Buenos Aires, Argentina, 20 dicembre 2020 (Marcelo Endelli/Getty Images)
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  • giovedì 31 Dicembre 2020

12 buone notizie per le donne arrivate nel 2020

Dall'Argentina al Sudan all'Italia, per cosa hanno lottato e cosa hanno ottenuto in quest'anno difficile i movimenti femministi

Buenos Aires, Argentina, 20 dicembre 2020 (Marcelo Endelli/Getty Images)

Abbiamo letto moltissimo, quest’anno, degli effetti particolarmente negativi della pandemia sulle donne: dell’aumento del lavoro domestico, di cura e non retribuito a causa della chiusura delle scuole o dei centri diurni per anziani o persone con disabilità; delle gravi conseguenze sociali ed economiche perché le donne guadagnano meno, risparmiano meno, hanno posti di lavoro meno sicuri e maggiori probabilità di essere impiegate nei cosiddetti settori informali; e abbiamo letto analisi e dati sui rischi legati a una maggiore esposizione alla violenza, sull’interruzione all’accesso alla salute sessuale e riproduttiva e sulle complicazioni legate all’aborto, anche in Italia.

Ma non ci sono solo cattive notizie. Nel 2020 i movimenti femministi sono stati protagonisti in molti paesi: Turchia, Brasile, ThailandiaIran, tra gli altri. E poi c’è il movimento delle donne curde in Europa. Con le loro lotte, nel 2020 i femminismi hanno raggiunto anche molti e storici risultati.

In Argentina l’aborto è legale
Durante la discussione della legge al Senato, una deputata ha dichiarato: «Questa legge è una richiesta del movimento delle donne. È un progetto di legge presentato dall’esecutivo, ma è un progetto che la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito (movimento nato 15 anni fa per lottare insieme ai collettivi femministi per la depenalizzazione e la legalizzazione dell’aborto, ndr) ha presentato tredici volte. È una richiesta che la mobilitazione del movimento femminista ha imposto per le strade», e per cui nel paese lotta dagli anni Ottanta.

L’aborto era ammesso in Argentina solo in caso di stupro o se la salute della donna veniva considerata in pericolo. Nonostante questo, in molte regioni del paese la legge non veniva applicata o veniva ostacolata in tutti i modi. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2017 in Argentina sono nati 2.293 bambini da bambine sotto i 15 anni. Nella maggior parte dei casi si tratta di gravidanze causate da uno stupro.

La nuova legge, approvata l’11 dicembre alla Camera e in modo definitivo il 30 dicembre al Senato, prevede la legalizzazione, la depenalizzazione e il riconoscimento del diritto ad un aborto legale, sicuro e gratuito fino alle 14 settimane di gestazione. Si possono superare le 14 settimane in caso di stupro, o rischio per la salute della donna. L’aborto è stato inserito nel programma medico obbligatorio (PMO), quindi come una prestazione medica di base, essenziale e gratuita, colpisce chi ostacola o nega l’accesso all’aborto e si occupa anche di educazione sessuale.

Festeggiamenti per l’approvazione della legge che rende legale l’aborto, 30 dicembre 2020, Buenos Aires, Argentina (Marcelo Endelli/Getty Images)

Ciò che distingue le iniziative del movimento femminista precedentemente respinte da quella del governo è il tempo che può passare dalla richiesta all’accesso al servizio: 5 giorni nel disegno di legge della Campaña e 10 in quella ora approvata. La proposta del governo prevede inoltre la penalizzazione delle donne e di chi pratica un aborto oltre le 14 settimane se non rientra nelle deroghe previste.

Ma la differenza sostanziale è la possibilità dell’obiezione di coscienza, inserita nel testo durante l’esame in commissione per facilitare l’approvazione del disegno di legge, pur con questo compromesso al ribasso, al Senato: si prevede la possibilità di obiezione di coscienza individuale (decisione che deve essere mantenuta in tutti gli ambiti dell’esercizio della propria professione, sia pubblici che privati), ma di fatto anche di struttura e questo consentirà alle strutture ospedaliere private, spesso religiose, di non rispettare la legge. Ci sarà comunque l’obbligo di garantire il servizio attraverso il trasferimento in una struttura pubblica disponibile, facendosi carico di procedure e costi associati al trasferimento. Ora, hanno fatto sapere i movimenti femministi, inizierà la lotta per garantire e verificare l’effettiva applicazione della legge.

