Cannes sa che deve cambiare qualcosa

Deve ricreare le condizioni perché partecipino i grandi film americani se non vuole essere “solo” la porta agli Oscar per i film europei

di Gabriele Niola

La giuria del Festival di Cannes del 2026. Da sinistra a destra: Peter Jackson, Elijah Wood, Gong Li, Jane Fonda, Park Chan-wook, Demi Moore, Eye Haïdara, Isaach De Bankolé, Ruth Negga, Chloé Zhao, Laura Wandel e Stellan Skarsgård. (Aurore Marechal/Getty Images)
La giuria del Festival di Cannes del 2026. Da sinistra a destra: Peter Jackson, Elijah Wood, Gong Li, Jane Fonda, Park Chan-wook, Demi Moore, Eye Haïdara, Isaach De Bankolé, Ruth Negga, Chloé Zhao, Laura Wandel e Stellan Skarsgård. (Aurore Marechal/Getty Images)
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Quest’anno per il festival di Cannes qualcosa non ha funzionato nel rapporto con gli studios hollywoodiani. Subito dopo la conferenza stampa di annuncio dei film selezionati, un mese fa, si era molto parlato dell’assenza di grandi film statunitensi, e non ha cambiato la sostanza delle cose il fatto che nelle settimane tra quella conferenza e l’inizio della manifestazione se ne sia aggiunto uno: Paper Tiger di James Gray, con Scarlett Johansson e Adam Driver.

Il motivo, per certi versi paradossale, è che per come si è sviluppato il festival ora i film a Cannes ricevono troppa esposizione, e di un tipo che può facilmente trasformarsi in attenzioni negative e stroncature. È un processo cominciato una ventina di anni fa e che ha riguardato anche Venezia, col risultato che ora gli studios hanno una certa paura di presentare lì i propri film. Non è chiaro cosa e come, ma qualcosa dovrà cambiare nel modo in cui vengono gestiti i grandi film se Cannes non vuole diventare “solo” la porta d’ingresso dei film europei agli Oscar.

L’assenza degli studios non vuol dire che in generale manchi il cinema americano al festival: oltre a Paper Tiger, parlando solo del concorso principale, c’è anche un film indipendente, The Man I Love di Ira Sachs. A mancare sono però i film molto costosi, spettacolari e con grandi star, quelli che attirano più attenzione e, di solito, incassano di più. In passato in ogni edizione c’è sempre stato almeno un film di questo tipo, che ha usato Cannes come luogo di grande esposizione mediatica per lanciare la promozione. Alcuni esempi recenti sono stati Elemental della Pixar, Top Gun: Maverick, Killers of the Flower Moon o Mission: Impossible – The Final Reckoning. E in un certo senso la loro assenza quest’anno è colpa dei festival.

Come ha spiegato recentemente il direttore di Venezia Alberto Barbera, i festival come Cannes o Venezia hanno cambiato il loro rapporto con i film americani tra gli anni Duemila e gli anni Dieci, affermandosi come il posto migliore per far partire una campagna Oscar o in generale fare promozione. Era così anche in passato ma solo per un piccolo numero di film.

Invece con l’aumentare delle proiezioni, della copertura mediatica e delle sezioni, sia Cannes sia Venezia hanno fatto in modo di avere tanti momenti, anche in una stessa giornata, per creare attenzione intorno ai film. Questo ha funzionato molto bene in certi casi, creando ottime relazioni tra festival europei e film americani per tanti anni. Ma ha finito per creare anche le condizioni che oggi disincentivano gli studios dal partecipare.

Che nel 2026 qualcosa fosse cambiato lo ha notato per prima Tricia Tuttle, direttrice americana della Berlinale, il primo festival dell’anno in ordine cronologico (si svolge a febbraio) e quindi il primo ad avere meno grandi film americani del solito. Quello che Tuttle ha notato per prima è quanto gli studios, cioè i soggetti che quei grandi film li producono e distribuiscono nel mondo, siano spaventati da una ricezione negativa.

