Serie e film stanno davvero diventando più facili?

Autori e registi dicono che è quello che gli viene richiesto, ma non va preso come il segno di un instupidimento dell'umanità

Nanni Moretti e Margherita Buy in una scena di Il sol dell'avvenire (01 Distribution)
Nanni Moretti e Margherita Buy in una scena di Il sol dell'avvenire (01 Distribution)
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Tre mesi fa era stata molto condivisa un’intervista agli attori e produttori Matt Damon e Ben Affleck in cui Damon spiegava quali paletti avesse messo Netflix al loro ultimo film, The Rip. Erano richieste che andavano nella direzione di semplificare la trama e ripetere i concetti o gli obiettivi dei personaggi, motivate da Netflix con l’obiettivo di coinvolgere anche un pubblico distratto.

Più recentemente Gus Van Sant, regista di Dead Man’s Wire, ha detto in un’intervista a Le Monde qualcosa di simile ma riguardo a Hollywood (cioè ai film prodotti in America e che ambiscono a un grande incasso), sostenendo che non ci sia più spazio per i drammi ma solo per produzioni più leggere. E un’altra variante sul tema era stata sollevata dal produttore italiano Carlo Degli Esposti in un appello pubblicato da Repubblica in cui sosteneva che lo spostamento in avanti dei giochi preserali avesse portato le sceneggiature delle serie tv a semplificarsi per andare incontro a un pubblico sempre più stanco.

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Sono tre testimonianze che vengono da tre diversi tipi di produzioni – per le piattaforme, per il cinema di grande incasso e per la tv italiana – e che denunciano tutte la stessa tendenza a fare film e serie tv sempre più semplici. Dietro ci sono molte verità ma anche molte ragioni per non pensare che tutta la produzione cinematografica e televisiva stia diventando più scadente. E non è neanche qualcosa di particolarmente nuovo.

Matt Damon era andato nel dettaglio riportando alcune conversazioni avute con Netflix. Una richiesta che viene fatta ai film d’azione per esempio è di mettere le scene più elaborate e coinvolgenti all’inizio invece che alla fine (com’è tradizione del cinema), così da catturare subito gli spettatori; oppure di avere almeno tre o quattro dialoghi sparsi nel film in cui si fa il riassunto della trama. Sono raccomandazioni tipiche della produzione per lo streaming che anche altri autori hanno raccontato o preso in giro. Nel suo ultimo film Il sol dell’avvenire Nanni Moretti lo faceva citando «archi narrativi», «slow burner», «turning point» e un momento «What the fuck».

Questo però è vero solo per un certo tipo di produzioni. Nella stessa intervista Ben Affleck, socio di Matt Damon e coproduttore di The Rip, aveva voluto precisare che Netflix è anche la piattaforma in cui si trova una serie come Adolescence, «che non fa nessuna di queste cazzate, ed è fantastica! È drammatica, è tragica ed è intensa […] ci sono lunghe inquadrature delle nuche delle persone, entrano in macchina e capita che nessuno parli». A questa si potrebbero aggiungere, tra le produzioni di Netflix fatte negli Stati Uniti solo nell’ultimo anno, un film come Train Dreams o un altro di costo e profilo anche più alto come House of Dynamite di Kathryn Bigelow.

La televisione da sempre insegue un pubblico che sa essere distratto, che la tiene accesa lavando i piatti, cucinando o dedicandosi ad altro. In particolare le piattaforme come Netflix oggi si percepiscono come “second screen”, cioè sanno che molto del loro pubblico guarda la tv dando metà o più della sua attenzione a un altro schermo, solitamente quello dello smartphone.

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La tecnologia su cui si basa Netflix prevede che a ogni contenuto siano associati dei tag, etichette che ne descrivono la natura, il genere o la tipologia, così da poter suggerire agli utenti contenuti dai tag simili a quelli delle serie o dei film che hanno gradito. Come spiega n+1 tra questi tag esiste proprio quello “casual viewing”, per i contenuti che vengono visti senza impegno, facendo altro: «è un’etichetta di solito riservata a sitcom leggere, reality, documentari sulla natura, ma definisce bene gran parte del catalogo Netflix: film che scorrono meglio se non si presta grande attenzione».