La Spagna ha riconosciuto la responsabilità diretta delle istituzioni in un femminicidio
Lo scorso ottobre, il tribunale nazionale spagnolo competente sulle azioni legali contro il governo aveva condannato il ministero dell’Interno a pagare 180 mila euro alla famiglia di una donna uccisa dal marito nel 2016 che aveva richiesto, invano, la protezione della polizia. La sentenza era stata ripresa anche dai giornali di altri paesi perché riconosce e stabilisce la responsabilità diretta delle istituzioni in un problema radicato, strutturale e spesso sottovalutato qual è il femminicidio.

La donna protagonista della vicenda si era presentata alla polizia di Sanlucar la Mayor, vicino a Siviglia, Andalusia, all’alba del 17 settembre 2016, portando con sé un referto medico di quella stessa notte che attestava gli abusi subiti. L’ordine di protezione che aveva richiesto le era stato però poi negato dal tribunale locale per le contraddizioni nel racconto, perché l’uomo non aveva precedenti penali e perché la polizia aveva classificato il rischio per la donna come “insufficiente”. Un mese dopo, la donna era stata accoltellata a morte per strada dal marito, davanti ai suoi due figli.

Manifestazione femminista a Madrid, 8 marzo 2020 (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

La Audiencia Nacional – questo il nome del tribunale competente – ha stabilito che nella vicenda c’è stata una responsabilità diretta e oggettiva dello stato. «La presa di coscienza sociale e istituzionale dell’importanza del problema della violenza di genere esige una consapevolezza maggiore di quella dimostrata dalla Guardia Civil in questo caso», ha fatto sapere la corte. I giudici hanno poi precisato che in questa tipologia di reati, le azioni dei poliziotti non dovrebbero limitarsi agli aspetti formali di assistenza e informazione. La polizia dovrebbe dimostrare un’attenzione particolare nella tutela delle donne «che hanno subito comportamenti violenti in famiglia, al fine di prevenire ed evitare, per quanto possibile, le conseguenze degli abusi».

Il Sudan ha vietato le mutilazioni genitali femminili
Lo scorso giugno in Sudan è entrata in vigore una legge che vieta e punisce con tre anni di carcere e una multa chi pratica le mutilazioni genitali femminili (Mgf), tutte quelle pratiche in cui gli attributi genitali femminili esterni sono parzialmente o totalmente rimossi, causando gravi sofferenze fisiche e psicologiche.

Le mutilazioni genitali sono praticate in almeno 27 paesi africani e in parti dell’Asia e del Medio Oriente. Oltre al Sudan e all’Egitto, sono molto diffuse in Etiopia, Kenya, Burkina Faso, Nigeria, Gibuti e Senegal. La pratica non è ancora considerata un crimine in Somalia, Sierra Leone, Liberia, Ciad e Mali.

Donne sudanesi protestano contro la violenza di genere e sui bambini nel paese, a Khartum, in Sudan, il 25 novembre 2019 (ANSA-EPA/MARWAN ALI)

Se è vero che i cambiamenti non si fanno a colpi di legge, è anche vero che la legge può rappresentare un punto di partenza necessario. «La legge aiuterà a proteggere le ragazze da questa pratica barbara e consentirà loro di vivere con dignità», ha spiegato Salma Ismail, portavoce sudanese dell’UNICEF. «E aiuterà le madri che non volevano mutilare le loro ragazze, ma sentivano di non avere scelta, a dire “no”».

