Pagare per il diritto all’oblio

Un'inchiesta di IrpiMedia ha spiegato il lavoro delle agenzie che “ripuliscono” la reputazione online delle persone con metodi discutibili

(AP Photo/Don Ryan, File)
(AP Photo/Don Ryan, File)
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Un’inchiesta del sito di giornalismo investigativo IrpiMedia ha raccontato nel dettaglio come lavorano le agenzie che si occupano di dare visibilità nei motori di ricerca ad alcuni specifici contenuti, o al contrario di farli sostanzialmente sparire perché in qualche modo sconvenienti per il proprio cliente. È un tema molto rilevante e attuale, che ha a che fare soprattutto con il trattamento dei dati personali degli utenti online e il diritto all’oblio: cioè quella forma di tutela (garantita dal regolamento europeo noto come GDPR) che dovrebbe impedire la diffusione di informazioni che danneggino la reputazione di una persona, quando queste non siano rilevanti a livello pubblico e pertinenti a livello temporale.

È un diritto che entra spesso in conflitto con quelli di informazione e di critica, e che andrebbe valutato caso per caso. Le agenzie di cui parla IrpiMedia invece lo esercitano a seconda della convenienza dei propri clienti, con strumenti formalmente legali ma che riguardano per lo più ambiti che non sono stati ancora del tutto esplorati dal diritto, e spesso eticamente discutibili. L’inchiesta si è concentrata sul lavoro di una di queste agenzie in particolare, Eliminalia.

C’è un lavorio sotterraneo sugli url – le sequenze di lettere e numeri che identificano univocamente una pagina web – di cui nemmeno gli autori degli articoli o le testate si accorgono. È teso a “screditare” agli occhi di Google le notizie contestate, quindi farle scendere nella classifica dei risultati forniti dai motori di ricerca. Il lavoro è legale, per quanto a volte discutibile: chi cura l’immagine pubblica di aziende e volti noti può trovarsi a cercare di giustificare scelte ingiustificabili o cercare di cancellare indelebili macchie del passato. A svolgerlo al mondo ci sono circa duemila agenzie di “web reputation”.

Solo che alcune, come quella dell’avatar Raùl Soto, adottano tecniche fraudolente per arrivare al loro obiettivo. Negli ultimi anni, l’azienda per cui “lavora” Soto non solo si è specializzata nel manipolare l’indicizzazione dei siti web, ma ha anche cercato in silenzio di acquisire una fetta del mondo dell’informazione. Ha anche gestito clienti “in subappalto”, senza che questi ultimi ne fossero al corrente.

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I segreti di Eliminalia sono stati svelati attraverso un database di 50 mila contratti, scambi di email, screenshot di richieste a testate e piattaforme online per rimuovere contenuti e altri documenti. Al loro interno sono nominati circa 1.500 clienti provenienti da una cinquantina di Paesi, datati per lo più tra 2017 e 2021. Dai dati, emerge che per rimuovere un singolo link si pagano cifre tra duecento e duemila euro, a seconda dei casi. Ci sono 25 clienti che hanno sborsato più di 50 mila euro per ripulire la rete dal loro nome.

Tra i clienti stranieri ci sono banchieri condannati per riciclaggio, corruttori, trafficanti di droga, uomini dello spettacolo accusati di molestie sessuali, professionisti coinvolti in frodi finanziarie internazionali. Tra le banche, due casi rilevanti riguardano la Compagnie Bancaire Helvetique e Bandenia Plc: la prima è stata accusata di non aver impedito alcune operazioni di riciclaggio di denaro sporco, il direttore della seconda è stato condannato a quattro anni di carcere per aver ripulito i soldi di una trafficante di droga a settembre 2022. Ci sono imprenditori con un passato controverso. Ci sono riciclatori di denaro sporco.

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