Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 10 Luglio 2022

Polvere di stelle

L’editore GEDI ha annunciato questa settimana – con diverse pagine dedicate sui propri quotidiani Repubblica Stampa – l’acquisto del 30% di una società che si chiama Stardust, con la prospettiva di acquisirla interamente nei prossimi anni. Stardust si occupa di costruire e sfruttare il successo dei cosiddetti “influencer” e “creator” (il secondo termine è stato introdotto praticamente come sinonimo da qualche anno per attenuare l’accezione spesso negativa del primo e includervi attività di qualità maggiore), ovvero di chi ha saputo creare un grosso seguito personale sui social network e lo usa per un lavoro in parte di comunicazione su molti temi diversi (di solito molto egocentrico) e in parte di promozione commerciale di partner e sponsor, con ritorni economici che possono essere molto sostanziosi e interessanti. Le attenzioni verso questa forma di promozione e sui suoi risultati sono cresciute tantissimo da parte delle aziende, e questo è andato anche a scapito del business dei giornali, la cui capacità di essere strumenti pubblicitari efficaci è diventata meno competitiva: molti brand e prodotti preferiscono investire sugli influencer piuttosto che sugli spazi sui mezzi di informazione, e ne ottengono maggiori risultati (senza dover affrontare le peraltro fragili limitazioni etiche dei giornali rispetto alla commistione dei contenuti con la pubblicità).
Contemporaneamente, gli influencer sono i beneficiari delle maggiori attenzioni da parte dei lettori più giovani, della cui perdita irrecuperabile si lamentano da molti anni i giornali.
La scelta di GEDI prende atto di queste tendenze e invece di cercare di opporvicisi – ambizione in questo momento piuttosto disperata – prova ad adeguarsi al cambiamento. Con implicazioni e rischi rispetto alla perdita di priorità della mission principale di un’azienda giornalistica, ma forse con avvedutezza commerciale, come sostengono i molti articoli pubblicati da GEDI in questi giorni.

“I ragazzi, si sa, oggi stanno sui social, ma non sugli altri media. In Italia la Generazione Z e i Millennials trascorrono più o meno 3 ore al giorno sulle diverse piattaforme (Facebook e Instagram, con TikTok e Twitch in forte crescita), ma non frequentano siti o altre fonti di informazione tradizionali, meno che mai i giornali. Per costruire il suo futuro e avvicinare anche il target dei giovanissimi, che nessun gruppo editoriale tradizionale sta raggiungendo, Gedi stringe una partnership con Stardust, un innovativo media specializzato nella comunicazione sui social, acquistandone il 30% del capitale”.

“È un mestiere serio, che permette di fare soldi per davvero (tanti, e anche in Italia) e per cui si può essere portati o avere un’inclinazione, ma che comunque va imparato, come qualsiasi mestiere. A scuola, anche. E se non in una scuola, in una casa che sembra una scuola. E la Stardust House, che prende il nome dall’omonima azienda di cui Gedi ha appena acquistato il 30%, è proprio questo: è una villa di 1500 metri quadrati con piscina, palestra e parco, aperta il 4 luglio del 2020 a Briosco, in provincia di Monza, che appunto funziona come una specie di scuola da influencer. Semplificando, è quella che si definisce content house, cioè è una casa in cui le persone si ritrovano per creare contenuti ma anche per imparare, una specie di via di mezzo fra Amici (per la parte dell’apprendimento) e il Grande Fratello (perché quello che succede all’interno si vede all’esterno)”.


domenica 10 Luglio 2022

Charlie, ci occuperemo d’altro

Il maggiore editore italiano di news (sotto forma di giornali, siti, radio) ha annunciato con grande enfasi e investimento di promozione di essere entrato nel business degli “influencer”, come spieghiamo meglio qui sotto. Lo sviluppo non stupisce più di tanto: da quando è stata acquisita da una nuova proprietà l’azienda sta mostrando sia attenzioni molto maggiori verso le potenziali dinamiche commerciali, sia investimenti ed esperimenti in questo senso che sembrano più interessati al “contemporaneo” che ai risultati dei propri giornali. La questione che si pone è in che relazione entrino il “contemporaneo” e il “commerciale” con le priorità etiche tradizionali e tuttora valide dei progetti di informazione, la loro funzione per le democrazie eccetera: e trattandosi del maggiore editore italiano di news e non di un caso minore e laterale, è una questione che in prospettiva interessa tutti i progetti di informazione. Ha lucidamente notato Riccardo Luna sulla Stampa (che ha ospitato , e va a onore di entrambi, un commento meno entusiasta sul “fenomeno” da parte del responsabile dell’informazione sul digitale del gruppo, accanto alle molte promozioni dell’operazione di acquisizione): “L’operazione con la quale Gedi, uno dei principali editori italiani, ha comprato il 30 per cento di StarDust, segnala il trionfo degli influencer. O dei creator, come si chiamano adesso. Una nuova forma di economia per la quale chiunque in grado di fare un video di successo viene ingaggiato dalle aziende per valorizzare i propri prodotti. […] Va notato che i creator teoricamente c’erano già al tempo dei blog, ma erano un fenomeno di nicchia, elitario: devi saper scrivere piuttosto bene per fare un blog, e devi voler leggere per diventare un follower. Con i creatori attuali invece ti basta guardare un video dopo l’altro. È il trionfo del telegenico”.
Ed è lo stesso editore a raccontare altrove che gli influencer non sono considerati uno strumento e un investimento per la promozione del giornalismo del gruppo: “Non è prevista alcuna integrazione operativa: Stardust continuerà a operare in autonomia, seguendo il suo piano di crescita”. Tutto molto interessante per chi è curioso del cambiamento e dell’innovazione: ma per le priorità e la centralità del giornalismo si prospetta una specie di resa.

Fine di questo prologo.


domenica 3 Luglio 2022

Avviso estivo

Promemoria: Charlie andrà in vacanza dalla fine di luglio e per tutto agosto, anche per fare un po’ di programmi e bilanci dopo due anni. L’ultima newsletter sarà quella del 17 luglio.


domenica 3 Luglio 2022

Angolino litigioso

Giovedì la competizione tra i quotidiani italiani di destra – inacidita dai successi di quello che era il più piccolo e ora è il più venduto, la Verità – è arrivata sulla prima pagina di Libero , con un commento piuttosto completo e spietato sulla linea editoriale della Verità stessa.
Ancora giovedì, Linus – direttore di Radio Deejay, di proprietà del gruppo GEDI, che spesso ne promuove risultati e progetti sui suoi quotidiani – ha invece criticato il quotidiano concorrente del gruppo, il Corriere della Sera , per le poche attenzioni ai successi degli eventi di Radio Deejay. Tema interessante in tempi in cui i quotidiani fanno un grande lavoro di autopromozione aziendalista, che crea in effetti sproporzioni di obiettività nell’informare i lettori su quello che fa chi è giudicato “concorrenza”: una sorta di “filter bubble” commerciale che avvolge i lettori di ciascun quotidiano.


domenica 3 Luglio 2022

Mosso il Tirreno

Il quotidiano livornese il Tirreno continua ad avere agitazioni tra la redazione e la direzione e la proprietà, anche dopo il cambio di direttore lo scorso novembre. L’ultima ragione di insoddisfazioni era stata la creazione di una nuova redazione ed edizione fiorentina, per andare a occupare uno spazio nel capoluogo della regione dove la nuova proprietà (non più così nuova, avendo comprato il Tirreno dall’editore GEDI ormai da due anni) vuole contare di più e costruire relazioni. Adesso le questioni che parte della redazione ritiene più importanti e delicate sono tornate a far litigare e venerdì il giornale non è uscito (e il sito non è stato aggiornato) per sciopero: sciopero che forse ai lettori avrebbe potuto essere spiegato in più di una riga sul sito .


domenica 3 Luglio 2022

Buzzfeed tossico

Le cose non stanno migliorando a Buzzfeed , il grande sito americano che era stato uno dei più vistosi successi tra i progetti di nuova informazione online attraverso una convivenza di contenuti “virali” con un progetto di news più tradizionale e qualificato. Quest’ultimo è stato molto ridimensionato , mentre il primo non beneficia più dei grandi ricavi pubblicitari di un tempo: l’ultima ardita iniziativa di cambiamento è stata una quotazione in borsa che continua ad andare male , e in più ha creato grandi irritazioni tra i dipendenti per le ineguaglianze con cui la quotazione è stata gestita. C’è un lungo articolo sul sito del New York magazine: c’è uno scambio di accuse e denunce tra dipendenti e azienda, coi primi che sostengono di essere stati discriminati nelle opportunità date dalla quotazione: “c’è una situazione che potrebbe essere la più tossica tra tutti i media digitali”, dice l’autrice dell’articolo.


domenica 3 Luglio 2022

«Chi ti manda?»

