (26 settembre – 28 ottobre 2024) gli utenti attivi sono stati 688.000, mentre i nostri podcast fanno di media 11/12mila ascolti mensili”, e che la crescita degli abbonati ha permesso di fare un sito nuovo per la rivista e di realizzare nuovi podcast, sempre mantenendo una grande attenzione alle spese.
domenica 10 Novembre 2024
Tra le pagine di Economia e quelle pubblicitarie continuano a esserci vistose sovrapposizioni, nei due maggiori quotidiani italiani, quelli che sono destinatari dei maggiori e più preziosi investimenti in pubblicità: una quota maggiore e assai visibile di spazio è infatti attribuita ogni mese in particolare a un gruppo di inserzionisti più presenti, tra cui ENI, Enel, Poste Italiane, Intesa. Giovedì, per esempio, Enel aveva nello stesso giorno su Repubblica una pagina a pagamento e la pagina di apertura della sezione Economia dedicata ai suoi risultati e progetti.
Sempre sulla cessione di indipendenza delle sezioni di Economia ha scritto questa settimana il sito Professione Reporter, recensendo un libro dedicato tra l’altro ad alcune specifiche tipologie di articoli “promozionali” pubblicati sistematicamente nelle pagine economiche del Corriere della Sera.
“La curiosità analitica di Ciccarelli – così come l’attenzione e le perplessità di molti lettori avveduti – l’ha sospinto ad osservare, giorno per giorno, “il poco approfondimento” di questo genere di articoli per le questioni trattate: “Una struttura ben definita che incasella e caratterizza l’articolo, la tendenza a rendere una sorta di identikit delle aziende, la sponsorizzazione dei contatti e i legami economici, i toni positivi a prescindere, cosa che ha un sapore decisamente promozionale”, anche se va da sé, avverte il ricercatore, che in un articolo in cui si tratti in termini positivi di un’azienda “v’è sempre un intento promozionale, quantunque l’azienda non abbia corrisposto al giornale un premio pecuniario e questo sia voluto o meno”.
Perciò, “non è tanto quello che c’è scritto, ma quello che manca”, semmai, a insospettire sulla natura de “la coppia”: la sua ambiguità. Perché quel che manca, scrive, è “di norma un’analisi approfondita dell’azienda, una disamina degli aspetti ambigui, che pure ci sono in contesti in cui girano cifre difficili anche solo da immaginare”.
domenica 10 Novembre 2024
Ad aprile del 2024 la grande società di intrattenimento e media digitali americana IAC aveva venduto una quota di minoranza del giornale online Daily Beast ai giornalisti Joanna Coles e Ben Sherwood, coinvolgendoli alla guida del giornale nella speranza di risollevarne la situazione finanziaria. Daily Beast, uno dei primi e allora più innovativi magazine online statunitensi (fu creato nel 2008 da una famosa ex direttrice di Vanity Fair e del New Yorker , Tina Brown), è in crisi da anni: già nel 2023 l’amministratore delegato di IAC, Barry Diller, aveva provato a venderlo.
Coles e Sherwood, che sono rispettivamente direttrice editoriale e amministratore delegato, da aprile avrebbero iniziato a cambiare la linea editoriale del giornale entrando in conflitto più di una volta con la redazione, ha raccontato un articolo del New York Times. La nuova linea editoriale punterebbe a rendere Daily Beast sempre più a simile a un tabloid online, puntando su un maggior numero di articoli brevi e incentrati su temi di costume, politica e sulle celebrità. Questa nuova linea è stata criticata da diversi ex membri della redazione e ha causato le dimissioni di molti giornalisti che non hanno accettato il cambiamento in quello che è stato definito da Molly Jong-Fast, ora a MSNBC e prima giornalista di Daily Beast, una “deriva verso il clickbait di cattivo gusto”.
A settembre 2024, tra incentivi all’uscita, dimissioni e licenziamenti il giornale aveva meno della metà dei dipendenti rispetto ad aprile. Avendo mantenuto lo stesso numero di articoli pubblicati, ma con il personale meno che dimezzato, per la prima volta dalla sua fondazione il giornale ha avuto dei mesi in attivo, ha detto Diller. Secondo dati forniti da Sherwood anche il numero di abbonati sarebbe aumentato negli ultimi mesi e per l’azienda di analisi dati Comscore le visite al sito sarebbero in aumento.
domenica 10 Novembre 2024
Chi legga con frequenza i quotidiani cartacei italiani si è accorto dell’arrivo della stagione degli orologi, nelle pagine pubblicitarie, quest’anno particolarmente precoce e ricca. Con l’avvicinarsi del periodo dei regali natalizi le aziende produttrici fanno infatti grandi investimenti promozionali, e continuano a privilegiare – come molti brand del lusso e della moda – i contenitori di carta, che ritengono offrire maggiori impressioni di qualità ed eleganza ai loro prodotti.
Venerdì, per esempio, Repubblica ospitava pubblicità di orologi su quattro diverse pagine; il Corriere della Sera due, tre il giovedì, quattro il sabato; tre anche sulla Stampa sabato; persino sul Fatto l’unica pubblicità in tutto il giornale di venerdì era di un orologio.
domenica 10 Novembre 2024
Nel mese di ottobre i l quotidiano britannico Guardian ha proposto ad alcuni dei suoi giornalisti di sport e di cultura di scambiarsi il posto per andare ad assistere a degli eventi e poi commentarli, come esperimento per estendere le esperienze e le condivisioni del lavoro della redazione. Alcuni cronisti sportivi quindi sono andati ad ascoltare concerti pop e d’opera, e alcuni critici culturali sono andati a vedere partite di rugby e calcio. Negli articoli conseguenti i giornalisti hanno raccontato l’esperienza in modo personale, dichiarando la propria ignoranza sulle questioni che si sono trovati a commentare. “Dovremmo farlo più spesso”, ha commentato la vicecaporedattrice della redazione musicale del Guardian, segnalando le osservazioni originali che i giornalisti avevano saputo aggiungere ai loro racconti.
domenica 10 Novembre 2024
Il quotidiano Domani ha pubblicato sabato in prima pagina e poi all’interno due spazi vuoti sotto il titolo “Io, punito da Valditara per una critica sgradita. Vi spiego cosa volevo dire..” e la firma di Christian Raimo, insegnante e scrittore punito con una sospensione dall’insegnamento per aver detto pubblicamente frasi aggressivamente critiche sul ministro Valditara. In coda allo spazio lasciato bianco una breve nota dice:
“(Questo spazio bianco avrebbe dovuto ospitare un intervento di Christian Raimo, scrittore, professore, collaboratore di Domani, sospeso per tre mesi dall’insegnamento per aver espresso un’opinione non gradita dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Raimo avrebbe dovuto definire qui il senso delle sue critiche espresse nel corso di un dibattito pubblico, ma ritiene che in questo clima di repressione del dissenso da parte del governo un nuovo intervento potrebbe ulteriormente nuocergli)”.
domenica 10 Novembre 2024
Anche il sito di news Messina in diretta ha introdotto in alcuni dei suoi articoli un promemoria per i lettori che cerca di attenuare la tendenza alla “presunzione di colpevolezza” promossa da gran parte dell’informazione italiana e accolta da gran parte dei lettori, in occasione di indagini, inchieste, accuse, arresti, ancora tutte da confermare. Ne avevamo già scritto qui.
“Tale informativa è fornita nell’esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente garantito, e nel rispetto dei diritti degli indagati, che, trovandosi nella fase preliminare delle indagini, sono da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva. Va sottolineato che il giudizio si svolgerà nel rispetto del contraddittorio e della difesa di fronte a un giudice imparziale, concludendosi anche, se del caso, con la dimostrazione dell’assenza di responsabilità per gli imputati”.
domenica 10 Novembre 2024
Il sito americano Semafor ha pubblicato un lungo articolo che riporta e commenta la discussione in una riunione interna alla redazione del New York Times lo scorso 24 ottobre. I giornalisti di Semafor sono riusciti ad avere una registrazione della sessione – durata novanta minuti – di domande e risposte tra i giornalisti, il direttore Joseph Kahn e la direttrice della redazione Carolyn Ryan.
