Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 15 Febbraio 2026

Una storia italiana

La puntata di questa settimana del podcast Wilson di Francesco Costa, direttore del Post, è dedicata a riassumere, spiegare e mettere nel contesto la storia della vendita del gruppo editoriale GEDI e del quotidiano Repubblica.


domenica 15 Febbraio 2026

“Un segnale incoraggiante”

Sul Corriere della Sera di oggi, con tanto di avvocati, si è posta una questione di anzianità dei direttori dei quotidiani italiani.

“Caro direttore, in riferimento alla pagina pubblicata il 24 gennaio 2026, nella quale si indicava il direttore Pierluigi Magnaschi come il più anziano d’Italia, si precisa, su richiesta del diretto interessato, che le informazioni di tale pagina non corrispondono al vero. Il direttore italiano più anziano è Carlo Alberto Tregua, nato 18 novembre 1940.Inoltre, Tregua è fondatore, editore e direttore del Quotidiano di Sicilia fin dal 1979, ricoprendo tale carica da un periodo ben più lungo rispetto a quello indicato per altri colleghi. A tal proposito si evidenzia che il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in persona del presidente Carlo Bartoli, in data 29 agosto 2025 gli ha conferito il titolo di «Direttore decano dei quotidiani italiani».Avvocati Elena Leone e Andrea ScuderiCarlo Alberto Tregua
L’intervista con Pierluigi Magnaschi cominciava con il seguente periodo:«Pare che sia il più anziano direttore di giornale sulla faccia del pianeta». E invece pareva: siamo infatti lieti di apprendere che Carlo Alberto Tregua è nato 85 giorni prima di Magnaschi. Un segnale incoraggiante sulla longevità degli italiani, dei giornali e anche dei direttori. «Ad multos annos».(s. lor.)”


domenica 15 Febbraio 2026

Trump vs. BBC

È stata fissata tra esattamente un anno la prima udienza del processo a Miami per la denuncia di Donald Trump contro BBC , denuncia ritenuta inconsistente da molti esperti e relativa a un montaggio ingannevole poi ammesso da BBC in un servizio sull’assalto armato al Campidoglio del 2021. BBC chiederà di archiviare la denuncia prima di arrivare al processo.


domenica 15 Febbraio 2026

A fari spenti

Uno degli aspetti più quotidianamente visibili della gran parte della scrittura giornalistica italiana è un suo ricorrere al pigro uso di frasi fatte o metafore superflue e posticce, che concorrono a un linguaggio generale estraneo a quello più comune e familiare ai lettori, e che spesso è stato chiamato “giornalese”. Nella rubrica delle lettere su Repubblica di oggi il curatore Francesco Merlo fa autocritica sull’uso dell’espressione “accendere un faro”: «Il faro acceso è uno dei tic linguistici più abusati, e più saputi, peggio di “i giovani di oggi non leggono” e “pieno come un uovo”». Poche pagine dopo, sullo stesso giornale, compare questo titolo.


domenica 15 Febbraio 2026

La crisi della satira

Col nuovo anno la Stampa ha chiuso senza spiegazioni o comunicazioni la sezione satirica del giornale diretta da Luca Bottura, il Giornalone.


domenica 15 Febbraio 2026

Rivendicazioni che non lo erano

Un gran numero di siti di news italiani grandi e piccoli ha presentato come “rivendicazione” di un sabotaggio a una linea ferroviaria un messaggio pubblicato lunedì su un blog anarchico. In realtà – come hanno riferito più correttamente pochi altri – si trattava di un testo di approvazione di quell’attentato che non suggeriva in nessun modo una dichiarazione di responsabilità. L’inclinazione a promuovere esagerazioni dei fatti e allarmismi preventivi ha così capovolto una consuetudine prudente e ragionevole in questi casi, ovvero quella di diffidare delle frequenti rivendicazioni false, dichiarando invece “rivendicazione” un messaggio che non pretendeva di esserlo. Il Corriere della Sera ha scelto anche di usare la “rivendicazione” per promuovere la fondatezza di un’ipotesi pubblicata il giorno prima sul giornale.
(un successivo messaggio su un differente blog ha usato il termine “rivendicazione”, ancora da verificare e confermare)


domenica 15 Febbraio 2026

Wintour e Malle

Il New York Times ha pubblicato il video di una breve intervista – assieme – alle due persone più importanti della grande testata di moda Vogue: la storica ex direttrice Anna Wintour – diventata direttrice editoriale globale – e la nuova direttrice Chloe Malle, in carica da cinque mesi.


domenica 15 Febbraio 2026

Tutti insieme

Con una scelta rivelatrice del candore con cui una parte di editoria giornalistica – soprattutto quella che ha a che fare con la moda e con il lusso – concepisce le proprie limitazioni di indipendenza, il direttore dell’edizione italiana di Vanity Fair Simone Marchetti ha annunciato di essere entrato a far parte di una struttura di investimenti in nuovi talenti della grande multinazionale del lusso Kering, che possiede molti brand che sono importanti inserzionisti di Vanity Fair.


domenica 15 Febbraio 2026

Pilastri della democrazia

Da alcune settimane i giornali italiani si stanno comportando disordinatamente rispetto a un’indagine che ipotizza che al tempo dell’assedio di Sarajevo alcuni cittadini italiani abbiano raggiunto gli aggressori della città per il gusto di sparare sui civili dalle colline. L’ipotesi ha naturalmente trovato spazi cospicui sui giornali, malgrado la sua apparente fragilità, per le opportunità di sensazionalismo e indignazione che offriva. Poi, nei giorni scorsi, i magistrati l’hanno resa più sostanziosa comunicando che ci sono alcuni indagati: e ottenendo così una rinnovata attenzione, ma accanto a perduranti scetticismi (per esempio da parte del curatore della rubrica delle lettere di Repubblica, Francesco Merlo). Sulla Stampa di mercoledì, poi, Mattia Feltri ha criticato le sguaiatezze giustizialiste di alcuni giornalisti nei confronti degli indagati.

“Del resto, nei giorni scorsi, qualcuno dei nostri colleghi era andato a citofonare a casa dell’indagato per chiedergli, più o meno: scusi lei volava a Sarajevo per abbattere donne e bambini? Persino meglio del Matteo Salvini che, nella periferia di Bologna, aveva suonato al citofono della famiglia di immigrati per chiedere: scusi lei spaccia? Salvini era un fetente, noi un pilastro della democrazia” .


domenica 15 Febbraio 2026

La deposizione di Paul Dacre

Al processo londinese contro l’azienda editrice del tabloid Daily Mail – accusato di pratiche illegali di spionaggio e violazione della privacy nei confronti di alcuni personaggi pubblici – ha deposto l’ex direttore Paul Dacre, tuttora direttore generale della società che possiede il Daily Mail, tra grandi attenzioni dei media britannici. Paul Dacre era ritenuto (è stato direttore tra il 1992 e il 2018) uno degli uomini più potenti nei media britannici, ed era noto il suo disprezzo per gran parte dell’establishment pubblico del paese, da posizioni conservatrici. Sotto la sua direzione il Daily Mail ha prosperato, con il giornalismo sensazionalista e spesso volgare tipico dei tabloid britannici, e per un periodo Dacre è stato il direttore più pagato del paese.
Nelle udienze di questa settimana è stato ancora una volta aggressivo e battagliero, negando con vigore e indignazione le accuse dei querelanti (tra cui ci sono e ci sono stati il principe Harry, Elton John, Hugh Grant).


domenica 15 Febbraio 2026

Cina non olet

In un post sul suo blog, il direttore editoriale del Post Luca Sofri ha commentato le indulgenze anomale di media e politici italiani nei confronti del regime dittatoriale cinese: di cui abbiamo spesso – riguardo ai media – scritto su Charlie.


domenica 15 Febbraio 2026

E niente

L’unico fatto nuovo di questa settimana nella trattativa per la vendita del gruppo GEDI sono stati due giorni in cui il quotidiano Repubblica non è uscito, per impegno in assemblea dei giornalisti e per una decisione di sciopero.

“Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali” .


domenica 15 Febbraio 2026

Dopo la fine del ruolo delle recensioni, la fine delle recensioni

Si continua a scrivere molto intorno al grande numero di licenziamenti al Washington Post e al ridimensionamento delle ambizioni del giornale, e in particolare alla scelta di sacrificare la copertura sullo sport e sui libri. Su questi ultimi ha pubblicato un articolo il settimanale New Yorker, firmato da Becca Rothfeld, ex critica della non fiction per la sezione Books del Washington Post appena eliminata.


domenica 15 Febbraio 2026

Leonardis in cerca di soldi

Il quotidiano Domani ha dedicato venerdì una pagina ad Alberto Leonardis, l’editore di giornali diventato uno dei protagonisti delle confuse vicende intorno alla vendita del gruppo editoriale GEDI per essere stato scelto come interlocutore prioritario della vendita della Stampa, il quotidiano di Torino. L’articolo di Domani non aggiunge molto a quanto è già stato raccontato su Leonardis, se non un’elencazione di esempi della sua capacità di ottenere investimenti e prestiti da imprenditori amici e da banche, ben riassunta nella sintesi “pochi soldi, ma tanti amici”.

“Certo, resta aperta la decisiva questione dei soldi, quei 22 milioni che servono per prendersi la Stampa. L’esclusiva concessa da Gedi al gruppo Sae (Sapere aude editore) di Leonardis per trattare l’acquisizione scade ad aprile. E nel frattempo, tra l’altro, i manager di Elkann dovranno anche chiudere il cerchio su Repubblica. Nei giorni scorsi il negoziato con i greci di Antenna sull’altro grande giornale targato Gedi si è incagliato su alcuni punti in apparenza marginali che riguardano numeri e tempi dei prepensionamenti che serviranno a ridurre i costi del personale. Un tema su cui il gruppo ellenico chiede garanzie precise alla controparte” .

Intanto sabato la redazione della Stampa ha pubblicato un altro comunicato per chiedere nuovamente maggiori chiarezze e rassicurazioni sulle prospettive della vendita del giornale. Il comunicato allude a notizie che sono circolate sulle possibili intenzioni dell’editore di attribuire alla Stampa una quota cospicua di debiti del gruppo sollevandone l’altro quotidiano in vendita, Repubblica, in modo da facilitare la vendita di quest’ultimo.

“La redazione de La Stampa non accetta più la totale mancanza di trasparenza e informazione attorno alla vendita del Gruppo Gedi, un atteggiamento inqualificabile dell’attuale proprietà, che rischia di danneggiare anche l’esordio di un eventuale compratore nei rapporti con le giornaliste e i giornalisti. Tutto questo nel contesto di notizie sempre più inquietanti che emergono dalla due diligence effettuata sui conti di Gedi da parte dell’acquirente, il gruppo greco Antenna.
Per questo l’Assemblea chiede all’Azienda di fornire chiarimenti sullo stato delle trattative e sugli eventuali rinnovi dell’esclusiva e di chiarire se la cessione de La Stampa sia in qualsiasi modo condizionata alla conclusione dell’operazione di vendita dell’intero gruppo” .

Infine si sono comprensibilmente lamentati anche i più trascurati di tutti, ovvero la redazione dello HuffPost, il sito di news che GEDI aveva rilevato completamente dopo l’apertura in partnership con l’azienda americana creatrice della testata.

“La redazione di HuffPost, al pari di quella di Repubblica, della Stampa, di Gedi Visual, delle radio, è rimasta totalmente al buio. Dall’azienda non sono mai arrivate informazioni né aggiornamenti e ogni notizia è stata veicolata solo da articoli di stampa, peraltro mai confermati in via ufficiale. Così come non è stata comunicata la proroga della trattativa tra Gedi e Antenna fino al mese di marzo, dal momento che in base alle informazioni a noi pervenute sarebbe dovuta scadere a fine gennaio.
uesta totale chiusura dei canali di comunicazione tra azienda e redazioni è motivo di estremo allarme per i giornalisti di HuffPost, tra i quali prevale ormai lo scetticismo sulla possibilità di avere un dialogo franco, costruttivo, leale e soprattutto trasparente con gli attori coinvolti” .


domenica 15 Febbraio 2026

I mercanti nel tempio

Secondo un articolo del sito americano The Information, Amazon starebbe progettando la creazione di una piattaforma che faciliti la vendita di contenuti alle aziende di intelligenza artificiale da parte dei produttori di informazione online. La questione è attualissima da un paio di anni, con i siti di news divisi tra chi ritiene prezioso mantenere il possesso e l’esclusiva sull’uso della propria produzione giornalistica e chi sceglie di monetizzarla e venderla – alle società di AI interessate alla formazione dei propri software – ottenendone risorse economiche per la propria sostenibilità.


domenica 15 Febbraio 2026

Google non proprio zero

Il sito britannico Press Gazette, che si occupa di media e giornalismo, ha consultato alcuni esperti di traffico e visite sui siti di news a proposito del timore che il traffico da Google si stia avvicinando al cosiddetto “Google zero”, in conseguenza delle risposte fornite dalle “intelligenze artificiali” sul motore di ricerca, che dissuadono da ulteriori clic verso i siti elencati. Nell’esperienza delle persone sentite la tendenza è sicuramente reale, ma al momento non ha le conseguenze così drammatiche che sono state ipotizzate. È infatti vero che quel genere di risposte alle ricerche limitano molto la scelta di visitare i siti di news e informazione, ma è anche vero che quel genere di risposte al momento sembra comparire in un numero contenuto di ricerche, che viene indicato con percentuali diverse intorno al 20%. Questo perché le AI di Google sono efficienti nel caso di domande o ricerche la cui risposta sia disponibile e condivisa, ma non possono esserlo su richieste più complesse o particolari, e soprattutto su quelle relative a fatti o servizi di recente aggiornamento (si fa l’esempio di “cosa c’è stasera in tv”).
Un altro fattore citato di un possibile calo di traffico dalle ricerche è la stessa consapevolezza della tendenza: in una sorta di “profezia autoavverante” i siti di news starebbero disinvestendo dal SEO e dalle attenzioni a comparire nei risultati di ricerca, e questo ovviamente genera meno risultati e meno traffico (è un po’ quello che è avvenuto in questi anni con i giornali cartacei e le edicole: il calo della diffusione suggerisce di risparmiare sulla distribuzione, raggiungendo meno edicole, e questo aggrava il calo di diffusione, eccetera).


