Manifestazione femminista a Madrid, 8 marzo 2019 (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)
  • Mondo
  • giovedì 15 Ottobre 2020

Il ministero dell’Interno spagnolo pagherà per un caso di femminicidio

Il giudice ha disposto il risarcimento a genitori e figli perché la donna uccisa non aveva avuto adeguata protezione dalla polizia

Manifestazione femminista a Madrid, 8 marzo 2019 (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

Mercoledì 14 ottobre il tribunale nazionale spagnolo competente sulle azioni legali contro il governo ha condannato il ministero dell’Interno a pagare 180 mila euro alla famiglia di una donna uccisa dal marito nel 2016 che aveva richiesto, invano, la protezione della polizia. La sentenza è stata ripresa anche dai giornali di altri paesi perché riconosce e stabilisce la responsabilità diretta delle istituzioni in un problema radicato e spesso sottovalutato qual è il femminicidio.

La donna protagonista della vicenda si era presentata alla polizia di Sanlucar la Mayor, vicino a Siviglia, Andalusia, all’alba del 17 settembre 2016, portando con sé un referto medico di quella stessa notte che attestava gli abusi subiti. L’ordine di protezione che aveva richiesto le era stato però poi negato dal tribunale locale per le contraddizioni nel racconto, perché l’uomo non aveva precedenti penali e perché la polizia aveva classificato il rischio per la donna come “insufficiente”. Un mese dopo, la donna era stata accoltellata a morte per strada dal marito, davanti ai suoi due figli.

Ora, la Audiencia Nacional – questo il nome del tribunale competente – ha stabilito che nella vicenda c’è stata una responsabilità diretta e oggettiva dello stato. Ha dunque ordinato al ministero dell’Interno di pagare 20 mila euro a ciascuno dei genitori della donna e 70 mila euro a ciascuno dei suoi due figli, minorenni, per «danno morale».

«La presa di coscienza sociale e istituzionale dell’importanza del problema della violenza di genere esige una consapevolezza maggiore di quella dimostrata dalla Guardia Civil in questo caso», ha fatto sapere la corte. I giudici hanno poi precisato che in questa tipologia di reati, le azioni dei poliziotti non dovrebbero limitarsi agli aspetti formali di assistenza e informazione. La polizia dovrebbe dimostrare un’attenzione particolare nella tutela delle donne «che hanno subito comportamenti violenti in famiglia, al fine di prevenire ed evitare, per quanto possibile, le conseguenze degli abusi».

Attualmente in Spagna viene uccisa una donna ogni cinque giorni a causa della violenza domestica. Si verifica uno stupro o un’aggressione sessuale ogni otto ore. I dati ufficiali dicono che dal 2003, anno da cui vengono raccolti, sono state uccise più di mille donne. Questa cifra è però relativa, dato che tiene conto solo della violenza domestica esercitata dal partner o dall’ex partner della vittima. Gli omicidi che si verificano al di fuori di quest’area non rientrano nelle statistiche.

In Spagna, la prima legge contro la violenza cosiddetta “machista” venne introdotta nel 2004 dal governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, grazie al lavoro e alle lotte dei movimenti femministi: oltre a rafforzare le condanne, prevedeva l’assistenza legale gratuita per le vittime, istituiva dei tribunali speciali per gestire i casi di violenza di genere rendendo più semplice il percorso delle denunce e introduceva una specifica aggravante che teneva conto del genere e del legame affettivo, indipendentemente dal rapporto di matrimonio o convivenza. Al tempo venne considerata una buona legge e piuttosto avanzata.

Nel tempo è stata però molto criticata anche dai movimenti femministi poiché diverse misure previste non sono state adeguatamente attuate come quelle, ad esempio, che si occupavano dell’intero contesto di protezione sociale ed economica per la donna vittima di violenza, cioè aiuti economici, facilitazioni lavorative, possibilità di accedere a una sistemazione in un altro luogo. Ma è stata criticata anche dal punto di vista sostanziale: non includeva tutte le forme di violenza contro le donne, ma solo quelle commesse da un partner o un ex partner e continuava a dare troppa poca importanza al consenso.

Nel 2018, il governo spagnolo ha proposto di modificare le leggi sullo stupro punendo qualsiasi atto sessuale a cui non sia stato dato un consenso esplicito. La proposta era arrivata dopo le grandissime proteste seguite a una sentenza del tribunale di Pamplona, contro cinque uomini accusati di avere stuprato in gruppo una donna di 18 anni nel 2016 durante la festa di San Firmino. Gli uomini facevano parte di un gruppo WhatsApp chiamato “La Manada”, cioè “il branco”, ed erano stati condannati a nove anni di carcere per abuso sessuale ma non per stupro, perché la donna non si era opposta alla violenza – ripresa dai video di sorveglianza – ma aveva mantenuto un atteggiamento passivo: era stata giudicata dai procuratori una normale reazione di shock, ma la difesa aveva parlato di atteggiamento consenziente. I giudici avevano accolto quest’ultima versione.

Dopo le proteste, il governo aveva dunque proposto delle modifiche al codice penale del paese per limitare l’interpretazione da parte dei giudici, e stabilire che la mancanza di consenso esplicito della vittima era elemento fondamentale per il riconoscimento dei crimini sessuali: queste modifiche non si sono ancora tradotte in legge. Attualmente in Spagna (così come in Italia) si può perciò parlare di modello giuridico vincolato: non si attribuisce in modo esplicito al consenso un ruolo centrale, ma ci si basa sul fatto che le aggressioni sessuali, per essere perseguite e punite, debbano avere certe caratteristiche, cioè attuate con violenza, minaccia, costrizione. Il problema principale di questo modello, come ha dimostrato la sentenza di Pamplona, è che alcune aggressioni sessuali non sono ritenute tali.