Quella su Semafor è una interessante testimonianza dell’intensa verifica a cui viene sottoposta dall’interno la direzione del giornale più importante del mondo, peraltro in piena campagna elettorale e in un momento in cui il New York Times è destinatario di intense critiche e pressioni dall’esterno. Molte delle domande fatte alla direzione esaminano il modo in cui il giornale ha parlato di Trump durante questa campagna elettorale, e in particolare se lo abbia fatto in conformità alla linea e ai criteri di giornalismo stabiliti da Kahn dal momento in cui è diventato direttore del giornale – in poche parole, prediligendo un giornalismo il più indipendente possibile dalle pressioni esterne, concentrato su un rigoroso lavoro di informazione e senza esplicitare una posizione politicamente schierata.
Dal suo insediamento come direttore, Kahn ha molto insistito – con successo – per riportare le priorità “politiche” del New York Times verso un giornalismo affidabile e indipendente che informi con correttezza e completezza i lettori a costo di suonare reticente nel prendere posizioni più esplicite (pur criticando severamente Donald Trump nella sua sezione delle opinioni), piuttosto che opponendosi a Trump con le scelte e i contenuti dei suoi articoli.
Durante la riunione Kahn ha principalmente difeso la sua strategia e la resistenza alle pressioni che chiedono al giornale di adottare una linea più stabilmente critica nei confronti di Trump, in diretta difesa della democrazia e dei suoi principi fondamentali minacciati dalla sua elezione. Secondo quanto detto da Kahn molti di quelli che insistono per una maggiore presa di posizione del giornale non cercano altro che “un megafono per il loro punto di vista preconfezionato”, e vorrebbero soltanto che “il giornale facesse di più per trasmettere il loro punto di vista a più persone possibile”: “non penso che interessi loro il duro lavoro che le persone in questa stanza stanno facendo, e il loro giornalismo basato sui fatti, che permette alle persone di orientarsi in questi tempi straordinariamente polarizzati”. Kahn ha insistito ancora una volta perché i giornalisti siano capaci di essere indipendenti dalle pressioni e dalle aggressività sui social network. “Quando abbiamo deciso di dare più spazio alle inadeguatezze di Trump lo abbiamo fatto per ragioni giornalistiche, non per dare ascolto alle critiche che ci arrivavano da sinistra”.
Kahn ha rivendicato anche il successo ottenuto fino ad ora dal giornale, sostenendo che “questi sono probabilmente i tempi più polarizzati e politicamente divisi di cui si abbia ricordo”, e che nonostante ciò in questo momento il New York Times “ha il pubblico più ampio della sua storia”.
domenica 10 Novembre 2024
La scarsa consuetudine dei giornali italiani col lavoro di verifica sulle notizie provenienti da fonti non sicure ha generato un altro grosso errore, questa settimana, incentivato anche da un’altra frequente tendenza, quella al sensazionalismo allarmista.
Tante testate cartacee e online tra le più importanti e diffuse (Corriere della Sera, Messaggero, RaiNews, TgLa7, Open, Giornale, tra le altre; ma anche alcune fuori dall’Italia) hanno infatti dato ampia credibilità e probabilità all’ipotesi che tra le conseguenze delle drammatiche alluvioni intorno a Valencia, in Spagna, ci potessero essere numeri enormi di morti nel parcheggio di un centro commerciale (anche siti spagnoli e di altri paesi lo hanno riferito, ma non i più importanti o autorevoli). La notizia è stata data soprattutto attraverso grandi titoli che riferivano come di quel parcheggio fosse stata data da qualcuno la definizione di “cimitero”, con valutazioni di migliaia di morti intrappolati nelle loro automobili. Ma a sostegno di questa ipotesi non c’era nient’altro che la frase sul cimitero attribuita genericamente a un sommozzatore o a qualcuno non meglio identificato, e che a quanto sembra era stata riferita originariamente da un sito di news spagnolo minore e di non particolare attendibilità (che dopo diversi giorni mercoledì ha del tutto cancellato dal sito l’articolo relativo), che si limitava ad attribuirla a “fonti vicine al giornale”.
I quotidiani italiani che avevano ripreso la “notizia” si sono limitati a dire nei giorni successivi che nel parcheggio non sono stati finora trovati morti, e che la cifra ipotizzata sui dispersi si era enormemente ridotta (numero “sceso a 89 rispetto ai duemila di cui si era parlato nei giorni scorsi”, ha scritto poi Repubblica, corsivo nostro; il giornale aveva titolato un precedente articolo “Il parcheggio della morte”, attribuendo dichiarazioni in questo senso a un sommozzatore indicato col nome di “Xosé Montoro”).
Un articolo sul sito di Avvenire ha commentato criticamente la storia, e la sua relazione con la perdita di fiducia dei giornali (lo stesso Avvenire aveva riferito del “cimitero” e della “trappola mortale” da 5700 posti).
“Sulle nostre spalle pesano decenni e decenni nei quali «si è sempre fatto così», pesa la velocità, il fare tanto e spesso in fretta. Pesa una quantità sempre più crescente di notizie da vagliare in sempre meno tempo. Ma la verità è che non ci sono scuse”.
domenica 10 Novembre 2024
La vittoria di Trump ha distratto con maggiori desolazioni la redazione del Washington Post, e la crisi seguita all’intervento dell’editore Jeff Bezos contro la pubblicazione di un endorsement a favore di Kamala Harris è rimasta senza sviluppi in questi giorni. Ma non aiuterà a far tornare serene le relazioni tra giornalisti e azienda la decisione di quest’ultima di cancellare il lavoro da casa e chiedere a tutti di tornare a lavorare stabilmente in ufficio da giugno 2025. Il sindacato ha già protestato (ricordiamo che nelle testate americane non ci sono sindacati unitari complessivi, ma ogni redazione ne crea di propri, che sono una via di mezzo tra quello che in Italia chiamiamo comitati di redazione e dei sindacati).
domenica 10 Novembre 2024
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di settembre 2024. Come ogni mese, selezioniamo e aggreghiamo tra le varie voci il dato più significativo e più paragonabile, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte). Più sotto citiamo poi i dati della diffusione totale, quella in cui invece entra tutto.
Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.
Corriere della Sera 165.371 (-6%)
Repubblica 87.924 (-13%)
Stampa 61.218 (-14%)
Sole 24 Ore 51.405 (-6%)
Resto del Carlino 47.917 (-13%)
Messaggero 43.031 (-11%)
Gazzettino 32.138 (-9%)
Nazione 31.188 (-13%)
Dolomiten 27.105 (-7%)
Fatto 26.642 (-36%)
Giornale 26.238 (-10%)
Messaggero Veneto 22.934 (-11%)
Unione Sarda 21.807 (-8%)
Verità 20.820 (-15%)
Eco di Bergamo 19.703 (-11%)
Secolo XIX 19.320 (-14%)
Altri giornali nazionali:
Libero 18.199 (-13%)
Avvenire 14.408 (-3%)
Manifesto 13.223 (+6%)
ItaliaOggi 5.594 (-28%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS).
Le tendenze somigliano a quelle dei mesi passati, e la perdita annuale media delle prime dieci testate è sempre del 10,2%: la si può usare grossolanamente per valutare i risultati di ciascuna relativamente alle altre (più in generale, ricordiamo che naturalmente un declino annuo del 10% è una grossa crisi, ma una crisi nota e longeva). In questo senso il Corriere della Sera continua ad andare meglio di tutti tra le testate maggiori (da solo vende più copie dei due quotidiani GEDI insieme, Stampa e Repubblica), assieme al Sole 24 Ore, e Repubblica è tornata a un calo più drastico dopo un mese di limitato sollievo, scendendo sotto le 90mila copie per la seconda volta quest’anno. Continuano ad andare male i quotidiani del gruppo Riffeser ( Nazione e Resto del Carlino: il terzo, il Giorno, perde anche lui il 13%), mentre ricordiamo che è ingannevole il grande calo annuo del Fatto e lo sarà fino a fine anno, per via di una variazione del prezzo di copertina che ha escluso da questo conteggio – perché a prezzo troppo scontato – una quota degli abbonamenti digitali. Nel frattempo il Gazzettino di Venezia ha superato la Nazione di Firenze.
Tra i quotidiani che sostengono vivacemente l’attuale maggioranza di governo anche il Giornale aggiunge i propri ai grossi cali di Verità e Libero (la Verità ha perso un terzo delle copie in due anni).
Nel loro piccolo, tra i quotidiani nazionali continua ad andare bene il Manifesto e continua ad andare male ItaliaOggi.