Il Cile avrà una nuova costituzione scritta da donne e uomini
A fine ottobre, i cittadini e le cittadine cilene hanno votato a favore della cancellazione dell’attuale Costituzione, risalente al 1980 e redatta durante la dittatura militare del generale Augusto Pinochet. Hanno poi deciso che l’assemblea che dovrà scrivere la nuova costituzione, e dovrà insediarsi entro maggio del 2021, sarà composta da 155 membri eletti direttamente, che verrà garantita la parità di genere e che un certo numero di seggi spetterà alle popolazioni indigene.

La richiesta di una nuova costituzione risale all’ottobre del 2019 quando c’erano state grosse proteste che erano continuate nonostante le restrizioni imposte per la pandemia da coronavirus e nelle quali i movimenti delle donne sono stati protagonisti.

– Leggi anche: La canzone cilena che è diventata un inno femminista in mezzo mondo

Una costituzione scritta da un’assemblea quantitativamente paritaria è una vera rivoluzione per un paese dove le donne occupano solo un quinto dei seggi in Parlamento e dove l’aborto è stato parzialmente depenalizzato solo nel 2017. Non implicherà necessariamente che la Costituzione avrà un’impronta femminista, ma come hanno spiegato diverse accademiche e attiviste è dimostrato che la presenza delle donne nei processi di produzione delle norme favorisce l’uguaglianza, la tutela dei diritti di genere e i processi di autodeterminazione.

Protesta delle donne a Santiago, Cile, 18 ottobre 2019 (Marcelo Hernandez/Getty Images)

La Scozia e gli assorbenti gratis
A fine novembre, il parlamento della Scozia ha approvato all’unanimità il cosiddetto “Period Products (Free Provision) Bill”, il primo provvedimento di legge al mondo che preveda l’accesso gratuito agli assorbenti. Le autorità locali avranno l’obbligo di fornire in maniera gratuita assorbenti o prodotti per il ciclo mestruale a «chiunque ne abbia bisogno».

Manifestazione davanti al parlamento scozzese a supporto della Period Products Bill, 25 febbraio 2020 (Jeff J Mitchell/Getty Images)

La proposta di legge era stata lanciata dalla parlamentare Monica Lennon sulla spinta dei movimenti femministi per contrastare la cosiddetta “period poverty”, lo stato di povertà che impedisce ad alcune ragazze di andare a scuola quando hanno le mestruazioni perché non possono permettersi gli assorbenti o altri prodotti indispensabili. Il provvedimento ha anche l’obiettivo di combattere lo stigma delle mestruazioni: secondo un sondaggio realizzato tra le giovani scozzesi, acquistare prodotti per il ciclo imbarazza il 71 per cento delle ragazze tra i 14 e i 21 anni e la metà di loro ha saltato scuola per motivi legati alle mestruazioni. Il governo scozzese garantiva già assorbenti gratis nelle scuole e nelle università. Ora ha destinato complessivamente 9,2 milioni di sterline (circa 10,3 milioni di euro) affinché siano resi disponibili anche nelle società sportive, dalle autorità locali e attraverso le associazioni di beneficenza.

Il governo polacco non ha convertito in legge la sentenza che limita l’aborto
Dal 2015 la Polonia è governata da Diritto e Giustizia, partito di estrema destra, populista e antifemminista. Diritto e Giustizia aveva tentato più volte di introdurre restrizioni al diritto all’aborto, sempre con il sostegno di diversi gruppi religiosi cattolici e dei vescovi vicini al partito, ma in tutti i casi aveva rinunciato grazie alle enormi proteste dei movimenti femministi.

Non potendo seguire la via parlamentare, il governo aveva dunque deciso di delegare la questione al Tribunale costituzionale, che è composto per la maggior parte da giudici conservatori, molti dei quali nominati dal governo stesso con una serie di forzature procedurali denunciate anche dalla Commissione europea. A fine ottobre, in risposta a un appello di un centinaio di parlamentari, il Tribunale costituzionale aveva emesso una sentenza che modifica una legge sull’interruzione di gravidanza che era già una delle più restrittive d’Europa. Fu approvata nel 1993 e consentiva l’aborto solo in tre casi: pericolo di vita per la donna, stupro e grave malformazione del feto. La sentenza ha ora eliminato quest’ultima possibilità, giudicandola incostituzionale e introducendo, di fatto, un divieto quasi totale di interruzione di gravidanza: più del 90 per cento delle procedure abortive del paese venivano infatti praticate per quest’ultimo motivo.

