Il libro true crime che Harper Lee non ha mai scritto

Molti anni dopo “Il buio oltre la siepe”, una delle più celebri autrici americane di sempre seguì un’altra gran storia, di nuovo in Alabama

Harper Lee fuma una sigaretta mentre è seduta sulla veranda di casa
Harper Lee seduta sulla veranda di casa dei suoi genitori a Monroeville, Alabama, nel maggio del 1961 (Donald Uhrbrock/Getty Images)
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Nell’autunno del 1977 autorevoli agenzie di stampa, riviste e quotidiani nazionali americani si occuparono di un caso giudiziario ad Alexander City, un piccolo comune in Alabama. Un camionista afroamericano aveva sparato a un predicatore della sua comunità durante un funerale, uccidendolo. A seguire il processo, tra i cronisti di Associated Press, New York Times e Newsweek, c’era una scrittrice nata a circa 200 chilometri da lì il 28 aprile 1926, cento anni fa, e già all’epoca famosissima in tutti gli Stati Uniti: Harper Lee.

Diciassette anni prima aveva scritto Il buio oltre la siepe, uno dei più celebri romanzi della storia americana, vincitore del Pulitzer per la narrativa nel 1961 e da cui l’anno dopo era stato tratto un film omonimo e altrettanto celebre, diretto da Robert Mulligan e interpretato da Gregory Peck. Dopo quel successo, che sarebbe stato difficile da gestire per chiunque, Lee aveva scritto solo qualche saggio e aveva condotto una vita molto ritirata. In pochi l’avevano riconosciuta ad Alexander City, dove era andata di persona per provare a ricostruire una vicenda da cui contava di trarre una nuova opera, che però non scrisse mai.

La storia di quel processo, degli omicidi misteriosi che lo avevano preceduto, dei tentativi di scriverne di Lee e del suo insuperabile blocco creativo dopo Il buio oltre la siepe sono oggetto di un libro del 2019 della giornalista del New Yorker Casey Cep, Ore disperate. L’ultimo processo di Harper Lee, edito in Italia da Minimum Fax e tradotto da Sara Bilotti. Per scriverlo, Cep consultò lettere e bozze inedite di Lee e documenti relativi al processo. Intervistò anche amici e familiari sia di lei sia delle vittime del predicatore, Willie Maxwell, il vero protagonista del libro mai scritto di Lee.

Harper Lee in un edificio vuoto

Harper Lee nella sala vuota di un edificio durante una visita alla sua città di nascita, Monroeville, in Alabama, nel maggio del 1961 (Donald Uhrbrock/Getty Images)

Gli elementi per un true crime c’erano tutti. I giornali che si occuparono di quella vicenda la descrissero come la storia di un predicatore assassino ucciso in pubblico da un parente delle sue vittime, Robert Burns, per vendicarsi di tutte le volte in cui il reverendo l’aveva fatta franca. Willie Maxwell era un predicatore afroamericano battista (una delle principali chiese protestanti negli Stati Uniti) ed era stato una figura di riferimento per tutta la comunità di Alexander City, prima che la sua reputazione cambiasse negli anni Settanta, quando cinque suoi familiari erano morti in circostanze sospette, e secondo alcuni persino soprannaturali.

Nel 1970 la sua prima moglie, Mary Lou, era stata trovata picchiata a morte, forse strangolata, nella propria macchina. Nonostante le prove di un suo coinvolgimento, Maxwell era stato assolto nel processo grazie a un brillante avvocato, Tom Radney, un Democratico famoso in Alabama per il suo sostegno all’ex presidente John F. Kennedy e perché in uno stato ancora profondamente razzista era uno dei pochi avvocati bianchi disposti a difendere clienti neri. In pratica era l’Atticus Finch di Alexander City, l’avvocato antirazzista e paladino della giustizia protagonista del libro Il buio oltre la siepe, ambientato in Alabama nella città immaginaria di Maycomb (ma basato in parte su fatti reali).

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Per la morte della moglie Maxwell aveva riscosso 90mila dollari di risarcimento, perché lei aveva un’assicurazione sulla vita, e questo aveva alimentato molti sospetti su di lui. Sospetti poi aumentati quando tra il 1972 e il 1977 erano morti per cause poco chiare anche suo fratello, la sua seconda moglie, un nipote e una figlia adottiva: Maxwell ci aveva sempre ricavato dei soldi, finendo o assolto nel processo, o prosciolto in fase istruttoria. La seconda moglie, Dorcus Anderson, era stata tra l’altro una testimone chiave dell’accusa nel primo processo: era una vicina di casa di Maxwell, e aveva stravolto la testimonianza dopo averlo sposato in seconde nozze, fornendogli anzi un alibi per l’ora della morte di Mary Lou, la prima moglie.