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che dovrebbero essere “la direzione del futuro”, non essendolo ancora del presente – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara quasi 47mila – avendone aggiunti più di 10mila negli ultimi quattro mesi -, il Sole 24 Ore più di 33mila, il Fatto più di 26mila, come detto sopra, Repubblica quasi 16mila). Tra parentesi gli abbonamenti guadagnati o persi questo mese.
Corriere della Sera 45.274 (-286)
Sole 24 Ore 22.133 (+11)
Repubblica 21.627 (+473)
Manifesto 7.225 (+156)
Stampa 6.754 (+429)
Fatto 6.280 (-128)
Gazzettino 5.583 (-39)
Messaggero 5.328 (-132)
È insomma notevole che alcune delle maggiori testate – ma il dato positivo di quelle GEDI si ripete da due mesi: la Stampa ha superato il Fatto – stiano facendo crescere gli abbonamenti a prezzi scontati a danno (diretto, o concomitante) di quelli a prezzo maggiore. E ha ripreso a crescere il Manifesto .
Tornando alle vendite individuali complessive – carta e digitale – tra gli altri quotidiani locali le perdite maggiori rispetto a un anno fa sono da diversi mesi sempre del Tirreno di Livorno* (-15%), ma questo mese superano il -14% anche il Piccolo di Trieste (-16%), la Sicilia (-15%), il Secolo XIX di Genova (-14%). La crescita degli ultimi tre mesi del Tempo di Roma è invece rientrata, con numeri tornati a quelli di inizio anno.
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore un po’ grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione , e che trovate qui.
( Avvenire, Manifesto, Libero, Dolomiten e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)
* scusate, il mese scorso si era persa una cifra e un -19% era stato trascritto erroneamente in -9%.
domenica 10 Novembre 2024
La settimana scorsa avevamo parlato, con lo spettacolare spunto della crisi al Washington Post, di come molte testate internazionali usino una propria “missione giornalistica” – spesso sincera – per operazioni di marketing e promozione del prodotto nei confronti degli abbonati esistenti e potenziali, e di come questo crei dei rischi commerciali quando quella missione coinvolge un posizionamento politico definito. Perché se la missione giornalistica è definita dal giornale, la coerenza politica è molto più sfuggente e giudicabile dai lettori. È quello che è successo al Washington Post, dove per rispettare – in buona fede o no – una scelta di missione (essere percepiti come obiettivi) si è data ai lettori l’impressione di uno spostamento politico, e molti lettori si sono arrabbiati e hanno cancellato gli abbonamenti.
D’altronde, è pure una vecchia e spesso confermata regola delle aziende giornalistiche quella per cui “stare all’opposizione” paga di più in termini di lettori e di loro coinvolgimento, rispetto a sostenere le parti al governo. L’elezione di Donald Trump è in questo senso un beneficio economico per molte importanti testate americane e non solo (quasi tutti i maggiori quotidiani internazionali sono critici o scettici su Trump): lo stesso che ottennero in termini di crescita durante la sua precedente di amministrazione fu persino chiamato “Trump bump”. E che già si sta manifestando, e nei giorni scorsi diverse di loro hanno pubblicato messaggi rivolti ai propri lettori per comunicare il proprio ruolo di opposizione al nuovo presidente. Il Guardian, per esempio (giornale londinese ma con un ruolo da protagonista nell’informazione internazionale attraverso il proprio sito), ha pubblicato un editoriale della propria direttrice con accorta scelta delle parole e con palese – e un po’ maramaldo – riferimento finale alle fallimentari scelte dell’editore del Washington Post. Più una comunicazione pubblicitaria che un editoriale
“We will stand up to these threats, but it will take brave, well-funded independent journalism. It will take reporting that can’t be leaned upon by a billionaire owner terrified of retribution from a bully in the White House.
If you can afford to help us in this mission, please consider standing up for a free press and supporting the Guardian today from just £1 or $1″.
domenica 10 Novembre 2024
Tra le tante cose che l’elezione di Donald Trump ha dimostrato e sancito, e che impongono grosse revisioni delle letture della realtà prevalenti finora, una riguarda anche “il potere del giornalismo”: formula che con diverse declinazioni, come spieghiamo sotto, tanti giornali esibiscono per ottenere sostegno dai propri lettori e per indicare un proprio ruolo di strumento essenziale per limitare quelle che a loro dire sono le peggiori derive politiche e sociali di questi anni.
Il fatto è che quel potere sembra non esistere più: se quasi tutti i più autorevoli e diffusi quotidiani e periodici americani hanno fatto opposizione a Trump in questi anni (di quattro quotidiani nazionali: due sono contro Trump, uno critico su Trump, uno neutrale; le maggiori riviste praticamente tutte contro), e Trump ha vinto le elezioni senza imbrogli, quel potere si sta evidentemente perdendo. La formazione e l’informazione delle persone si fa attraverso altri canali, soprattutto i social network e – ancora – la televisione. Che sono canali dove i contenuti giornalistici di quelle testate non funzionano, e lo dimostrano le stesse testate, che in televisione e sui social network rinunciano spesso a portare l’informazione di qualità che li rappresenta, e sono costretti ad adeguarsi alla domanda (in Italia, questo vale anche per i siti web dei giornali maggiori, tuttora assai più accondiscendenti nei confronti delle più pedestri richieste del mercato, ovvero noialtri lettori).
Ha scritto nella sua newsletter Matt Pearce, già al Los Angeles Times e oggi a capo di un importante sindacato di giornalisti: «Il New York Times ha probabilmente sia più lettori, che più giornalisti, che meno rilevanza che mai rispetto a informare gli elettori su quale candidato presidente scegliere. Solo una minoranza davvero piccola di elettori si imbatterà mai nei contenuti scritti accuratamente e prodotti da molti giornalisti professionisti in qualunque redazione».
Insomma, ci vuole ben altro che “sostenere l’informazione di qualità” per tornare a far funzionare la democrazia come strumento di convivenza e senso del bene comune: il che non significa che “sostenere l’informazione di qualità” (imparando a distinguere la qualità, che è un altro impegno del giornalismo) non sia una pratica minoritaria necessaria per costruire auspicabili futuri più promettenti. Ma senza la collaborazione di altri poteri – i governi non ancora plagiati dal populismo, la scuola, le persone di buona volontà in ruoli di potere, le stesse imprese private, e modi nuovi di affrontare un contesto del tutto trasformato – non saranno i giornali ben fatti e ben sostenuti a far vincere i progetti progressisti. Come si vede.
Fine di questo prologo.
domenica 3 Novembre 2024
Il Post ha tenuto sabato scorso a Napoli una nuova edizione delle sue giornate di incontri con i lettori e gli abbonati, Talk, la prima in una città del Sud: con l’intenzione di attenuare la prevalenza di attenzioni e seguito di cui gode finora nelle città del Nord. Il risultato è stato eccellente, con le prenotazioni che erano andate esaurite in poche ore, un seguito molto appassionato, e progetti di proseguire in questa direzione (letteralmente).
domenica 3 Novembre 2024
Ogni tanto un promemoria sulle settimanali sovrapposizioni di pubblicità e articoli sui maggiori quotidiani italiani, soprattutto nelle pagine dedicate alla Moda e dell’Economia. Sabato, per esempio, Repubblica ha dedicato articoli ai prodotti Woolrich e Geox, che avevano comprato pagine sul giornale per promuoverli nei giorni precedenti, e un articolo al brand Falconeri, associato a una pubblicità di Falconeri l’indomani. Giovedì invece il giornale ospitava una di molte pagine acquistate nelle settimane scorse dalla società Edison e un articolo celebrativo dei successi di Edison stessa.
domenica 3 Novembre 2024
Le assidue attenzioni che i maggiori quotidiani hanno nei confronti dell’azienda ENI – ovvero uno degli inserzionisti pubblicitari che più contribuiscono alle entrate dei quotidiani in questione – si risolvono abitualmente in frequenti accoglienze di comunicati promozionali di ENI nella pagine dell’Economia, in adesione alla propaganda di greenwashing dell’azienda e in rinuncia a occuparsi delle vicende internazionali che mettono in cattiva luce alcune più discutibili attività di ENI (una legittima impresa che fornisce energia, ricordiamolo, per quanto di dimensioni e poteri eccezionali). Queste sostanziose omissioni hanno preso una scala maggiore del solito questa settimana, quando ENI è entrata tra i protagonisti della notizia più grossa raccontata dai quotidiani: le attività presunte illecite di “spionaggio” dell’azienda Equalize, accusata di compravendita di dati e informazioni ottenuti illegalmente con violazione di database di diverso genere. Nell’inchiesta relativa uno degli indagati è il capo degli uffici legali di ENI, e diverse intercettazioni alludono a rapporti tra ENI e Equalize sui quali i magistrati avrebbero sospetti di illegalità.