Non è tuttavia una novità legata alla diffusione delle piattaforme, ma un modo di guardare la tv che esiste da sempre. Un caso emblematico in questo senso fu quello della serie tv del 1982 Quelli della pallottola spuntata, da cui poi fu tratto il film di grandissimo successo Una pallottola spuntata. La serie era uguale al film, con gli stessi sceneggiatori, lo stesso umorismo e lo stesso protagonista, ma non ebbe nessun successo sul canale ABC e fu cancellata. Questo perché, spiegò Tony Thomopoulos, allora responsabile dei contenuti di intrattenimento della ABC, era un tipo di umorismo che «per essere apprezzato va guardato» e le persone non guardano la tv ma la ascoltano.

In un approfondimento su questa questione comparso sul Guardian, lo sceneggiatore di serie di Netflix come Black Doves Joe Barton aveva spiegato che «mi sorprenderebbe davvero se un dirigente Netflix dicesse “scrivila male” […] non credo ci sia nessuna omogeneizzazione dei contenuti, Netflix è una società grande con tante cose diverse al suo interno».

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Di certo non vengono più prodotte molte serie tv come quelle della golden age (gli anni tra il 1999 e la metà dei Dieci), produzioni di grandi ambizioni come I Soprano, Mad Men o Breaking Bad. Molte di queste non erano dei successi per gli standard che intendiamo oggi. Il pubblico dei canali che le producevano era molto minore e fatto da appassionati. Oggi invece è più grande e coinvolge anche una parte di quelli che all’epoca non guardavano quelle serie. Nondimeno serie di qualità continuano a essere fatte, sebbene in misura minore, e ad avere un buon successo, come dimostrano The Pitt o Pluribus.

Similmente il temuto istupidimento dei contenuti della televisione italiana non è una teoria nuova, esisteva almeno da quando, anche per via delle tv commerciali, la programmazione si è intensificata e i palinsesti si sono allargati per conquistare un pubblico sempre maggiore e arrivare a intrattenere tutti. Ventidue anni fa Silvio Berlusconi, parlando della televisione e di chi fosse in media il suo pubblico, diceva che non ci sono solo intellettuali: «La media è più simile a un ragazzo di seconda media, e nemmeno uno di quelli che siede nei primi banchi» e che la televisione deve rivolgersi a loro.

Questo non significa però che negli anni, prima del 2004 ma anche dopo, la televisione non abbia proposto anche contenuti per nulla stupidi, trasmissioni di approfondimento, serialità di qualità e produzioni ambiziose, accanto ad altre molto più semplici. E se la tv prima non doveva preoccuparsi di un secondo schermo che prendeva l’attenzione del pubblico, c’era il problema di chi arrivava tardi e non vedeva un programma o una serie dall’inizio, o doveva assentarsi e non poteva mettere in pausa, a cui comunque andava fatto ogni tanto un resoconto della trama.

Non fa un ragionamento diverso Gus Van Sant quando si lamenta del fatto che i principali film americani sono più stupidi di prima. Quello che cita è il cambio di genere, cioè i grandi incassi non li fanno i drammi come Forrest Gump ma i film di supereroi, questo perché è cambiata la composizione del pubblico e quel pubblico che premiava Forrest Gump è oggi più difficile da coinvolgere e far uscire di casa per via della maggior offerta di intrattenimento domestico. È un deterrente che vale anche per il resto del pubblico, ma quello molto appassionato di fumetti, grandi franchise, fantascienza e via dicendo è più facile da mobilitare.

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Sempre Van Sant in quella stessa intervista ha ricordato che già Stanley Kubrick, decenni fa. «sosteneva che il pubblico stesse diventando sempre meno esigente perché gli venivano proposti personaggi e situazioni sempre più facili da comprendere e con cui identificarsi. Quindi continuava a chiederne di più» e ha ammesso che casi di grandi film che non sono per forza facili come quello di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson sono eccezioni. Non è l’unica però, il pubblico non si mobilita solo per produzioni semplici ma anche per i  film di Christopher Nolan (che di solito hanno come caratteristica il fatto di essere complicati), quelli di Quentin Tarantino o i film di fantascienza come Dune. Solo nel 2025 tra i film ambiziosi delle grandi produzioni con attori molto noti ci sono stati È l’ultima battuta?, Material Love e Hamnet oltre a uno più piccolo ma con una grande star come Marty Supreme. Senza contare che uno dei casi di maggiore successo degli ultimi anni sono gli horror intellettuali.