Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 23 Giugno 2024

La dottrina sociale della Chiesa

Nei giorni scorsi diversi articoli sui quotidiani hanno riferito il comunicato dei lavoratori precari di Tv2000, la televisione che è di proprietà della CEI (la Conferenza dei vescovi italiani), assieme al quotidiano Avvenire.

“In questi giorni TV2000, la rete televisiva di proprietà della Conferenza episcopale italiana, impone a circa 40 precari (giornalisti professionisti, autori e consulenti vari – alcuni dei quali sono partite iva con contratti continuativi in essere da oltre 10 anni) di firmare una transazione capestro, mediata da una Commissione di Conciliazione istituita presso l’Università Luiss, con la quale si costringono i lavoratori a dichiarazioni non conformi alla realtà dei fatti: il documento fa riferimento a nostre inesistenti “generiche rivendicazioni” in merito ai compensi pattuiti, forzandoci, dietro versamento di 500 euro (sic!), a rinunciare a qualsiasi pretesa/diritto acquisito nel pregresso rapporto di lavoro con l’azienda.
Dunque una transazione capestro su una controversia che non esiste.
Naturalmente chi non firma questa “transazione” non potrà firmare nemmeno il rinnovo del contratto.
Ora, per prima cosa, in onore alla lingua italiana, va ricordato che la parola “transazione” si riferisce a un accordo concluso tra le parti di un rapporto, dunque frutto di una libera intesa, mentre qui siamo di fronte a un atto arrogante e unilaterale che l’ad Massimo Porfiri e il direttore del personale Luciano Flussi impongono ai lavoratori – nel silenzio assoluto del direttore di rete Vincenzo Morgante e dell’editore.
Tale procedura, nel dizionario della lingua italiana, andrebbe cercata piuttosto sotto la voce “ricatto”.
Oltre a questo, che già è sufficientemente vergognoso, bisognerebbe sottolineare che stiamo parlando di un’azienda – Rete Blu S.p.a., cui fanno capo Tv2000 e Radio in blu – finanziata con i denari affidati ai vescovi italiani, soldi che si suppone dovrebbero trovare un impiego “etico”, mentre l’azienda sta seguendo, verso i suoi collaboratori, criteri che fanno carne di porco dei diritti dei lavoratori.
O forse ricattare i lavoratori più deboli, quelli a partita iva, rientra tra i suggerimenti della dottrina sociale della Chiesa? Di certo non ci sembra un modo di agire in sintonia con il magistero di Papa Francesco – di cui ricordiamo molto bene le parole accalorate durante la sua visita allo Stabilimento Ilva di Genova (Sabato, 27 maggio 2017) contro “l’economia che perde i volti”, e passa sopra “le persone da tagliare e licenziare”, per non parlare dei numerosi interventi contro “l’abuso del lavoro precario”.
Ci piacerebbe conoscere il parere dei vescovi italiani su quanto sta accadendo tra le mura della loro rete televisiva, ma in tutta questa brutta storia – che mette 40 famiglie con il coltello alla gola – ci sono tanti silenzi. Silenzi assordanti.
Coordinamento Precari TV2000”

Il vicepresidente della CEI si è detto “sicuro che una soluzione verrà trovata”.


domenica 23 Giugno 2024

Le direttrici

C’è stato un giro di nuove nomine in alcuni dei più importanti periodici “femminili” italiani, ovvero le sole testate che vengono abitualmente affidate a delle donne piuttosto che a degli uomini. L’editore Hearst (che in Italia pubblica anche Gente Cosmopolitan Esquire ) ha spostato Manuela Ravasio dalla direzione del mensile Marie Claire a quella del settimanale Elle. A dirigere Marie Claire sarà Elena Mantaut.


domenica 23 Giugno 2024

Le parole non bastano più a THR

All’edizione italiana dello Hollywood Reporter continuano i problemi di cui aveva raccontato questo articolo sul Post il mese passato. Adesso giornalisti hanno indetto cinque giorni di sciopero, a partire da mercoledì scorso.

“I giornalisti di The Hollywood Reporter Roma attendono da mesi che venga loro corrisposto lo stipendio. L’azienda non ha ottemperato ai propri doveri e tuttora non ha mostrato alcuna prospettiva realistica e sostenibile per il giornale. La redazione ha continuato a realizzare, anche in una situazione sempre più disperata, un prodotto di alto livello qualitativo.
I giornalisti di THR Roma difenderanno in ogni sede i propri diritti, e proclamano a partire da mercoledì 19 giugno alle ore 9 un nuovo sciopero di cinque giorni – a cui potranno aggiungersi altri cinque giorni – che potrà essere interrotto solo a fronte di atti concreti da parte dell’azienda.
Le parole non bastano più”.

L’editore ha risposto con un suo comunicato:

“L’Editore comprende la sofferta scelta della redazione, prendendo atto della decisione sindacale adottata, a fronte della riconosciuta ed apprezzata abnegazione con cui ogni lavoratore e lavoratrice ha svolto il proprio lavoro in questi mesi.
Pur comprendendone le ragioni, l’auspicio della Società Brainstore Media S.r.l. è quello che si possa, nel più breve tempo, tornare a lavorare insiema ai progetti e alle iniziative che sono state comunicate al Fiduciario e all’organo sindacale nel precedente comunicato, anche con riferimento alla strategia a breve e medio termine, che con loro si vuol condividere e costruire insieme. Ed in tale direzione, li invitiamo ad un confronto costruttivo sugli scenari, sia immediati che futuri, della Redazione.
In questa sede, l’azienda conferma che, grazie ai piani e alla spending review avviata, si prevede il ripristino dell’equilibrio finanziario entro il terzo trimestre del 2024, a meno di un anno dal lancio commerciale.
In questa fase delicata, Brainstore Media S.r.l. sottolinea l’importanza di un lavoro congiunto e dell’apporto delle migliori energie della redazione.
L’azienda confida inoltre nella comprensione dei lettori, invitandoli a sostenere un’attività innovativa avviata da poco tempo”.


domenica 23 Giugno 2024

Fuori dal coro

Le eccezioni sono solo eccezioni, ma sono però eccezioni: a proposito della partigianeria cieca a cui molti quotidiani affidano le proprie opinioni merita di essere segnalato che sulla legge sull'”autonomia differenziata” – celebrata trionfalmente da alcuni giornali filogovernativi, contestata drammaticamente dai giornali antigovernativi – il giornalista Marcello Veneziani ha preso venerdì sulla Verità una posizione diversa da quella del resto del suo giornale e del suo direttore. Vero è anche che su questa legge le posizioni non sono del tutto coerenti nemmeno all’interno della maggioranza di governo.


domenica 23 Giugno 2024

La non morte di Chomsky

Il più frequente degli incidenti giornalistici legati alla precipitazione nel voler pubblicare una notizia e alla scarsa attitudine alle verifiche accurate è quello della “falsa morte di un personaggio famoso”. È capitato di nuovo martedì sera a moltissimi siti di news italiani ( Corriere della SeraSole 24 OreSky Tg24AdnkronosAvvenireGiornale, tra gli altri) e anche a diversi stranieri, che hanno annunciato la morte dello scrittore e intellettuale Noam Chomsky, che invece è tuttora vivo. La smentita della notizia è stata data da sua moglie all’agenzia Associated Press e ad altre testate che hanno ritenuto di telefonarle prima di darla. Le testate che l’avevano pubblicato hanno rimosso le pagine relative (ma alcune appaiono tuttora su Google), fornendo poche spiegazioni (Avvenire si è scusato).

Diversi commenti hanno segnalato come parte del lavoro di Chomsky in passato sia stato predicare e spiegare una giusta diffidenza per i mezzi di informazione.


domenica 23 Giugno 2024

Non vale la pena

La questione del valore reale degli abbonati per i giornali, e quindi dell’efficacia delle offerte scontate, è piuttosto centrale nel dibattito attuale intorno alla sostenibilità di questi tipi di modelli. E infatti se n’è occupato anche un articolo della sezione “Strategies” del quotidiano londinese Financial Times, che da tempo sta investendo sulla ricerca e la formazione relativa al business dei giornali.
Secondo l’articolo in questione sarebbero molto inefficaci, e alla fine persino in perdita, gli abbonamenti mensili scontati: perché l’investimento necessario a ottenerli (di solito sono proposti come “prova”, ai lettori meno convinti) e i bassi ricavi ottenuti dalle promozioni relative si tradurrebbero in una quota molto limitata di conferme degli abbonamenti stessi a prezzo pieno.


domenica 23 Giugno 2024

Saturo?

