I Kneecap non abbassano i toni, anzi
Nel loro nuovo album definiscono Keir Starmer un «armiere del genocidio» e si schierano di nuovo a favore della Palestina, ma non solo

I Kneecap cominciarono a farsi conoscere fuori dall’Irlanda del Nord nel 2024, grazie a un film semi biografico dedicato alla carriera del trio hip-hop che ottenne inaspettatamente sei nomination ai BAFTA, i principali premi del cinema nel Regno Unito. La loro notorietà aumentò ancora di più l’anno dopo, quando i tre membri del gruppo invitarono il pubblico del festival musicale del Coachella a unirsi al coro «Free Palestine» («Liberate la Palestina»), proiettando sugli schermi delle frasi molto critiche nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Nelle settimane successive uno dei cantanti, Liam Óg Ó hAnnaidh, meglio noto come Mo Chara, venne poi accusato di sostegno al terrorismo dal governo del Regno Unito per aver sventolato una bandiera di Hezbollah durante un concerto. I governi di diversi paesi, tra cui Canada e Ungheria, vietarono ai Kneecap di esibirsi, accusandoli di antisemitismo.
Venerdì è uscito Fenian, il loro terzo album in studio. Deve il nome ai rivoluzionari repubblicani che lottarono per ottenere l’indipendenza dall’impero britannico tra il XIX e il XX secolo, e spesso viene usato con intento dispregiativo per indicare gli irlandesi cattolici, ma la band (così come molti irlandesi del Nord) se ne è riappropriata, rivendicandone il valore simbolico.
Nonostante le controversie recenti è un disco che conferma gli approcci e i temi che hanno reso i Kneecap famosi in tutto il mondo. E quindi uno stile musicale sporco e aggressivo che unisce rap, punk e diversi sottogeneri di musica elettronica, una violenza politica molto disinibita e una certa attenzione per la promozione della lingua e della cultura irlandese, oltre al sostegno esplicito alla causa palestinese, descritta come una resistenza anticoloniale contro lo stato di Israele e raffrontata alla campagna per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito.
Per dare l’idea, il disco si apre con una canzone intitolata “Éire go Deo”, che significa “Irlanda per sempre”. Cita diverse figure della storia e della mitologia irlandesi come Hugh O’Neill, nobile che guidò la resistenza contro la conquista inglese dell’Irlanda alla fine del XVI secolo, e Conchobar mac Nessa, uno dei re del poema epico Ciclo dell’Ulster. E si susseguono in continuazione strofe in gaelico, una lingua che i Kneecap stanno contribuendo a far riscoprire in tutto il mondo, e che anche grazie alla loro notorietà sta generando un interesse enorme all’estero.
Anche le critiche al governo israeliano occupano una parte importante di Fenian. Una strofa di “Liar’s Tale”, per esempio, dice: «Fuck Keir Starmer, Netanyahu’s bitch and genocide armer, better off as compost for farmers», cioè «Fanculo a Keir Starmer, lecchino di Netanyahu e armiere del genocidio, dovrebbe diventare concime per gli agricoltori». Un’altra canzone, “Palestine”, è stata scritta insieme a Fawzi, rapper proveniente da Ramallah, in Cisgiordania.
In un’intervista a GQ Móglaí Bap (Naoise Ó Cairealláin), l’altro cantante dei Kneecap, ha raccontato di aver conosciuto Fawzi grazie a suo fratello, che aveva vissuto per un periodo nei territori palestinesi occupati ed è fidanzato con una ragazza palestinese. «Non c’è persona migliore di un palestinese per parlare della Palestina o per rappresentarla», ha detto.
L’avversità nei confronti del governo britannico viene manifestata in modo molto chiaro anche in “An Ra”, in cui i Kneecap ringraziano ironicamente l’Inghilterra per aver condiviso la sua cultura con l’Irlanda del Nord, citando come esempi Jimmy Savile, conduttore televisivo della BBC morto nel 2011 e accusato di aver violentato centinaia di ragazze e bambine, e l’HP, una salsa da barbecue.
Ma in Fenian ci sono anche canzoni intimiste e riflessive che solitamente non fanno parte dei temi trattati dai Kneecap. “Irish Goodbye”, scritta insieme al rapper inglese Kae Tempest, è dedicata al suicidio della madre di Móglaí Bap, mentre “Headcase” e “Cocaine Hill” parlano di dipendenza e depressione. Il testo di “Carnival” invece ha la forma di un dialogo grottesco tra Mo Chara e il giudice londinese che si è occupato del suo processo, conclusosi marzo con l’archiviazione.
La produzione di Fenian è stata curata da Dan Carey, ingegnere che ha contribuito a definire il suono di alcuni tra i gruppi di rock alternativo più interessanti degli ultimi anni, tra cui Black Country, New Road, Black Midi, Geese e Fontaines D.C.
Finora le recensioni sono state perlopiù entusiaste. Alexis Petridis del Guardian ha assegnato a Fenian quattro stelle su cinque, descrivendolo come un disco «complesso, intrigante e carico di tensione». Andrew Trendell di NME gli ha dato addirittura una mezza stella in più, paragonandolo ai lavori migliori di band come Prodigy e Burial.
Dean Van Nguyen di Pitchfork ha scritto che «considerare Fenian un album concepito semplicemente per sfruttare le controversie, un’opera interamente legata al ciclo delle notizie e all’economia dei clic, significherebbe non cogliere il profondo impegno dei Kneecap verso qualcosa di più grande di loro stessi».
Tra qualche settimana i Kneecap suoneranno per la prima volta in Italia: il 15 giugno al circolo Magnolia di Milano, il 16 al Sequoie Music Park di Bologna, il 17 all’Auditorium Parco della Musica di Roma e il 18 alla Fiera del Levante di Bari.