Tutte accuse da dimostrare, naturalmente, e ancora piuttosto fumose: ma giornalisticamente rilevanti in quanto ipotesi di accusa.
Questo ruolo di ENI nella notizia è stato però molto nascosto, o persino taciuto, all’interno degli articoli che all’inchiesta hanno dedicato i quotidiani nazionali più importanti (per il Corriere della Sera ne ha scritto martedì Luigi Ferrarella, ma il suo pezzo è rimasto solo sul sito: il quotidiano lo stesso giorno e i successivi ospitava una pagina pubblicitaria di ENI): riferendo che le aziende coinvolte sarebbero molte o dando maggior rilievo alle comunicazioni difensive di ENI, per esempio. I quotidiani che più ne stanno riferendo – dando pure l’impressione di sbilanciamenti in senso opposto e di avere in questo senso individuato una possibile opportunità – sono Domani e il Fatto, che già in passato avevano ospitato altri articoli meno graditi per ENI, e a cui ENI pare avere sottratto gli investimenti pubblicitari che destina a molte altre testate.
domenica 3 Novembre 2024
Le trattative per la vendita al gruppo Tortoise Media del settimanale Observer, storica testata britannica che oggi è il “domenicale” del quotidiano Guardian, proseguono, ma ci sono state proteste e allarmi da parte della redazione e di diversi loro colleghi in altre testate. La CEO dell’azienda ha quindi avvisato la redazione stessa che questo accordo potrebbe essere l’unico per salvare il giornale, e che se non si realizzasse le alternative sarebbero assai più minacciose.
domenica 3 Novembre 2024
Un articolo sul Foglio di sabato (un po’ disordinato nell’esposizione) sosteneva che l’estensione della “web tax” ipotizzata da parte del governo sarà cancellata, sostanzialmente per le proteste dell’onorevole leghista Antonio Angelucci, proprietario dei quotidiani Libero, Giornale e Tempo. Il progetto presentato dal ministero dell’Economia è di obbligare qualunque impresa che guadagni attraverso la vendita della pubblicità online a pagare la tassa finora destinata solo alle grandi piattaforme digitali, e la federazione degli editori dei giornali l’aveva immediatamente contestato.
domenica 3 Novembre 2024
Il New York magazine è una storica e importante rivista statunitense, oggi parte del gruppo Vox Media (che possiede molti siti di informazione, tra cui The Verge e Vox). Il nome della rivista è “New York”, in effetti, ma spesso viene indicato anche come “magazine” per evitare equivoci con quella cosa che più spesso tutti chiamiamo New York.
Un mese fa il sito ha introdotto una nuova newsletter a termine dedicata alle proprie scelte di stile e linguaggio, che questa settimana ha affrontato lungamente proprio la questione del nome della testata e di come scriverlo (spoiler: la risposta alla fine è “liberi tutti”).
Su come trattare i nomi dei giornali internazionali avevamo scritto su Charlie tre anni fa.
domenica 3 Novembre 2024
Tra le contestazioni che arrivano da parte dei lettori – soprattutto sui social network – una delle più familiari nelle redazioni è “perché di questa cosa non parla nessuno?”: e nella stragrande maggioranza dei casi è una notizia di cui si è abbondantemente scritto su molte testate, in realtà. La newsletter americana Embedded ha intervistato Max Tani – il media reporter del sito di news Semafor – su questo fenomeno, e la lettura è molto interessante. Tani dice di esserne affascinato, e che se lo spiega con diversi fattori: il principale è che le persone sono sempre più abituate a immaginare che il mondo sia la loro timeline sui social network, e che quello che non vedono lì non esista. Quasi mai chi ha quest’impressione – chi si convince che “non si stia dando questa notizia” – ha guardato le prime pagine dei quotidiani o le homepage dei siti di news.
In più, lo dicevamo la settimana scorsa, non ci sono più notizie che raggiungono tutti, ma ognuno vive dentro una propria comunità di informazioni indipendente dalle altre e tende a sopravvalutare le notizie che l’algoritmo gli offre. Tani aggiunge anche che da quando Facebook ha ridotto drasticamente la promozione di news di attualità, sono ulteriormente diminuite le notizie che “conosciamo tutti” perché raggiungono tutte le timeline.
(Specularmente, siamo in tempi in cui continuamente qualcuno intorno a noi ci dice che di qualcosa “parlano tutti” o che “è ovunque”, e noi non abbiamo idea di cosa sia).
Questa ingannevole impressione di omertà sulle notizie genera un’ulteriore perdita di fiducia nei mezzi di informazione, e la conversazione con Tani si conclude con una riflessione accessoria che ha anch’essa a che fare con quello che sta succedendo al Washington Post:
“It’s like, people basically want you to put like, “and that’s bad” at the end. There are conflicting desires among people who are like, “why is the media so biased in certain regards?” But there are also a lot of people who wish that the media would go further and would say, “It’s a fact that Donald Trump is a fascist.” It’s a much more complicated thing to write if you are someone who’s at a major mainstream media organization than it is if you are someone on the street or if you’re a political figure or if you’re not someone whose job really only exists to bring news to people”.
domenica 3 Novembre 2024
Nei giorni dello “showdown” a Repubblica, un mese fa, a cui era seguita la nomina del nuovo direttore Mario Orfeo, erano circolate nuove ipotesi sull’intenzione dell’editore di vendere il giornale. Ipotesi realistiche anche solo intuitivamente: da quando la famiglia Agnelli Elkann ha comprato il gruppo GEDI che pubblica Repubblica le sue scelte sono sempre sembrate poco interessate alle prospettive del giornale, e per contro ne ha ricevuto frequenti contestazioni e seccature (salvo avere una testata simpatizzante per gli interessi economici della propria azienda Stellantis), fino ai due giorni di sciopero conseguenti alla vendita di articoli nell’ambito di un evento pubblico torinese.
Stando a un articolo pubblicato sul Giornale venerdì, la ricerca di un acquirente sarebbe non solo un pensiero possibile ma un fatto concreto, anche se l’articolo stesso non riferisce elementi o fonti più sostanziate di un “secondo quanto risulta al Giornale“.
“Secondo quanto risulta al Giornale, di recente sarebbe stata incaricata un’importante banca d’affari straniera per trovare un destinatario finale al giornale fondato da Eugenio Scalfari. L’input è di arrivare alla cessione di Repubblica e della concessionaria pubblicitaria Manzoni, oltre ad assottigliare la scuderia di testate cartacee controllate della holding Gedi fino a tenere solo La Stampa. Il dossier è stato proposto già ai primi editori europei, ma in ogni caso non c’è fretta. L’identikit dell’interlocutore ideale è di un gruppo di livello (in passato era circolato il nome di Vivendi), ma si valuta anche l’ipotesi di mettere insieme una cordata di imprenditori italiani vicini all’area dem, in sintonia con la linea storico del quotidiano. Né va escluso che la cordata alla fine possa avere una dimensione mista, italo-estera”.
domenica 3 Novembre 2024
Su quello che è successo al Washington Post stanno scrivendo tantissimi, negli Stati Uniti, con grande varietà di riflessioni. Quella più acuta e interessante forse si deve ancora a Ben Smith, direttore del sito Semafor. Ed è che la perdita di abbonati del giornale dimostra soprattutto che c’è una grande quota di lettori che dal proprio giornale vuole vedere confermate le proprie opinioni e sventolata la bandiera della propria appartenenza e partigianeria, più ancora che un buon prodotto di informazione (di certo i 250mila che hanno cancellato l’abbonamento non sarebbero stati trattenuti dalla pubblicazione di un endorsement a favore di Donald Trump). E una grande quota di lettori paga per avere questo e smette di pagare se non riceve questo: il mancato endorsement di Kamala Harris sul Washington Post è probabilmente un millesimo di quello che il giornale pubblica in una settimana, e il resto dei suoi contenuti continua a essere lo stesso, apprezzato, vincitore di premi, citato come il prodotto di una delle più autorevoli testate americane: e ancora fortemente antitrumpiano, tra l’altro. Ma 250mila abbonati hanno detto di non essere disposti a pagare per tutta questa offerta, se il giornale non scrive una volta di più da che parte sta. Dalla loro.