Tra i dati del “Digital News Report”, sono particolarmente attuali quelli relativi all’inclinazione delle persone a pagare per abbonamenti alle edizioni digitali dei giornali. Interessanti in generale, e anche per quel che dicono delle singole venti nazioni evidenziate. In Italia c’è una delle quote più basse di persone che hanno pagato per le news online nell’ultimo anno, il 10%. Ma il rapporto si è concentrato anche sul valore reale di questi abbonamenti, da che in molti casi si tratta di abbonamenti a prezzi assai ridotti o gratuiti: e quindi sulla disponibilità delle persone “a pagare”, che non è la stessa cosa della disponibilità delle persone ad abbonarsi. In Italia il 35% degli abbonati non paga il prezzo intero di un abbonamento così come è pubblicizzato, ma una quota ridotta, che in media è di 8 euro al mese (per capirsi: nel caso del Post questa quota è praticamente il 100%, senza offerte promozionali; altre testate invece offrono misure diverse di sconti, soprattutto nei primi mesi o nel primo anno, oppure agli abbonati che vogliono disdire). E ancora, in Italia il 50% degli intervistati che al momento non pagano per un abbonamento alle news ha dichiarato di non essere disposto a pagare niente; il 19% potrebbe pagare un euro; il 20% fra 2 e 5 euro; il 6% potrebbe pagare fino a 10 euro.

Se si associano questi dati alla considerazione apparente che chi è abbonato a qualche giornale online tende a non pagare per più di un abbonamento, e che gli abbonati sono raccolti da poche grandi testate, si vede che il bacino potenziale è già diventato molto esiguo.

«I risultati suggeriscono che le aziende giornalistiche abbiano, in molti paesi, già raggiunto la gran parte delle persone interessate abbastanza da pagare per l’offerta corrente ai prezzi correnti, e che le quote dei pagamenti stiano ristagnando. Le offerte economiche sono state un modo per aumentare il numero di abbonati, ma non ci sono garanzie che i beneficiari continueranno a pagare nel lungo periodo. La tendenza a offrire sconti ha determinato una significativa proporzione (il 41% in media nei vari paesi) di abbonati che non pagano il prezzo intero.
Fuori da queste quote di abbonati, nella maggior parte dei mercati c’è un gruppo disposto a pagare qualcosa se il prezzo è considerato giusto, ma sono numeri molto piccoli, e forse non abbastanza attraenti per un impegno degli editori».

La conclusione di un articolo del NiemanLab sui dati in questione è che il modello degli abbonamenti offre numeri preziosi e promettenti per i progetti di news più piccoli, per i quali quei numeri sono sufficienti e che hanno ancora del potenziale, mentre potrebbero essere stati già saturati dalle grandi testate e dalle loro maggiori necessità.


domenica 23 Giugno 2024

Che aria tira

Il Reuters Institute dell’Università di Oxford è un’istituzione autorevole che si occupa di studio del giornalismo, e pubblica ogni anno un “Digital News Report” sulle tendenze dell’informazione digitale, di cui abbiamo parlato in passato. La nuova edizione è stata pubblicata nei giorni scorsi, ed è stata assai citata e commentata da molti siti e addetti ai lavori. Il rapporto è diviso in sezioni dedicate a diversi contesti nazionali, e qui c’è quella relativa all’Italia, con una descrizione generale delle tendenze, e diversi grafici e dati. Alcune testate italiane hanno molto promosso sui social network i dati che sembrano mostrare apprezzamenti del pubblico per quelle stesse testate, come quello sulla fiducia che premia in particolare AnsaSky Tg24 Sole 24 Ore (e che spiega, a proposito del Post e della prevalenza di risposte incerte che lo riguardano: “The lower scores of digital-born players like Fanpage and Il Post may be because they have had less time to build a reputation”).


domenica 23 Giugno 2024

Mettetevi dove capita

Come era stato stabilito lo scorso marzo, Repubblica ha eliminato questa settimana tre pagine dalla sua foliazione, per risparmiare sui costi: ovvero una delle tre della sezione dei commenti e rubriche (divenute due), e le due dei programmi tv e meteo. Le rubriche quotidiane che ne venivano ospitate (quella di Concita De Gregorio, quella sulla tv di Antonio Dipollina, quella di Paolo Berizzi) sono state sparpagliate nelle varie pagine del quotidiano.


domenica 23 Giugno 2024

Si mette male al Washington Post

Le vicissitudini del Washington Post questa settimana hanno fatto un ulteriore salto di qualità, e sono diventate LA storia nel mondo dei giornali americani. Come avevamo scritto solo due settimane fa, la sintesi iniziale della storia era: “grande e ammirato quotidiano americano, con una storia da cinema, viene salvato dal declino dal padrone di Amazon, risorge e torna protagonista per un breve periodo, ma poi va in nuova crisi economica e di lettori”. Quello che è successo nell’ultimo mese è quindi stato: “il padrone di Amazon decide di chiamare un manager londinese nel ruolo di publisher a rimettere in ordine i conti, il quale costringe la direttrice alle dimissioni, maltratta la redazione mettendola di fronte alla crisi, e fa alcune proposte editoriali poco chiare e un po’ preoccupanti”.

Ma nel frattempo la storia è diventata soprattutto: “il giornale reagisce criticando la scelta di un nuovo direttore – inglese anche lui -, allarmandosi degli approcci britannici all’etica giornalistica, e disseppellendo, con altre testate, un po’ di scheletri dall’armadio del publisher”. Il quale, Will Lewis, ha una carriera di ruoli importanti in importanti testate, ma che lo hanno anche coinvolto nel famigerato scandalo dei tabloid britannici, che continua ad avere strascichi processuali nel Regno Unito.

E quindi arriviamo agli ultimi giorni: nei quali nuove accuse di antichi comportamenti scorretti e forse illegali da parte di Will Lewis e del potenziale direttore sono stati raccontati dallo stesso Washington Post, dal New York Times, da NPR, dal Financial Times e da CNN (il Washington Post ha incaricato un suo giornalista di guidare le inchieste e gli aggiornamenti sulla vicenda). E nei quali è infine intervenuto il padrone dell’azienda, Jeff Bezos, con un messaggio ai maggiori responsabili della redazione che ha cercato di essere rassicurante ma ha evitato di difendere esplicitamente Lewis: in modo da tenersi libero di sacrificarlo se le cose dovessero precipitare. E un po’ stanno precipitando, con autorevoli giornalisti – del Washington Post e non – che sostengono che la convivenza tra Lewis e la redazione non sia recuperabile. Ma soprattutto con la rinuncia di Robert Winnett – il direttore incaricato che avrebbe dovuto prendere servizio a novembre -, del quale venerdì si è saputo che rimarrà invece al Daily Telegraph, a Londra.

La decisione di Winnett da una parte indebolisce ulteriormente Lewis che lo aveva scelto, dall’altra gli dà l’occasione di rimpiazzarlo con un direttore più ben visto dalla redazione, e attenuare i dissapori. Ci saranno sicuramente altri sviluppi presto.


domenica 23 Giugno 2024

Charlie, è nelle teste

Un articolo sulla Columbia Journalism Review firmato da Mathew Ingram – esperto osservatore dei cambiamenti nel giornalismo – ha ridimensionato le paure delle conseguenze dell’uso di tecnologie raffinate nel diffondere informazioni false, citando alcune ricerche. Ingram spiega, in sintesi, che “deepfake” o altri contenuti artefatti con grande verosimiglianza non attecchirebbero particolarmente per questa loro crescente “qualità”, ma grazie alla disponibilità delle persone a voler credere ai loro messaggi. E che insomma la vera efficacia di questi messaggi dipende da chi li riceve: “riflettono le opinioni delle persone, le confermano, le lusingano, e cercano di approfittarne”. O che, per esempio, a confortare un messaggio servano di più i bot e gli account falsi che sembrano condividerlo, facendolo credere “normale” e diffuso, piuttosto che la sua qualità tecnica originaria o il suo sembrare più realistico. «Più rilevante del problema tecnologico è quello umano: che la nostra capacità di pensiero si sciolga nei nostri pregiudizi; che condividiamo messaggi perché sono divertenti o generano indignazione e non perché sono veri; che la nostra fiducia in qualunque fonte di informazione scompaia».

Le truffe funzionano sull’ingenuità dei truffati, ed è sugli umani che bisogna intervenire, sembra dire Ingram, più che sulla tecnologia: media tradizionali e social network – che sono una tecnologia assai tradizionale, solo amplificata – possono essere strumenti di questo intervento, oppure assecondare le nostre tendenze a voler essere accontentati, indignati, mobilitati, lusingati dal pensare di avere ragione e convinti che qualcuno ci stia togliendo ciò che ci spetta.

Fine di questo prologo.


domenica 16 Giugno 2024

Il prossimo weekend a Novara

La rassegna stampa del Post, “I giornali spiegati bene”, sarà sabato a Novara con Luca Sofri e Francesco Costa a raccontare cose in sintonia con quello che trovate abitualmente su Charlie. Domenica, sempre nel corso dello stesso evento a Novara, Luca Misculin ed Eugenio Cau cureranno la rassegna stampa dei giornali europei.


domenica 16 Giugno 2024

Editori

All’interno delle pagine sul G7 che si è tenuto nei giorni scorsi in Puglia, Repubblica ha ritenuto di segnalare ai lettori l’uso da parte dei leader mondiali di un’automobile “Fiat Spiaggina” e un post su Instagram del fratello del presidente del gruppo che possiede Repubblica.
Malgrado gli imbarazzi segnalati di recente dalla propria redazione, il Corriere della Sera ha dedicato un articolo al proprio proprietario Urbano Cairo e ai suoi ricordi di spettatore calcistico.


domenica 16 Giugno 2024

Un giorno nella vita del mondo

Antonio Stella, giornalista e collezionista di giornali, ha raccontato sul Post la storia di una collezione perduta.

