Un cartello con la scritta "Non una morte in più per aborto clandestino" esposto durante il voto al Senato sulla legalizzazione dell'aborto il 29 dicembre 2020 a Buenos Aires, in Argentina (Marcelo Endelli/Getty Images)
  • Mondo
  • mercoledì 30 Dicembre 2020

In Argentina adesso l’aborto è legale

È stato approvato anche al Senato il disegno di legge che rende legale l'interruzione di gravidanza, nonostante l'opposizione della Chiesa

Un cartello con la scritta "Non una morte in più per aborto clandestino" esposto durante il voto al Senato sulla legalizzazione dell'aborto il 29 dicembre 2020 a Buenos Aires, in Argentina (Marcelo Endelli/Getty Images)

Dopo la Camera dei deputati dell’Argentina anche il Senato ha approvato un disegno di legge che legalizza l’interruzione volontaria di gravidanza, che precedentemente era ammessa nel paese solo in caso di stupro o se la salute della donna era in pericolo. La legge è stata approvata definitivamente dal Senato con 38 voti favorevoli, 29 contrari e 1 astenuto.

Nel 2018 la legge era passata alla Camera ma, in seconda lettura al Senato, era prevalso il no. Questa volta il disegno di legge è stato approvato definitivamente anche grazie all’introduzione di alcune modifiche al testo originario, all’inserimento dell’obiezione di coscienza (punto molto criticato dai movimenti femministi) e al sostegno esplicito del partito al governo.

Il nuovo progetto di legge sull’interruzione volontaria della gravidanza (IVE, in spagnolo) era stato presentato a metà novembre dal governo del presidente Alberto Fernández ed era stato accompagnato da un altro progetto di legge per l’assistenza sanitaria e per la cura delle donne che scegliessero invece di portare avanti la gravidanza. Il «progetto dei 1000 giorni», come è stato chiamato, «rafforza le cure integrali della donna durante la gestazione e dei suoi figli durante i primi anni di vita», aveva detto Fernandez.

La Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito, movimento nato 15 anni fa per lottare insieme ai collettivi femministi per la depenalizzazione e la legalizzazione dell’aborto – e il cui simbolo sono i fazzoletti verdi (pañuelos) – aveva accolto in modo favorevole il progetto di legge giudicandolo l’esito di decenni di lotte e mobilitazioni femministe.

Negli anni la Campaña aveva presentato al Congresso argentino otto proposte di legge, tutte respinte: sia le loro precedenti iniziative che quella governativa prevedevano la legalizzazione, la depenalizzazione e il riconoscimento del diritto ad un aborto legale, sicuro e gratuito fino alle 14 settimane di gestazione. Le proposte della Campaña, così come nel disegno di legge che è stato approvato,  inseriscono l’aborto nel programma medico obbligatorio (PMO), quindi come una prestazione medica di base, essenziale e gratuita, colpiscono chi ostacola o nega l’accesso all’aborto e si occupano anche di educazione sessuale.

Ciò che distingue le proposte del movimento femminista da quella del governo che è diventata legge dopo l’approvazione del Senato è il tempo che può passare dalla richiesta all’accesso al servizio: 5 giorni nel disegno di legge della Campaña e 10 in quella ora approvata. La legge approvata prevede inoltre la penalizzazione delle donne e di chi pratica un aborto oltre le 14 settimane se non rientra nelle deroghe previste. Ma la differenza sostanziale è la possibilità dell’obiezione di coscienza. I movimenti hanno detto chiaramente che l’obiezione è «una porta verso il mancato rispetto della legge e un ostacolo all’accesso, come attualmente avviene (…) nei paesi in cui l’aborto è consentito dalle legislazioni, generando ritardi, maltrattamenti, morbilità, mortalità materna e trasferimento del carico di lavoro a chi ne garantisce il diritto lavorando coscienziosamente».

– Leggi anche: L’obiezione di coscienza non è un’obiezione

L’obiezione di coscienza è stata inserita nel testo durante l’esame in commissione insieme ad altre modifiche per facilitare l’approvazione del disegno di legge, pur con questo compromesso al ribasso, al Senato: si prevede la possibilità di obiezione di coscienza individuale, ma di fatto anche di struttura e questo consentirà alle strutture ospedaliere private, spesso religiose, di non rispettare la legge. Ci sarà comunque l’obbligo di garantire il servizio attraverso il trasferimento in una struttura pubblica disponibile, facendosi carico di procedure e costi associati al trasferimento. L’altra modifica ha a che fare con l’accompagnamento e la tutela della privacy per le bambine e le adolescenti tra i 13 e 16 anni che, a seguito di uno stupro, vogliano abortire.

Nelle settimane prima dell’approvazione alla Camera c’erano state diverse manifestazioni di protesta contro il diritto all’aborto che avevano ricevuto il sostegno della Conferenza episcopale locale, la quale aveva spiegato che «per la prima volta, in Argentina e in democrazia, potrebbe essere varata una legge che include la morte di una persona per salvarne un’altra». A fine novembre sulla questione era intervenuto direttamente anche il Papa con una lettera in cui ringraziava le “mujeres de las villas”, una rete di donne antiabortiste. Le incoraggiava ad «andare avanti» dicendo che «il paese è orgoglioso di avere donne così», ed esortava tutti a porsi due domande. «Per risolvere un problema, è giusto eliminare una vita umana? Ed è giusto assumere un killer?»

In Argentina, prima dell’approvazione della nuova legge,  si poteva interrompere volontariamente una gravidanza solo nel caso in cui fosse dovuta a uno stupro o mettesse in pericolo la vita della donna. L’ILE, Interrupción Legal del Embarazo, venne introdotta nel 2015 e riprendeva le linee guida stabilite da una sentenza sull’aborto per stupro del 2012 della Corte Suprema (sentenza conosciuta come “FAL”): stabiliva che le donne stuprate potessero interrompere una gravidanza senza autorizzazione giudiziaria e senza essere perseguite penalmente. Nonostante questo, in molte regioni del paese la legge non veniva applicata o veniva ostacolata in tutti i modi. Le donne che ricorrevano all’aborto clandestino, poi, rischiavano una condanna e il carcere (un rapporto diffuso recentemente dice che dal 2019 ci sono stati almeno 852 casi avviati nei tribunali contro donne che hanno abortito).