Di nuovo, i movimenti femministi sono scesi in piazza per diversi giorni consecutivi coinvolgendo attivamente studenti, organizzazioni per i diritti LGBT+, agricoltori, tassisti, conducenti di mezzi pubblici e gran parte della cosiddetta società civile, con rivendicazioni sempre più ampie. La portata delle proteste è stata tale che il governo non ha ancora convertito in legge la sentenza (la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale doveva avvenire entro il 2 novembre scorso).

L’enorme manifestazione a Varsavia contro le restrizioni del diritto all’aborto, 30 ottobre 2020 (Omar Marques/Getty Images)

Nel frattempo, sono nate organizzazioni come Abortion Without Borders (#AborcjaBezGranic) che aiutano anche economicamente le donne che vogliono abortire a raggiungere altri paesi vicini, e i movimenti femministi riuniti nel comitato “Aborto legale Senza compromessi” hanno avviato la raccolta firme per presentare un disegno di legge civico sulla legalizzazione e la depenalizzazione dell’aborto: «Sappiamo come prendere decisioni responsabili sulla nostra vita e sulla nostra salute», hanno dichiarato durante una conferenza stampa lo scorso 12 novembre.

In Irlanda del Nord si può abortire
Il 31 marzo in Irlanda del Nord è entrato in vigore il Northern Ireland Act 2019, una legge approvata dal parlamento britannico lo scorso luglio per estendere anche all’Irlanda del Nord una serie di diritti civili già in vigore nel resto del Regno Unito, tra cui l’interruzione volontaria di gravidanza. Nonostante questo, alle donne nordirlandesi continuava ad essere negato l’accesso all’aborto poiché il ministero della Salute locale non aveva dato la propria approvazione formale alle strutture sanitarie, bloccando così i fondi.

Manifestazione a favore dell’aborto, Belfast, 21 ottobre 2019 (Charles McQuillan/Getty Images)

I movimenti femministi e diverse altre organizzazioni per la salute riproduttiva delle donne avevano dunque minacciato di portare la questione in tribunale. Il 9 aprile è infine arrivata la decisione del ministero che ha confermato che gli aborti potranno essere effettuati negli ospedali dell’Irlanda del Nord.

La Nuova Zelanda ha depenalizzato l’aborto
Lo scorso marzo la Nuova Zelanda ha depenalizzato l’aborto. La nuova legge consente alle donne di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza entro le prime 20 settimane di gestazione.

La legge era stata promessa in campagna elettorale dalla prima ministra Jacinda Ardern, che nel corso del suo mandato aveva già approvato diverse misure a favore delle donne, fra cui l’introduzione di un permesso di lavoro pagato alle vittime di violenza domestica. La Nuova Zelanda era uno dei pochi paesi occidentali ad avere leggi che consideravano l’aborto un reato e a permetterlo solo in caso di incesto, malformazione del feto o seri rischi per la salute mentale e fisica della donna. Le donne erano spesso costrette a mentire sulle loro vere condizioni mentali e fisiche, pur di interrompere una gravidanza: dovevano accettare di frequentare uno psicoterapeuta e comunque ottenere l’approvazione di due medici, cosa di per sé molto difficile soprattutto fuori dalle città più grandi.

Jacinda Ardern a una marcia delle donne, Auckland, 21 gennaio 2017 (Fiona Goodall/Getty Images)

In Italia l’aborto farmacologico si può fare in day hospital, almeno in teoria
Lo scorso 8 agosto il ministero della Salute aveva aggiornato le linee di indirizzo sulla pillola abortiva RU486 annullando l’obbligo di ricovero, estendendo a nove settimane la somministrazione del farmaco, e prevedendone la somministrazione in consultorio e in ambulatorio. La riduzione delle restrizioni all’aborto farmacologico era stata una vittoria delle mobilitazioni dal basso portate avanti negli anni dai movimenti femministi, dalle associazioni che lavorano per i diritti delle donne e dalle ginecologhe non obiettrici. Era arrivata dopo il caso della regione Umbria e le conseguenti proteste, e dopo che, durante la prima ondata della pandemia, i servizi per l’interruzione di gravidanza erano stati seriamente messi a rischio.