“Trovato l’annuario mi venne la stramba idea di raccogliere tutti i quotidiani del mondo (o quanti più possibile) dello stesso giorno. Qualche anno prima, nel 1979, avevo inventato e condotto per anni la rassegna stampa di Radio Popolare e mi era rimasta una sorta di emerofilia acuta. La tesi che mi sarebbe piaciuto dimostrare (a parte il godimento materiale di avere una collezione rara e graficamente cosmopolita) era che – alla fin fine – ogni giorno in qualunque parte della Terra succedono più o meno le stesse cose per quanto rimarchevoli”.


domenica 16 Giugno 2024

“Un saluto” da Roma, e da Milano

Contemporaneamente, ma con più contenuti annunci, Repubblica ha invece chiuso i due storici supplementi settimanali TuttoMilano TrovaRoma , dedicati agli eventi nelle due città. Le due testate esistevano da 38 anni, e – ha spiegato il quotidiano ItaliaOggi – saranno rimpiazzate da un inserto di otto pagine dedicato agli eventi del weekend e unico per tutte le edizioni locali.


domenica 16 Giugno 2024

Dalla di alla u

Lo scorso giovedì è uscito il primo numero di un nuovo magazine “maschile” (vengono chiamate così le riviste che si rivolgono, con contenuti e pubblicità, a interessi che si ritiene accomunino una quota di lettori maschi) di Repubblica, allegato gratuitamente al quotidiano nel giorno dell’uscita e poi in vendita a 3 euro. Ne usciranno altri cinque numeri nel 2024, secondo le comunicazioni dell’editore GEDI, che ha descritto come l’obiettivo di questo genere di prodotto sia la raccolta pubblicitaria da parte della concessionaria del gruppo – Manzoni – con i contenuti giornalistici al servizio di quest’ultima: «Il nuovo U la Repubblica completa l’offerta Manzoni nel segmento dell’up market. Anche nell’era digitale, i brand del lusso hanno confermato che la carta stampata, se di qualità superiore, ricopre una funzione fondamentale per la comunicazione di marca. completa un’offerta Manzoni veramente diversificata, in grado di coprire l’intero funnel della comunicazione. E il risultato di questo primo numero premia il lavoro svolto in tutti questi anni su ddoor, sulla sezione Moda e Beauty di Repubblica, confermando la nostra leadership su questo segmento». Le pagine di pubblicità vendute sono più di cento, e sono pubblicitarie tutte le prime 32.

In realtà Repubblica aveva già un magazine maschile con frequenza bimestrale, dLui, di cui prenderà il posto con simile progetto e simili obiettivi. Restano gli stessi anche direttore e condirettrice, Emanuele Farneti e Simona Movilia. Ma presentare agli inserzionisti pubblicitari un prodotto come nuovo, assieme al suo “lancio”, garantisce sempre attenzioni e investimenti maggiori.
La copertina del primo numero di è stata dedicata a Giorgio Armani, la cui azienda è assidua inserzionista sulle maggiori testate italiane (otto pagine di sono acquistate dai prodotti del gruppo, con un inserto speciale).
Repubblica ha anticipato una parte della ricca intervista ad Armani firmata insieme da Farneti e dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari: che dato il contesto è stata dedicata integralmente alla celebrazione del fondatore, rinunciando all’attualità e alle notizie sull’azienda (negli stessi giorni Business of Fashion, il più importante giornale online internazione sulla moda, raccontava le inchieste sul “caporalato” nella moda che hanno riguardato anche le aziende di Giorgio Armani).


domenica 16 Giugno 2024

Osteria numero zero

In un’intervista al fumettista Zerocalcare pubblicata in podcast dal Post si è parlato anche della frequenza con cui Zerocalcare stesso si trova a correggere i virgolettati che gli vengono attribuiti sui giornali. E anche questa settimana ha spiegato su Instagram che “non sto a apri’ un’osteria”, diversamente da quanto riportato su quasi tutti i maggiori siti di news.

(questa settimana l’allenatore del Real Madrid Carlo Ancelotti ha spiegato in un tweet che in un’intervista al Giornale “mis palabras acerca del Mundial de Clubes de la FIFA no han sido interpretadas de la manera que yo pretendía”).


domenica 16 Giugno 2024

Catalogo

È stata la settimana di “Pitti Uomo”, tradizionale e importante fiera dei brand di moda che si svolge a Firenze, e che muove le aziende coinvolte verso eccezionali investimenti in pubblicità sui giornali (e subito dopo sono iniziate le sfilate milanesi). Per questa ragione i quotidiani maggiori – quelli che beneficiano maggiormente di questi investimenti – hanno dedicato all’evento diverse pagine ogni giorno, in modo da offrire ai loro inserzionisti anche degli articoli e delle citazioni dei loro prodotti e attività, accanto alle pagine a pagamento. Gli esempi di queste sovrapposizioni tra contenuti palesemente pubblicitari e contenuti presentati come giornalistici sono stati molti, soprattutto su Repubblica e sul Corriere della SeraCanali CanaliMarkup MarkupXacus XacusAvant Toi Avant Toi (con riproduzione della stessa immagine della campagna pubblicitaria), oltre a molte altre citazioni e immagini dei prodotti delle aziende inserzioniste.


domenica 16 Giugno 2024

Dipendenti dal porno

Nei giorni passati, a proposito, diversi siti internazionali hanno raccontato che l’arrivo di internet avrebbe reso una comunità amazzonica “dipendente dal porno”. A originare la notizia – falsa, smentita poi dal giornale stesso, e per cui la comunità si è molto arrabbiata – è stato un articolo del New York Times un cui passaggio è stato forzato ed esagerato da altri siti e poi ripreso senza nessuna verifica nemmeno rispetto all’articolo originale, per la tentazione di inserire in una stessa storia il porno e le derive della modernità tecnologica.


domenica 16 Giugno 2024

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità

Il Post ha raccontato una ricerca pubblicata sulla testata scientifica Science che spiega come la disinformazione più pericolosa è quella che viene originata dalle testate più autorevoli.

“Sebbene negli studi che se ne occupano la disinformazione sia spesso associata alle notizie false, hanno concluso gli autori e le autrici della recente ricerca pubblicata su Science, le forme più persuasive di disinformazione provengono probabilmente da affermazioni fuorvianti pubblicate da fonti tradizionali, più o meno autorevoli, e poi divulgate attraverso canali che ne orientano l’interpretazione”.


domenica 16 Giugno 2024

Difendeteci

Le minacce nei confronti di giornali e giornalisti possono essere di assai diverso genere, di assai diverse conseguenze, di assai diversa legittimità, di assai diversa pericolosità. Ci sono semplici critiche sui social network, oppure quotidiane e bulle lettere di avvocati che annunciano “vie legali” ma si ridimensionano immediatamente: e all’estremo opposto ci sono organizzazioni criminali che perseguitano giornalisti o costose cause legali che paralizzano il loro lavoro. In mezzo c’è un po’ di tutto, e ci possono essere comprensibili ragioni in certe querele e intimidazioni vergognose in altre.
A prescindere da questo, ultimamente i giornali sembrano aver scelto di raccontare e condividere sempre più spesso queste minacce con i propri lettori, usandole come strumento di raccolta di consenso e sostegno da parte di questi ultimi (anche di sostegno economico esplicito, come la campagna di Repubblica di cui dicemmo una settimana fa), e trasformando i propri avversari in testimonial al contrario.

Questa settimana nel giro di soli quattro giorni il Fatto ha raccontato la querela da parte del comune di Milano nei confronti di un suo giornalista (per cose non scritte sul Fatto), Repubblica è intervenuta con due comunicati in difesa di una sua giornalista insultata in una conversazione telefonica da un consigliere regionale di Fratelli d’Italia, il giornalista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella ha condiviso coi lettori la risposta con cui ha irriso un avvocato sbadato nelle sue severità, il Foglio ha annunciato in apertura un’azione legale del ministro Urso contro il giornale.


domenica 16 Giugno 2024

Cross the Mersey

A Liverpool una vecchia storia tragica alimenta da 35 anni un boicottaggio nei confronti del tabloid Sun, ovvero la testata quotidiana forse più diffusa nel Regno Unito. La storia è quella della strage dello stadio Hillsborough a Sheffield, in cui 96 persone morirono schiacciate durante una partita tra Liverpool e Nottingham Forest.

“L’incidente è rimasto nella memoria e nell’immaginario di moltissimi tifosi inglesi e ha generato anche una storia laterale: il boicottaggio del tabloid Sun da parte dei tifosi del Liverpool, che dura da allora, a causa di alcuni articoli pubblicati nei giorni successivi all’incidente in cui veniva data la colpa della strage ai tifosi. Nel 2012, a più di vent’anni dall’incidente, una commissione governativa indipendente chiarì le cause dell’incidente e raccontò le molte responsabilità della polizia e dei soccorsi”.