Lei ha citato il caso di Joker: Folie à Deux di Todd Phillips, sequel di Joker, costato 200 milioni di dollari, che fu presentato a Venezia nel 2024 e stroncato dalla stampa, portando a un pessimo lancio e un incasso insufficiente (58 milioni in patria e 200 in tutto il mondo). Ma lo stesso era accaduto a Cannes a Indiana Jones e il quadrante del destino e a Elemental nel 2023 e a Horizon: An American Saga di Kevin Costner nel 2024.

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Anche questa delle stroncature non è una novità, ma l’impressione degli studios, ha spiegato sempre Tuttle, è che con l’aumento di occasioni di esposizione in un festival si siano moltiplicate anche le possibilità perché qualcosa vada storto. L’aumentare dell’influenza dei social media poi fa sì che questi inconvenienti siano sempre più amplificati, polarizzando le opinioni intorno ai film. E questo considerando che, in un momento di forte contrazione degli studios, la partecipazione a un grande festival può costare anche qualche milione di dollari. La reticenza poi è anche maggiore se si parla di andare in concorso, la sezione più in vista.

Ogni grande festival di cinema infatti organizza la sua “selezione ufficiale” in diverse sezioni: a Cannes alcuni film vanno in concorso, altri più spettacolari e commerciali fuori concorso, altri più estremi e horror possono andare nella sezione “proiezioni di mezzanotte”, e poi ce ne sono altre ancora.

Quest’anno per rimediare all’assenza di grandi film Cannes ha fatto in modo di avere nomi importanti del cinema americano in tutte le sezioni che non sono il concorso, anche con film non proprio attesissimi. È il caso dei due documentari nella sezione “proiezioni speciali”: John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh e Avedon di Ron Howard sul fotografo Richard Avedon. Oppure dei due film girati da due attori una volta molto noti: quello di Andy Garcia, intitolato Diamond, e quello di John Travolta, Propeller One-Way Night Coach.

Il delegato generale del festival di Cannes (cioè il direttore artistico) Thierry Frémaux si è trovato a dover spiegare alla stampa questa assenza e l’ha fatto parlando di una crisi più generale del cinema americano e degli studios. È da sempre la linea di Frémaux: identificare Cannes con il mondo del cinema e il mondo del cinema con Cannes. Tutto ciò che va bene o va male al festival, secondo questa prospettiva, non è per merito o demerito della manifestazione ma semplicemente riflette i cambiamenti del cinema. Dunque il fatto che gli studios producano un numero inferiore di grandi film rispetto a qualche anno fa sarebbe all’origine della scarsità.

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Questa situazione coincide peraltro con un momento in cui per i film non americani è estremamente conveniente essere in uno dei tre grandi festival europei (Cannes, Venezia e Berlino), partecipando ai quali possono arrivare negli Stati Uniti e magari agli Oscar. Per l’economia di un film europeo o asiatico significa aumentare significativamente la circolazione e i guadagni e per chi lo fa (registi, sceneggiatori, attori, produttori) aprirsi al mercato più forte del mondo, quello americano. Dopo aver vinto Cannes, il film francese Anatomia di una caduta ricevette cinque candidature agli Oscar e ne vinse uno (quello per la miglior sceneggiatura originale), e quest’anno la sua protagonista Sandra Hüller (che fu candidata all’Oscar) è apparsa come non protagonista nel grande film di fantascienza Project Hail Mary.

Altri film non statunitensi che recentemente sono arrivati agli Oscar grazie ai festival sono stati Sentimental Value, L’agente segreto, La zona d’interesse, Emilia Pérez, Drive My Car o Un semplice incidente. E il fatto che gli Oscar abbiano recentemente cambiato le proprie regole, stabilendo che i film che vincono i sei festival più importanti del mondo (di cui Cannes è il primo) possono competere per una candidatura come miglior film internazionale anche se il loro paese di origine non li candida, non ha fatto che accrescere l’importanza di una vittoria. A partire da questa edizione e basandosi sul destino che avranno i film che usciranno come vincitori morali o effettivi da Cannes, il festival si gioca la possibilità di rimanere il luogo migliore al mondo in cui promuovere un grande film.