Il Post ha pubblicato un podcast – La bomba – che cerca di raccontare come mai l’Italia sia il paese in cui ci sono state meno indagini, sia giudiziarie che giornalistiche, sui casi di pedofilia e molestie da parte di rappresentanti della Chiesa cattolica: la storia riguarda molto l’informazione italiana, e vi consigliamo innanzitutto le riflessioni sugli approcci del giornalismo italiano di Rachel Donadio, ex corrispondente a Roma del New York Times , nella prima puntata del podcast ( al minuto 27 ).
“Una stampa in cui l’idea è che se tu fai un pezzo che è critico di qualcuno, c’è sempre la domanda «ma chi ti manda? chi è dietro chi? quale imprenditore vuole attaccare un altro?»”.
Altre cose interessanti sui temi di cui si occupa Charlie – quali siano i meccanismi e le scelte nell’agenda dei giornali italiani – le dice il direttore di Domani Stefano Feltri nella sesta puntata ( al minuto 21 ).


domenica 3 Luglio 2022

Piano piano, l’Espresso

Il passaggio del settimanale l’Espresso alla nuova proprietà e a una sua probabile nuova identità sta avendo tempi comprensibilmente più lenti e tappe successive rispetto all’improvviso annuncio della sua cessione da parte dello storico editore GEDI lo scorso marzo. Questa settimana il nuovo editore ha diffuso un comunicato molto enfatico e motivante in cui le informazioni meno generiche sono: il prezzo di 4,5 milioni per la vendita; la conferma del direttore Lirio Abbate, delle redazioni di Milano e Roma, dei collaboratori e dei dipendenti; il mantenimento dell’abbinamento in edicola con Repubblica ; la creazione di una radio e di una tv dell’ Espresso.


domenica 3 Luglio 2022

Substack un po’ meno

È un periodo in cui sembrano rallentare, ridimensionarsi o addirittura invertirsi le attenzioni – spesso in effetti eccessive – rispetto a questa o quella “next big thing” che per periodi diversi e in misure diverse è sembrato dovesse cambiare il mondo: in misure diverse cose diverse come Clubhouse, gli NFT, i bitcoin e persino il metaverso, stanno attraversando periodi di scetticismi o svalutazioni, e in alcuni casi le crisi sono concrete mentre in altri sono spinte anche dalle cicliche curve dello hype e delle necessità mediatiche e umane di comunicare novità. Quindi prendetela con cautela che nel calderone da qualche tempo ci sia anche Substack, il servizio di gestione di newsletter a pagamento che ha guadagnato grandi interessi, grandi investimenti e grandi partecipazioni negli ultimi due anni, e a cui è stato attribuito un grande ruolo nella prospettiva di nuove forme individuali di informazione.
Ora la cosa sta un po’ passando – che spesso significa solo una normalizzazione – ma non in modi indolori: questa settimana Substack ha licenziato 13 persone su 90, ma come spiega il New York Times questo non racconta solo un problema di Substack quanto un problema di investimenti nelle startup e nei progetti ancora in cerca di un modello di business: investimenti che in questo periodo incerto si stanno molto ritirando.


domenica 3 Luglio 2022

La percezione di un effettivo aumento

Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di primo grado che un mese fa aveva condannato a due anni e mezzo l’ex direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano (ora direttore del Quotidiano del Sud ) per aver creato un sistema di falsificazione del numero delle copie vendute dal suo giornale.

“[Napoletano] insisteva costantemente con i propri collaboratori perché questi fornissero dati diffusionali e relativi ricavi in modo da ingenerare la percezione di un effettivo aumento delle copie digitali e, in generale, un’adeguata capacità di far fronte alle difficoltà del settore”.


domenica 3 Luglio 2022

Ve lo foro, ‘sto Twitter

Anche il Washington Post ha diffuso delle “linee guida” sull’uso dei social network da parte dei suoi giornalisti, dopo i guai e i litigi di un mese fa : sono meno repressive di quelle del New York Times , ma come dice il sito Daily Beast che le ha pubblicate , dicono “pensateci due volte, prima” e “non dite cose che nuocciano al giornale”.


domenica 3 Luglio 2022

La nuova vita dello HuffPost italiano

Il direttore dello HuffPost italiano, Mattia Feltri, ha raccontato al sito specializzato Prima Comunicazione alcuni dei risultati del programma di abbonamenti introdotto all’inizio dell’anno, per mettere il sito al passo con quello che da alcuni anni è il modello di ricavo e sostenibilità più promettente tra i siti di news. Lo HuffPost italiano, ricordiamo, è stato interamente ceduto dalla proprietà americana – che dall’anno scorso è Buzzfeed – all’editore GEDI con cui era stato creato nel 2012.
Feltri ha detto di essere soddisfatto dei numeri finora, che gli abbonati sono più di 5mila e che questo obiettivo se lo era dato per la fine dell’anno. L’80% si è abbonato per un anno o due (pagando rispettivamente 50 e 70 euro), mentre il 20% ha scelto la prova di tre mesi per 10 euro e 50. L’introduzione di un paywall e di limitazioni alla lettura per i non abbonati ha diminuito le visite del 40%. E a settembre anche lo HuffPost avrà un proprio festival, a Viterbo.


domenica 3 Luglio 2022

Di cosa stiamo parlando

Su Charlie ci riferiamo continuamente, inevitabilmente, alla crisi di diffusione dei quotidiani di carta, e forniamo spesso confronti relativi agli ultimi anni o ad alcuni anni fa, quando la crisi era già comunque iniziata da un pezzo; e alludiamo più genericamente a periodi pre-digitali di condizioni radicalmente diverse. Ma è utile capire una volta di quali numeri fosse fatta questa diversità e che dimensioni abbia davvero questo declino. Questi sono i dati di diffusione dei maggiori quotidiani ad aprile 2000, confrontati con gli ultimi dati disponibili, quelli di aprile 2022. Nella terza colonna si vedono le perdite di copie in percentuale; nella quinta le stesse perdite sono attenuate prendendo in considerazione anche le copie digitali (che nel 2000 erano di fatto inesistenti e non conteggiate).

Le copie dei quotidiani di carta nel 2000 erano tra cinque e nove volte maggiori di quello che sono oggi. Se si pensa che i numeri straordinariamente più esigui di oggi garantiscono tuttora agli stessi quotidiani i ricavi pubblicitari e di vendita maggiori (rispetto a quelli che ottengono dal digitale), ci si fa un’idea sia di quale dovesse essere la loro ricchezza ventidue anni fa, sia di quanto siano limitate e faticose le prospettive di ricavo del digitale. Quanto alle singole testate ( qui potete vedere i dati anche delle successive posizioni nella lista dei più venduti nel 2000) si vedono:
– l’ormai noto scollamento nella competizione tra Corriere della Sera Repubblica , con la seconda che ha avuto perdite assai maggiori e oggi dichiara poco più della metà delle copie del concorrente;
– la “tenuta” di Avvenire che continua a garantirsi un grande numero di copie distribuite attraverso le reti ecclesiastiche, in cospicua parte gratuite o pagate appunto dalle parrocchie;
– i cali maggiori di tutti per il Giornale , il Sole 24 Ore ItaliaOggi ;
– gli “apprezzabili” risultati di alcuni quotidiani locali che hanno perso soltanto la metà delle copie.

 

 

 


domenica 3 Luglio 2022

La carta a chi vuole la carta

Questa settimana i siti internazionali che studiano gli sviluppi e i cambiamenti nei progetti di informazione hanno citato diverse nuove ricerche e dati sui declini e sulle chiusure dei quotidiani di carta americani: una storia che prosegue da tempo, ma in cui i numeri sono sempre impressionanti (vedi anche sotto, per quel che riguarda il meno drammatico contesto italiano dove finora hanno chiuso in pochi). Tra i molti dati , ha generato attenzioni e commenti il risultato positivo del quotidiano di una città della Florida, il Daily Sun dei Villages, che vende tuttora 55mila copie cartacee in una comunità di circa 120mila persone: perché in effetti i Villages non sono una città, ma una di quelle estese “comunità urbane” costruite per accogliere pensionati benestanti, e che sono diventate un modello diffuso soprattutto in Florida ormai da diversi decenni. Insomma, il Daily Sun – che nell’ultimo anno ha persino aumentato le proprie vendite, unico tra i 25 quotidiani a maggiore diffusione – vende più o meno quanto i più importanti quotidiani di città come Denver, Buffalo o St. Louis, che hanno un bacino potenziale di diverse centinaia di migliaia di lettori.

Il dato – singolare, certo – suggerisce di guardare da un altro punto di vista la famigerata scena dei giornali di carta agonizzanti intorno ai loro sempre più rari lettori anziani, e di considerare i lettori “anziani” un capitale prezioso, un bicchiere mezzo pieno: non solo un disperato e perdente modo di sopravvivere un giorno di più, con cui quei lettori vengono trattati e vissuti da diversi giornali. I lettori anziani sono tanti, la loro rilevanza culturale e sociale cresce proprio in conseguenza di questo squilibrio demografico, vivono molto più a lungo, in molti hanno disponibilità di spesa e hanno abitudine a considerare normale la spesa per i giornali di carta. Non saranno probabilmente loro il futuro del giornalismo , ma possono essere il futuro di singolari e dedicati progetti cartacei che siano innovativi e contemporanei (ormai ci sono sessantenni che hanno vissuto la nascita dei tempi digitali) e si facciano una ragione di quali siano i loro potenziali bacini di lettori interessati a informarsi, senza considerarli solo come macchiette di nonnetti parcheggiati davanti alla tv (cosa che fanno già con discreti risultati alcuni periodici e alcune pagine di quotidiani) e senza vagheggiare inafferrabili lettori giovani.