domenica 15 Febbraio 2026

Charlie, oblio e oblio

Un articolo del sito americano Semafor ha raccontato come tra le tante storie che si vanno scoprendo negli “Epstein files” ci sono anche le insistenze di Epstein e dei suoi collaboratori presso i giornali per ottenere la rimozione di articoli relativi alle sue prime condanne. E le disponibilità di alcuni dei giornali contattati.
È facile farsi un giudizio negativo di queste scelte, trattandosi di Epstein, il cui nome è diventato più radioattivo di qualunque altro in questi mesi. Ma quel genere di richiesta arriva ai giornali quotidianamente da parte dei soggetti più vari, quasi sempre in nome del “diritto all’oblio“, ovvero di un concetto a cui abbiamo convenuto di dare rispetto e legittimazione giuridica, persino (per quanto piuttosto confusa e sfuggente). Creando moltissime inevitabili contraddizioni: la prima delle quali è la necessità di fare convivere nelle nostre società il valore della “memoria”, la pubblica conoscenza del passato, l’accesso alle informazioni, e il diritto individuale alla privacy e alla tutela rispetto a una serie di conseguenze indesiderate che il primo valore comporta.
Come abbiamo raccontato altre volte, gran parte di queste contraddizioni ricade sulle redazioni (anche sugli uffici e consulenti legali dei grandi giornali, che tendono a far prevalere la prudenza e la censura) che devono scegliere – a prescindere dalla presentabilità morale del richiedente – come tenere in equilibrio un’inclassificabile varietà di fattori tra cui la notorietà dei citati, il loro ruolo nei fatti descritti, gli sviluppi successivi, l’utilità pubblica delle informazioni, e altri ancora. Nel caso di Epstein era facile individuare la scelta eticamente e giornalisticamente giusta, ma nella gran parte dei casi è tutto molto più complicato.

Fine di questo prologo.


domenica 8 Febbraio 2026

Cose che è bene sapere

Per contribuire ulteriormente a un longevo lavoro di spiegazione degli argomenti legati alla “giustizia” e di comprensione delle notizie e dei fatti che coinvolgono aspetti del sistema giudiziario italiano, spesso trattato con trascuratezza – quando non con ignoranza degli elementi fondamentali – da parte dei mezzi di informazione, il Post ha progettato una serie di incontri dedicati, a partire dal suo format delle “Dieci lezioni” online.
Dieci lezioni sulla giustizia” si occuperanno di raccontare a tutti come funzionano processi, rapporto coi giornali, giustizia dei minori, carcere, processi civili, lavoro dei giudici e naturalmente di spiegare la riforma protagonista del prossimo referendum. Ci si iscrive qui.


domenica 8 Febbraio 2026

Potrebbe essere

Negli Stati Uniti è stata piuttosto seguita la storia della scomparsa di una donna di 84 anni, Nancy Guthrie, anche perché sua figlia Savannah Guthrie è una nota giornalista televisiva di NBC News, coconduttrice del popolare programma Today Show. Una serie di indizi suggeriscono che Nancy Guthrie possa essere stata sequestrata da casa sua, a Tucson, per ottenere il pagamento di un riscatto: Savannah Guthrie e i suoi fratelli hanno pubblicato degli appelli accorati sui social network per avere informazioni.
Il mistero ha naturalmente incuriosito e preoccupato un gran numero di persone che conoscono Savannah Guthrie, e mobilitato molto sia i social network che gli influencer, giornalisti o aspiranti tali che si occupano di true crime. Tra di loro c’è una seguita giornalista che si è molto occupata di questi argomenti e da qualche anno ha un proprio podcast, Ashleigh Banfield, che ha ritenuto di annunciare che la polizia avrebbe come principale sospetto il genero di Nancy Guthrie, marito della sorella di Savannah. I responsabili della polizia hanno subito smentito che ci siano ipotesi definite e criticato severamente Banfield e chiunque diffonda informazioni in modo incosciente in questi momenti delicati e drammatici; e Banfield è stata anche criticata da molti suoi colleghi. Ma lei ha insistito di avere delle fonti e di essersi limitata a dire che il genero, Tommaso Cioni, “potrebbe essere” un principale sospettato.

Se raccontiamo questa storia è perché è un buon esempio degli usi irresponsabili e strumentali dei condizionali, che riguardano anche l’informazione italiana. Capita molto spesso di leggere che delle cose “potrebbero succedere”: è una formula che non fa correre rischi – quasi tutto potrebbe succedere – e che però al tempo stesso è molto suggestiva. Potremmo titolare ogni settimana questa newsletter “Charlie potrebbe chiudere” (di fatto è vero, per mille ragioni: ma non è realistico né probabile al momento), e questo metterebbe in allarme senza ragione quelli di voi che la apprezzano. Il lavoro giornalistico corretto è di dare a chi legge un’idea di probabilità delle cose, non della loro possibilità.


domenica 8 Febbraio 2026

Combinato disposto

Un estratto di sentenza pubblicato oggi su Repubblica – come imposto dalla sentenza stessa, risalente al maggio scorso – mostra due risultati frequenti e non casuali nelle cause per diffamazione. Uno è che il condannato sia Maurizio Belpietro, direttore ed editore del quotidiano La Verità. L’altro è che una denuncia per diffamazione venga accolta con ampia soddisfazione quando il denunciante è un magistrato, che ha ottenuto oltre centomila euro tra risarcimenti e rimborsi.
(un terzo elemento consueto è che la sentenza sia stata formulata dopo cinque anni dalla denuncia)


domenica 8 Febbraio 2026

Citynews e gli abbonamenti

Il network di siti di informazione locale Citynews – che ne comprende molte decine, quelli che si chiamano in molti casi ParmaTodayTarantoToday … – ha comunicato di avere raggiunto i 40mila abbonati alla propria sezione Dossier “dedicata al giornalismo d’inchiesta, approfondimento e analisi”. Il progetto Dossier era stato creato da Citynews proprio con l’obiettivo di aggiungere alla propria offerta di informazione locale un prodotto giornalistico di maggiore originalità e attrattiva che permettesse l’attivazione di un sistema di abbonamenti, e di allinearsi così alle opportunità di quest’ultimo modello di business, divenuto prioritario per tutti i siti di news nell’ultimo decennio. Citynews – come complesso di siti – è da anni la testata che ottiene maggior traffico online in Italia.

“L’iniziativa si colloca nell’ambito di una strategia più ampia di Citynews che mira a consolidare l’ecosistema editoriale, combinando informazione gratuita di prossimità e contenuti premium a valore aggiunto. L’accesso alla sezione Dossier infatti, avviene tramite abbonamento, che può essere disdetto in qualsiasi momento e offre vantaggi esclusivi: accesso completo ai contenuti di Dossier, fruizione del sito senza pubblicità, newsletter settimanale con il meglio degli approfondimenti.
In questo percorso, il paywall rappresenta un elemento centrale, pensato per sostenere un giornalismo di qualità, indipendente e approfondito. Puntare sull’abbonamento significa investire in tempo, competenze e risorse dedicate alle inchieste e ai reportage, valorizzando il lavoro delle redazioni locali e offrendo ai lettori contenuti esclusivi e affidabili. Un modello che rafforza il rapporto di fiducia con la community e garantisce la sostenibilità di un’informazione che va oltre la notizia, mettendo al centro il valore del racconto e dell’analisi”.


domenica 8 Febbraio 2026

Controllori contro controllori

NewsGuard è un progetto online che si occupa di certificare l’affidabilità e l’indipendenza dei siti di news. Charlie l’ha citata in passato:

“NewsGuard è un progetto americano di verifica dell’accuratezza e della trasparenza dei siti di informazione, che negli anni scorsi ha iniziato a coprire molti altri paesi del mondo con un suo sistema di “pagelle” basato su diversi criteri di giudizio: i risultati sono discontinui, per la fragilità di alcuni di questi criteri, e spesso le sue certificazioni si limitano ad aggiungersi alle altre che le testate tradizionali usano per attribuirsi patenti di credibilità non sempre fondate. Più convincenti sono i report meno schematici e più argomentati, come quelli sugli inserzionisti che sostengono i siti di disinformazione, o come la lista dei più influenti siti di disinformazione in Italia pubblicata a fine anno”.