E questa relazione è stata molto incentivata dal Washington Post (che intorno all’opposizione a Trump ha costruito una campagna di marketing), ma anche da molte altre testate internazionali, qualunque “parte” abbiano deciso di rappresentare: è illuminante che in questi giorni molte di queste siano corse a pubblicare o rivendicare i loro endorsement, per comunicare ai lettori di essere diverse dal Washington Post, e a raccogliere i frutti di questa comunicazione.
E tutto questo conferma come l’indipendenza giornalistica dei giornali non sia messa in pericolo solo dagli interessi degli editori e da quelli della pubblicità, ma anche da quelli dei lettori. Tutti e tre – lo avevamo messo in ordine un anno fa – hanno spesso altre motivazioni che non sono quelle della buona informazione.
“I giornali in cerca di fonti di ricavo sono meno autonomi rispetto alla soddisfazione e al consenso dei propri lettori paganti (o destinatari di pubblicità), e questo condiziona il lavoro giornalistico: dire ai propri “clienti” quello che vogliono sentirsi dire, non scontentarli e non contrariarli (in tempi in cui c’è una grandissima inclinazione di tutti a scontentarsi e contrariarsi) è una necessità ineludibile per non perdere il loro contributo economico e il loro valore anche in termini pubblicitari”.
domenica 3 Novembre 2024
È una delle più grosse ed esemplari storie dell’anno, intorno al business dei giornali, esemplare e illuminante di diversi aspetti che non riguardano solo il Washington Post, quindi in Charlie di oggi ce ne occupiamo più diffusamente. Il riassunto è questo.
Il CEO dell’azienda Will Lewis ha bloccato la pubblicazione di un articolo di endorsement a favore di Kamala Harris, dieci giorni prima delle elezioni, sostenendo con la redazione che la nuova linea è di non pubblicare endorsement. L’intervento così tardivo e inatteso ha spinto la redazione del giornale e molti lettori a pensare che il proprietario dell’azienda, Jeff Bezos, abbia voluto attenuare il rischio di ritorsioni da parte di Donald Trump, se fosse eletto. Ci sono state dimissioni, articoli e proteste su tutti i giornali statunitensi (anche sullo stesso Washington Post), molto concordi nell’accusare la scelta di pavidità sciagurata a fronte della delicatezza e dei rischi di queste elezioni. E soprattutto, ci sono state cancellazioni di abbonamenti, tantissime. Il Washington Post ha confermato in un articolo che sarebbero state circa 250mila in pochi giorni, un numero enorme.
Bezos ha pubblicato sul giornale un suo articolo, spiegando che la cancellazione degli endorsement presidenziali (il giornale ne ha pubblicati altri, invece) servirebbe a dare ai lettori un senso di maggiore affidabilità e minore partigianeria della testata, ma gli argomenti sono sembrati fragili a tutti, considerate le modalità della decisione e le sue contraddizioni (vedi il Prologo qui sopra).
Due aspetti della storia così come sono stati raccontati inizialmente hanno raccolto nei giorni successivi degli scetticismi: non tutti sono convinti della facile versione per cui Bezos avrebbe voluto stare attento ai suoi interessi in caso di una vittoria di Trump, perché il giornale continua a essere schierato contro Trump in modo libero e indefesso, e perché Trump stesso non è il tipo che si fa addolcire da un endorsement in meno, nelle sue minacce contro i giornali nemici. Le critiche di Bezos ai rischi degli endorsement, per quanto superficiali e contraddittorie (e gli altri endorsement pubblicati dal giornale? e si dovrebbero vietare tutti gli articoli di opinione, per evitare impressioni di partigianeria?) potrebbero essere in buona fede. E l’altro dubbio che è molto circolato riguarda l’opportunità da parte degli abbonati scontenti di boicottare proprio il giornale e la redazione che sono le vittime e i primi critici della scelta di Bezos, indebolendoli ulteriormente (“i delusi dovrebbero cancellare gli abbonamenti a Prime e boicottare Amazon, piuttosto”, si è detto molto).
domenica 3 Novembre 2024
«Vorrei che avessimo fatto questo cambiamento prima, in un momento più lontano dalle elezioni e dalle emozioni che le circondano. È stata una pianificazione inadeguata, e non una qualche strategia deliberata». L’articolo di Jeff Bezos per spiegare da parte dell’editore il guaio combinato al Washington Post – di cui la settimana passata hanno parlato molto anche i media italiani – avrebbe dovuto limitarsi a queste poche righe, e forse con una scelta di termini meno autoindulgente. L’unico metro importante con cui giudicare quello che è successo è questo: tutte le accettabili e ben esposte motivazioni per rinunciare all’endorsement in favore di Kamala Harris perdono qualunque valore se quella rinuncia avviene goffamente e prepotentemente quando l’endorsement è già pronto e mancano dieci giorni alle elezioni. E quella scelta ottiene il risultato opposto a quello che Bezos sostiene sia l’intenzione, ovvero evitare di essere percepiti come partigiani e non indipendenti. Che è un’intenzione che può anche essere sostenuta, assieme alla tesi per cui gli endorsement non servono a niente, e al ricordare che la posizione del giornale su Trump resta chiarissima ogni giorno senza bisogno di un endorsement. Ed è vero che fino a oggi Bezos – come scrive – è stato percepito e raccontato come un editore che ha lasciato indipendenza al giornale. Anche per questo il disastro che ha creato questa scelta – di cui è corresponsabile se non autore – è ancora di più un fallimento che andrebbe giudicato dai risultati (ne scriviamo sotto): catastrofici. E da qui avrebbe dovuto discendere non un elenco di rivendicazioni della propria correttezza ma un’ammissione di errore meno autoassolutoria, se si fossero voluti limitare i danni. La lezione più universale che se ne può trarre è, anche in questo caso, che gli imprenditori di altri successi che comprano i giornali non sono solo un problema per le loro ingerenze, ma soprattutto per le loro incompetenze.
Fine di questo prologo.
domenica 27 Ottobre 2024
Il Post ha rinnovato la sua app, e tra le molte cose aggiunte per rispondere alle richieste dei suoi utenti c’è la compatibilità coi sistemi in uso su molte automobili, CarPlay di Apple e Android Auto.
“E poi la nuova versione dell’app permette di ascoltare gli episodi di un podcast “a cascata”: al termine dell’ascolto di un episodio, fa partire automaticamente l’episodio successivo dello stesso podcast. Infine abbiamo aggiunto il cosiddetto “sleep mode”: quello che permette di programmare lo spegnimento automatico dell’app dopo un certo tempo e che è usato di solito da chi ascolta i podcast prima di addormentarsi”.
domenica 27 Ottobre 2024
Una piccola falsificazione per prendere in giro il Post e chi l’ha creduta vera, pubblicata su Twitter, è stata in effetti istruttiva per osservare ancora una volta la nostra inclinazione di lettori a credere alle cose pubblicate sui social senza nessuna attitudine critica. Un refuso mai comparso sul Post, costruito con l’estrema facilità con cui è facile costruire un titolo falso, è stato commentato come vero da molti lettori, con divertimento o indignazione, senza nessun dubbio o verifica (che sarebbe stata facile) sul fatto che fosse stato mai effettivamente pubblicato. Il nostro scetticismo è ancora lontano da proteggerci dalle informazioni false, comprese quelle assai più serie di questa.
domenica 27 Ottobre 2024
Il quotidiano americano Washington Post ha riferito la critica del New York Times e del giornale d’inchiesta online ProPublica nei confronti del celebre romanziere John Grisham, che per la stesura del suo ultimo libro – una raccolta di storie di errori giudiziari intitolata Framed – avrebbe copiato senza le opportune citazioni ampie parti del lavoro di Pamela Colloff, giornalista delle due testate per le quali aveva pubblicato dal 2018 una serie di storie di persone condannate ingiustamente, intitolata Blood Will Tell.
I due giornali stanno discutendo con l’editore del libro di Grisham per ottenere alcune modifiche che diano più credito al lavoro di Colloff, spostando la citazione del suo lavoro dalla sezione dei riferimenti in coda al libro all’inizio del capitolo che Grisham è accusato di aver copiato, in cui racconta un caso di omicidio avvenuto in Texas.