Fine di questo prologo.


domenica 26 Giugno 2022

Preavviso estivo

Cominciamo ad avvertire: Charlie andrà in vacanza dalla fine di luglio e per tutto agosto, anche per fare un po’ di programmi e bilanci dopo due anni. L’ultima newsletter sarà quella del 17 luglio.


domenica 26 Giugno 2022

Pesaro 2022

Il Post ha tenuto a Pesaro la quinta edizione (la seconda a Pesaro) del suo evento di incontri con i lettori e gli abbonati che ha chiamato Talk, con grande partecipazione e soddisfazioni: e con la rinnovata convinzione che Talk – oltre alle gratificazioni, emozioni, e discussioni interessanti che produce – sia un proficuo modo di rafforzare la relazione con gli abbonati. Qui ci sono un po’ di foto, a settembre ci sarà la sesta edizione a Faenza, e intanto stiamo facendo progetti con altre città.


domenica 26 Giugno 2022

Il Fatto si appella ai lettori

Il Fatto sta proseguendo la sua campagna di mobilitazione dei propri lettori frequenti e occasionali per ottenere da loro un sostegno economico maggiore che attenui il calo di diffusione degli ultimi mesi e i problemi legati ai costi di produzione e distribuzione dell’edizione cartacea. Venerdì le ha dedicato anche l’editoriale del direttore che ha ammesso che “qualche lettore è rimasto disorientato” dalle posizioni del giornale sull’invasione russa dell’Ucraina e dalle accuse che ha ricevuto: “ci appelliamo alla nostra comunità di lettori perché ci sostenga con l’abbonamento o con l’acquisto quotidiano”.


domenica 26 Giugno 2022

In Romagna

Nel contesto di una serie di sbrigative cessioni e cambi di direzione dei quotidiani locali dell’editore GEDI, un anno fa era stato particolarmente spiacevole l’esonero del direttore della Gazzetta di Mantova Paolo Boldrini. Ora Boldrini, che nel frattempo era caporedattore al Tirreno a Livorno, è stato scelto per dirigere il Corriere Romagna , quotidiano tra i maggiori destinatari dei contributi pubblici per l’editoria.


domenica 26 Giugno 2022

I vivaci anni del New European

Il New European è un settimanale britannico che aveva fatto notizia al tempo della sua nascita nel 2016 perché fu un esperimento e un tentativo di aggregare la resistenza critica contro Brexit all’indomani del referendum che fece uscire il Regno Unito dall’Unione Europea: tentativo in buona parte fruttuoso, perché il giornale ottenne estesi consensi e vendite ed è riuscito – caso raro tra i nuovi progetti giornalistici cartacei – a stare in piedi finora. Oggi è di proprietà di un largo gruppo di soci che comprende l’ex CEO del New York Times e l’ex direttore del Financial Times , insieme ad Alastair Campbell (direttore responsabile ed ex portavoce di Tony Blair), riuniti un anno fa dal fondatore Matt Kelly – che ha la quota maggiore, del 40% – per acquistarlo dall’editore originale. Negli ultimi due anni ha fatto nuovi investimenti sul digitale ed è andato sotto di 150mila sterline nel 2021 – con una diffusione comunicata di circa 20mila copie – ma dovrebbe essere in pareggio nel 2022, dice Kelly.

Questa settimana il New European – che non raccoglie pubblicità – ha iniziato a vendere ai lettori quote della società, dandosi l’obiettivo di raccogliere almeno mezzo milione di sterline, obiettivo superato dopo due giorni. I soldi raccolti, ha spiegato Kelly, servono soprattutto a una campagna di comunicazione: “il New European è molto amato dai suoi lettori, ma poco conosciuto dagli altri”.


domenica 26 Giugno 2022

Ancora da Genova

Il sito Professione Reporter ha raccontato le nuove proteste dei giornalisti del Secolo XIX – storico quotidiano genovese e ligure pubblicato dall’editore GEDI – rispetto alle riduzioni di risorse e alle vaghe prospettive del giornale, di cui avevamo già scritto la settimana scorsa.
” Ciò che preoccupa la redazione, infatti, è che con l’offerta promozionale di 1 euro al mese per i primi tre mesi e poi 3,99, si dovrebbero fare almeno 200-300 mila abbonamenti per coprire le perdite dell’edizione di carta. “Quanti anni ci vorranno per raggiungere quel traguardo?”, è l’interrogativo che si pone oggi la redazione del Secolo XIX”.


domenica 26 Giugno 2022

Nel lungo periodo

Sul NiemanLab – sito di informazione sull’innovazione nei media che discende da un’istituzione dedicata e che citiamo spesso su Charlie – uno dei responsabili Joshua Benton ha descritto e provato a spiegare una creativa offerta di abbonamento che il Washington Post ha proposto nei giorni scorsi (tra le molte creative offerte di abbonamento che in questi tempi stanno sperimentando i giornali digitali di mezzo mondo): 50 anni a 50 dollari all’anno, senza aumenti, annullabile quando si vuole. Intutivamente può non sembrare un’idea proficua per il giornale: un prezzo bloccato e tutto sommato moderato per mezzo secolo è probabilmente meno di quanto costerà un abbonamento – se esisteranno ancora gli abbonamenti – già tra dieci anni.
Ma, spiega Benton, la proposta ha altri obiettivi: comunicare il Washington Post come un’istituzione solida che sarà ancora qui nel 2072 e che è qui da un pezzo, a differenza della maggioranza dei maggiori siti di news; comunicare anche la stabilità della sua proprietà e la sua coerenza, in tempi in cui brand famosi cambiano editore e indirizzi con una certa frequenza; limitare la quota di cancellazioni (il “churn”, il problema maggiore dei giornali con gli abbonamenti digitali) con un’offerta economica conveniente e che non suona saggio abbandonare.
(l’offerta è terminata dopo pochi giorni)


domenica 26 Giugno 2022

L’Espresso via da GEDI a luglio

Il settimanale L’Espresso , di cui tre mesi fa era stata decisa la vendita da parte dell’editore GEDI, concluderà il passaggio al nuovo editore all’inizio di luglio. Lo ha scritto il comitato di redazione in un comunicato riportato dal sito Prima Comunicazione .
” La direzione generale di Gedi ha appena informato il cdr della definizione delle date del passaggio di proprietà. Essendo arrivata la nota “golden power”, il 27 giugno verrà firmato il rogito per il passaggio a Espresso Media, che però avrà validità dal primo luglio. Quindi dal primo luglio non saremo più in Gedi.

Da un punto di vista logistico, la sede della redazione milanese cambia il primo luglio. La redazione romana invece può restare ancora in via Cristoforo Colombo fino al momento dell’effettivo trasloco che la nuova proprietà conta di completare entro luglio. (Le due proprietà hanno trovato accordo affinché possiamo restare nel palazzo fino al 31 luglio, ma il trasloco dovrebbe comportarsi prima di questa data)”


domenica 26 Giugno 2022

Progetti e bilanci di Citynews

Su Citynews , il network di siti di informazione locale che da diversi anni è un caso interessante di stabilità economica nelle aziende giornalistiche italiane e di cui Charlie ha parlato in altre occasioni, ha pubblicato un articolo il Post , raccontando anche i suoi progetti e le sue necessità recenti.

“Luca Lani, amministratore delegato e fondatore con Fernando Diana di Citynews, spiega: «Le entrate del nostro gruppo si basano al 95 per cento sugli introiti pubblicitari, e quindi in questi dodici anni ci hanno guidato logiche di pagine viste e volumi di traffico. La ricerca dei numeri è stata sempre poco compatibile con lo ‘slow journalism’, ma ora che abbiamo raggiunto una certa stabilità economica sentiamo di dover rispondere anche a un’esigenza di maggiore profondità e contesto per i nostri lettori, anche per uscire dalla nostra bolla, scoperchiare e spiegare fenomeni di cui altrimenti non parleremmo».
La nascita di “Dossier” ha anche un fattore commerciale: permetterà a Citynews di esplorare una nuova possibile fonte di ricavo, quella degli abbonamenti a pagamento per lettori più affezionati ed esigenti: sondaggi effettuati fra gli utenti (4000 risposte) hanno rivelato, racconta Lani, che esiste una crescente disponibilità a pagare per informazione online e che temi legati ad ambiente, salute e lavoro nelle grandi città possono essere fra i principali “motivi d’acquisto””.


domenica 26 Giugno 2022

Està operativo

Google News è tornato attivo in Spagna questa settimana, dopo otto anni che no.