Adesso NewsGuard ha presentato una denuncia contro l’agenzia governativa statunitense che si occupa di concorrenza e di tutela dei consumatori, sostenendo che stia introducendo regole per danneggiarla, per ritorsione contro le valutazioni negative che NewsGuard ha fatto di siti e giornali vicini all’amministrazione Trump.


domenica 8 Febbraio 2026

Il processo contro il Daily Mail

A Londra sta proseguendo il processo contro il tabloid Daily Mail e il suo editore che ha tra gli accusatori diverse persone di notorietà pubblica che sostengono che il giornale abbia utilizzato strumenti e pratiche illegali per sorvegliarle e spiare le loro conversazioni (dentro uno scandalo più esteso che dura da vent’anni). Tra loro ci sono il principe Harry, il cantante Elton John – che ha deposto venerdì – l’attrice Elizabeth Hurley, e Doreen Lawrence, celebrata attivista contro il razzismo e madre di Stephen Lawrence, ucciso in un drammatico e celebre caso di violenza razzista nel 1993. Nella sua deposizione Lawrence ha raccontato di avere scoperto solo molto tardi che il Daily Mail, che riteneva un alleato nelle sue campagne, l’aveva fatta spiare e registrare illecitamente nelle sue conversazioni private per ottenere informazioni che poi pubblicava attribuendole a fonti della polizia.


domenica 8 Febbraio 2026

Guai anche in Francia

AFP (“aefpé”) è una delle più importanti agenzie di stampa internazionali: sta per Agence France-Presse, è stata fondata a Parigi alla fine della Seconda guerra mondiale per prendere il posto della più antica agenzia di stampa di sempre, che esisteva persino dal 1835. Ha una costituzione speciale e uno statuto che le garantiscono indipendenza e impediscono che possa venire acquistata, ma malgrado una quota assai cospicua di contributi da parte dello stato francese si trova dall’inizio del secolo in una crisi finanziaria che ha avuto momenti molto gravi, legata alle più generali crisi che riguardano le agenzie di stampa e che hanno fatto perdere loro molti contratti e abbonamenti da parte delle testate di tutto il mondo.
Giovedì il quotidiano Le Monde ha pubblicato una accurata e chiara lettera di forti preoccupazioni da parte dei giornalisti dell’agenzia per il progetto della dirigenza di ridurre sostanziosamente il numero di corrispondenti nel mondo, e in particolare quello dei giornalisti francesi dislocati in rotazione nelle sedi estere.


domenica 8 Febbraio 2026

La situazione

Andrea Bozzo, disegnatore e collaboratore della Stampa, ha inaugurato su Twitter (o come si chiama ora) una divertente ed esauriente serie di storie su “A che punto è la vendita della Stampa“: unodue tre.

 


domenica 8 Febbraio 2026

«Non abbiamo interlocutori»

Le trattative per la vendita di GEDI – il gruppo editoriale che possiede Repubblica Stampa – si sono inabissate in luoghi invisibili, dopo le concitazioni delle settimane scorse. Alcuni giornalisti di Repubblica hanno tenuto una conferenza stampa a Roma, giovedì, dove tutto quello che hanno saputo raccontare è di non avere notizie, e di non avere interlocutori, perché «il management di GEDI è in vendita pure lui e quindi non sa o ha mandato di non dire». Gli stessi giornalisti hanno detto di avere ricevuto notizie vaghe sul fatto che la scadenza della trattativa con il gruppo greco Antenna sarà aggiornata nei prossimi giorni (la precedente era il 31 gennaio), e di ritenere che questo significhi tempi ancora lunghi, altrimenti non ci sarebbe bisogno di stabilirne una nuova: «parliamo sicuramente di altri mesi».


domenica 8 Febbraio 2026

Un inciso italiano

È interessante notare – fatte le dovute proporzioni – le similitudini coi fattori che in questi anni hanno più determinato le difficoltà del secondo quotidiano italiano, Repubblica. Anche Repubblica da qualche anno è particolarmente vittima sia di un’incapacità di visione manageriale e giornalistica in tempi di crisi, che di un cambio di linea “politica” probabilmente sventato e certamente applicato in modi maldestri e ingenui. E anche Repubblica ha finito per trovarsi largamente distanziata dal principale rivale – il Corriere della Sera, in questo caso – in termini di diffusione, e protagonista di un drastico intervento da parte della proprietà (la vendita, nel suo caso). La similitudine è utile per ripetere che nessuno dei due fattori – la poca oculatezza e visione sul presente e sul futuro dell’informazione, la scelta di deludere una buona parte dei lettori tradizionali – è probabilmente da solo responsabile di come siano andate le cose.


domenica 8 Febbraio 2026

L’altra ragione del disastro al Washington Post

Nessuna di queste due ragioni è esauriente da sola, e in assenza dell’una sarebbe probabilmente bastata l’altra, a generare il disastro. Ma il ruolo di Jeff Bezos – come miliardario e come recente alleato di Donald Trump – aggiunge due sostanziosi “ma” al discorso fatto sopra.
Come miliardario, Jeff Bezos è del tutto nella posizione di sostenere un prodotto di informazione prezioso all’interno di un settore in crisi, coprendone le perdite e usando questa sua rara condizione per renderlo competitivo con altre testate altrettanto in difficoltà ma senza queste risorse: soprattutto perché è lui stesso ad avere sostenuto a suo tempo l’importanza del progetto informativo del Post e a non averlo considerato come un’operazione per profitto. E non sono solo retorica facile gli argomenti di chi ha ricordato polemicamente la sproporzione tra le perdite del Washington Post (100 milioni di dollari l’anno scorso) e i modi con cui Bezos spende i propri soldi in altri ambiti e per altre ragioni. Sono dati che indicano delle scelte.
Uno di questi modi di spendere i soldi porta poi a parlare dell’altra condizione attuale di Bezos, quella che rende effettivamente non solo scellerate ma scandalose le sue scelte di ridimensionamento di uno dei giornali più importanti del mondo. L’azienda di Bezos, Amazon, ha appena investito 75 milioni di dollari in un film che non ha mai previsto profitti, e non li otterrà, solo come servile favore nei confronti dell’uomo più potente degli Stati Uniti, il presidente Donald Trump. E il servilismo nei confronti di Trump ha iniziato a manifestarsi un anno e mezzo fa, con le prime ingerenze nel lavoro libero del giornale: ingerenze che da subito si sono risolte in un’enorme perdita di abbonati e di credibilità del giornale. Quindi, senza dimenticare quanto detto sopra, dell’attuale crisi del giornale è anche responsabile lo stesso editore con le sue scelte palesemente sbagliate. La contraddizione tra dettare la linea al proprio giornale e poi lamentarsi delle conseguenze commerciali di quel dettare la linea (e licenziare), non è sostenibile.