Grisham è impegnato da molto tempo sui rischi degli errori giudiziari e contro la pena di morte: interpellato dal Washington Post, ha ammesso di avere consultato articoli e testi sul caso per scriverne, ma ha sostenuto che la citazione finale delle fonti sia sufficiente, malgrado nel suo libro siano stati notati alcuni passaggi identici a quelli contenuti nel lavoro di Colloff.
domenica 27 Ottobre 2024
Davide Berti è il nuovo direttore della Gazzetta di Modena, della Gazzetta di Reggio e della Nuova Ferrara, le tre testate locali emiliane di proprietà del Gruppo SAE, che le ha acquistate quattro anni fa da GEDI. Berti ha quasi 46 anni, ha iniziato la sua carriera come giornalista sportivo e ha cominciato a collaborare con la Gazzetta di Modena 27 anni fa. Nel 2023 l’editore aveva deciso di accorpare i tre giornali sotto un’unica direzione, Davide Berti era diventato vicedirettore a maggio del 2024 e oggi ha preso il posto di Cristiano Meoni, che era stato nominato direttore poco più di un anno fa e che andrà a occuparsi dei “grandi eventi” del gruppo.
SAE è un piccolo gruppo editoriale nato con lo scopo di comprare alcuni quotidiani locali appartenuti all’ex gruppo Espresso, allora assai numeroso, e poi ceduti dal nuovo editore GEDI, dal quale SAE ha acquistato i tre giornali emiliani, la Nuova Sardegna di Sassari e il Tirreno di Livorno.
Durante questi primi anni il gruppo ha spesso mostrato incertezza nelle visioni e nella gestione dei giornali, in un periodo storico particolarmente difficile per le testate locali. Pochi mesi fa la redazione della Gazzetta di Reggio aveva scioperato per protestare “contro la mancanza di dialogo” da parte della proprietà, in particolare nelle decisioni sulle riduzioni del personale, e altre contestazioni ci sono state in più occasioni al Tirreno: dove in questi giorni è in corso un altro confronto sul progetto dell’azienda di trasferire a Sassari (dove ha sede la Nuova Sardegna) il reparto dei poligrafici.
domenica 27 Ottobre 2024
È morto a 67 anni, per un infarto, Paolo Griseri, e ne hanno scritto questa settimana molti giornali e siti di news, perché era un giornalista molto stimato e amato tra chi lo conosceva e da molti dei suoi colleghi. Lavorava alla Stampa, dove era stato vicedirettore, e prima era stato a lungo a Repubblica e al Manifesto, occupandosi soprattutto di lavoro, di sindacati e di cambiamenti nell’industria, in particolare a Torino, la sua città. Griseri era marito di Stefania Aloia, che proprio questa settimana era stata nominata vicedirettrice a Repubblica, giornale dove è tornata dopo un breve periodo alla direzione del Secolo XIX di Genova, che il gruppo GEDI ha da poco venduto.
domenica 27 Ottobre 2024
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (nota come Agcom) ha pubblicato la sua relazione trimestrale che chiama “Osservatorio sulle comunicazioni” e che ha un capitolo (da pagina 21) dedicato all'”editoria quotidiana” e basato sui dati di diffusione ADS, che sono quelli che Charlie cita nei suoi report mensili. Alcuni dei dati più significativi sono questi:
– il totale delle copie vendute dei quotidiani è calato del 9,2% dal primo semestre dell’anno passato (nei report di Charlie spesso ci riferiamo infatti a una perdita media del 10% anno su anno).
– un dato molto preoccupante è che nello stesso periodo sono calate dell’8,7% anche le copie digitali, ovvero quelle su cui dovrebbero auspicabilmente spostarsi lettori e abbonamenti. Ma il declino è minimo per le 5 testate generaliste maggiori* (-0,1%), che comunque non crescono.
– dallo stesso periodo del 2020 la perdita complessiva è del 29,4% e del 6,4% sulle copie digitali.
– le copie digitali costituiscono ancora solo un sesto di quelle cartacee.
*Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Avvenire, Messaggero.
domenica 27 Ottobre 2024
Tantissimi siti di news italiani ( Corriere.it, Vanity Fair, Open, hanno scritto nei giorni scorsi delle denunce per abusi sessuali contro il musicista P. Diddy, citando una donna che si è aggiunta alle accusatrici e che – stando agli articoli – si chiamerebbe “Jane Doe”. Il fatto è che “Jane Doe” (come il suo analogo maschile “John Doe”) è in realtà il nome fittizio usato di norma nelle pratiche giudiziarie americane per indicare persone di cui non si vuole rivelare l’identità.
In questi anni in cui nelle redazioni tutti si trovano spesso a occuparsi di tutto, anche senza grandi competenze, e ci sono raramente riletture e verifiche di quello che viene pubblicato, è più facile che capitino incidenti di questo genere (al Corriere era già capitato in passato).


domenica 27 Ottobre 2024
Il Corriere della Sera ha annunciato una promozione in cui verrà regalato a chi si abbona al giornale un abbonamento di un anno alla sezione News del New York Times.
L’iniziativa si chiama tecnicamente “operazione a premi” (“Promo Special October Tutto Corriere della Sera”), in cui il valore del premio è di circa venti euro, cioè il costo di partenza di un abbonamento annuale al New York Times di questo genere .
Il Corriere della Sera ha diverse offerte di abbonamenti, con accessi parziali o totali ai contenuti del sito, all’edizione digitale del giornale, alla sua anteprima disponibile poco dopo la mezzanotte: quella che permette l’offerta del New York Times si chiama “Tutto” e comprende l’accesso al sito e all’applicazione senza “pubblicità invasiva”, e all’edizione digitale del Corriere . Il costo è di cinque euro per i primi sei mesi, poi tre mesi a 14,99€ e infine tre mesi a 24,99€.
Chi sottoscriverà questo abbonamento entro l’11 novembre 2024 riceverà per email un codice valido per abbonarsi gratuitamente per 52 settimane a New York Times News, cioè al sito e all’applicazione del New York Times in cui vengono pubblicate le notizie, le interviste e gli approfondimenti culturali. Sono escluse da questo piano tutte le altre sezioni del giornale: ovvero i podcast, la sezione Food, i giochi (tra cui il popolare Wordle), la sezione sportiva The Athletic e quella di prodotti e acquisti Wirecutter.
Il New York Times offre diversi tipi di abbonamenti. Il più completo si chiama “All Access” e comprende New York Times News e tutte le altre sezioni. “All Access” al momento ha due opzioni di tariffa: la prima è di due euro al mese per il primo anno, che diventano poi dodici euro al mese. La seconda tariffa è di venti euro per un anno che diventano poi novanta, ed è a questa offerta che fa riferimento l’iniziativa del Corriere della Sera.
domenica 27 Ottobre 2024
Il governo ha comunicato un cambiamento previsto per la cosiddetta “web tax”, cambiamento che coinvolgerebbe nel pagamento della tassa in questione anche i ricavi pubblicitari delle “imprese digitali” che siano di dimensioni minori rispetto alle grandi piattaforme internazionali (finora c’era una soglia di 750 milioni di fatturato): e quindi anche i siti di news e i giornali online. Questa prospettiva ha generato molte agitazioni e proteste da parte della FIEG – la federazione degli editori di giornali – e su diversi quotidiani.
domenica 27 Ottobre 2024
Il 19 ottobre le redazioni dei giornali controllati dal Gruppo Monrif – di proprietà della famiglia Riffeser Monti e che possiede Resto del Carlino, Nazione, Giorno e la testata nazionale QN – hanno scioperato contro la proposta fatta dall’azienda ai giornalisti di “autoridursi lo stipendio” e di prendersi quindi tre giorni a testa di permesso non retribuito al mese.
Il Gruppo Monrif affronta da più di dieci anni una crisi dei ricavi e delle vendite dei giornali. La proposta ha l’obiettivo di far risparmiare all’editore due milioni e mezzo di euro nel bilancio del 2025 e fa parte di una strategia assai diffusa in questi anni di crisi, che si concentra molto sulla riduzione del costo del lavoro, anche attraverso iniziative più strutturali come prepensionamenti, riduzione del personale e riduzione degli orari di lavoro.
Le tensioni tra i comitati di redazione (Cdr) e l’editore sono state raccontate nel dettaglio in un articolo sul sito Professione Reporter: secondo i Cdr una proposta del genere non è conforme alle norme previste dal Contratto collettivo e la violazione potrebbe creare un precedente. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Andrea Riffeser Monti, è anche presidente della FIEG, l’associazione di categoria che rappresenta gli editori di giornali in Italia.