Il giornale chiese scusa vent’anni dopo, ma il boicottaggio e il risentimento a Liverpool durano ancora (il Sun viene chiamato dai suoi detrattori “the scum”, la feccia): tanto che questa settimana una deputata laburista del collegio di Liverpool, ricandidata alle prossime elezioni, ha criticato il leader del suo partito Keir Starmer per avere acquistato uno spazio pubblicitario per una pubblicità elettorale sul sito del Sun (con un investimento di “decine di migliaia di sterline”, secondo il Guardian ). Johnson ha ricordato che Starmer aveva promesso ai suoi elettori di Liverpool che non avrebbe “dato interviste al Sun” durante la campagna per la leadership del Labour: ma già nel 2021 aveva scritto un articolo sul giornale (di proprietà della famiglia Murdoch, che ha appoggiato i Tories a tutte le ultime elezioni), e se ne era poi fatto intervistare più serenamente, sostenendo di recente che la priorità anche per i cittadini di Liverpool sia ottenere più consensi possibile per il suo partito.


domenica 16 Giugno 2024

I quotidiani ad aprile

Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di aprile 2024. Come ogni mese, selezioniamo e aggreghiamo tra le varie voci il dato più significativo e più paragonabile rispetto alla generica “diffusione” totale: quindi escludendo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte). Più sotto citiamo poi i dati della diffusione totale, quella in cui invece entra tutto. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.

Corriere della Sera 166.228 (-6%)
Repubblica 88.664 (-12%)
Stampa 62.785 (-15%)

Sole 24 Ore 53.091 (-9%)
Resto del Carlino 50.388 (-11%)
Messaggero 44.759 (-9%)
Nazione 32.980 (-13%)
Gazzettino 32.877 (-7%)
Dolomiten 26.960 (-7%)
Fatto 26.517 (-35%)
Giornale 26.391 (-5%)
Messaggero Veneto 23.726 (-12%)
Unione Sarda 22.224 (-5%)
Eco di Bergamo 21.231 (-9%)
Verità 21.201 (-17%)
Secolo XIX 19.902 (-14%)
Altri giornali nazionali:
Libero 17.960 (-17%)
Avvenire 14.668 (-6%)
Manifesto 13.283 (+15%)
ItaliaOggi 5.445 (-35%)

(il Foglio Domani non sono certificati da ADS).

Tutte le testate hanno come di consueto perso copie rispetto al mese precedente (salvo il notevole caso del Manifesto, che è in controtendenza da diversi mesi) .
La grossa perdita annuale del Fatto si deve ancora – e sarà così per diversi mesi – a un aumento del prezzo del quotidiano in edicola quattro mesi prima che ha automaticamente determinato un aumento del numero di abbonamenti digitali con uno sconto “maggiore del 70%” (oltre 24mila), classificati quindi al di fuori di questi numeri (ADS divide in tre categorie gli abbonamenti digitali: quelli di fatto gratuiti, venduti a meno del 10% del prezzo del giornale; quelli “scontatissimi”, tra il 10% e il 30%; quelli ritenuti più sostanzialmente “venduti”, a un prezzo superiore al 30%). È utile ricordare che le offerte scontate sono una strategia che mira appunto a coinvolgere più abbonati per cercare poi di trattenerli quando le offerte scadono e i prezzi degli abbonamenti aumentano.
Continuano a perdere molto più di tutti la Verità Libero, ma anche i quotidiani dei gruppi GEDI e Riffeser (Repubblica StampaResto del Carlino Nazione) mantengono cali annuali superiori al 10%.

Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che dovrebbero essere “la direzione del futuro”, non essendolo ancora del presente – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 37mila, il Sole 24 Ore più di 33mila, il Fatto più di 24mila, come detto sopra, Repubblica più di 15mila). Tra parentesi gli abbonamenti guadagnati o persi questo mese.
Corriere della Sera 46.849 (-32)
Sole 24 Ore 22.637 (-203)
Repubblica 21.682 (-294)
Stampa 6.917 (-251)
Manifesto 6.813 (+128)
Fatto 6.382 (+46)
Gazzettino 6.162 (-130)

Tornando alle vendite individuali complessive – carta e digitale – tra gli altri quotidiani locali le perdite maggiori rispetto a un anno fa sono ancora soprattutto del Tirreno (-18%); e poi di nuovo del Giornale di Vicenza (-17%) e dell’ Arena (-17%), entrambi del gruppo Athesis. Ha perso ancora il 32% la Provincia di Como, ne scrivemmo.

Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.

Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore un po’ grossolano, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il giornale specializzato Prima Comunicazione, e che trovate qui.

AvvenireManifestoLibero, Dolomiten ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)


domenica 16 Giugno 2024

Distacco

Le agitazioni al Washington Post hanno continuato a far discutere gli addetti ai lavori americani, ma non ci sono stati nuovi sviluppi, questa settimana (salvo un’ipotesi circolata su un ritorno a investire nell’informazione locale): vale la pena però segnalare sempre l’autonomia con cui lo stesso Washington Post riferisce le notizie che lo riguardano, come se si trattasse di qualunque altro giornale. Qui c’è un articolo di gran completezza che non trascura niente, e che persino cerca di capire e chiedere che intenzioni abbia l’editore.
Intanto sulla rivista britannica Prospect il direttore Alan Rusbridger (già direttore del quotidiano Guardian) si è chiesto come si comporterà il Washington Post in caso di rielezione a presidente di Donald Trump, dopo essere stata – su impulso del suo proprietario Jeff Bezos – la grande testata più vivacemente di opposizione durante la sua precedente amministrazione.

(il Post aveva fatto un riassunto di tutta la storia, lunedì)


domenica 16 Giugno 2024

Più Poste per tutti

C’è stato un investimento pubblicitario eccezionale – ma con un precedente – da parte di Poste Italiane sui quotidiani cartacei venerdì, giorno di inizio degli Europei di calcio. L’inserzionista ha infatti nuovamente comprato una sorta di pre-prima pagina, costituita da più pagine pubblicitarie che avvolgevano le copie del giornale, su almeno una decina di quotidiani maggiori. Interessante è stato vedere due cose differenti nei diversi casi: quanto spazio della propria prima pagina e della propria testata ciascun giornale ha accettato di cedere all’inserzionista; e la reattività nel gestire l’anomala condizione nelle loro edizioni digitali, dove applicare lo stesso posizionamento di quelle pagine non è stato facile e immediato per tutti.


domenica 16 Giugno 2024

Affari tuoi

Il Wall Street Journal, uno dei più importanti quotidiani del mondo e uno dei quattro quotidiani “nazionali” statunitensi (insieme a New York TimesWashington PostUSA Today) ha fatto un grande investimento economico in una nuova campagna pubblicitaria per attirare lettori nuovi e spiegare, soprattutto a quelli più giovani, che il giornale non è solo l’immagine di testata finanziaria più familiare all’esterno. L’età media dei 4,2 milioni di abbonati (3,7 milioni alle edizioni digitali), ha spiegato il responsabile del “brand marketing”, è di 59 anni: «Il nostro nome, Wall Street Journal, è una delle nostre maggiori forze ma anche una delle nostre maggiori debolezze. C’è un genere di pubblico che lo sente e dice “A me Wall Street non interessa: perché dovrei leggervi?”». L’idea è di far capire che i temi dei successi professionali e della realizzazione delle ambizioni personali riguardano tutti, e non solo chi lavora nei settori finanziari. “Sono affari tuoi” dice la campagna, citando una serie di esempi e argomenti dell’attualità, e posizionando i messaggi in contesti in sintonia con quegli argomenti.


domenica 16 Giugno 2024

Charlie, dove guardare

Nei dati di diffusione dei giornali quotidiani relativi al mese di aprile di cui diciamo qui sotto ci sono solo due testate che mostrano delle crescite: una è il Fatto, per cui fanno la differenza gli abbonamenti digitali a prezzo molto scontato rispetto al prezzo “di copertina”. Mentre più vistoso e fondato è l’aumento che riguarda il Manifesto, che senza fare sconti cresce del 15% rispetto all’anno scorso. Ci sono alcune premesse da fare rispetto a questo risultato: è sì il massimo positivo di una crescita iniziata da sei mesi, ma arriva dopo un più lungo periodo di perdite paragonabili a quelle degli altri quotidiani (i numeri sono tornati ora gli stessi di giugno 2021); il Manifesto beneficia di tre tre milioni annuali di contributi pubblici, che costituiscono un vantaggio rispetto alla maggioranza delle altre testate (e che sfrutta cercando di mantenere una distribuzione, costosa, su gran parte del territorio nazionale); parliamo di un quotidiano piccolo, tra quelli nazionali, con risorse più limitate e costi minori.

Ma guardare ai piccoli è spesso più promettente, di questi tempi: e detto tutto questo, sono da notare e apprezzare i risultati del Manifesto generati da una rinnovata e vivace campagna di abbonamenti e da una scelta di approcci all’attualità più “aperti”, secondo le parole del direttore Andrea Fabozzi, unita a una posizione sull’invasione israeliana di Gaza che ha estese condivisioni nel paese e non è stata sostenuta con altrettanta forza da altri quotidiani.
A prescindere dal merito, queste due cose sembrano dimostrare che – pur parlando di numeri piccoli nel quadro delle testate quotidiane – sia una saggia scelta quella di offrire qualcosa che venga percepito come diverso, e lo sia anche saper comunicare questa diversità. Impressione rafforzata in questi mesi anche dal declino delle testate di destra vicine al governo, incapaci di differenziarsi a sufficienza l’una dall’altra e di conservare il loro messaggio – credibile o no che fosse – di “fuori dal coro“.