Alla fine – è nei fatti – il ridimensionamento delle ambizioni commerciali e giornalistiche, della libertà e del servizio democratico del Washington Post, è una vittoria dell’obiettivo assai proclamato di Donald Trump di indebolire o annientare i mezzi di informazione che lo criticano.


domenica 8 Febbraio 2026

Una ragione del disastro al Washington Post

Il Washington Post è in una grossa crisi di sostenibilità economica e di ruolo, da almeno due anni. Gli investimenti di Bezos degli anni precedenti avevano dato un’illusione di grandi prospettive ma non hanno creato un’identità e una funzione riuscita e stabile del giornale, e al tempo stesso hanno determinato grosse perdite. L’ambizione era di tornare a essere competitivi con il New York Times, e in alcune occasioni e spazi il giornale ci è riuscito, ma il progetto di fare tutto, coprire tutto e rivolgersi a tutti è probabilmente irrealistico per questi tempi, a meno che tu non sia il New York Times, caso unico per mille ragioni (qualcuno ha commentato che Bezos dovrebbe sapere che vince chi occupa tutto lo spazio e fa fuori i concorrenti: come Amazon, come il New York Times).
E di che tempi difficili siano per la quasi totalità dei mezzi di informazione non c’è bisogno di ricordarlo a chi legge questa newsletter.
Quindi il Washington Post ha sicuramente un problema di bilanci e di risultati economici, che le sapienze dimostrate da Bezos nei suoi affari principali non sono state capaci di affrontare (ennesima e preziosa dimostrazione che per fare funzionare i giornali non bastano ricchi imprenditori che sanno fare altro ma che non sanno molto di aziende giornalistiche). E in queste condizioni, è normale che le aziende si trovino a dover ridurre i costi, e alle aziende giornalistiche sta capitando spesso.
Solo che la storia del Washington Post ha intorno molto altro.


domenica 8 Febbraio 2026

La demolizione del Washington Post

La dimensione eccezionale della notizia è mostrata dal fatto che l’avete quasi sicuramente già letta in giro su giornali e siti di news, a differenza di altre storie che sono abitualmente raccontate su Charlie. Gli interventi al Washington Post che avevamo anticipato una settimana fa si sono rivelati persino più drastici di quello che ci si aspettava.
L’editore di una delle testate giornalistiche più note, illustri e importanti del mondo, ha annunciato (ha fatto annunciare: lui è sparito) il licenziamento di trecento giornalisti e di un’ulteriore quota di dipendenti, riducendone di un terzo il numero complessivo.
I giornali americani (tutti i più importanti hanno pubblicato articoli sconfortati di commento) usano molto il termine “decimate” per le redazioni sportiva (chiusa, di fatto), degli esteri, e per le sedi di corrispondenza locali e internazionali. Sarà assai ridotta anche la redazione “Metro” (quella in cui allora lavoravano i due celebri autori dello scoop sullo scandalo Watergate, Bob Woodward e Carl Bernstein). Diverse sezioni del giornale verranno eliminate (quella dei libri, per esempio). Il direttore Matt Murray ha poi rifiutato che la redazione “media” se ne occupasse sul giornale, malgrado la sua evidente rilevanza, sostenendo che si trattasse di una questione troppo autoreferenziale.
Le decisioni sono state comunicate alla redazione mercoledì mattina dal direttore e poi da singole email ai dipendenti, che hanno indicato a ciascuno il proprio futuro (“eliminated” o no): un giornalista sportivo ha saputo di avere perso il lavoro mentre era a Milano a seguire le Olimpiadi; l’inviato in Ucraina mentre era in Ucraina, e così altri. Né il CEO Will Lewis, né il proprietario Jeff Bezos, hanno commentato la decisione, e non si sono mostrati alla redazione, e questo è diventato un ulteriore motivo di protesta: Lewis è stato visto il giorno dopo a San Francisco a un evento legato al Super Bowl, e infine sabato sera ha comunicato le sue dimissioni. L’azienda ha già nominato Jeff D’Onofrio, finora Chief Financial Officer, come suo successore.


domenica 8 Febbraio 2026

Charlie, titolarla grossa

Il peculiare e ingannevole uso dei virgolettati nelle titolazioni su molti giornali italiani è stato spesso citato e criticato in questa newsletter. Fa parte di quel patrimonio di cattiva informazione proprio della cultura giornalistica italiana, a cui le redazioni tendono più ad adeguarsi per pigrizia che a distaccarsene per premurosa attenzione ai lettori.
Ma oltre alla qui spesso citata questione dei “virgolettati inventati”, per cui si producono nei titoli delle sintesi che distorcono ciò che è stato detto, ma conservandolo tra virgolette – e quindi disinformando chi legge – c’è un’altra consuetudine che vale la pena isolare, suggerendone l’abbandono. Che è quella di usare dei virgolettati non attribuiti – o attribuiti a fonti poco affidabili – per farne titoli che così prevalgono nella comprensione di chi legge su qualunque maggiore articolazione dei fatti o sfumatura. La ragione è, naturalmente, il poter sfruttare una formula ad effetto, impressionante, sopra le righe, allarmante, piuttosto che una didascalica sintesi dei fatti e della notizia. E qualcuno che abbia detto una cosa esagerata e preoccupante, perentoria, polemica e persino falsa, si trova sempre. Il lavoro di un giornalista dovrebbe essere di valutare la credibilità, la rilevanza, il valore, di quella cosa e decidere se farne un titolo a partire da questi criteri. Invece simili virgolettati vengono scelti con eccitazione all’interno dell’articolo per il loro effetto di sgomentare chi legge, o di esagerare una narrazione, a discapito di scelte più ragionevoli e coerenti con i fatti. Utili ad avvicinare alla verità delle cose,
Invece le persone leggono i titoli, e si convincono di quelle cose lì, e se sono false pazienza: il giornale si è premurato di metterle tra virgolette, deresponsabilizzandosi.
Deresponsabilizzarsi è uno degli impegni più diffusi, di questi tempi.

Fine di questo prologo.


domenica 1 Febbraio 2026

C’è molto da imparare

Dal 19 febbraio, in settimane che richiedono ancora più del solito informazione e conoscenze accurate sugli argomenti della Giustizia, inizia una nuova serie di incontri online del Post nel format delle “10 lezioni”: 10 lezioni sulla Giustizia, con cui il Post prosegue il suo lavoro giornalistico dispiegato anche fuori dal sito web, con i libri e la rivista, con gli eventi pubblici, con i podcast e le newsletter, e con le lezioni online.


domenica 1 Febbraio 2026

Saviano libero

Il famoso e popolare scrittore Roberto Saviano ha pubblicato venerdì sul quotidiano Repubblica un suo intervento sul prossimo referendum di riforma costituzionale. La scelta è stata notata perché Saviano aveva lasciato Repubblica nel 2021 per diventare un collaboratore del quotidiano rivale, il Corriere della Sera, dopo l’acquisizione di Repubblica da parte della società Exor della famiglia Elkann Agnelli. Ma in questi anni le cautele del Corriere della Sera nel mantenere buoni rapporti con la maggioranza di governo hanno imposto a Saviano di occuparsi quasi solo di criminalità organizzata o di altri fatti di cronaca, e mai di questioni su cui Saviano stesso è più critico e polemico nei confronti del governo (soprattutto nei confronti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con cui ha avuto anche agguerriti scontri giudiziari): per esprimere la sua opposizione sul referendum ha quindi trovato di nuovo ospitalità su Repubblica.


domenica 1 Febbraio 2026

Rivelare i fatti, non emettere sentenze

Il New York Times ha spiegato in un breve articolo la propria attenzione sull’uso di termini che possono avere precisi significati formali e giuridici accanto a quelli che usiamo più genericamente nel linguaggio di ogni giorno: insistendo che l’accuratezza del proprio lavoro giornalistico richieda che le parole siano scelte in base alla loro corrispondenza a fatti verificati, e non per il trasporto e il coinvolgimento emotivo – per quanto legittimi siano – che le possono suscitare.