In una nota diffusa dall’azienda l’editore ha accusato i sindacati di non essere abbastanza collaborativi e di ostacolare la continuità aziendale, aggiungendo che dopo lo sciopero “non possiamo fare altro che intraprendere un percorso non condiviso”. Nel frattempo la proprietà ha avviato un’operazione per riacquistare le quote degli altri azionisti attraverso un’Offerta Pubblica di Acquisto (OPA), per avere maggiori libertà di intervento all’interno gruppo editoriale.
domenica 27 Ottobre 2024
La responsabile degli editoriali del quotidiano americano Los Angeles Times Mariel Garza si è dimessa dopo che il proprietario del giornale, Patrick Soon-Shiong – medico e imprenditore nel settore delle biotecnologie – aveva deciso di bloccare l’endorsement del quotidiano a favore di Kamala Harris per le elezioni presidenziali di novembre. Nella lettera di dimissioni, pubblicata dal sito di informazione online Columbia Journalism Review, Garza ha espresso grande preoccupazione per le conseguenze di questa decisione sulla credibilità del giornale e sulla campagna elettorale, dopo che Donald Trump aveva definito la decisione del giornale di accantonare l’endorsement “il colpo di grazia” per Kamala Harris, sostenendo che “perfino i suoi compatrioti californiani sanno che non è adatta al ruolo”.
Giovedì altri due giornalisti della redazione degli editoriali si sono dimessi, e nel frattempo altri 200 giornalisti avevano firmato una lettera di protesta.
Patrick Soon-Shiong è proprietario del Los Angeles Times dal 2018, quando salvò il giornale da una crisi economica, e da allora i rapporti con la redazione sono notevolmente peggiorati a causa dell’insofferenza dei giornalisti nei confronti dei suoi interventi. Il giorno seguente le dimissioni di Garza, Soon-Shiong ha pubblicato un post su Twitter per chiarire la propria posizione, dicendo di aver proposto alla redazione di pubblicare un’analisi imparziale di entrambi i candidati, rifiutata dalla direzione editoriale “che ha scelto di tacere”. Sia Garza sia la rappresentanza sindacale dei giornalisti del Los Angeles Times hanno negato questa versione dei fatti.
Venerdì poi la figlia 31enne di Soon-Shiong ha diffuso una dichiarazione sostenendo che la famiglia avesse scelto di non sostenere Harris a causa delle sue posizioni giudicate troppo indulgenti nei confronti dell’invasione israeliana di Gaza; ma un portavoce di suo padre ha smentito, indicandola come un’opinione personale.
La questione degli endorsement da parte dei giornali è discussa da molto tempo e molti giornali hanno rinunciato a questa pratica negli ultimi anni, un po’ per il rischio di perdere credibilità presso i propri lettori, un po’ perché quasi tutte le analisi li ritengono incapaci di modificare effettivamente le scelte degli elettori. Il Los Angeles Times, che è il quotidiano locale a maggior diffusione degli Stati Uniti, pubblicava il proprio endorsement in modo continuativo dal 2008, quando aveva sostenuto Barack Obama (riprendendo l’abitudine interrotta negli anni ’70 dopo l’appoggio a Richard Nixon e lo scandalo del Watergate). Nel 2020 Soon-Shiong aveva già bloccato un endorsement per le primarie dei Democratici, permettendo che in seguito il giornale sostenesse la candidatura di Joe Biden. Ma per molte ricostruzioni uscite a seguito della sua decisione di questi giorni, anche nel suo caso ci sarebbero interessi economici che rischiano di essere minacciati in caso di ritorsioni da parte di Donald Trump, se venisse eletto.
domenica 27 Ottobre 2024
Negli ultimi due giorni è successo un grosso guaio al Washington Post – uno dei tre più autorevoli quotidiani statunitensi -, proprio mentre sembrava che l’azienda provasse a uscire dal guaio precedente in cui si era messa. Breve riassunto: una crisi di abbonati e ricavi – dopo entusiasmi e illusioni negli anni intorno alla pandemia – aveva portato il proprietario Jeff Bezos (quello di Amazon) a un ricambio della dirigenza, con la nomina di un esperto CEO di ricco curriculum, Will Lewis, che però era entrato con eccessiva prepotenza nelle prospettive della redazione, spingendo la direttrice alle dimissioni e la redazione stessa a una vivace contestazione. Bezos e Lewis avevano cambiato tono, e avevano lasciato che la cosa sbollisse per qualche mese, prima di annunciare con maggiore diplomazia nuovi piani nelle scorse settimane.
E poi è successo il guaio. Venerdì il Washington Post ha annunciato con un articolo di Lewis la sua inattesa decisione di non pubblicare nessun endorsement per le elezioni presidenziali, per la prima volta dal 1988, pur avendo finora sostenuto apertamente Kamala Harris ed essendo da anni la più critica verso Donald Trump tra le testate più importanti. E rapidamente si è saputo che la decisione era stata presa da Lewis con l’articolo di endorsement già scritto e pronto da parte della redazione che si occupa degli editoriali. E altrettanto rapidamente sono circolate versioni che attribuivano la decisione a Bezos, o quanto meno implicavano il suo consenso, e ricostruzioni piuttosto realistiche sui timori di Bezos per le sue molte attività legate alle istituzioni e al governo nel caso Trump vincesse le elezioni e mettesse in pratica gli interventi che va minacciando da mesi contro i giornali che lo hanno attaccato. Lewis ha negato che Bezos avesse letto l’endorsement preparato.
La decisione ha generato indignazioni e scelte drastiche nella redazione: si è dimesso un importante autore del giornale, Robert Kagan. Diciotto autori della sezione delle opinioni hanno firmato un articolo che parla di un “terribile errore”. I due famosi giornalisti autori delle inchieste sul caso Watergate – Bob Woodward e Carl Bernstein – hanno diffuso un testo in cui definiscono la scelta di non pubblicare un endorsement contro Trump “sorprendente e deludente”. Marty Baron, ammirato ex direttore del giornale, ha parlato di “codardia”. L’altrettanto stimato direttore del New Yorker, David Remnick, l’ha chiamato un “triste presagio”. Il sito Semafor ha riportato – con qualche dubbio – l’informazione secondo cui subito dopo la decisione almeno duemila abbonati al Washington Post avrebbero disdetto l’abbonamento.
In molti hanno commentato come la censura sull’endorsement già pronto contraddica il motto che lo stesso Washington Post aveva introdotto sotto la testata dopo la vittoria di Trump del 2016: “La democrazia muore nelle tenebre”.
Tutto questo nel contesto di un guaio simile appena capitato al grande quotidiano californiano Los Angeles Times (vedi sotto) e alla vigilia invece di una scelta meno pavida da parte dello storico rivale New York Times, che aveva scelto di sostenere Harris un mese fa e che sabato lo ha ricordato ai lettori, pubblicando in più una specie di ulteriore endorsement molto forte – e molto creativo nella sua versione digitale – contro Donald Trump.
“Se vogliamo farci un’idea di come Trump limiterà la libera stampa se eletto presidente, possiamo vederlo da quello che già succede ancora prima che lo diventi”, ha commentato Kagan.
domenica 27 Ottobre 2024
Il “pluralismo” creato da internet è stato assai analizzato, discusso, apprezzato. Le fonti di informazione si sono moltiplicate, gli spazi di confronto anche, si sono creati milioni di piccole comunità digitali intorno alle occasioni, gli argomenti e le relazioni più diverse.
Oltre a scardinare un novecentesco sistema verticale e unilaterale di diffusione delle informazioni, tutto questo ha però atomizzato e isolato le condivisioni di informazioni, cancellando anche una sorta di conoscenza comune tipica del secolo scorso. I livelli di informazione e conoscenza erano molto variabili, tra la popolazione, ma le informazioni e la conoscenza erano simili, in gran parti condivise.
Adesso è come se tutti sapessero cose diverse: dove prima eravamo società di cerchi concentrici, in cui quello centrale sapeva molte cose e quelli attorno ne sapevano via via sempre meno, ma delle stesse cose, adesso siamo società di “bolle”, ognuna con una sua conoscenza, ognuna parzialmente sovrapposta ad altre ma estesamente autonoma.