“Sette anni fa Google News aveva sospeso il suo servizio in Spagna, dopo che il parlamento spagnolo aveva approvato una legge sul copyright che tra le altre cose prevedeva il pagamento del diritto d’autore ai giornali da parte dei motori di ricerca che mostravano anteprime dei loro articoli. Google aveva duramente criticato l’approvazione della legge reagendo con una scelta che allora era stata segnalata come esemplare di cosa sarebbe successo in tutto il mondo se gli editori avessero insistito a pretendere retribuzioni per l’aggregazione e la promozione delle loro notizie.
Le cose però nel frattempo sono cambiate, e gli editori hanno ottenuto protezioni politiche sufficienti a rendere il loro fronte molto più potente nei confronti di Google: che è scesa a patti e anzi ha rilanciato in molti paesi, proponendo proprie condizioni che non la costringessero a regole più stringenti. La stessa cosa è avvenuta anche in Spagna, dove quindi in base ai nuovi accordi Google News tornerà a funzionare “.
(da Charlie, 7 novembre 2021)


domenica 26 Giugno 2022

Pezza peggio del buco

La storia “di giornali” che ha avuto maggiori attenzioni internazionali questa settimana riguarda il Times , quotidiano di Londra la cui diffusione non è più misurata ufficialmente, ma fino a due anni fa era ancora quello con i numeri maggiori tra i quotidiani britannici “seri” (il Telegraph , il Guardian , il Financial Times , i principali).
La storia è questa: sabato 18 il Times ha pubblicato a pagina 5 un articolo di un suo noto giornalista in cui si raccontava che quando l’attuale primo ministro Boris Johnson era ministro degli Esteri nel 2018, cercò di fare assumere al ministero la donna per cui avrebbe di lì a poco lasciato sua moglie, quando fu rivelata la loro relazione, e che avrebbe poi sposato. Notizia sicuramente scandalosa e disdicevole, ma al tempo stesso diluita dentro la gran mole di notizie disdicevoli che i lettori britannici hanno letto in questi anni su Boris Johnson.
Il tratto ulteriormente anomalo della storia, infatti, non è il suo contenuto, ma il fatto che l’articolo sia stato pubblicato solo nelle primissime edizioni del Times di quel giorno, e rimosso dalle successive, e mai pubblicato online. La cosa è stata ovviamente notata e ha attirato ancora maggiori attenzioni, e per diversi giorni gli altri giornali e i lettori del Times si sono chiesti le ragioni dell’autocensura, senza ottenere risposte dal Times : si è saputo però che dagli uffici di Johnson ci sono stati dei contatti col giornale, e i commentatori sono divisi tra chi ritiene che ci siano state pressioni indebite a cui il Times ha ceduto e chi suggerisce che la notizia potesse avere delle fragilità e dei rischi legali che hanno convinto il giornale a ritirare la mano.


domenica 26 Giugno 2022

Chora e Will

Chora Media è una società di produzione di podcast italiana, nata due anni fa da un gruppo di soci tra cui Mario Calabresi, giornalista ed ex direttore dei quotidiani Repubblica Stampa , e che in poco tempo è diventata tra i maggiori protagonisti del vivace contesto dei podcast italiani, con molte produzioni diverse, e alcune di rilevante successo. Il suo modello di business, come in generale quello dei podcast , è ancora da stabilizzare, ma ha avuto grossi investimenti e sta facendo esperimenti e partnership.
Questa settimana il Corriere della Sera ha annunciato per primo che si sono infine concluse le trattative di cui si parlava da qualche mese, con le quali Chora ha comprato Will , un altro attivo protagonista delle sperimentazioni in nuovi formati di informazione e contenuti editoriali: Will produce e diffonde le sue cose su Instagram ma anche attraverso dei podcast, e ha aggregato grandi numeri di follower e cospicue attenzioni soprattutto tra i giovani, che sono il terreno su cui si muovono con più difficoltà le testate tradizionali.


domenica 26 Giugno 2022

Il semaforo di cui si diceva

Il New York Times ha raccolto un po’ di aggiornamenti sul nuovo progetto giornalistico americano più annunciato e che ha generato più curiosità nel mondo dei media americani: quello che si chiamerà Semafor ed è stato creato da Ben Smith e Justin Smith: il primo è un noto e temuto giornalista esperto di media con ricche e varie esperienze di cui l’ultima al New York Times ; il secondo già a capo dell’azienda di informazione Bloomberg.
I due hanno raccolto 25 milioni di dollari da alcuni ricchi finanziatori – annunciando di non prevedere sostenibilità economiche a breve – e cominceranno ad autunno con 30 giornalisti a Londra, New York e Washington, e in una città mediorientale o africana. Ci sarà una forma di abbonamento, ma non da subito. Gli articoli di commento e opinione saranno ben distinti, ai nomi degli autori sarà data evidenza simile ai titoli degli articoli, e ai giornalisti sarà permesso un uso libero dei loro account sui social network (tema di grande attualità nei giornali).


domenica 26 Giugno 2022

La grana Google Analytics

Google Analytics è il servizio di Google che da molti anni offre gratuitamente a chiunque abbia un sito web di qualunque dimensione la possibilità di avere – in parte in tempo reale – dati e informazioni sul traffico e le visite sul sito stesso. È un servizio usatissimo, proprio per la sua efficienza gratuita (esistono poi servizi più complessi a pagamento), con cui negli anni si sono messi in concorrenza prodotti costosi più articolati e profilati per le esigenze più complesse di aziende e progetti, e per esempio molte grandi aziende giornalistiche ormai si servono di questi ultimi, ma Analytics è ancora molto usato in tantissimi progetti di news.
Giovedì è stata resa nota una decisione del garante per la privacy italiano che mette in discussione l’uso di Analytics in Italia, anche se i suoi sviluppi sono tutti da capire: il garante ha sancito che nel caso del sito Caffeina – che era finito sotto il suo esame – l’uso di Analytics è illecito secondo le regole del cosiddetto GDPR, perché i dati degli utenti del sito vengono elaborati da Analytics sui server americani di Google, dove le norme sulla privacy sono meno stringenti. Lo spiega meglio l’articolo del Post .

“Alcuni di questi dati, come l’indirizzo IP, sono considerati informazioni personali e non possono quindi essere trasferiti dall’Unione Europea agli Stati Uniti. Nel 2020, la Corte di giustizia dell’Unione Europea aveva già definito gli Stati Uniti come un punto di arrivo non sicuro per i dati, segnalando che le aziende che li esportano e importano avrebbero dovuto adottare sistemi tecnologici e altre soluzioni per tutelare la privacy degli utenti. Il problema è che alcuni servizi, come quelli offerti da GA, difficilmente possono essere modificati per soddisfare quelle richieste”.

 


domenica 26 Giugno 2022

Che fare con TikTok

I giornali e i siti di news in tutto il mondo si stanno domandando da tempo cosa fare con TikTok: le considerazioni sono molte, ma riducendole in sintesi si tratta di capire come beneficiare di uno dei canali di distribuzione di contenuti di maggior successo nel mondo, e in crescita (al contrario del maggiore di tutti, Facebook), malgrado questo non sia pensato né usato quasi mai per la fruizione delle news, e non permetta di monetizzare la diffusione delle news. Il sito britannico che si occupa di innovazione nel giornalismo PressGazette ha riassunto la questione, e dato un po’ di numeri sulle presenze delle testate maggiori su TikTok: ad avere pubblici maggiori sono alcune reti televisive, per maggiore disponibilità di contenuti video, mentre si nota il lavoro intenso e precoce che tra le testate cartacee tradizionali ha fatto il Washington Post (il New York Times , viceversa, non usa TikTok).
L’articolo di PressGazette racconta due cose interessanti, tra le altre: che l’aggressione russa contro l’Ucraina ha creato un piccolo ma rilevante salto di attenzione sulle news anche su TikTok, e qualcosa di quella nuova presenza è rimasto, per le testate giornalistiche; e che più che i contenuti video traslati dai loro mezzi abituali (tv, YouTube) nei loro formati abituali, funzionano le mediazioni in cui – grazie anche all’aumento della durata massima dei video – le cose vengono raccontate, spiegate e riconfezionate, e la confezione si mimetizza di più con gli altri contenuti di TikTok: la riconoscibilità delle news insomma non le aiuta.

In questo senso, è interessante – ma forse spericolato – il nuovo esperimento del Los Angeles Times di creare un team di produttori di contenuti dedicati all’ engagement negli spazi social svincolato dalle priorità giornalistiche: un’evoluzione di un esistente progetto di creazione di “meme” che si chiamerà 404 e sarà distinto dal lavoro del giornale.
“Il 404 è sostanzialmente un team di innovazione incaricato di inventare continuamente nuovi generi di contenuti sperimentali. Il che significa che ci aspettiamo fallimenti e ci aspettiamo di essere sorpresi dai successi. Ci dedicheremo a ogni lancio, a ogni meme, a ogni TikTok con la speranza di imparare qualcosa. Significa anche che il lavoro del team non si allineerà sempre con i temi e le priorità del Los Angeles Times, e questo è un bene!”

Resta la questione di come si legittimi economicamente la presenza dei giornali su TikTok, che non conosce esperimenti: e al momento è trattata come un investimento di marketing del brand e della sua visibilità presso pubblici nuovi e giovani, oppure come una speranza su scelte future della piattaforma.


domenica 26 Giugno 2022

Charlie

Una pagina di un grande quotidiano italiano questa settimana era dedicata a un sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani, ma lo spazio maggiore e la titolazione riguardavano le risposte che gli intervistati avevano dato a una serie di richieste di previsioni politiche: “lei crede che l’uscita di Di Maio rappresenterà per il Movimento 5 Stelle… [il colpo di grazia, un incidente di percorso, una scossa]?”, “secondo lei quali conseguenze avrà questa scissione del Movimento 5 Stelle per il futuro del governo Draghi?”.