L’aborto per via farmacologica prevede l’assunzione di due farmaci a distanza di 48 ore uno dall’altro, il mifepristone in combinazione con il misoprostolo: è una pratica sicura – come dimostra la più autorevole letteratura scientifica internazionale e come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha incluso i due farmaci abortivi nella lista delle medicine essenziali – e non richiede l’intervento chirurgico, l’anestesia e l’ospedalizzazione. In Italia la possibilità dell’aborto farmacologico, dopo molte battaglie, era stata introdotta solo nel 2009 (in Francia nel 1988 e nel Regno Unito nel 1990), ma con una serie di ostacoli: con un limite di tempo ridotto (sette settimane) rispetto a quello indicato dal farmaco stesso e adottato dagli altri paesi d’Europa (nove settimane); e con una procedura “all’italiana” che prevedeva il ricovero ordinario in ospedale di tre giorni.

Le limitazioni non hanno mai avuto l’effetto di ridurre il ricorso all’IVG, come auspicato da chi le aveva pensate e sostenute, ma solo di rendere l’esperienza più invasiva, traumatica e, in tempi di pandemia, più pericolosa e difficile.

Palloncini che formano la parola “RU486” appesi davanti al ministero della Salute, in una foto scattata il 2 luglio (Spp-Jp/Sport Press Photo via ZUMA Press)

Ora, nonostante le linee di indirizzo siano state aggiornate e le principali restrizioni alla RU486 siano state formalmente superate, il problema non è stato di fatto risolto. A fine settembre la regione Piemonte, su iniziativa di un consigliere di Fratelli d’Italia, ha diramato una circolare che non solo mette in discussione le nuove modalità di accesso alla pillola abortiva RU486 nei consultori (la vieta), ma finanzia e rafforza l’ingresso delle associazioni anti-abortiste negli ospedali pubblici. Una limitazione simile sarà discussa nelle Marche. Ma anche altre regioni, senza prendere una posizione specifica ed esplicita sulle nuove linee di indirizzo ministeriali, di fatto non le hanno ancora recepite: per la RU486, in alcune regioni, continuano dunque ad essere valide le limitazioni precedenti.

– Leggi anche: I nuovi problemi con l’aborto

Linguaggio inclusivo
Il dibattito in corso da alcuni anni su come rendere le lingue più inclusive e meno legate al predominio del genere maschile ha occupato anche quest’anno parte delle discussioni ed è finito sui giornali. Se ne è parlato molto in Germania, e sono cambiate addirittura le parole della messa cattolica. In Italia si è discusso di asterischi e di schwa. La buona notizia anche per i movimenti femministi oggi intersezionali (che hanno cioè a che fare con varie lotte e soggettività, sebbene le questioni delle donne con disabilità dovranno trovare spazi ben più ampi) è che la Treccani ha inserito il termine “abilismo” nei neologismi del 2020: l’abilismo è l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità.

Black Lives Matter e MeToo
Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi sono le tre donne che nel 2013 hanno fondato il movimento #BlackLivesMatter per i diritti civili delle persone nere, ma anche delle donne e delle persone LGBT+. Dopo la morte di George Floyd, l’uomo afroamericano ucciso da un agente di polizia di Minneapolis lo scorso 25 maggio durante un arresto violento, il movimento ha occupato gran parte delle notizie e delle strade, nel 2020. Alicia Garza ha inventato lo slogan, Patrisse Cullors ha lanciato l’hashtag e Opal Tometi l’ha trasformato in un movimento.