Naturalmente nessun approccio o strategia che funzioni in termini di vendite può essere ammirato a prescindere dalla qualità del giornalismo che diffonde: su questo ognuno è giudice, coi suoi criteri, di quale sia la qualità del giornalismo del Manifesto o quella della Verità o di Libero. Ma così come durante la pandemia è stato interessante vedere cosa stava succedendo agli ultimi due, questi sono tempi in cui è interessante vedere cosa sta succedendo al Manifesto.

Fine di questo prologo.


domenica 9 Giugno 2024

Live in Peccioli

Nella sua programmazione di eventi pubblici il Post quest’anno salda la riuscita novità dell’anno scorso dell’organizzazione di un concerto – legata alla newsletter Le Canzoni – alla costruzione di occasioni di informazione, divulgazione e “live journalism”: nel weekend del 12 e del 13 luglio, a Peccioli in Toscana, ai due concerti in programma è stata aggiunta una serie di incontri legati alla musica e non solo, con la presenza di ospiti e di giornalisti del Post.


domenica 9 Giugno 2024

Scoop, all’italiana

È stato senza dubbio un successo giornalistico di Repubblica – questa settimana – la pubblicazione delle chat del portavoce del ministro Lollobrigida, Paolo Signorelli, dai contenuti antisemiti e fascisti. Che ha avuto un impatto forte presso una quota di lettori ed elettori, è stata ripresa da tutte le altre testate, ha costretto alla prudente “autosospensione” Signorelli stesso, e ha smentito l’impegno dei giornali vicini al governo che al tempo della nomina di Signorelli avevano definito pretestuose le critiche che la nomina aveva ricevuto (Signorelli è nipote di uno storico esponente neofascista).
Resta, alla riflessione, che molto spesso gli “scoop” maggiori in Italia – è anche questo il caso – sono il risultato non di articolati e autonomi lavori investigativi ma di accesso a documentazioni giudiziarie che fanno parte di inchieste della magistratura in corso.


domenica 9 Giugno 2024

Quando cominciò a sfuggire di mano tutto

Traffic, il libro di Ben Smith pubblicato dal Post con “Altrecose”, racconta a un certo punto la concitata pubblicazione da parte di Buzzfeed News – di cui Smith era al tempo direttore – del “dossier” sulle presunte e poi smentite collusioni russe di Donald Trump, e le questioni etiche relative: con una quota di autocritica non tanto sulla scelta in sé ma sul non aver preso in considerazione la lettura che ne sarebbe stata fatta. Non solo le destre, spiega Smith, vogliono credere ai complotti dei loro nemici.

“Osservavo con crescente disagio come il Dossier portasse molti Democratici istruiti, che aborrivano le assurde teorie cospirative propalate dai sostenitori di Trump, a comportarsi come loro. Se i fanatici trumpiani farneticavano di presunti omicidi commessi dall’ex presidente Clinton e sua moglie ai danni di oppositori politici (il cosiddetto «Clinton body count») o del complotto del «Pizzagate», un presunto giro di prostituzione minorile in alcune pizzerie e altri locali di Washington, ora i Democratici leggevano il dossier di Steele e univano i puntini. Ritwittavano thread sulla misteriosa sosta in North Carolina dell’aereo di un oligarca russo, prima a loro sconosciuto e ora diventato un personaggio inquietante. La loro figura di riferimento era Louise Mensch, un’ex esponente politica britannica di grande carisma sbarcata a New York su invito di Rupert Murdoch per dare vita a Heat Street, che nelle intenzioni doveva rappresentare una risposta della destra istituzionale allo Huffington Post. Ma ormai era troppo tardi, sia per la storia di internet sia per quella del conservatorismo americano: il suo stile algido e raffinato non poteva competere con breitbart.com e Benny Johnson nell’adesione al nuovo ordine dell’ottuso populismo di destra. Mensch, al contrario, riponeva una fiducia di stampo prettamente britannico in una qualche sorta di «deep state» in grado di rimettere a posto le cose – smascherare Donald Trump, far fuori Steve Bannon – con ogni mezzo necessario”.


domenica 9 Giugno 2024

Rumore rumore

Il Post ha raccontato come si fa e come si tiene in piedi una rivista musicale in Italia nel 2024.

“Una delle più difficili da progettare è la copertina estiva perché, sottolinea Lo Mele, «rimane in edicola per due mesi, un periodo più lungo rispetto alle altre». Per questo motivo, il numero estivo ha bisogno di essere «sorretto da una copertina efficace e abbinata a una storia interessante», ma «al tempo stesso bisogna ridurre i rischi al minimo». Per esempio, dice Lo Mele, «l’anno scorso abbiamo pubblicato una copertina estiva rischiosa, focalizzata su due musicisti italiani molto interessanti, Lucio Corsi e Venerus. Ho insistito tantissimo per farla, anche perché queste cose da noi normalmente vengono premiate, e invece il numero andò abbastanza male»”.


domenica 9 Giugno 2024

Pensa forte

Venerdì Repubblica ha inaugurato sulle proprie pagine una campagna pubblicitaria decisamente nuova – benché questo tipo di messaggio sia stato usato negli anni passati da altre testate internazionali – e che attrae sicuramente l’attenzione. La campagna cerca di convertire in raccolta di abbonamenti a pagamento un eventuale consenso dei lettori nel percepire Repubblica come strumento politico di opposizione contro il governo di destra: un tipo di comunicazione che su molti giornali è quotidianamente presente, ma implicito. Mentre Repubblica ha deciso di farne direttamente una pubblicità, affidandola a un’agenzia e a un design “patinato”. Ma in particolare la pagina sfrutta e reagisce a un precedente messaggio di propaganda elettorale dell’account di “Atreju” (il festival del partito di governo Fratelli d’Italia), per dire ai propri lettori che la loro opposizione alla destra si può esplicitare abbonandosi al giornale (il messaggio ha qualche limite di immediatezza per la non facile identificazione del soggetto “Atreju”).

La scelta è ulteriormente interessante rispetto al percorso di Repubblica di questi anni. Da quando ha cambiato proprietà, infatti, e col nuovo direttore, erano state ripetutamente annunciate intenzioni di cambiare corso rispetto all’opposizione battagliera contro il centrodestra che aveva fatto la storia e i successi commerciali del quotidiano fino a quel momento: di attenuare l’identità “di sinistra”, di rivolgersi a lettori di ogni opinione, di puntare allo stesso pubblico “moderato” del concorrente Corriere della Sera. Ma poi sono successe almeno un paio di cose rilevanti: la pessima reazione dei lettori (e collaboratori, e giornalisti) e quindi i grandi cali di diffusione di questi anni, con stabile sconfitta nella competizione col Corriere, che hanno suggerito di riportare in parte il giornale su posizioni di opposizione; e le tensioni tra il governo e la proprietà del gruppo editoriale, in cui si sono aggrovigliate le scelte del giornale e gli interessi dei maggiori business della proprietà stessa, quelli nel settore della produzione automobilistica.
E ora tutto questo è sancito dall’ufficio marketing: volendo fare una sintesi sommaria, sono ora richieste e opportunità di business che stanno riportando Repubblica a fare Repubblica, con le forme conseguenti.


domenica 9 Giugno 2024

Village people

Un anno fa spiegammo su Charlie un certo abuso dell’anacronistico termine “villaggio” sui giornali italiani, in particolare nei titoli, per un’inclinazione a tradurre il più comune termine “village” dall’inglese. Nel caso del Corriere della Sera di martedì si trattava effettivamente di un abitato molto piccolo, ma anche in questo caso nessuno chiama in Italia “villaggio” un abitato molto piccolo: la stessa autrice dell’articolo lo indicava più coerentemente come “paese”.
(il “villaggio” è tra l’altro “alle porte di Londra” come Siena è alle porte di Firenze)


domenica 9 Giugno 2024

Pochi ma buoni

Il sito britannico PressGazette ha intervistato Falk Schneider, che è il direttore “Premium” al quotidiano tedesco Die Welt , ovvero si occupa degli abbonamenti e della sostenibilità economica del lavoro giornalistico. La Welt è un quotidiano fondato in Germania nel 1946 e acquisito poco dopo da quello che oggi è uno dei più grandi gruppi editoriali internazionali, Axel Springer, che possiede anche il quotidiano europeo a maggiore diffusione, il tabloid Bild.