“In a politically polarized environment, with declarations of certainty all around, we have to capture the magnitude of a situation without saying more than we know. Our goal is to be as precise as we can, to be especially careful with word choice and steer away from language that takes sides or conveys an opinion.
Readers might see references elsewhere to the “murder” of Mr. Pretti or Ms. Good, but that word has a clear and significant meaning in law enforcement and the legal system. We do not use it unless a formal charge has been made or a court has found that a killing was, indeed, a murder.
We also hear from those who want to see the word “execution” in our news report. But that, too, has a distinct definition — putting someone to death as a legal penalty — and we don’t want to dilute its meaning by using it when that’s not the case.
When videos purport to show an event, we must take care to evaluate and verify that what we’re seeing is the full picture. Could the images have been manipulated? Do other angles show something different ? What precipitated the volatile scenes we’re seeing on social media?
Our language must account for what we don’t know as much as for what we do. Initially, we reported that the footage of Mr. Pretti’s shooting “appeared” to contradict the Trump administration’s account. As we learned more about the events surrounding the situation and analyzed video from multiple angles, our language on that point became more definitive.
The Times is careful not to take on the role of prosecutor, defender or judge, even when we’re holding powerful people or institutions to account. We seek to present — but not adjudicate — the facts in hand. We reveal all the facts we can uncover; we don’t present evidence to support a case. We uncover wrongdoing; we don’t declare guilt or innocence”.


domenica 1 Febbraio 2026

L’ammirevole passato dei giornali

Qualche mese fa i media internazionali avevano scoperto una storia francese assai nota ai parigini, quella dell'”ultimo strillone”: un venditore di giornali stradale della Rive gauche, Ali Akbar, molto popolare e amato. Ed era stata annunciata la scelta del presidente Macron di attribuirgli un’onorificenza nazionale, e questa settimana c’è stata la cerimonia.


domenica 1 Febbraio 2026

Buonasera, sono l’editore

In una puntata del programma televisivo Otto e mezzo , giovedì, è stato ospite Leonardo Maria Del Vecchio, ricchissimo imprenditore che ha ottenuto varie notorietà negli ultimi mesi, e nelle ultime settimane per il suo ingresso nell’editoria giornalistica: ha infatti acquistato la maggioranza della società che pubblica i quotidiani NazioneResto del Carlino Giorno, e il 30% di quella che possiede il Giornale. C’era quindi interesse per questa sua presentazione televisiva, da cui non sono uscite grandi chiarezze o visioni, fin qui, e che gli ha procurato commenti piuttosto severi online (si sono molto astenuti dal commentare i quotidiani tradizionali, più attenti ai rapporti di potere economico italiani).


domenica 1 Febbraio 2026

Brooks trasloca

David Brooks, uno dei più popolari e noti columnist nei media statunitensi, lascerà il New York Times dopo ventidue anni. Brooks è sempre stato un autore con una specifica e rara identità negli spazi delle opinioni giornalistiche, dedicato ad affrontare temi sociologici e a volte intimi e personali sulla popolazione americana da posizioni di “buon senso” e con un orientamento politico di conservatorismo moderato, che nell’ultimo decennio lo ha reso un raro rappresentante dell’elettorato Repubblicano molto critico nei confronti di Trump. Questa newsletter lo aveva citato in un paio di occasioni. Adesso, con un lungo articolo sulle condizioni degli Stati Uniti e con i suoi consueti toni sconfortati e ottimisti insieme, ha annunciato di avere accettato una docenza universitaria a cui dedicarsi nella speranza che quello possa essere un ambito costruttivo. Il New York Times lo ha ringraziato e salutato con molti elogi. Nel frattempo però la testata dell’ Atlantic ha fatto sapere che Brooks diventerà un proprio collaboratore fisso, passaggio che Brooks non ha finora spiegato (sia il New York Times che l’ Atlantic hanno posizioni liberal ed estesamente critiche dell’amministrazione Trump).


domenica 1 Febbraio 2026

Assurdi paragoni

In una contraddizione piuttosto frequente nei quotidiani italiani, il Corriere della Sera ha promosso ed enfatizzato un paragone sulla enorme frana di Niscemi, in corso in questi giorni, e la frana del Vajont del 1963, salvo criticare quel paragone il giorno seguente. Quello che si nota in questi casi è la differenza di priorità tra chi titola degli articoli privilegiando ogni possibile sensazionalismo, esagerazione e drammatizzazione, e chi in redazione è capace di conoscenza e lucidità nella valutazione esperta delle cose (in questo caso Gian Antonio Stella, storico reporter del giornale sui casi di cronaca italiana). Nel primo caso si sceglie di usare in un titolo un virgolettato che aumenta ulteriormente l’allarme e la dimensione della catastrofe («peggio del Vajont»), forzando una dichiarazione tra l’altro molto più fattuale e delimitata (« tecnicamente siamo quasi una volta e mezza la quantità di montagna e di territorio e di massa franosa che è caduta rispetto a quella del Vajont »). Nel secondo si interviene 24 ore dopo citando en passant il paragone come una sciocchezza, ma con un titolo che di nuovo investe sulla polemica, opposta.


domenica 1 Febbraio 2026

Sempre peggio Trump

Benché le repressioni dell’amministrazione Trump nei confronti dei mezzi di informazione che non gli sono fedeli rischino di non sorprendere più, quello di venerdì scorso è stato uno sviluppo che ha superato un’ulteriore asticella di rispetto del giornalismo e della libertà di espressione. Agenti della Homeland Security hanno arrestato due reporter, uno dei quali è un famosissimo ex giornalista televisivo di CNN (da cui è stato licenziato non bene un paio di anni fa), Don Lemon.
Lui e Georgia Fort sono stati arrestati e successivamente rilasciati per essere stati presenti a una manifestazione di protesta contro un parroco accusato di collaborare con gli agenti ICE in una chiesa in Minnesota lo scorso 18 gennaio. Sia Trump che la ministra della Giustizia Pam Bondi hanno festosamente celebrato l’arresto di Lemon, che è stato attaccato spesso da Trump in passato. L’accusa contro di loro è di avere partecipato a quella manifestazione violando una legge che protegge le riunioni nei luoghi di culto: Lemon e Fort hanno risposto alle accuse molto battaglieramente, spiegando di essersi trovati nella chiesa a fare il loro lavoro e accusando l’intimidazione dell’amministrazione. Altre proteste sono state diffuse da molti loro colleghi e altre testate, compresa CNN (Lemon lavora oggi con un suo progetto di informazione online).


domenica 1 Febbraio 2026

Quelle cose che fai la sera tardi

Nel frattempo l’ex deputata Melania Rizzoli ha cancellato da Instagram l’avventato post sulla trattativa tra SAE e GEDI intorno alla Stampadi cui avevamo scritto la settimana scorsa. Qualcuno si è evidentemente preoccupato di restituire una soglia minima di serietà ad affari di questa importanza e delicatezza.


domenica 1 Febbraio 2026

Vasi comunicanti

Una preoccupazione ulteriore circolata nell’ultima settimana nella redazione della Stampa è che la proprietà sia poco chiara sui conti del giornale e che abbia intenzione di sfruttare le sinergie con Repubblica – i due quotidiani appartengono entrambi al gruppo GEDI – per rendere più rassicuranti i bilanci di quest’ultima a scapito di quelli della Stampa, e favorire la cessione ritenuta più importante e preziosa, quella trattata col gruppo greco Antenna. Questo timore si aggiunge a una non nuova impressione che la vendita pubblicitaria della concessionaria del gruppo abbia spesso dato maggiori priorità a Repubblica e ai suoi conti. E in queste settimane in cui stanno saltando tutte le diplomazie, tutto è stato esplicitato in un comunicato del Comitato di redazione della Stampa pubblicato sabato.