Patrisse Cullors, Alicia Garza e Opal Tometi all’incontro della New York Women’s Foundation, New York, 14 maggio 2015 (Jemal Countess/Getty Images for The New York Women’s Foundation)

Nel 2017 i racconti di molte attrici di Hollywood sulle molestie sessuali compiute dall’ex produttore cinematografico Harvey Weinstein (condannato lo scorso gennaio a 23 anni di carcere e incriminato lo scorso ottobre per altri sei capi d’imputazione legati a episodi di violenza sessuale) ebbero grosse conseguenze in tutto il mondo. Tra le altre cose, spinsero molte donne a partecipare alle campagne sui social network raccontando le loro storie di abusi. Negli Stati Uniti e poi anche altrove fu usato l’hashtag #MeToo, in Italia #quellavoltache, in Francia #balancetonporc e in Cina #我也是 (#WoYeShi, cioè #MeToo).

Lo scorso maggio, in Cina, erano state introdotte alcune modifiche al Codice Civile che avevano allargato la definizione di “molestie sessuali” con l’obiettivo di garantire più protezione a chi le subisce. Lo scorso 2 dicembre a Pechino è poi iniziato il processo contro Zhu Jun, un noto presentatore del canale televisivo di stato CCTV che è stato accusato di molestie sessuali da Zhou Xiaoxuan, una donna di 27 anni che aveva lavorato con lui nel 2014. Il caso è rilevante e molto seguito perché è raro che questioni di questo tipo, in Cina, arrivino in tribunale. Il #MeToo, quest’anno, ha avuto conseguenze anche in Francia, nel mondo degli sport su ghiaccio, e in Russia nel mondo dei media indipendenti.

La Danimarca ha una nuova legge sullo stupro: “Sì significa sì”
Il 17 dicembre il Folketing, il Parlamento unicamerale danese, ha approvato con 96 voti a favore e nessun contrario una nuova “legge sul consenso”, che giudicherà come stupro ogni rapporto sessuale in cui una delle persone coinvolte non abbia dato il proprio esplicito consenso. Prima di questa legge – che entrerà in vigore dal primo gennaio 2021 – si consideravano stupri solo i rapporti in cui avvenivano minacce, violenza o costrizione (come in Italia). Adesso nel giudizio l’attenzione si concentrerà sul fatto che le persone coinvolte in un rapporto abbiano accettato di fare sesso e su ciò che queste persone hanno fatto per garantire che ci fosse il consenso.

La marcia dell’8 marzo 2019, in occasione della giornata internazionale delle donne a Copenhagen, in Danimarca (EPA/MAUD LERVIK DENMARK OUT/ANSA)

Il modello consensuale puro dà rilevanza massima al consenso: significa che c’è un reato quando in qualsiasi tipo di relazione sessuale manca il consenso valido della persona offesa. Il modello consensuale limitato dà importanza non tanto al consenso, ma al dissenso: è cioè necessaria una effettiva e manifesta volontà contraria (dissenso) della persona che ha subìto una violenza. Il modello vincolato, che è anche il più diffuso, non attribuisce in modo esplicito al consenso un ruolo centrale, ma si basa sul fatto che le aggressioni sessuali, per essere perseguite e punite, debbano avere certe caratteristiche: violenza, minaccia, costrizione. Il problema principale del terzo modello è che alcune aggressioni sessuali non siano ritenute tali dato che non si sono verificate con modalità violente o minacciose.

Negli ultimi anni sulla questione del consenso sono stati fatti molti passi avanti, soprattutto grazie al lavoro di femministe e attiviste contro la violenza sulle donne e grazie alle convenzioni internazionali ed europee approvate in materia, come la Convenzione di Istanbul che è il documento più autorevole a cui fare riferimento. In alcuni paesi questi cambiamenti si sono tradotti anche in importanti svolte “consensualistiche” del diritto penale sessuale: si è dato cioè maggiore valore all’elemento del consenso. Il principio più corretto su cui costruire una legge non dovrebbe essere quello del “No significa no”, ma quello del “Sì significa sì”: si basa sul fatto che un rapporto sessuale vada accettato e non che da quel rapporto una persona debba dissentire o si debba difendere.