La prima pagina del quotidiano locale Alexander City Outlook dopo l’omicidio del reverendo Willie Maxwell nel 1977 (AP/Jay Reeves)

Tutta la vicenda ricordava per molti aspetti la trama di un altro grande film americano, ma degli anni Quaranta: La fiamma del peccato, diretto da Billy Wilder. Nel film un assicuratore cerca di riscuotere i soldi di una lucrosa polizza che ha fatto stipulare a un suo cliente, della cui moglie è innamorato e complice. A rendere eccezionale la vicenda di Maxwell è che era riuscito più volte a incassare i soldi delle assicurazioni e a non essere condannato, al punto che nella comunità si era diffusa la credenza che per farla franca praticasse rituali voodoo sulle vittime e sugli agenti di polizia che avrebbero dovuto arrestarlo.

La sua impunità era proseguita fino al 18 giugno del 1977, giorno del funerale dell’ultima vittima della serie, la sedicenne Shirley Ann Ellington, figlia adottiva di Maxwell e nipote della sua terza moglie, che era stata trovata morta sotto la macchina di lui. Maxwell era andato al funerale nonostante i sospetti su di lui e lì Robert Burns, camionista di 36 anni e zio della vittima, si era avvicinato alla panca in cui era seduto Maxwell e lo aveva ucciso davanti a circa 300 persone, sparandogli tre colpi di pistola alla testa.

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Alla stazione di polizia in cui era subito andato a costituirsi, Burns aveva dichiarato di aver «dovuto» uccidere il reverendo. Come molti altri abitanti della città, era cresciuto nella paura di poter essere un’altra sua vittima. E al processo la paura era ancora così diffusa tra loro, scrive Cep, che la domanda che tutti si ponevano non era perché Burns avesse ucciso il reverendo, ma perché nessuno lo avesse fatto prima.

A difendere Burns pochi mesi dopo il delitto fu proprio Radney, lo stesso avvocato che aveva difeso Maxwell per anni. Riuscì a farlo assolvere per infermità mentale, tra gli applausi delle persone presenti in aula, e diventò ancora più famoso di prima, intervistato dai giornalisti arrivati ad Alexander City per seguire il processo. Ebbe anche molte conversazioni con Harper Lee, con la quale parlava del libro che lei aveva intenzione di scrivere e persino di quale attore avrebbe potuto interpretarlo nel film che qualcuno avrebbe probabilmente tratto dal libro.

Gregory Peck mentre regge tra le mani un copione vicino a Harper Lee

L’attore Gregory Peck e la scrittrice Harper Lee sul set del film Il buio oltre la siepe, nel 1962 (UPI/Bettmann/Getty Images)

Originaria di Monroeville, in Alabama, Lee all’epoca viveva già da tempo a Manhattan, ma aveva ancora parenti e amici nello stato in cui era nata e cresciuta, alcuni anche nella contea di Tallapoosa, dove si trova Alexander City. Era stata in città diverse volte nel 1978, per indagare su quella storia e farne un libro di non fiction: un tipo di attività e un genere con cui aveva una certa familiarità, dato che anni prima aveva aiutato il suo amico d’infanzia Truman Capote a raccogliere documenti utili per scrivere A sangue freddo.

E ne raccolse molti anche in quell’occasione: tra gli effetti personali di Lee scoperti dopo la sua morte, avvenuta nel 2016 a Monroeville a 89 anni, fu trovata persino la borsa originale di Radney con i fascicoli dei processi al reverendo e a Burns.

Truman Capote e Harper Lee vicino a un parapetto di fronte a un lago

Truman Capote e Harper Lee in riva a un lago a Colorado Springs, in Colorado, il 25 aprile 1963 (The Broadmoor Historic Collection/AP)

Di quel libro mai scritto, a cui Lee aveva dato il titolo provvisorio Il reverendo, esistono soltanto quattro pagine di bozze del primo capitolo, consultate da Cep per il suo libro del 2019. Una volta Lee raccontò anche di aver scritto e poi buttato via trecento pagine, perché non ne era soddisfatta. Tra le ipotesi proposte per spiegare perché alla fine mise da parte quel progetto e qualsiasi altro, secondo Cep, la più convincente è che Lee non riuscì mai a superare la paura di non essere in grado di scrivere un libro come Il buio oltre la siepe e di soddisfare le aspettative della critica e del pubblico dopo quel primo, clamoroso successo.

Scrivere era inoltre diventato per lei sempre più difficile, a causa di problemi di alcolismo e della sua crescente insofferenza per tutte le attenzioni mediatiche che il successo del suo primo libro le aveva procurato. Per questo motivo viveva a Manhattan quasi nascosta e con la stessa frugalità di una squattrinata, scrive Cep.

Il buio oltre la siepe rimase a lungo l’unico libro mai scritto da Lee, fino all’uscita di un discusso sequel nel 2015, Va’, metti una sentinella, ambientato nello stesso luogo e vent’anni dopo i fatti del primo libro. Era tratto da un suo manoscritto degli anni Cinquanta, dimenticato per decenni, e in molti sollevarono parecchi dubbi riguardo all’approvazione della pubblicazione da parte di Lee, che dal 2009 era quasi del tutto cieca e sorda, e parzialmente paralizzata a causa di un ictus.

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