Se ci fermiamo a considerarle, queste sono le domande che di norma si fanno i lettori, e di cui cercano risposte sui giornali. È interessante e sintomatico che siano i giornali a chiedere le risposte ai lettori e che accolgano le loro opinioni (non su quello che i lettori sanno – il loro voto – ma su quello che possono immaginare senza particolari elementi) e ne facciano una notizia: tutto rischia di somigliare ancora a questa barzelletta . Ma soprattutto è sintomatico della sempre maggiore attitudine di molti giornali non solo a “dare ai lettori ciò che vogliono” – rinunciando alla propria responsabilità, già limitata dalla necessità di dare agli inserzionisti ciò che vogliono – ma anche a rendere sempre di più le persone ispiratrici e creatrici del dibattito: cosa che avviene per esempio con l’attingere sempre più frequente ai contenuti pubblicati sui social network, o col rendere significative esperienze normalissime (il mese scorso un quotidiano ha intervistato una persona nata il giorno in cui venne ucciso Giovanni Falcone: “Io, venuto al mondo mentre Falcone moriva”). Un po’ come è avvenuto con la moda, che ha appaltato alle “persone qualsiasi” la creatività e l’ha chiamata streetwear abdicando al proprio ruolo di guida e sapienza, l’informazione ospita sempre di più un circolo per cui le esperienze, emozioni e opinioni “normali” diventano protagoniste e tornano sotto forma di news ai loro ispiratori, che ne vengono informati, formati e a loro volta ispirati, in un doppio specchio che rischia di vedere diminuire molto le scelte diverse e le innovazioni culturali in genere. Il che non significa che non ci siano ancora momenti di leadership e innovazione culturale sui media, ma teniamo d’occhio quanto vengano rosicchiati.

Fine di questo prologo.


domenica 19 Giugno 2022

Buzzfeed news prova a ricostruire

Dopo una serie di ridimensionamenti delle sue ambizioni (con cui aveva vinto un premio Pulitzer), di insoddisfacenti risultati finanziari e di partenze di giornalisti importanti, il giornale online americano Buzzfeed News ha nominato una nuova direttrice, Karolina Waclawiak, che era già alla cultura del sito.


domenica 19 Giugno 2022

Eccetera

Linkiesta è un sito di news nato nel 2010 col sostegno di una estesa compagine di soci milanesi, che in dodici anni ha avuto periodi diversi e momenti di difficoltà economiche, ma che negli ultimi tre ha rimesso in ordine i suoi conti grazie a una serie di progetti collaterali che hanno completato i ricavi pubblicitari, di cui si era dimostrata l’inadeguatezza a sostenere il progetto da soli: il bilancio 2021 appena approvato è il primo in attivo della storia del sito. Il direttore Christian Rocca, forte soprattutto dell’esperienza precedente come direttore del magazine IL del Sole 24 Ore , ha introdotto – oltre a una formula di abbonamenti per ora marginale nelle economie del sito – un’attività di eventi pubblici e di pubblicazioni cartacee su cui ha saputo coinvolgere partner e aziende importanti, e due anni fa su Charlie avevamo raccontato i primi esperimenti sulle seconde. Gli esperimenti si sono susseguiti , e Linkiesta ha creato anche una propria casa editrice di libri, e dal prossimo venerdì pubblicherà una nuova rivista quadrimestrale di cultura e “lifestyle” intitolata Eccetera e diretta da Valentina Ardia, che al primo numero – al prezzo di 20 euro – ha già una quota promettente di inserzionisti pubblicitari.


domenica 19 Giugno 2022

Quel mare scuro

Il Secolo XIX è lo storico quotidiano di Genova, che in effetti nacque nel diciannovesimo secolo (però il giornale si chiama “Secolo decimonono”) e che nell’ultimo decennio è stato acquistato dal gruppo che possiede anche la Stampa ed è quindi poi confluito nella nuova società GEDI, insieme a Repubblica , a molte altre testate locali e altre proprietà editoriali. Negli ultimi dati di aprile ha dichiarato 26mila copie di diffusione con un calo del 14% rispetto a un anno fa, ed è il quarto quotidiano del gruppo, dopo Repubblica Stampa Messaggero Veneto (il quotidiano di Udine), e il nono tra tutti i quotidiani locali.
Dalla fusione in un’unica azienda con Repubblica Stampa , il Secolo XIX ha sofferto l’apparente mancanza di progetto lungimirante e unitario quanto le due testate maggiori ( sono tre degli otto quotidiani ad avere perso più copie in un anno, tra i primi venti per diffusione). E la redazione contesta da tempo una pretesa mancanza di visione e di risorse: lunedì ha pubblicato un comunicato rivolto ai lettori in cui dice che:

“i giornalisti del Secolo XIX sono in stato di agitazione dal 25 maggio scorso e hanno affidato al Comitato di redazione – con voto unanime da parte dell’assemblea – un pacchetto di due giorni di sciopero. Il motivo? I giornalisti, attraverso il Cdr, chiedono la sostituzione di colleghi usciti dall’azienda e non ancora sostituiti. Chiedono, inoltre, l’aumento dei compensi per corrispondenti e collaboratori i cui articoli sul web talora vengono pagati non più di 3 euro lordi ciascuno.
I giornalisti del 
Secolo XIX pretendono poi il rispetto del contratto e dell’orario di lavoro che viene quotidianamente e sistematicamente violato”.


domenica 19 Giugno 2022

Substack locale sì e no

Un anno fa Substack, la piattaforma di maggior successo per creare e commercializzare newsletter attraverso un abbonamento, annunciò i vincitori di “Substack Local”, un progetto di finanziamento da un milione di dollari per newsletter di informazione locale. I dodici vincitori rappresentavano contesti molto diversi e molto lontani: la metà dei nuovi progetti erano statunitensi, ma Substack ha finanziato anche giornalisti da Nigeria, Taiwan o Brasile. Iașul Nostru , di Alexandru Enășescu, è stato l’unico progetto europeo scelto: ha recentemente raccontato al sito britannico The Fix il bilancio di questo primo anno. Iașul Nostru è una newsletter di informazione locale sulla città di Iași (la seconda più grande della Romania) che si proponeva come strumento di servizio per i cittadini, evitando di dedicarsi eccessivamente a politica e cronaca nera. Ha ricevuto 100 mila euro per il primo anno, raccogliendo 1400 iscritti, di cui solo 80 paganti. Enășescu spiega che sarebbero necessari almeno un altro paio d’anni e una base di 5000 iscritti per rendere il tutto sostenibile, nonostante spese e dimensioni della redazione siano limitate. Alla chiusura del primo anno dovrà abbandonare il modello senza pubblicità (obbligato nel primo anno dalle regole del bando di Substack Local) per cercare sponsorizzazioni da imprese locali. Un bacino di potenziali utenti tutto sommato limitato e la barriera linguistica costituita dai menù della piattaforma in inglese (un problema per il pubblico over 50) sono alcuni degli ostacoli incontrati nello sviluppo del progetto. Altrove, a conferma che i modelli di business non sono immediatamente replicabili in realtà e contesti differenti, il finanziamento di un anno ha creato basi più solide di successo, come nel caso del Charlotte Ledger newsletter statunitense locale di taglio economico arrivata a 2100 utenti paganti e ricavi per 226mila dollari.


domenica 19 Giugno 2022

Due per uno

Abbiamo qualche arretrato particolare di convivenza disinvolta di contenuti pubblicitari e giornalistici sul Corriere della Sera , sempre per non dimenticarsi dei fattori che regolano le scelte di informazione dei maggiori quotidiani in tempi di grossa debolezza nei confronti degli inserzionisti: lo scorso 31 maggio il Corriere ospitava – accade spesso – una pagina pubblicitaria di ENI e nello stesso numero una pagina intera di intervista all’amministratore delegato di ENI (e una nuova inserzione di ENI il giorno dopo, dedicata a un evento a cui il Corriere ha dedicato di nuovo anche un ricco impegno redazionale).
Sempre lo stesso 31 maggio sul Corriere si succedevano a poca distanza un’intervista allo scrittore Paolo Cognetti con citazione del film tratto da un suo libro, e la pubblicità del film tratto dal suo libro.


domenica 19 Giugno 2022

Plagi e invenzioni

USA Today , il quotidiano americano che abbiamo citato spesso perché resta tra i più venduti ed è tra i pochi diffusi su scala nazionale, ha dovuto cancellare ben 23 articoli di una propria giornalista e ammettere che dopo un’indagine interna quegli articoli erano risultati citare fonti inventate o plagiate da altri articoli. La giornalista si è dimessa. L’indagine era iniziata dopo una segnalazione arrivata al giornale, di un’organizzazione che aveva negato di conoscere un suo presunto appartenente citato in un articolo.

