domenica 28 Marzo 2021

Showcase must go on

Lo sviluppo italiano delle trattative di Google con gli editori di giornali che vi avevamo anticipato tre settimane fa è stato ufficializzato mercoledì: Google ha comunicato i nomi di alcune testate che hanno accettato di essere pagate per l’uso dei propri articoli nel nuovo contenitore di news che si chiama Google News Showcase (che avrà maggiore visibilità sugli smartphone, ma anche su Google News). Un gruppo molto eterogeneo che comprende tra gli altri il Corriere della Sera, Libero, Fanpage, il Sole 24 ore, Varese News, il Foglio e il Fatto. L’accordo è stato anche molto celebrato dalle testate coinvolte, per le quali significa sia un interessante contributo economico (forfettario su tre anni, diverso per ciascuna testata), sia un’occasione di promozione maggiore dei propri contenuti, data la potenza in questo senso della distribuzione di Google. Le uniche possibili controindicazioni, per le testate coinvolte, sono di aver accettato compensi economici che qualcuno ha giudicato invece non soddisfacenti, e di offrire agli utenti di Showcase contenuti che altrove sono destinati solo agli abbonati paganti: perdendo così abbonati potenziali.

Ma le ragioni del progetto, al di là delle sue ricadute, sono poco raccontate in tutti questi articoli: l’operazione è nata come un modo per Google di accontentare le richieste economiche dei giornali in tutto il mondo (che chiedono da tempo e con sempre maggior forza di essere compensati per la citazione da parte di Google dei loro contenuti) scegliendo il modo e i termini per farlo, piuttosto che correre il rischio di esserne obbligata in base a nuove legislazioni su cui non abbia il controllo, e per evitare di legittimare le richieste che riguardino l’uso degli articoli sulle pagine del motore di ricerca e su Google News. Gli accordi prevedono infatti che le testate coinvolte e compensate rinuncino così a ogni diversa pretesa nei confronti di Google, e attenuano così il loro lavoro di lobbying sulle istituzioni legislative.

Il compromesso “ok, ti paghiamo, ma come diciamo noi, e tu smetti di piantare grane” non ha convinto tutti negli altri paesi. In Italia invece tra le testate maggiori mancano solo quelle del gruppo GEDI (l’editore di Repubblica e Stampa, il più grande del paese nei quotidiani), ma è probabile che facciano annunci simili nei prossimi giorni, una volta ottenute condizioni economiche convincenti.

Di tutto questo abbiamo parlato spesso nei mesi scorsi: ricordiamo soltanto la critica maggiore rivolta a questi accordi, che è di privilegiare una retribuzione economica puntuale che non interviene sulle condizioni strutturali di crisi e sulle prospettive future delle aziende giornalistiche, e trascurare il vero danno radicale causato da Google sul loro business, ovvero l’essersi impadronito (insieme a Facebook soprattutto) del mercato pubblicitario generando un crollo del suo valore per i media.

Charlie è la newsletter del Post sui giornali e sull'informazione, puoi riceverla gratuitamente ogni domenica mattina iscrivendoti qui.