L’intervista a Schneider è interessante per molti aspetti, primo tra tutti il suo portare a ulteriori conseguenze la tendenza di questi mesi al superamento del “traffico” quantitativo come obiettivo dei giornali online in favore della creazione di una comunità di lettori più coinvolta, soddisfatta e fedele, anche se più ridotta. Schneider dice addirittura che il suo e altri giornali tedeschi – la Welt è un quotidiano autorevole di orientamento conservatore – devono prendere atto di avere forse esaurito il proprio potenziale bacino di abbonati (oggi 200mila per la Welt), e lavorare per estrarre maggiore valore economico da quello esistente. Aumentando i prezzi degli abbonamenti o offrendo nuovi prodotti e servizi a pagamento, e anche qualità giornalistica che conservi gli abbonati esistenti (diverso è il caso della Bild, a cui Schneider allude come a un giornale di minor qualità e di contenuti più attraenti per lettori occasionali, e che si permette sconti e promozioni eccezionali). Tra i fattori che garantisco una maggior fedeltà degli abbonati Schneider cita soprattutto la loro impressione di coinvolgimento, a cominciare dalla possibilità di commentare gli articoli.


domenica 9 Giugno 2024

Non al verde

Il Corriere della Sera sembra essere stato il quotidiano che ha sfruttato più efficacemente l’occasione di raccolta pubblicitaria data dalla “Giornata dell’ambiente” (una giornata convenzionale di sensibilizzazione promossa dalle Nazioni Unite): il Corriere è in effetti tra i maggiori quotidiani quello più attivo ed efficiente nella vendita dei propri spazi pubblicitari, avendo tra l’altro il suo editore costruito le proprie fortune e competenze proprio intorno a quello.
Eventi di questo genere permettono alle concessionarie pubblicitarie di presentare ai potenziali inserzionisti una visibilità meno routinaria del solito, legata appunto a qualcosa di speciale, a cui gli inserzionisti possono dedicare campagne speciali (in questo caso promuovendo più o meno credibili iniziative ambientali). Nel numero di mercoledì scorso, colorato di verde, il Corriere della Sera ospitava ben 25 pagine pubblicitarie sulle 64 totali (che potrebbe essere un record), più altre 13 pagine con inserzioni.

Nella stessa settimana il Corriere della Sera ha organizzato un festival a Milano dedicato all’ambiente che è stato a sua volta costruito intorno a una ricca collaborazione di sponsor e inserzionisti: e gli articoli sul giornale che ne hanno riferito i contenuti sono stati quotidianamente basati sulle iniziative ambientali degli stessi sponsor acquirenti di pagine pubblicitarie sul giornale.


domenica 9 Giugno 2024

Autonomie differenziate

ADS, l’ente che certifica la diffusione dei giornali in Italia, ha pubblicato un suo rapporto annuale sulla distribuzione delle diffusioni nelle varie province e regioni. Il rapporto contiene molti dati interessanti, per non tormentarvi di numeri questo mese pubblichiamo intanto l’elaborazione dei primi tre quotidiani per diffusione in ciascuna regione.
E alcune osservazioni:
– i due quotidiani che sono primi in più di una regione sono il Messaggero (4), il Resto del Carlino (2) la Stampa (2).
– Repubblica non è prima in nessuna regione.
– il Corriere della Sera ha superato Repubblica anche in Lazio (la regione dove Repubblica ha sede e maggior radicamento).
– In Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche, Puglia, Sicilia, Trentino Alto Adige, Umbria e Veneto, le prime tre testate sono tutte testate locali.
– I tre quotidiani a maggiore diffusione nella rispettiva regione sono Corriere della Sera (Lombardia), Stampa (Piemonte) e Resto del Carlino (Emilia Romagna).


domenica 9 Giugno 2024

A cosa serve possedere un giornale

Il nuovo podcast di Ben Smith, fondatore e direttore del sito di news americano Semafor, ha intervistato Vivek Ramaswamy sul suo ingresso nella società che possiede i siti Buzzfeed Huffington Post, tra le altre cose.

Ramaswamy ha 38 anni ed è figlio di due immigrati indiani. Ha avuto una carriera piuttosto brillante come manager e imprenditore soprattutto nel settore farmaceutico e delle biotecnologie. A partire dal 2022 è diventato famoso negli Stati Uniti come attivista “anti woke ”. È autore di un libro intitolato Woke, Inc. (si potrebbe tradurre come Woke Spa) in cui sostiene che le preoccupazioni ambientali, sociali e razziali siano un inutile ostacolo alla crescita economica e alla libertà d’impresa. All’inizio dell’anno aveva brevemente partecipato alle primarie Repubblicane per la presidenza, ritirandosi presto dopo avere ricevuto una discreta copertura mediatica per le sue dichiarazioni polemiche.

Meno di un mese fa Ramaswamy aveva annunciato di avere acquisito il 7,7% della società di Buzzfeed, e nei giorni successivi era intervenuto chiedendo riduzioni dei costi, nuovi progetti economici e spostamenti a destra dei contenuti. Nel podcast di Semafor ha spiegato di voler costringere il fondatore e maggiore azionista, Jonah Peretti, a cedergli il controllo della società sfruttando i grossi debiti della società stessa. Ben Smith – che conosce bene la storia di Buzzfeed e l’ha raccontata nel libro Traffic – ha poi spiegato gli obiettivi e le ingenuità di Ramaswamy, e le differenti priorità della politica e del business: dove la prima è disposta a sacrificare il secondo, quando ci sono risorse economiche sufficienti.


domenica 9 Giugno 2024

“Non un buon servizio”

Martedì Repubblica ha pubblicato nelle pagine della Cultura una lettera dello storico e arabista britannico Denis MacEoin intitolata “Cari studenti, Israele non è un regime”: la lettera era preceduta da una nota che spiegava “Pubblichiamo una risposta di Denis MacEoin alla mozione presentata dall’Associazione studentesca dell’Università di Edimburgo per boicottare tutto ciò che è israeliano e in cui si afferma che Israele è governato da un regime di apartheid. Denis MacEoin è un esperto di affari del Medio Oriente ed è stato caporedattore della rivista Middle East Quarterly. Ecco la sua lettera agli studenti”.

Soltanto che MacEoin è morto nel 2022, e la lettera era del 2011. Se ne sono accorti diversi lettori martedì mattina, protestando per l’errore e in alcuni casi mettendolo in relazione con una tentazione sbadata del giornale di proteggere Israele dalle accuse di questi mesi. Quello che è realisticamente successo è che – dal momento che quella lettera è stata ripresa da diversi siti e sui social in questi mesi di conflitti online – qualcuno a Repubblica l’abbia trovata e letta e si sia fatto ingannare dal riferimento all’iniziativa degli studenti di Edimburgo del 2011, dal momento che proteste contro Israele nella stessa università si stanno svolgendo anche in questi mesi. E che nel giornale non sia stata fatta nessuna verifica non solo sulla datazione del testo ma nemmeno sulla biografia dell’autore.

A seguito delle segnalazioni, Repubblica ha aggiunto alla versione online dell’articolo – e diffuso sui social – un messaggio di scuse relativo a “l’errore di non indicare la data originaria”, benché sia assai plausibile dalla nota iniziale che la data originaria non fosse stata proprio notata. Nel messaggio si dice tra l’altro “lo abbiamo ricevuto da un editore di New York”, che è uno strano dettaglio da fornire, considerato che la lettera è pubblicata online su decine e decine di siti da tredici anni.

Il Comitato di redazione del giornale, che negli ultimi mesi ha avuto già diversi attriti con la direzione, ha diffuso un comunicato:
“Il Comitato di redazione di “Repubblica” prende le distanze dalla pubblicazione avvenuta oggi, e voluta dalla direzione, dal titolo «Cari studenti, Israele non è un regime» a firma di Denis MacEoin: scritto risalente al 2011 di uno studioso deceduto nel 2022, entrambi particolari non menzionati in pagina.
Siamo convinti che così facendo, decontestualizzando fatti e opinioni, non si stia facendo un buon servizio al giornalismo e alla credibilità di “Repubblica”. Questo è purtroppo l’ennesimo caso sconcertante che siamo costretti a denunciare, con l’unico scopo di salvaguardare collettivamente il nostro lavoro, la nostra professionalità e la nostra reputazione”.


domenica 9 Giugno 2024

Sadomaso

L’editore del quotidiano romano Il Messaggero ha licenziato il direttore Alessandro Barbano neanche due mesi dopo averlo assunto. Assunzione che aveva già a sua volta una storia propria, essendo stato Barbano licenziato discutibilmente dallo stesso editore nel 2018 (in quel caso dalla direzione del Mattino, quotidiano napoletano anch’esso di proprietà del gruppo Caltagirone, di ricchezze legate alle costruzioni e alle attività immobiliari).
Barbano, conosciuto come giornalista serio e riservato, non ha dato spiegazioni del licenziamento: notizie varie lo avevano legato a sue scelte di indipendenza dalla maggioranza di governo non apprezzate dall’editore, ma sia Barbano che l’editore le hanno dichiarate false.
Il vicedirettore Guido Boffo è diventato direttore del Messaggero. L’assemblea dei redattori del giornale ha diffuso un comunicato in cui annuncia uno “sciopero delle firme” (di impatto limitato: il giornale ospita ogni giorno molti articoli firmati da collaboratori esterni) ed esprime una serie di timori e critiche nei confronti della proprietà.