Le questioni di plagio e invenzione hanno una storia ricca e drammatica nel giornalismo americano, assai più che da noi, per diverse ragioni. Una è che c’è un rigore molto maggiore e pochissima tolleranza, laddove in Italia in particolare quello che gli americani chiamerebbero “plagio” è praticato con grande frequenza, raccogliendo e usando con grande frequenza contenuti di altre testate o contenitori (alcuni giornali americani sono soliti citare anche la fonte delle notizie di agenzia, cosa che in Italia non avviene quasi mai). L’altra è che c’è un lavoro di reporting e indagine giornalistica originale, negli Stati Uniti, molto più frequente e impegnativo che qui: e quindi a quel lavoro si attribuisce un valore molto alto sia per la qualità dell’articolo sia per la necessità che venga citato quando è usato da altri articoli. Perciò ci sono diversi casi a questo proposito che sono nella storia del giornalismo americano, che sono stati raccontati, e che sono rimasti sulla coscienza delle testate coinvolte, laddove da noi circolano al massimo delle isolate accuse online senza seguito oppure delle chiacchiere interne tra le redazioni su episodi famigerati e taciuti di invenzione, o su discutibili abitudini di alcuni. Come sempre, è un problema più di cultura giornalistica, che di responsabilità dei singoli: nessuna testata italiana ha mai comunicato di avere scoperto casi di plagio o invenzione da parte di propri giornalisti.

Comunque, a proposito del caso di USA Today (che aveva già avuto un incidente simile con le parole crociate sei anni fa ), ha pubblicato delle interessanti riflessioni Kelly McBride, che si occupa di etica del giornalismo al Poynter Institute. La prima è che spesso una rivelazione di invenzioni (nella quasi totalità di casi si tratta di virgolettati e persone citate mai esistiti, o creati per adattarsi a citazioni prese da altri articoli) non è mai isolata, e che un giornalista che lo abbia fatto una volta lo avrà fatto anche altre. McBride ha poi elencato le procedure da mettere in atto da parte di una redazione in caso di segnalazioni e dubbi di questo genere:
– chiedere al giornalista se ha spiegazioni
– chiedere al giornalista “se studio e verifico i tuoi articoli posso trovare qualcosa che non va?”
– dedicarsi a controllare gli articoli del giornalista facendo ricerche su passaggi che possano apparire in altri articoli, o su fonti citate che non risultino esistere.

Un consiglio prezioso è quello di non trascurare il lavoro di “editing” degli articoli, e di non cedere alla consuetudine di questi tempi di pubblicare (soprattutto online) senza nessuna revisione o confronto  con l’autore da parte di chi coordina il suo lavoro: non solo perché si perde un’occasione di verifica o controllo su un articolo, ma anche perché l’assenza di quel confronto piuttosto che responsabilizzare l’autore può abituarlo all’idea di una minor rilevanza del suo lavoro e della sua accuratezza.


domenica 19 Giugno 2022

Cosa fare con i quotidiani in edicola

Il Fatto sta promuovendo un questionario presso i lettori per conoscere soprattutto le loro abitudini e disponibilità di acquisto del quotidiano in edicola, e ottenere informazioni utili a gestire il periodo molto “fluido” sulle vendite dei quotidiani di carta: i costi sono molto aumentati, le vendite sono diminuite e il Fatto in particolare dichiara da diversi mesi diffusioni digitali maggiori di quelle cartacee.
La questione è assai discussa in molte testate da qualche anno, da quando la sproporzione tra costi di stampa e distribuzione e ricavi dalle vendite ha iniziato a spingere diverse testate nazionali a non far arrivare più le copie in diverse regioni d’Italia: causando però così un’ulteriore diminuzione della propria capacità di promozione e presenza in quelle regioni, e anche della ricchezza dell’offerta di informazione.

Nell’ambito della stessa ricerca e sperimentazione il Fatto sta promuovendo una serie di abbonamenti scontati alle copie cartacee da ritirare in edicola, che prova a replicare quello che negli ultimi anni i quotidiani hanno fatto sul digitale: affidarsi alle garanzie di un rapporto di abbonamento piuttosto che alla incerta vendita di copie singole. L’esperimento del Fatto prevede tre “carnet” da 30, 60, e 90 copie, con un costo per copia rispettivamente di 1,20, 1,17 e 1,11 euro. Oggi il prezzo della copia cartacea singola è di 1,80 euro.


domenica 19 Giugno 2022

I quotidiani ad aprile

Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani ad aprile, li avevamo citati domenica scorsa e qui oggi facciamo le consuete considerazioni più approfondite e aggiornate. Ricordiamo che la “diffusione” è un dato (fornito dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.

Il totale di queste copie dà una cifra complessiva, che è quella usata nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il giornale specializzato Prima Comunicazione , e che trovate qui , da cui si vedono, rispetto al mese scorso, dei piccoli cali per tutte le testate maggiori con l’eccezione di Repubblica , per cui un esiguo guadagno di copie segnalate permette di tornare a dichiararne poche più del Sole 24 Ore , che invece ne ha perse. L’altra “storia” da segnalare, tra quelle che avevamo seguito di più, è il secondo mese di calo anche per la Verità , il giornale che è stato nell’ultimo anno il maggiore successo commerciale tra i quotidiani approfittando soprattutto delle sue posizioni critiche sui vaccini e sulle limitazioni per difendersi dalla pandemia: opportunità che dall’inizio dell’anno si sta comprensibilmente riducendo. Se guardiamo i più indicativi confronti con l’anno precedente, si notano il calo del 16% delle copie di Repubblica , quello del 10% della Stampa , quello del 12% del Fatto , quello del 18% del Giornale . A fronte di una rara crescita dell’1% del Corriere della Sera , che rimane di gran lunga al primo posto.

(trascuriamo le analisi sugli andamenti degli sportivi, che sono stati su un ottovolante in questi due anni, per via delle incertezze legate allo svolgimento delle competizioni, e da cui fin qui sembra riprendersi solo la Gazzetta dello Sport )

Come facciamo ogni mese, vale la pena considerare un altro dato più indicativo della generica “diffusione” che abbiamo descritto qui sopra: lo si ottiene sottraendo da questi numeri quelli delle copie gratuite o scontate oltre il 70% e quelle acquistate da “terzi”, per avere così un risultato relativo alla scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e pagare il giornale. Ottenendo quindi questi numeri (tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa):
Corriere della Sera 185.370 (-6%)
Repubblica 116.995 (-23%)
Stampa 83.608 (-10%)

Resto del Carlino 64.844 (-10%)
Sole 24 Ore 61.563 (-16%)
Messaggero 51.834 (-8%)
Fatto 44.458 (-17%)
Nazione 41.946 (-13%)
Gazzettino 37.586 (-9%)

Giornale 31.295 (-20%)
Verità 31.041 (+21%)
Rispetto al mese passato perdono più di tutti Corriere della Sera (3.800 copie), Stampa (1.300) e Verità (1.400).
Altri giornali nazionali:
Libero 19.184 (-15%)
Avvenire 17.144 (-6%)
Manifesto 13.108 (-10%)
ItaliaOggi 9.457 (-16%)

(il Foglio Domani non sono certificati da ADS).

Quanto invece alle altre copie comunicate dalle testate come “diffusione”, le cose notevoli – che spiegano le discrepanze tra i due conti – sono:
– Corriere Sole 24 Ore hanno una quota molto alta di copie digitali scontate oltre il 70% del prezzo: 47mila e 35mila, dietro di loro c’è Repubblica che ne ha 15mila.
– per il terzo mese Repubblica Fatto hanno dichiarato un calo anche delle copie digitali rispetto al precedente (nel caso di Repubblica con il prezioso travaso di una quota di abbonamenti scontatissimi verso quelli a sconti minori).
– il Manifesto rimane ottavo per copie digitali (ne indica più del Giornale e della Gazzetta dello Sport ), pur essendo 39mo nel totale, e si avvicina al settimo posto del Messaggero .
– Avvenire comunica ben 60mila copie “multiple pagate da terzi”, ma ne conta 5mila in meno – cartacee – rispetto al mese scorso.
– anche il Sole 24 Ore ne indica una quota eccezionale, 22mila, perdendone 4mila rispetto a marzo.
– delle 17mila copie dichiarate da ItaliaOggi , 4mila sono copie “promozionali e omaggio”, ovvero quasi un quarto, ma la quota si è ridotta negli ultimi due mesi.
– gli altri quotidiani che dichiarano più copie omaggio sono Avvenire (più di 20mila), Messaggero Gazzettino .
– i giornali che conteggiano oltre 5mila copie “digitali abbinate agli abbonamenti cartacei” (ovvero duplicate nel conteggio totale) sono Corriere della Sera (15.800), Sole 24 Ore (14.200) , Stampa Avvenire .