“Ieri a fronte di una foliazione nazionale di 32 pagine abbiamo contato una sola pagina intera di pubblicità: come il giorno prima, come tanti altri giorni di questa settimana, di questi mesi, di questi anni potremmo anche dire. Ancora domenica scorsa 48 pagine di foliazione nazionale ed una sola pagina intera di pubblicità, idem l’ultimo numero di Tuttolibri. Se invece guardiamo Repubblica, con una accelerazione in questa fase decisamente sospetta, escono tutt’altri conteggi. Lo squilibrio è evidente e per noi decisamente avvilente visto che la Stampa, sia in termini di vendite in edicola sia come qualità del prodotto, non merita questo trattamento. Come Cdr lo abbiamo segnalato più volte.

Questo è un fatto che ci ferisce, che ci indigna profondamente, che riconferma un dato di fatto per noi incontrovertibile, ovvero che la nostra concessionaria di pubblicità – ma crediamo che in ultima analisi la responsabilità sia del gruppo editoriale nella sua interezza – non valorizza come secondo noi dovrebbe fare il “prodotto la Stampa”.
Le trattative in corso porteranno al definitivo smantellamento di quello che era stato presentato come il più grande gruppo editoriale del Paese: sia l’azionista Exor, che lascia il campo in maniera ai nostri occhi indecorosa per come si è sviluppata la vicenda, sia Gedi hanno evidentemente fallito la loro missione. Saranno anche stati anni difficili per il nostro settore (pubblicità compresa) ma siamo convinti che il lavoro di centinaia di giornalisti e poligrafici non venga valorizzato a sufficienza” .


domenica 1 Febbraio 2026

Il buio in fondo al tunnel

“L’annunciata vendita del gruppo Gedi, intero o a pezzi, continua ad essere avvolta nel mistero […] Questo a ridosso del 31 gennaio, data in cui dovrebbe concludersi la già rinnovata trattativa esclusiva tra Exor e Antenna group che va avanti da ben cinque mesi”.
L’inizio del comunicato di venerdì del Comitato di redazione di Repubblica riassume esattamente la spaesante confusione che prosegue intorno alla vendita del gruppo editoriale GEDI. Gennaio è passato, e non solo l’ipotesi di cessione alla società greca Antenna non si è concretizzata, ma non è emerso nessun nuovo dettaglio o sviluppo sul suo percorso e sulle sue prospettive, con entrambe le società estranee a un dibattito pubblico che è costituito solo da disorientati comunicati delle redazioni (nel frattempo non c’è stata nessuna evoluzione nemmeno sull’ancora più goffa e recente ipotesi di vendita del quotidiano La Stampa alla società italiana SAE).


domenica 1 Febbraio 2026

È stato bello, il Washington Post di Bezos: poi è arrivato Bezos

Le cose stanno mettendosi molto male al Washington Post, uno dei giornali più famosi del mondo e uno dei quattro quotidiani “nazionali” degli Stati Uniti, che per qualche anno era sembrato potesse essere un modello di resurrezione e ritrovati ruolo e competitività tra le testate tradizionali.
Quello che è successo è che gli investimenti del ricchissimo editore Jeff Bezos, assieme ai battaglieri impegni del giornale contro Donald Trump, hanno permesso una grande crescita di abbonamenti e di ricavi che si è però arrestata a un certo punto, due anni fa, avendo forse raggiunto una saturazione del suo possibile pubblico. A quella prima crisi si è aggiunta l’esibita richiesta di Bezos di capovolgere gli atteggiamenti del giornale nei confronti di Trump, richiesta dispiegata in modi maldestri e ulteriormente controproducenti. Con grosse perdite di abbonati e di ricavi, e ridimensionamenti delle ambizioni del giornale. Che oggi resta in gran parte critico dell’amministrazione Trump ma con inserimenti diffusi di posizioni più indulgenti o favorevoli, in particolare nella redazione delle opinioni.
Niente di tutto questo sta facendo bene alla salute economica del giornale, e in questi giorni circolano sostanziose anticipazioni di grandi riduzioni dei costi e delle redazioni (quella sportiva e quella degli esteri, sicuramente), con preoccupazioni e proteste. Ne hanno scritto il popolare giornalista Nate Silver sulla sua newsletter e il New York Magazine.


domenica 1 Febbraio 2026

Charlie, chi può parlare

I conflitti tra il sistema di regole giuridiche che avevamo costruito fino a quarant’anni fa e le imprevedibili fattispecie e occasioni che si sono create con le trasformazioni digitali continuano a essere in gran parte irrisolti. Le comprensibili e umane insistenze a ricondurre a quelle regole contesti e cambiamenti radicali, e a voler giudicare le cose di quest’epoca con i criteri e i precedenti di un’altra mostrano continui fallimenti. Questa difficoltà è alla base delle riflessioni fatte dagli avvocati Carlo Melzi d’Eril e Giulio Vigevani sul Sole 24 Ore a proposito dei problemi giuridici relativi al provvedimento con cui un giudice milanese ha vietato a Fabrizio Corona – indescrivibile personaggio del circense panorama pubblico italiano – di pubblicare online qualunque contenuto che riguardi il direttore editoriale del settimanale Chi, Alfonso Signorini, che lo aveva denunciato e aveva richiesto l’intervento.
Ma rispettando le giuste considerazioni di Melzi d’Eril e Vigevani sul rispetto delle regole così come esistono, si può comunque aggiungere un paio di pensieri su quelle regole e sul senso di alcune idee condivise che riguardano il giornalismo.
La prima, segnalata giustamente 
in conclusione dagli autori di quell’articolo, riguarda l’esistenza stessa di un Ordine dei giornalisti e un’idea anacronistica su chi svolga un lavoro di informazione. La pretesa di alcuni responsabili di quell’Ordine che chi ne faccia parte goda di esenzioni e protezioni esclusive rispetto alle valutazioni sulla diffamazione e sull’accuratezza non ha oggi più nessun senso, se lo ha mai avuto. Significherebbe che se Corona avesse un regolare tesserino da giornalista – possibilità piuttosto accessibile e realistica per una persona con la sua biografia – il giudizio sulla sua censura dovrebbe essere ribaltato. Significa che il valore diffamatorio di quello che si dice, o la sua falsità, non determinano le decisioni di un giudice: le determinano chi sia che dice quelle cose (e non sosterremo che gli iscritti all’albo dei giornalisti non siano capaci di falsità o diffamazione, vero?). E che, viceversa, una persona che svolga un accurato e utile occasionale compito di informazione sia più debole nei confronti dei team legali di una grande società rispetto a una che sia iscritta all’Ordine.
Il secondo pensiero lo abbiamo descritto altre volte qui: come tutte le libertà, anche la libertà di informazione conosce dei limiti. Che le istituzioni democratiche – parlamenti, magistrature – non possano intervenire a limitarla è una sciocchezza: avviene in alcuni casi nel nostro ordinamento (si pensi al segreto di stato) e in molti altri in diversi ordinamenti (nel Regno Unito i giudici vietano di frequente la pubblicazione di nomi e informazioni relativi a indagini in corso o a processi, per oculata tutela di persone coinvolte o del pubblico). Non c’è niente di scandaloso in questo: la si può pure chiamare suggestivamente “censura”, ma è una censura legittima e saggiamente prevista dagli ordinamenti. Poi sulla sua applicazione corretta in questo caso si può discutere (come sul potere legale di certe grandi aziende), ma non c’è nessuno scandalo nel valutare gli equilibri tra diritto di informazione e tutela delle persone.