“L’assemblea dei redattori del Messaggero esprime sconcerto per le modalità con le quali è stato licenziato il direttore Alessandro Barbano, dopo appena un mese alla guida del giornale e senza che ne siano state esposte formalmente le motivazioni. L’assemblea esprime forte preoccupazione per la perdurante mancanza di un piano editoriale, che dia contezza della programmazione del lavoro dei giornalisti. Una situazione, questa, aggravata proprio dalla mancanza di continuità nella guida del Messaggero e di chiarezza sui motivi delle ripetute modifiche ai vertici della redazione. L’assemblea rimarca il clima di lavoro sereno e rispettoso che si era venuto a creare durante la breve direzione di Barbano, dopo anni difficili che avevano reso i rapporti interni sempre più tesi.
L’assemblea chiede alla direzione chiarimenti sul futuro del giornale e l’attuazione di un piano editoriale dettagliato e condiviso con i giornalisti. Chiede altresì che venga conservato il clima di fattiva collaborazione e serenità all’interno della redazione, dà mandato al Comitato di redazione di vigilare affinché non ci siano cambi di rotta su questi punti fondamentali e affida al Cdr un pacchetto di cinque giorni di sciopero.
Per rimarcare la nostra preoccupazione il giornale uscirà senza le firme dei giornalisti del Messaggero fino a lunedì 10 giugno”.


domenica 9 Giugno 2024

Farsele sfuggire

C’è un’altra storia che ha riguardato lateralmente il Washington Post, nelle ultime due settimane. È quella delle critiche contro il giudice della Corte suprema Samuel Alito, per una concretissima storia di bandiere esposte nel suo giardino. Se ne è molto parlato negli Stati Uniti come uno scoop del New York Times, che ha svelato la storia. Che però era conosciuta al Washington Post dal 2021, quando il giornale aveva mandato un suo reporter a indagarla e aveva poi deciso di non darle spazio. Il fallimento è stato commentato sullo stesso Washington Post dal proprio “media critic” Erik Wemple, caso piuttosto eccezionale di capacità autocritica, visto da qui.


domenica 9 Giugno 2024

British invasion

Il Washington Post è diventato in questi mesi il grande quotidiano internazionale più “attenzionato” – come dicono le questure – del mondo, per via di una storia sintetizzabile in: “grande e ammirato quotidiano americano, con una storia da cinema, viene salvato dal declino dal padrone di Amazon, risorge e torna protagonista per un breve periodo, ma poi va in nuova crisi economica e di lettori”. Quindi da alcuni mesi hanno fatto notizia gli sviluppi di questa crisi e le ipotesi su come sarà affrontata: la notizia di questa settimana però è la più grossa, si è dimessa la direttrice Sally Buzbee, di fatto spinta da un intervento energico dell’amministratore delegato Will Lewis su tutta la progettazione del giornale. Al posto di Buzbee il ruolo sarà tenuto fino alle elezioni presidenziali da Matt Murray, prima che si insedi il nuovo direttore Rob Winnett. Contemporaneamente Lewis ha comunicato – con considerazioni drastiche sullo stato economico del giornale e sulle necessità di rimediare – una nuova impostazione del giornale che preveda “una terza redazione” (accanto a quella delle news e a quella delle opinioni) dedicata a produrre contenuti più leggeri, di servizio, o che funzionino sui social network. E che sarà diretta da Murray.

Le storie e i commenti intorno a questa decisione sono tanti.
1. Giovedì il New York Times ha scritto – con maggiore sicurezza rispetto alle voci di cui scrivemmo due settimane fa – che le dimissioni di Buzbee abbiano avuto a che fare anche con la pubblicazione sul Washington Post di un articolo sul coinvolgimento di Lewis nelle nuove cause legali britanniche relative allo scandalo delle violazioni di privacy dei tabloid. Articolo alla cui pubblicazione Lewis si era detto contrario. E venerdì David Folkenflik ha scritto sul sito del network radiofonico NPR che Lewis gli aveva offerto qualche mese fa un’intervista in anteprima se avesse rinunciato a scrivere un articolo sulle vicende britanniche di Lewis stesso.
2. Molti osservatori, e persone della redazione stessa, hanno criticato la scelta di Lewis di promuovere due persone di sua fiducia – Murray e Winnett avevano lavorato con lui al Wall Street Journal e al Daily Telegraph – nei ruoli più importanti, invece che privilegiare capacità professionali, ricerche più estese, e il mantenimento di una diversità nei ruoli dirigenziali: Murray e Winnett sono maschi e bianchi.
Sabato Lewis ha scritto alla redazione con toni meno perentori e più costruttivi chiedendo fiducia e dicendosi disponibile a maggiori confronti e collaborazioni.
3. Sta crescendo la quota britannica nei ruoli maggiori delle grandi testate americane, e in particolare al Washington Post: Lewis è londinese ed è inglese anche Winnett, che finora era direttore del quotidiano di Londra Daily Telegraph. A capo di CNN c’è Mark Thompson, la direttrice del Wall Street Journal è Emma Tucker e quello di Bloomberg News è John Micklethwait, londinesi tutti e tre.
Sia l’articolo di NPR sopra citato che una serie di tweet di Emily Bell – giornalista britannica ed esperta analista del mondo dei media – hanno segnalato i rischi che certi sbrigativi approcci britannici all’etica giornalistica potrebbero portare nelle testate americane.


domenica 9 Giugno 2024

Charlie, mai un dubbio

Viene chiamato “uomo morto” un dispositivo sui treni che serve a garantire la vigilanza dei macchinisti: crea l’impegno a fare una cosa apparentemente inutile ma che serve a dimostrare ogni tot tempo che chi è alla guida del treno è vigile e consapevole della situazione.
Il prologo di oggi è un prologo “dell’uomo morto”: serve a mostrare ogni tanto che siamo svegli, e che abbiamo presente il mondo dell’informazione intorno a noi, a costo di fare considerazioni banali e ingenue.
Ma proviamo a pensare in termini di logica: com’è che in Italia quasi tutti i giornali scelgono di dire ai loro lettori che una parte politica ha sempre torto e mai ragione? È realisticamente e statisticamente impossibile che sia davvero così: eppure non compare mai un articolo o un titolo che dica “X ha fatto questa cosa giusta” o “X ha ragione e i suoi avversari torto”, dove X è – a seconda del giornale – l’obiettivo che quel giornale ha scelto di contestare quotidianamente, per soddisfare e alimentare le cieche partigianerie dei suoi preziosi lettori. Perdendo però così credibilità e affidabilità: perché, appunto, delle volte X ha ragione e i suoi avversari torto, inevitabilmente. E perdendo coerenza: perché X ha detto o fatto la stessa cosa che altre volte dissero o fecero i suoi avversari, che vennero allora lodati e apprezzati da quel giornale.
L’alibi è chiamare questo approccio “linea editoriale”: ma è una linea commerciale e demagogica, in realtà. Non dipende da un’idea del mondo, ma da una rigidità di pensiero unita a una necessità economica. Non è diversa da quella dei giornali sportivi che “tifano” per singole squadre, per essere letti e apprezzati dai tifosi di quelle squadre. I giornali migliori, quelli a cui dare fiducia, saranno quelli dove troverete qualcuno che dica “Ha ragione Meloni” o “Ha ragione Schlein” senza ironie o premesse o distinguo, quando fino al giorno prima quei giornali le avevano attaccate.

Fine di questo prologo.


domenica 2 Giugno 2024

Bene

Il Post ha pubblicato l’annuale riassunto con cui condivide e spiega i propri conti dell’anno passato.

“La prima cosa che diremo dei conti del 2023 è che per il quarto anno consecutivo il Post è un progetto giornalistico che riesce a sostenersi economicamente e a creare ricavi utili a nuovi investimenti, assunzioni e crescite: risultato che ovviamente ci conforta per quel che riguarda il Post, ma che ci sembra anche prezioso e interessante nel contesto generale delle difficoltà economiche delle aziende di informazione e dei giornali. Se quello che il Post sta facendo è utile per la conoscenza e la consapevolezza di chi lo legge (o anche per il suo piacere), questo sta venendo riconosciuto in un modo che non ha bisogno di contributi pubblici né di scendere a patti equivoci con gli inserzionisti pubblicitari.
Ed è un risultato che possiamo dire si debba nella sua gran parte alla costruzione di un rapporto di fiducia e di soddisfazione con gli abbonati, a sua volta reso possibile dal riconoscimento di una grande attenzione alla qualità del lavoro offerto. Insomma, bravi tutti”.


domenica 2 Giugno 2024

Gli inserzionisti si sono accorti di Domani

Negli ultimi giorni della settimana passata è capitato che il quotidiano Domani ospitasse al suo interno anche tre pubblicità di grossi inserzionisti (Tim, Lavazza, Enel, Grimaldi, Telepass) nelle sedici pagine di cui è abitualmente composto. È un vistoso progresso nella raccolta pubblicitaria di un giornale che da molto tempo riusciva a vendere al massimo l’ultima pagina.


domenica 2 Giugno 2024

Eccezioni

Abitualmente i quotidiani italiani hanno una dose di ritrosia nel dare evidenza a quello che viene pubblicato sugli altri quotidiani, per una malintesa idea di concorrenza per cui farlo sarebbe un’ammissione di maggiore capacità dei concorrenti. Quindi è piuttosto un’anomalia che Repubblica abbia messo in prima pagina, venerdì, il resoconto di un articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire, offrendogli quasi un’intera pagina all’interno (stralci di quell’articolo sono stati raccolti da altri giornali, non in prima pagina). L’articolo su Avvenire non era in effetti un articolo qualsiasi, ma un’intervista all’editore di Repubblica John Elkann.


domenica 2 Giugno 2024

Trovarsi un nemico famoso

In un’intervista alla Verità per promuovere il suo nuovo libro, Antonio Padellaro – giornalista 77enne che fu tra le altre cose direttore dell’ Unità e cofondatore del Fatto – ha spiegato sabato senza ipocrisie il valore commerciale delle campagne dei giornali contro determinati “nemici” indicati come tali ai propri lettori: riferendosi in particolare a Silvio Berlusconi.