Avvenire, Manifesto, Libero ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti)


domenica 19 Giugno 2022

Un utile promemoria da chi sa di cosa parla

L’analisi del Reuters Institute è interessante anche per quel che non riguarda l’Italia, naturalmente. Per esempio indica quale sia la credibilità attribuita dai lettori britannici ai tabloid del loro paese, che spesso i maggiori quotidiani italiani utilizzano come fonti affidabili e senza nessuna verifica. Il Daily Mail , il più famoso e il più citato (che persino Wikipedia ha deciso qualche anno fa di dichiarare non utilizzabile come fonte) è ritenuto credibile da meno di una persona su quattro tra quelle intervistate. Il Sun da appena il 12%.


domenica 19 Giugno 2022

Una mappa di che aria tira nel mondo

Il Reuters Institute – che è un autorevole istituto di ricerca legato all’università di Oxford e sovvenzionato dal gruppo editoriale internazionale Thomson Reuters – ha pubblicato un suo ricco report annuale sullo stato del giornalismo digitale. Lo trovate qui e raccoglie molti dati e sondaggi sul tema e sulla percezione dei lettori (una piccola ma buona sintesi in italiano è stata fatta sulla newsletter Ellissi ). Tra le varie rilevazioni pubblicate negli spazi dedicati ai singoli paesi ( qui un riassunto delle cose italiane, con gentili parole per i risultati del Post ) ci sono le percentuali della fiducia dei lettori nei confronti di alcune delle testate di ciascun paese, scelte dall’istituto: accompagnate da una nota che spiega come “solo le testate qui sopra sono state incluse nell’indagine, che quindi non va considerata come una classifica di quelle ritenute più affidabili”, nota che alcune testate citate non hanno preso molto in considerazione.
Questa invece è la frequenza di uso di alcune testate dichiarata dagli intervistati.


domenica 19 Giugno 2022

E sulla differenza tra Facebook e Google

Sui temi di cui sopra e su alcuni loro aspetti, è efficace tradurre un passaggio della lunga ricostruzione che ne ha fatto Joshua Benton su NiemanLab , il sito della Nieman Foundation che si occupa di innovazione nell’informazione.

“A onor del vero, Google e Facebook hanno fatto grossi assegni agli editori per anni. La Google News Initiative e il Facebook Journalism Project (i rispettivi fondi per sostenere progetti giornalistici, ndr) hanno pagato agli editori di tutto il mondo centinaia di milioni di dollari. Ma decidevano Google e Facebook a chi darli, per cosa, e quanti. Lo hanno fatto per bontà d’animo? No, per PR, un tentativo di far desistere gli editori e i loro governi da scelte più severe.
Ma poi l’Australia le ha fatte, le scelte più severe. I leader del paese hanno approvato una legge che, di fatto, chiede a Google e Facebook di distribuire mazzette agli editori australiani. La dimensione di quelle mazzette deve rimanere un segreto, ma devono essere grosse abbastanza da far contenti gli editori.
Potete pensare che sia una descrizione ingenerosa della legge australiana: e ok, l’Australia dice che si limita a chiedere a Google e Facebook di impegnarsi in “trattative” con i maggiori editori del paese per determinare il giusto compenso per… permettere ai loro articoli di raggiungere più persone? Il risultato è che Google e Facebook sono stati costretti a sedersi a un tavolo con gli editori e dire loro “20 milioni e smettete di lagnarvi? 30 milioni? Ok, facciamo 50 milioni?”.
Sono trattative senza senso, che non hanno nessuna relazione con un’idea di valore o di beneficio, legate a un prodotto laterale e minore (le brevi anteprime degli articoli, ndr) che nessuno usa se non la ricerca di Google e il News Feed di Facebook.

Ho scritto più volte perché ritengo – malgrado il mio desiderio che gli editori ricevano dei soldi – che il modello australiano sia una pessima idea. Potete essere d’accordo o no.
Ma in ogni caso per i giornali ha funzionato. News Corp, l’azienda di Rupert Murdoch, riceverà bonifici mensili da Google e Facebook per un valore di 50 milioni di dollari ogni anno, solo per le sue testate australiane. È la cifra che le due società hanno ritenuto adeguata a interrompere le decennali lamentele di Murdoch. La minaccia di interventi del governo – compreso il sequestro del 10% dei ricavi delle piattaforme in Australia – è bastata a mettere in moto questa macchina”.

“Google invece ha bisogno delle news. Non quanto gli editori pensano, per carità, ma è un bisogno comprensibile. Ha bisogno di news aggiornate nei risultati delle ricerche, se vuole “organizzare l’informazione del mondo”. Google ne ottiene valore: non tanto valore economico in dollari, ma in qualità delle ricerche, soddisfazione degli utenti, e altro. Ora, Google potrebbe sostenere (e io sarei d’accordo) che quel valore lo ottiene attraverso il diritto al “fair use” e senza violare nessuno dei diritti degli editori o degli altri produttori di contenuti. Google ottiene valore da ogni sito internet, e non c’è nessuna buona ragione per cui gli editori debbano avere un compenso speciale che nessun altro riceve. Ma è un valore sufficiente a suggerire a Google di distribuire un po’ di soldi in giro.
Ma Facebook? Facebook ha cercato di sbarazzarsi delle news per anni. Perché finanziare con centinaia di milioni di dollari editori di contenuti che sta cercando di rimuovere dai suoi feed? Gli editori a volte pensano a Google e Facebook come a due cose intercambiabili e come a un’unica montagna di soldi. Ma hanno interessi diversi. Google ha protestato contro la legge australiana, ma quello che ha minacciato di staccare la spina alle news è stato Facebook. Quindi non deve sorprenderci che Facebook metta in conto di smettere di pagare. Deve tagliare i costi. Ha distribuito centinaia di milioni di dollari per mettere a tacere gli editori, e ora editori di altri paesi hanno trovato il modo di chiedergliene molti di più. Se i bonifici non hanno funzionato, perché continuare a farli? E se pensi di smettere, perché non rimuovere anche il pretesto e ridurre al minimo le news sulla tua piattaforma?”


domenica 19 Giugno 2022

Ancora su Facebook e Google

Le notizie per cui Facebook starebbe ritirando i suoi accordi che con varie scuse offrono grossi contributi economici ad alcune grosse aziende giornalistiche internazionali sono state molto discusse in queste settimane. Ne avete letto spesso qui, della questione, ma ci perdonerete se per chiarezza e per i nuovi arrivati facciamo un po’ un riassunto spiccio.

Da alcuni anni Facebook e Google propongono agli editori di giornali (soprattutto grandi, ma Google in misure più piccole anche a certi più piccoli) accordi che si risolvono sempre in “vi diamo dei soldi senza che voi dobbiate fare niente, o quasi niente”: la ragione è che si tratta di una scelta considerata – a seconda di chi ne parla – una via di mezzo tra “una manovra di pubbliche relazioni” e “una corruzione”. Google e Facebook hanno da un certo punto in poi temuto la capacità dei media di diffondere una narrazione (in parte fondata e in parte pretestuosa) per cui le piattaforme starebbero distruggendo la sostenibilità economica del giornalismo e la sua qualità: narrazione che è preoccupante sia per i suoi effetti sull’immagine delle piattaforme – indebolita da molte altre accuse in questi anni – sia per la capacità dei media di trasmetterla alle istituzioni legislative dei diversi paesi e ottenerne interventi contro le piattaforme stesse. Da qui la soluzione di andare dagli editori più grandi e potenti e offrire loro dei compensi che Google e Facebook potessero decidere e controllare, indebolendo così le campagne contro di loro.
La cosa ha funzionato solo in parte: è vero che gli editori più grandi sembrano avere attenuato le loro campagne sulla pretesa violazione del diritto d’autore, ma soltanto attenuato. E in diversi stati si sta diffondendo lo stesso la possibilità che nuove leggi costringano Google e Facebook a obbedire a nuove regole di compensazione economica per i giornali: è già successo in Australia, sta succedendo in Canada e Regno Unito, si fanno passi e se ne discute in altri paesi.

Intanto Facebook ha fatto alcune valutazioni da cui risulta che le news di fatto non gli servano: da una parte le risorse e l’attenzione si stanno spostando tutte verso il metaverso e verso la competizione con TikTok su contenuti di quel genere. Dall’altra i dati dicono che agli utenti di Facebook le news interessano molto meno. Il caso di Google è diverso perché i contenuti di informazione sono invece una parte più rilevante della sua offerta e del suo servizio. Così Facebook sta pensando di mollare i giornali, sia nella sua promozione dei loro contenuti attraverso i propri algoritmi, sia nei contributi economici.


domenica 19 Giugno 2022

La cornice delle notizie

Negli scorsi mesi in diversi spazi online anglofoni di discussione sul giornalismo si è parlato e discusso di ” framing ” delle notizie: ovvero del contesto in cui i giornalisti inseriscono le notizie che danno – come le “incorniciano” – trasformandole in occasioni per mostrare aspetti più estesi e rilevanti della notizia stessa. Un esempio fatto spesso è l’alternativa se descrivere l’ennesima strage da armi da fuoco come una storia terribile e particolare avvenuta in un determinato posto e compiuta da una tale persona, oppure incorniciarla nella questione della facilità di possesso delle armi, o di intolleranze razziali o bigotte, o di deriva della partigianeria politica, o altro. Il “framing” non è necessariamente una scelta che arricchisce una notizia: esistono notizie che in effetti non raccontano altro che se stesse, storie pazzesche o interessanti nella loro eccezionalità; altre volte metterle in un contesto può generare letture diverse a seconda di quale contesto si scelga. Spesso, nell’informazione italiana, si preferisce anzi dare spazio a letture e contesti che rendano la notizia più allarmante o coinvolgente – in cui i lettori trovino qualcosa che li riguardi – anche quando queste letture sono pretestuose o non sufficientemente argomentate. Non sempre una notizia ha ragioni per essere “framed” (un incidente molto singolare in un aeroporto inglese è una storia terribile e particolare, o concorre a descrivere il “caos negli aeroporti”?), a volte si esaurisce in se stessa. Ma per i lettori è utile saper distinguere il valore sia di una storia che di quello che suggerisce più estesamente, e saper giudicare i due aspetti anche separatamente.

