Il documentario su Melania Trump non si ripagherà mai

Per quanto sia andato bene nel suo primo weekend nei cinema statunitensi, Amazon ha speso moooolto di più per comprarlo e promuoverlo

La pubblicità di “Melania” a Piccadilly Circus, a Londra. (Ming Yeung/Getty Images)
La pubblicità di “Melania” a Piccadilly Circus, a Londra. (Ming Yeung/Getty Images)
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Negli ultimi dieci anni nessun documentario aveva incassato nel suo primo weekend al cinema quanto Melania, il film sulla first lady statunitense Melania Trump uscito lo scorso 30 gennaio. Questo però non vuol dire che sia andato bene.

Nel primo weekend statunitense ha incassato 7 milioni di dollari, poco meno di quanto previsto dalle società più affidabili, che avevano parlato di 8 milioni. Tuttavia il film, voluto dalla famiglia Trump e di cui Melania Trump è produttrice esecutiva, è stato comprato e distribuito da Amazon per cifre talmente alte che lo renderebbero un’operazione in perdita anche se dovesse continuare ad andare così.

Come hanno riportato in molti prima dell’uscita, Melania è un’operazione che non può generare profitto, almeno non dal solo incasso dei cinema. Secondo Hollywood Reporter è il documentario più costoso della storia: è costato 40 milioni di dollari ad Amazon per comprarlo e poi 35 milioni di dollari (sempre di Amazon) per promuoverlo. Tuttavia nessun documentario oggi è in grado di incassare i 150 milioni di dollari che sarebbero necessari per andare in pari (perché dal prezzo di ogni biglietto le distribuzioni prendono metà della cifra, l’altra va alle sale). Solitamente i documentari che non sono musicali o che non sono concerti, e a maggior ragione se sono a sfondo politico, possono incassare tra i 20 e i 30 milioni di dollari, quando vanno bene.

– Leggi anche: Cosa c’è dietro il documentario su Melania Trump

Nulla nella distribuzione di Melania sembra però essere stato fatto con l’idea di generare un profitto. Non solo il budget è troppo alto, ma anche l’uscita è avvenuta in troppe sale. Nel primo weekend lo hanno programmato 1.800 cinema in tutti gli Stati Uniti, circa un terzo in più di quelli in cui uscì nel 2024 un documentario paragonabile per il tipo di pubblico a cui era rivolto, Am I Racist?. Quel film fece in proporzione lo stesso incasso di Melania, circa 4 milioni di dollari nel primo weekend e poi 12 alla fine della permanenza in sala. Ma era costato 3 milioni di dollari e non era stato pubblicizzato massicciamente come è successo invece per Melania, per cui è stato addirittura personalizzato l’esterno dell’arena The Sphere a Las Vegas.

L’investimento nei documentari di solito è molto minore di questo. Per dare un’idea, uno dei più grandi successi nel mondo dei documentari politici fu Fahrenheit 9/11 di Michael Moore. Quel film nel 2004 ebbe un incasso straordinario di 120 milioni negli Stati Uniti e 222 in totale nel mondo. Fu anche promosso con un grande investimento, ma costò solo 6 milioni di dollari.

La stranezza di questa operazione ha portato molti a non credere che l’incasso di Melania venga da reali spettatori. I seicentomila biglietti staccati, che corrispondono ai 7 milioni di incasso, sono stati sicuramente venduti, ma è molto frequente che in certi casi siano gli stessi distributori ad acquistare i biglietti con la compiacenza dei cinema, così da attenuare dei clamorosi insuccessi. È una pratica complicata da dimostrare, perché bisognerebbe essere presenti fisicamente nei cinema e testimoniare l’assenza di pubblico. Tuttavia alcune testate nazionali come la CNN o altre più locali hanno controllato i cinema dei grandi centri come Washington, New York e Boston, trovando diverse sale in realtà vuote.

A non stupire nessuno invece sono stati i dati sulla composizione del pubblico di Melania e su dove è andato meglio. Negli Stati Uniti gli spettatori di questo primo weekend sono stati per il 72 per cento donne, per il 72 per cento persone con più di 55 anni e per il 75 per cento bianchi. E nonostante più della metà dei 1.800 cinema si trovasse negli stati a maggioranza Democratica, il 53 per cento degli incassi è arrivato dagli stati a maggioranza Repubblicana. Ed è andato meglio nelle zone di provincia rispetto a quelle delle grandi città. Sono dati e profili di spettatori molto simili a quelli solitamente associati ai film religiosi cristiani, un settore di mercato molto importante negli Stati Uniti. Infine la media di valutazione del film da parte di chi l’ha visto è stata A, cioè il massimo. È piaciuto a chi doveva piacere.

Contemporaneamente agli Stati Uniti Melania è uscito anche in molti altri paesi del mondo ma di quegli incassi si sa poco al momento e non sembra che Amazon intenda divulgarli. In Italia Eagle Pictures lo ha distribuito in 100 sale, un buon numero, anche se in molte di queste (almeno quelle dei principali centri) era programmato con un solo spettacolo al giorno. Questo weekend si è piazzato al 38esimo posto nella classifica del box office italiano. L’incasso è stato di 6.500 euro, cioè 800 biglietti staccati nei quattro giorni da giovedì a domenica. Significa una media di circa 8 biglietti venduti per sala in tutto il weekend.

Ci sono diverse spiegazioni per un investimento così grande che era chiaro non avrebbe potuto portare a un profitto, oltre a quella di opportunismo politico da parte di Amazon. La principale è che questo documentario sarà probabilmente molto visto su Prime Video, che lo avrà in esclusiva, e che anticipa una serie tv documentaria sempre su Melania Trump e sempre di Prime Video, la cui data di uscita deve ancora essere annunciata. La grande esposizione mediatica di Melania contribuirà a creare attenzione e a portare spettatori sulla piattaforma.