Il sintomo più visibile di questa autonomia è l’incredulità con cui ciascuno di noi vive le opinioni o pretese conoscenze di altre bolle. E una conseguenza visibile è la capacità di costruire successi – politici, personali, commerciali – e bolle anche di grandi dimensioni, da parte di narrazioni e comunicazioni che in altre bolle sono completamente sconosciute o totalmente disprezzate.
Certo che c’entra, coi giornali, col loro ruolo, e che c’entra anche con chi glielo ha preso – Donald Trump potrebbe vincere le prossime elezioni avendoli quasi tutti contro – e con tutto quello che possiamo chiamare “giornali” oggi.
Fine di questo prologo.
domenica 20 Ottobre 2024
Questa settimana Charlie è stata prodotta con la collaborazione dei partecipanti al workshop del Post di formazione giornalistica, sostenuto dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.
domenica 20 Ottobre 2024
A partire dal 12 novembre il Post terrà una nuova edizione delle sue “10 lezioni sul giornalismo“, una serie di incontri online per condividere parte delle cose imparate in questi quindici anni di informazione online da parte del Post. Le “10 lezioni sul giornalismo” furono create nelle prime settimane della pandemia, all’inizio del 2020, per ovviare alla sospensione dei corsi in presenza che il Post teneva assieme alla scuola Belleville di Milano, e da allora hanno registrato altissimi interesse e partecipazione, e sono state seguite da oltre duemila persone.
“Sono dieci lezioni, più un prologo da parte del direttore del Post, pensate per chiunque sia interessato a conoscere o capire meglio i meccanismi dell’informazione e le notizie che riceve. Durante gli incontri si parlerà di come è cambiato il giornalismo in questi anni di crisi globali e di come si fa a capire cosa sia una notizia. Dei nuovi modi con cui si fa informazione e ci si informa attraverso i social network e le immagini. Di come si cercano e scelgono le fonti, ma anche dei diversi modi di scrivere e di raccontare la cronaca giudiziaria, la politica, le questioni di genere”.
domenica 20 Ottobre 2024
Il sito americano Semafor ha compiuto due anni, e che per ora sia sempre lì e senza segni di crisi è già una notizia, con l’aria che tira per i progetti di informazione online. Semafor aveva avuto subito grandi investimenti di fiducia (investimenti economici) nei confronti dei due fondatori, Ben Smith e Justin Smith (non parenti), entrambi con precedenti da protagonisti nelle trasformazioni del giornalismo.
E aveva elementi reali di novità: una dichiarata intenzione di sperimentare col formato degli articoli (l’impressione è che sia stata meno decisiva di quanto annunciato), una priorità alle newsletter, un’idea di eventi e contenuti sponsorizzati come modello di business maggiore.
E nel celebrare i due anni, i suoi fondatori si congratulano dell’autorevolezza effettivamente costruita e del ruolo occupato, ma danno meno informazioni sui bilanci a questo punto.
domenica 20 Ottobre 2024
Abbiamo scritto spesso su Charlie della dipendenza di molti giornali dalle opinioni dei propri lettori, e dell’obiettivo quotidiano di soddisfarle, per non rischiare di perdere quote dei preziosi ricavi che oggi arrivano dagli abbonamenti digitali e anche dagli acquisti in edicola, ancora. Tra i quotidiani italiani, il Fatto è sicuramente uno di quelli che più lavora su campagne e interventi che tengano viva l’indignazione dei suoi lettori, quindi sono da notare i due interventi di oggi, domenica, da parte del direttore che scontentano i fedeli lettori autori di due lettere sulla “gestazione per altri”, con toni sprezzanti e definitivi (quelli, invece, non usuali alle espressioni del direttore stesso).
domenica 20 Ottobre 2024
A febbraio Charlie aveva segnalato l’assiduità – quasi una rubrica – con cui il quotidiano Repubblica manda una propria giornalista a intervistare l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, che oggi ha 86 anni. La frequenza da allora si è un po’ attenuata, ma il legame prosegue: con un’altra intervista ad aprile, e una di nuovo domenica scorsa.
domenica 20 Ottobre 2024
L’azienda britannica BBC – che è la rete televisiva pubblica del paese e che ha esteso le sue attività al web e al digitale – ha annunciato che eliminerà 155 posti di lavoro, nel contesto di una strategia di riduzione dei costi per cercare di uscire da una crisi che dura ormai da tempo. L’operazione dovrebbe far risparmiare 24 milioni di sterline, a fronte di un obiettivo complessivo di risparmio di 700 milioni entro il prossimo anno.
La riduzione dei posti di lavoro comprende la chiusura del programma di interviste HARDtalk e del servizio di informazione dedicato alla popolazione di origine asiatica sul suo canale Asian Network, e riguarda 130 posizioni giornalistiche nella redazione e 25 ruoli tecnici: a tutti i settori è stato richiesto di ridurre la creazione di contenuti di un quinto.
BBC sta avendo difficoltà a coprire i costi dei suoi numerosi servizi, a trovare nuove strategie di finanziamento e a rispondere alle esigenze della parte più giovane del suo pubblico, che cerca contenuti digitali differenti. Il presidente Samir Shah ha detto che negli ultimi dieci anni BBC ha perso quasi un terzo delle proprie entrate.
Le trattative con il precedente governo del Regno Unito – guidato dal partito Conservatore, che è da anni molto critico nei confronti di BBC – avevano portato a fissare per due anni il canone a 169,50 sterline per nucleo familiare, nonostante l’aumento dell’inflazione. Oltre alla riduzione delle entrate causata dal prezzo fisso, nel 2023 mezzo milione di nuclei familiari ha smesso di pagare il canone. Shah ha detto di non voler passare a modelli di business come la pubblicità o gli abbonamenti, considerandoli incompatibili con l’identità di BBC come servizio pubblico.
domenica 20 Ottobre 2024
Lunedì scorso il quotidiano Il Giornale ha dedicato lo spazio maggiore della sua prima pagina a un articolo che denunciava la distribuzione illecita online dei giornali italiani in formato pdf, per aggirare i paywall e fruire gratuitamente dei loro contenuti, contribuendo – a detta del Giornale – al calo delle vendite dei quotidiani, e danneggiando la loro sostenibilità economica. Sempre in prima pagina, un editoriale del direttore commentava la questione.
(Lunedì è il giorno in cui alcuni quotidiani sono preparati con notizie “fredde” nei giorni precedenti al weekend festivo, quando invece la redazione è più sguarnita).
Le copie digitali di cui parla l’articolo vengono distribuite condividendo le credenziali di accesso per abbonati su canali social creati appositamente per questo, in particolare su Telegram. Secondo Francesco Boezi, autore dell’articolo, «l’aspetto forse più sorprendente è che a compiere il reato sono in prima battuta onorevoli e senatori della Repubblica italiana e poi ministri e portaborse e da lì la catena dello spaccio prosegue […] fino ad arrivare a ogni angolo del Paese». Il danno causato ai bilanci delle case editrici da queste pratiche è stimato da Boezi in 350 milioni di euro ogni anno, senza però che siano fornite spiegazioni sulla genesi di questo conteggio (spesso poi, nel denunciare la pirateria sui giornali, gli interessati considerano che chiunque scarichi o legge giornali gratis, senza questa opportunità li acquisterebbe pagandoli).
“Nell’arco di una mattinata, chiedendo a un singolo conoscente quali rassegne ricevesse al mattino, abbiamo avuto accesso a cinque tipi: quella dei parlamentari, quella del ministero dell’Interno, quella del Movimento sindacale autonomo di polizia, quella del Movimento poliziotti democratici e riformisti e quella del Dipartimento di pubblica sicurezza. Poi c’è Telegram, che la Fieg ha chiesto di sospendere già nel 2020. Su Telegram, gruppi che cambiano nome di continuo offrono, sempre gratis, giornali interi (ma anche riviste, libri e fumetti). Soltanto ne «Il Santo è in Chiesa» si contano 30mila e 700 iscritti. L’effetto esponenziale fa il resto. Già nella notte delle chiusure redazionali, partono i primi messaggi. Di solito i primi quotidiani che compaiono sulla chat sono i locali. C’è un ricircolo: gruppi che si spengono, gruppi che si accendono. «Edicola Download», da 56mila membri, chiede l’iscrizione ad altri due canali. Subito dopo questi passaggi, scaricare il quotidiano desiderato (o i quotidiani) diventa fattibile”.