Fine di questo prologo.


domenica 12 Giugno 2022

Cavarsela da soli

ABC, la rete televisiva pubblica australiana, ha comunicato ai suoi giornalisti che d’ora in poi il lavoro di ricerca e archivio sulle notizie e sulle storie di cui si occupano dovranno farselo da soli, e che 58 figure professionali di archivisti e ricercatori saranno abolite: rimarrà uno staff più ridotto, al servizio di trasmissioni di reporting e d’inchiesta più approfondite, ma non del lavoro sulle news quotidiane. Lo stesso varrà per la ricerca e la scelta dei contenuti musicali da usare nei servizi.


domenica 12 Giugno 2022

Bono che non lo erano

C’è un piccolo incidente che ha coinvolto molti giornali grandi e piccoli, e che è utile per mostrare la rimozione di qualunque forma di verifica e dubbio nella trasmissione delle notizie tra il loro finire sotto gli occhi di una redazione e il loro finire pubblicate. Un “sosia” di Bono, il cantante degli U2 (ovvero una persona che gli somiglia, e che esalta e sfrutta questa somiglianza), si è mostrato in giro per Bologna facendosi fotografare da chi veniva ingannato dalla somiglianza. L’inganno si è esteso abbastanza per fare arrivare le foto su tanti siti di news e giornali di carta, che evidentemente avevano visto le immagini sui social network, con la notizia che “Bono è a Bologna”.
(una volta svelato l’errore, molti degli stessi giornali hanno poi riportato l’ingenuità di altri, trascurando di analizzare la propria e quel che insegna sulla necessità di maggiori filtri e responsabilità di verifica, o di maggiori cautele nel pubblicare).


domenica 12 Giugno 2022

Cose di famiglia

Sono scelte a cui il rapporto italiano tra quotidiani ed editori ci ha abituato, ma non per questo da considerare “normali” rispetto al ruolo, all’autonomia e al rapporto con i lettori, quindi continuiamo a citare e a considerare il significato degli esempi frequenti di “cessione di indipendenza” come questi: sabato Repubblica ha dedicato tutta la pagina di apertura della Cultura e metà della successiva alla ammirevole collezione della Pinacoteca Agnelli, “l’istituzione presieduta da Ginevra Elkann”, ovvero la sorella del proprietario di Repubblica John Elkann.


domenica 12 Giugno 2022

Coi podcast ancora fanno i soldi in pochi

Il visibile successo dei podcast degli ultimi anni, e anche di quelli che riguardano l’informazione e le testate giornalistiche, ha ancora due grandi incognite. Una è la reale misura di questo successo: i numeri reali degli ascolti dei podcast continuano a essere abbastanza misteriosi e difficili da elaborare con esattezza, e ci sono molte impressioni che siano meno grandi di quello che suggerirebbero le attenzioni sul formato. La seconda incognita è quale possa essere un meccanismo stabile e affidabile per renderli sostenibili economicamente o farci dei soldi. Al momento le possibilità teoriche principali sono tre: una è metterci dentro della pubblicità, ma i numeri non consentono ancora di venderla a prezzi significativi, né di costruire sistemi di gestione automatizzata e universale delle inserzioni (come accade con la pubblicità sui siti web); una è trovare degli sponsor e delle aziende che vogliano associare il proprio brand ai podcast, ma questo implica quasi sempre cedere spazi di autonomia editoriale, ed è comunque un sistema non “scalabile”, da ricostruire con fatica e con poche garanzie ogni volta; l’ultima è quella finora più remunerativa nei limitati casi in cui si concretizza, ovvero farsi pagare dalle grandi piattaforme che diffondono podcast e che sono sempre interessate a contenuti che attraggano ascoltatori e potenziali abbonati (un po’ quello che da anni sta succedendo con Netflix, Prime, eccetera, che sono diventate produttrici e acquirenti di film, serie tv, documentari). Ma quest’ultima opportunità riguarda appunto solo i podcast che diano garanzie di grossi numeri alle piattaforme.
Un quarto modello di ricavo, meno frequentato ma che citiamo perché è quello che riguarda il Post , è quello indiretto di produrre podcast per incentivare gli ascoltatori a partecipare al sistema di abbonamenti: sia nel caso in cui i podcast siano ascoltabili solo dagli abbonati, sia nel caso in cui siano accessibili a tutti e permettano di raggiungere nuovi potenziali abbonati futuri.

Questo contesto ancora tutto da consolidare (c’è chi ha parlato persino di una ” bolla “, che può essere una definizione accettabile se con essa si intende una parziale sopravvalutazione: l’interesse nei podcast in una sua misura esiste eccome) è stato confermato dai conti rivelati questa settimana da Spotify a proposito dei podcast.
“Nel 2021 il business dei podcast su Spotify ha generato circa 200 milioni di ricavi, con un aumento del 300% sull’anno precedente, ma con un bilancio in perdita del 57% e un’attesa di perdite ancora maggiori nel 2022. Nel primo trimestre del 2022 Spotify ha ottenuto ricavi solo dal 14% dei podcast sulla propria piattaforma”. Spotify ritiene comunque che i guadagni dai podcast possano superare quelli dalla musica nel giro di cinque anni.


domenica 12 Giugno 2022

I fatti liberati dalle opinioni

Il più grande editore di giornali degli Stati Uniti si chiama Gannett, ne abbiamo parlato altre volte, e pubblica insieme a moltissime testate locali il quotidiano a diffusione nazionale USA Today . Durante una presentazione interna che ha coinvolto responsabili editoriali di molte delle testate di Gannett, questa settimana, è stata annunciata la proposta di ridurre lo spazio dedicato alle opinioni sui rispettivi giornali: “I lettori non vogliono che diciamo loro cosa devono pensare. Non ritengono che abbiamo competenze per spiegare a nessuno cosa pensare sulla maggior parte delle questioni. Ci percepiscono come portatori di pregiudizi partigiani” e le pagine delle opinioni e degli editoriali “sono le meno lette e di frequente sono la ragione della cancellazione degli abbonamenti”.
Il quotidiano Arizona Republic , per esempio, ha deciso che pubblicherà la sezione delle opinioni solo tre giorni alla settimana. Il tema della diffidenza dei lettori per gli articoli di opinione, e della loro difficoltà a separare questi articoli più personali dal lavoro della redazione, è stato molto discusso negli ultimi anni in cui il giudizio e le reazioni dei lettori si manifestano con grande insistenza sui social network.


domenica 12 Giugno 2022

Un piccolo sviluppo sulla sede del Corriere

La storia è quella della vendita della storica sede del Corriere della Sera in via Solferino a Milano, che trovate riassunta qui sul Post. Mercoledì la Corte d’appello di Milano ha respinto i ricorsi di RCS, l’editore del Corriere della Sera che vendette la sede e poi ci ripensò, contro due decisioni già avvenute a favore dell’acquirente Blackstone, condannando RCS anche al pagamento di 258mila euro di spese processuali. La situazione quindi resta la stessa, situazione nella quale si attende il giudizio americano sul risarcimento chiesto da Blackstone per la perdita di guadagni seguita alla causa intentata da RCS.
La questione era anche stata più volte raccontata da Charlie:
” RCS vendette nel 2013 al fondo americano Blackstone, mantenendo in una parte degli immobili la redazione del Corriere della Sera , in affitto (la Gazzetta dello Sport fu invece spostata nella sede principale di RCS, nella periferia nordest di Milano). La vendita aiutò le casse di RCS in un momento di grosse difficoltà, ma fu molto contestata dai giornalisti del gruppo.
Quando pochi anni dopo Urbano Cairo divenne azionista di maggioranza e sostanzialmente “editore” del gruppo, decise di contestare quella vendita (era il 2018) sostenendo che fosse stata fatta a condizioni svantaggiose a cui RCS sarebbe stata costretta dalle sue difficoltà (RCS avrà presto pagato in canone di affitto più di quanto ricavò dalla vendita). Il procedimento legale avviato da Cairo (una richiesta di “arbitrato”) interruppe così una nuova trattativa di vendita dell’immobile alla società Allianz da parte di Blackstone (che ne avrebbe ottenuto un ricavo doppio, generando i risentimenti di Cairo): e Blackstone quindi presentò a sua volta negli Stati Uniti una denuncia contro Cairo con una enorme richiesta di danni”.


domenica 12 Giugno 2022

I giornali li decidono gli uomini

Rolling Stone ha pubblicato un articolo sulla questione della esigua quota di donne nei ruoli direttivi dei giornali italiani, di cui Charlie si è occupato spesso, ascoltando i pareri di tre giornaliste.

Di azioni pratiche parla anche Francesca Milano: «La soluzione è semplice: gli editori dovrebbero nominare più donne direttrici e i direttori dovrebbero nominare più donne vicedirettrici e caporedattrici. Non è difficile, basta farlo. Chi lo ha fatto dice che la cosa funziona, fidatevi. Penso a Stefania Aloia, vicedirettrice di Repubblica, Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere: sono per me due grandi ‘best practice’ da imitare».