Silvio Berlusconi è stato la grande illusione perduta del Fatto?
«Più che grande illusione, grande tiratura perduta. Glielo dissi esplicitamente: lei ha fatto la fortuna dei suoi amici, ma molto anche quella dei suoi nemici».
Quanto è difficile per Achab rifarsi una vita senza Moby Dick?
«Difficilissimo. All’inizio del libro cito Illusioni perdute di Honoré de Balzac dove l’editore invita lo scrittore a trovarsi un nemico famoso perché così “il vostro valore aumenterà”. Ma dev’essere un nemico potente, e noi avevamo il più potente. Prima con Matteo Renzi e ora con Giorgia Meloni non è la stessa cosa. A un nemico potente corrispondeva un giornale molto vivace».
Più è strenua la lotta…
«Più si guadagnano copie. Il lettore ti conosce, si identifica e ti compra. Un giornale è un prodotto, la sfida dell’edicola è ogni mattina più difficile»”.


domenica 2 Giugno 2024

TPI, che diffida della transizione digitale

The Post Internazionale (poi abbreviato in TPI), pubblicato dalla società omonima, è una testata giornalistica fondata, tra gli altri, da Giulio Gambino che ne è tuttora direttore, e da Stefano Mentana, vicedirettore. Il sito cominciò a pubblicare nel 2010 e poi si strutturò e trasformò in testata giornalistica nel 2012, e dal 2021 pubblica anche una rivista cartacea, prima settimanale e poi diventata quattordicinale. Gambino ha 37 anni e spiega che TPI adesso è tre cose: «un sito, una rivista e una pagina Instagram. Il sito si regge sulle sue gambe con l’advertising e non ha modelli di sottoscrizione o abbonamenti a pagamento perché non mi hanno mai convinto fino in fondo come opzione, tenuto conto delle attuali condizioni che ostacolano una completa transizione al digitale. Per noi Instagram è un portento di informazione, attualità, analisi che ha, in parte, preso il posto del sito perché la maggior parte delle persone sta lì sopra».

Nel settembre 2021 nacque la rivista cartacea omonima: «è una boutique dell’informazione, costa 4,50 €, con un target di pubblico più adulto. Siamo partiti con una grande aspirazione, forse ambiziosa, però è stato un esperimento di successo perché comunque è in piedi e vive: oggi escono 22 numeri l’anno, abbiamo ridotto le pubblicazioni perché ci siamo resi conto che così è più sostenibile, con una periodicità che si incontra meglio con l’esigenza del lettore, e con tempi di lettura più lenti. La rivista vende 4-5 mila copie a seconda dei numeri con una tiratura di circa 9-11 mila e quindi abbiamo un reso che può essere intorno al 55%-60%: tra le vendite rientrano sia gli acquisti individuali dei lettori in edicola, sia gli acquisti multipli da parte di enti, aziende, istituzioni. Alle vendite in edicola si aggiungono gli abbonamenti digitali che sono circa mille: avevamo anche quelli cartacei ma abbiamo dovuto eliminarli perché costavano troppo di spedizione. La rivista da un anno è al punto di break-even [è in pareggio tra costi e ricavi, ndr] grazie alle vendite; e poi grazie a pubblicità, contenuti ed eventi riusciamo a fare margini che altrimenti non sarebbero arrivati. Su tutti i nostri canali cerchiamo di fare informazione di qualità, sul sito e su Instagram facciamo buoni numeri però l’attenzione dei grandi sponsor è minore rispetto alla rivista cartacea che finisce in tutti i tavoli istituzionali e in tutte le rassegne. In assoluto e nel complesso non sono soddisfatto delle vendite della rivista. Però per noi aver intrapreso questa operazione è stato fondamentale perché nei siti vedo minor potenziale di sviluppo, al momento, anche per questa rivoluzione digitale che in Italia non è mai avvenuta e che forse potrà avvenire solo quando i grandi editori decideranno tutti di andare sul digital».

Negli ultimi anni è aumentato il fatturato di The Post Internazionale, passando da circa 700 mila euro nel 2020, a un milione nel 2021 e quasi 1,5 milioni nel 2022: «il ricavato della rivista pesa circa 900 mila euro, il fatturato complessivo del 2023, che deve ancora uscire, sarà di circa 1,6-1,8 milioni. Le altre fonti di entrata principali arrivano dal digitale, sito, ed eventi. Le maggiori voci di spesa sono stampa, distribuzione, personale: in redazione ci sono una decina di dipendenti assunti e diversi altri collaboratori».

Nel 2020 e nel 2021 il giornale è stato in perdita (di circa 110 mila e 130 mila euro), «principalmente a causa degli investimenti che abbiamo realizzato per il lancio della rivista cartacea», e tornato in utile nel 2022 (di circa 80 mila euro): «non è l’utile il mantra di una società così piccola, non saprei dire se avremo ancora utili o meno nei prossimi anni, sicuramente la rivista ha dato linfa vitale. Senz’altro c’è stato un periodo nel quale abbiamo avuto difficoltà, nel 2020».


domenica 2 Giugno 2024

Come quasi tutti

Giovanni Valentini è un giornalista di 76 anni autore di una rubrica settimanale sul Fatto, che si occupa spesso e con toni polemici di questioni relative al business dei giornali italiani. Sabato l’ha usata per rispondere a un’accusa dell’editore Andrea Riffeser (proprietario del gruppo editoriale che possiede i quotidiani NazioneResto del Carlino Giorno , e presidente della federazione degli editori di giornali) che avrebbe contestato al Fatto la antica dicitura sotto la testata del giornale “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Secondo Riffeser le agevolazioni fiscali di cui il Fatto beneficia, come gli altri quotidiani, smentirebbero quella dicitura: secondo Valentini le agevolazioni fiscali non devono essere ritenute “finanziamento pubblico” e quindi la dicitura sarebbe corretta.
Ma l’occasione è utile per spiegare invece una cosa diversa: ovvero che la scelta di quella dicitura fu a suo tempo un’ottima trovata di marketing da parte del Fatto , che negli anni ha convinto molti suoi lettori di avere a che fare con una scelta eccezionale (e considerata apprezzabile). Mentre in realtà vale per quasi tutti i quotidiani italiani, che potrebbero vantarsi della stessa cosa: quelli che ricevono contributi pubblici sono pochi, e pochissimi tra quelli nazionali più noti (AvvenireManifestoFoglioLiberoItaliaOggi, Secolo d’Italia).


domenica 2 Giugno 2024

Quattro e non più di quattro

La protesta di Repubblica contro le pratiche e le tariffe imposte da SIAE sulla pubblicazione di un tipo di immagini – ne avevamo scritto la settimana scorsa – ha avuto sviluppi. Dopo l’anticipazione sul Venerdì, il magazine allegato al quotidiano, la stessa Repubblica ha dedicato mercoledì due pagine a descrivere la questione, e ha ricevuto rapidamente una risposta disponibile da parte di SIAE, pubblicata venerdì sul giornale di carta.


domenica 2 Giugno 2024

Non è serata

Il tabloid inglese Evening Standard cesserà le pubblicazioni quotidiane – dal 2009 era distribuito gratuitamente, soprattutto nella metropolitana di Londra – e diventerà un settimanale.

“Nell’annunciare il cambio di formato, la dirigenza ha spiegato che il modello gratuito non sta più funzionando: un po’ perché dopo la pandemia è diminuito il numero di pendolari che si spostano quotidianamente con i mezzi pubblici, e un po’ perché da quando è stato introdotto il segnale telefonico su gran parte delle linee della metro di Londra le persone hanno cominciato a leggere molto meno i giornali durante il proprio tragitto. Nel lavoro, nella vita, in ogni momento. Negli ultimi sei anni l‘Evening Standard ha perso 84,5 milioni di sterline di ricavato (circa 100 milioni di euro). Per rimanere aperto deve fare affidamento ai finanziamenti diretti di Evgeny Lebedev, che acquistò una quota di maggioranza del giornale nel 2009 insieme al padre, l’oligarca russo Alexander Lebedev, ex esponente del KGB (i servizi segreti dell’Unione Sovietica) nonché proprietario di una quota del quotidiano russo Novaya Gazeta”.

Simon Jenkins, columnist del Guardian e che lavorò due anni all’ Evening Standard, ha commentato la notizia con nostalgia ma convenendo che da tempo la qualità del giornale fosse molto scaduta, e che in generale tutto il giornalismo locale abbia perso valore.

Qui una guida ai tabloid britannici, di tre anni fa.