Fine di questo prologo.


domenica 25 Gennaio 2026

Microrganismi

La Corte d’appello di Firenze ha annullato una sentenza di due anni fa che aveva dato ragione al senatore Matteo Renzi in una causa per diffamazione contro il Fatto, sostenendo che la successione di insulti che il giornale gli aveva rivolto “costituisce espressione della libertà di informazione”. La sentenza ritiene che quelle definizioni siano state usate in senso tecnico zoologico: “l’accostamento alla cozza (o mollusco) quale microrganismo avente la funzione nell’ecosistema di assorbire sostanze tossiche e trattenerle”.


domenica 25 Gennaio 2026

Fermi tutti

Un giudice statunitense ha ordinato che i funzionari del governo si astengano dall’indagare il contenuto degli apparecchi sequestrati a una giornalista del Washington Post nell’ambito di un’indagine su un uomo che l’aveva contattata: ne avevamo scritto domenica scorsa. Gli avvocati del Washington Post hanno chiesto che sia restituito tutto, una decisione è attesa per la fine del mese prossimo, ma intanto il giudice ha ritenuto che il giornale abbia buoni argomenti per chiedere che non sia toccato nulla.


domenica 25 Gennaio 2026

Fastidi

Il fact checker è un ruolo di storica importanza all’interno delle redazioni, connaturato alle funzioni stesse del giornalismo. Chi “controlla i fatti” ha la responsabilità di verifiche finali sugli articoli che vengono pubblicati: è un ruolo che è sempre stato raro nelle testate italiane (in parte interpretato da quelli che da noi sono detti “correttori”, destinati soprattutto a verifiche sulla forma) e che oggi è scomparso quasi del tutto, mentre diverse tra le più autorevoli testate internazionali ne mantengono funzioni e importanza. Queste funzioni sono molto preziose e negli scorsi decenni sono state spesso assunte da siti o esperti esterni a valle della pubblicazione, per supplire appunto a verifiche insufficienti all’interno di alcune redazioni. Proprio per la loro indiscutibile importanza, connaturata al giornalismo stesso, è interessante da segnalare la rivendicazione in senso opposto di un articolo di commento pubblicato sabato sul Giornale.


domenica 25 Gennaio 2026

Tante storie in una storia

Steve Scherer ha lavorato come giornalista per l’agenzia di stampa Reuters per ventotto anni, con un lungo periodo in Italia: poi è diventato capo dell’ufficio di corrispondenza in Canada e poco dopo è stato licenziato in un piano di riduzione dei costi. Oggi fa l’autista per Uber in Virginia: ha raccontato la sua storia su Substack.


domenica 25 Gennaio 2026

E poi

Sabato un articolo di Repubblica ha riferito di una nuova accusa (è ancora aperta un’indagine di cui si era parlato negli anni scorsi) nei confronti di Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore dei quotidiani del gruppo Monrif e socio del Giornale .

“La sequenza risale alle 12.49 del 16 novembre scorso. La Ferrari Purosangue 222 continua ad accelerare e a mangiarsi la Tangenziale est di Milano a tutta velocità in direzione sud. Il guidatore ha fretta e decide di oltrepassare il traffico intenso procedendo a zig-zag. Sorpassi a sinistra e a destra finché, durante uno dei salti dalla corsia di sinistra a quella centrale, il muso del bolide non urta con il posteriore di una Bmw 530 e innesca una carambola, con le due auto che sbattono più volte contro il guard-rail prima di riuscire ad accostare in corsia di emergenza. I sanitari dell’ambulanza bussano prima al finestrino della Ferrari: i due uomini all’interno stanno bene, il guidatore (un giovane dai lunghi capelli neri con barba folta) chiede di sincerarsi delle condizioni dell’altra autista: è la 58enne Rosangela P., al volante della Bmw, ad essere ammaccata. Finirà al San Raffaele in codice verde.

Ma quando arriva la volante della Polstrada, mezz’ora dopo il botto, lo scenario è cambiato. Nell’abitacolo della Ferrari gli agenti trovano un signore coi capelli a spazzola e il viso rasato: si chiama Daniele O., ha 53 anni, ha lavorato fino a due anni fa come “asset protection” a Luxottica e non riesce a mettere in moto — il pulsante premuto aziona i tergicristalli — né a recuperare dal cruscotto il libretto. La targa rimanda al proprietario, Leonardo Maria Del Vecchio, e così il racconto dell’infermiere, che poi riconoscerà in foto il conducente. La visione delle telecamere rivelerà il resto: l’arrivo di Daniele O. pochi minuti dopo l’incidente, la sua auto posteggiata momentaneamente cento metri più avanti, il soccorso dell’ambulanza e infine la discesa dei due uomini dalla Ferrari Purosangue. Lasciano il posto a Daniele O. e salgono sulla Bmw. Poi ripartono, senza aver mai allertato il 112″.


domenica 25 Gennaio 2026

Chi sono gli editori italiani/2

Sempre avendo presente la precarietà di alcuni degli scenari che abbiamo descritto, vediamo anche come sarebbero raffigurabili le proprietà delle maggioranze dei primi dieci quotidiani italiani per diffusione se venissero confermate le ipotesi attuali.

Corriere della Sera  – Urbano Cairo, con posizioni filogovernative per ragioni di opportunità economicaRepubblica – società greca Antenna, in buone relazioni con Donald Trump e con Mohammed bin SalmanStampa – SAE, in amichevoli e fruttuose relazioni con gli establishment editoriali e politici di centrodestraSole 24 Ore – ConfindustriaResto del Carlino – Leonardo Del Vecchio, socio del Giornale del deputato leghista Antonio AngelucciMessaggero – Franco Caltagirone, costruttore e banchiere di grandi poteri e accorte relazioni col centrodestraGazzettino – Franco Caltagirone, costruttore e banchiere di grandi poteri e accorte relazioni col centrodestraNazione – Leonardo Del Vecchio, socio del Giornale del deputato leghista Antonio AngelucciDolomiten – Famiglia Ebner, protagonista dello storico partito di potere altoatesino, SVPGiornale – Antonio Angelucci, deputato della Lega, e Leonardo Del Vecchio