(Alexander Koerner/Getty Images)

Il progetto di rendere la lingua tedesca più inclusiva

Ci sono diverse proposte sul ripensamento di maschile e femminile: alcune molto complicate, altre già praticate, con il solito dibattito

(Alexander Koerner/Getty Images)

Anche in Germania, come da tempo in Francia, è in corso una discussione sulla “lingua inclusiva”, cioè su come rendere il modo in cui si parla e si scrive più neutro e dunque meno discriminante dal punto di vista del genere. Chi propone questa trasformazione dice che l’operazione ha poco a che fare con la lingua e la grammatica, bensì con il modo in cui le parole formano le cose e dunque pensieri e opinioni.

Non è un dibattito completamente nuovo, ovviamente: le lingue cambiano in continuazione, e riflettono sempre i cambiamenti sociali e i rapporti di forza della loro epoca. Mark Twain, che tentò senza successo di imparare il tedesco fin da ragazzino, nel 1880 scrisse un saggio dal titolo piuttosto esplicito: The Awful German Language (La terribile lingua tedesca), tornando sull’argomento diversi anni dopo in una celebre conferenza tenuta a Vienna e intitolata Die Schrecken der deutschen Sprache (Gli orrori della lingua tedesca). Twain, di madrelingua inglese, attraverso degli esempi e con molta ironia raccontò le sue difficoltà nell’uso dei casi, dei verbi, della lunghezza delle parole e dei generi, facendo alla fine anche delle proposte per “migliorare” il tedesco e chiedendo al governo un incarico formale per poterlo fare.

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Il tedesco ha tre generi (maschile, femminile e neutro, con i rispettivi tre articoli derdie, das), ma il rapporto reale tra genere e sostantivo non è chiaro: Fischweib, per esempio, che vuol dire “pescivendola”, è neutro. «Ogni sostantivo», spiegava Twain, «ha un genere», e nel caso degli oggetti «deve essere imparato separatamente e a memoria. Non c’è altro modo. Per farlo devi avere la memoria di un enorme dizionario. In tedesco una giovane ragazza non ha sesso (Mädchen è un sostantivo diminutivo neutro, ndr), mentre una rapa sì (Rübe è un sostantivo femminile, ndr). Pensa a quale eccitata riverenza viene mostrata per la rapa, e a quale insensibile mancanza di rispetto per la ragazza». La difficoltà della lingua comporta ancor più difficoltà quando si tenta di rendere quella lingua più rappresentativa.

In tedesco, così come in italiano, si usa spesso il plurale maschile per indicare sia maschi che femmine: gli insegnanti si rivolgono alle classi miste dicendo Schüler  (“studenti”, al maschile). Ma diversi studi mostrano che il plurale maschile (usato in modo universale, come in italiano) viene di fatto collegato esclusivamente al sesso maschile, senza essere neutro (se si dice Schüler nella tua testa si accende l’immagine di una classe di soli studenti). In Francia è stato dimostrato: a un gruppo di mille persone è stato chiesto di citare «due scrittori celebri» e solo il 12 per cento ha pensato a una donna. Quando è stato chiesto di citare «due scrittori o scrittrici celebri», la percentuale di chi ha nominato una donna è raddoppiata. Lo studio ha mostrato poi le stesse tendenze quando si trattava di nominare campioni o campionesse olimpiche, presentatori o presentatrici della tv.

Le soluzioni linguistiche pensate per rimediare, nella lingua tedesca sono diverse e alcune già praticate. Le professioni vengono ormai declinate in base al genere, per cui Helmut Kohl era un Bundeskanzler (“cancelliere”, maschile), ma Angela Merkel è una Bundeskanzlerin (“cancelliera”, femminile). Ma in un’epoca non binaria (cioè in cui sappiamo che il sistema classificatorio sesso-genere-orientamento sessuale non può essere inteso in senso esclusivamente binario secondo le contrapposizioni maschio-femmina, donna-uomo, eterosessuale-omosessuale, perché la realtà è ben più complessa del previsto) alcuni studiosi e studiose sostenitrici del terzo genere lo trovano ormai superato.

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Negli annunci di lavoro si può trovare la forma femminile del sostantivo con l’articolo al maschile in modo che un professore maschio possa essere chiamato der (maschile) Professorin (femminile); o si usano forme ibride come Student(in) corrispondente all’italiano “studente/essa”, ma in questo caso molte e molti pensano che il compromesso sia ingiusto, perché resta una prevalenza del maschile e il femminile viene ridotto a suffisso.

Qualche settimana fa, recependo un’indicazione del ministero della Giustizia, la città di Lubecca ha stabilito che le comunicazioni ufficiali devono usare un linguaggio neutro rispetto al genere. Si devono dunque preferire formulazioni che evitino termini di genere (per fare un esempio, valido anche in italiano: non “i diritti dell’uomo”, ma “i diritti umani”), oppure, se non è possibile, vanno utilizzati i due punti (:) in mezzo alla parola, proprio in senso inclusivo e per uscire dal binarismo di genere. I due punti non comportano un’interruzione ma vengono pronunciati con una pausa glottidale, cioè con una specie di pausa e sforzo: lo stesso che si usa in italiano, per capirci, quando si dice “non parlavo delle lezioni, ma delle elezioni”, con una pausa-sforzo, prima e sulla “e” di “elezioni”. Le persone che abitano a Lubecca diventano così Lübecker:innen. C’è naturalmente chi non è d’accordo e chi ha promesso di pagare le spese legali dei dipendenti comunali di Lubecca che non rispetteranno la nuova regola, ma tutte le istituzioni tedesche, scrive l’Economist, si stanno muovendo in questa direzione.

Il dibattito tra linguiste e linguisti che si sta svolgendo in Germania è quello che si ripresenta ogni volta che si propongono dei cambiamenti linguistici. Thomas Wagner, sociologo tedesco comunque favorevole alle sperimentazioni linguistiche, dubita che sarà con un cambiamento imposto burocraticamente dall’alto si arriverà a una società realmente più inclusiva, e pensa che dovrebbe avvenire il contrario: raggiungere prima un certo standard socio-politico e poi pensare al linguaggio. «Rimane la domanda su come un tale cambio di lingua possa essere trasmesso a tutta la società. Non sarebbe solo un atto simbolico per un piccolo ambiente che si sentirebbe così solamente più a proprio agio? E non incontrerebbe il rifiuto, arrivando ad avere, alla fine, un effetto controproducente?».

Anatol Stefanowitsch, un linguista dell’università di Berlino, sostiene che sì, «è difficile trasformare la grammatica attraverso la legislazione», ma anche che alcuni dialetti tedeschi hanno di fatto già perso la distinzione tra maschile e femminile. Nel basso-tedesco, parlato nella Germania settentrionale, uomini e donne sono indicati con il de, un indistinto maschile-femminile. Stefanowitsch aggiunge che – indipendentemente dal fatto che si sia d’accordo oppure no – la questione va considerata. Le forme maschili, anche usate con l’intenzione generica, sono più spesso interpretate come maschili, e il fatto che le donne si sentano escluse non è una questione secondaria: va affrontata, resta da capire come. Le resistenze hanno spesso a che fare con l’abitudine, ma lui non lo ritiene un argomento sufficiente: «Dobbiamo sbarazzarci delle cattive abitudini».

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