Come il governo israeliano ha influenzato l’Eurovision Song Contest

Il New York Times ha raccontato le aggressive campagne finanziate per mobilitare migliaia di voti, che hanno convinto l'EBU a cambiare le regole

Il cantante israeliano Noam Bettan a Vienna, in Austria, dove il 12 maggio comincia Eurovision 2026 (Christian Bruna/Getty)
Il cantante israeliano Noam Bettan a Vienna, in Austria, dove il 12 maggio comincia Eurovision 2026 (Christian Bruna/Getty)
Caricamento player

Da un paio d’anni la partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest, il seguito concorso musicale europeo, viene duramente contestata da diversi paesi che la considerano inaccettabile per via dei crimini e delle violenze commesse a Gaza. Cinque paesi quest’anno hanno deciso di non partecipare, e anche i fan della competizione nelle ultime edizioni hanno manifestato visibilmente e rumorosamente la propria contrarietà nei confronti delle due cantanti che hanno rappresentato il paese.

Eppure nonostante la pessima reputazione di cui gode, nelle ultime due edizioni Israele si è posizionato molto bene nella competizione, arrivando rispettivamente al quinto e al secondo posto nella classifica generale. A determinare questo successo è stato il voto del pubblico: nel 2024 era stato il secondo paese più votato da casa e nel 2025 addirittura il primo, un risultato che evidentemente non era spiegabile in virtù dell’efficacia e della qualità delle canzoni presentate in concorso, uguali a molte altre e di fatto dimenticabili.

Questi risultati sono stati raggiunti grazie ad aggressive campagne di marketing finanziate con centinaia di migliaia di euro dal governo israeliano, per cui fare bella figura all’Eurovision Song Contest ha una certa importanza. Diversi analisti condividono l’opinione secondo cui Israele considera l’Eurovision uno strumento di soft power, utile cioè a ripulire la sua immagine e influenzare il modo in cui viene percepito a livello internazionale.

Di queste campagne si conoscevano già alcuni dettagli. Lunedì il New York Times ne ha rivelati ulteriori in una lunga inchiesta: i giornalisti che l’hanno condotta, Mara Hvistendahl e Alex Marshall, hanno consultato documenti ufficiali dell’EBU (European Broadcasting Union, il consorzio delle emittenti radiotelevisive pubbliche europee che organizza l’Eurovision Song Contest) e del governo israeliano, e intervistato più di 50 persone informate sui fatti. Hanno scoperto che nell’ultimo biennio Israele ha speso più di un milione di euro per promuovere i suoi cantanti all’Eurovision Song Contest, riuscendo a mobilitare moltissimi voti grazie alla regola che, fino all’anno scorso, permetteva agli spettatori di votare fino a 20 volte per un solo artista.

Il cantante e autore Doron Medalie ha detto al New York Times che Israele iniziò a investire nelle campagne pubblicitarie di Eurovision già nel 2018, anno in cui peraltro vinse la competizione con la canzone “Toy”, scritta dallo stesso Medalie e interpretata da Netta Barzilai. Secondo Medalie, in quell’occasione il governo spese più di 100mila dollari (circa 85mila euro) per promuovere la canzone sui social. Negli anni successivi Israele continuò a spendere cifre simili per sostenere i suoi cantanti, anche perché l’Eurovision Song Contest è un evento molto seguito nel paese.

Nel 2024 però il governo alzò l’asticella come mai prima di allora: secondo dati dell’agenzia israeliana per la pubblicità visti dal New York Times, per quell’edizione furono investiti più di 800mila dollari in campagne pubblicitarie. I fondi provenivano principalmente dal ministero degli Esteri.

La tempistica non era casuale: la guerra nella Striscia di Gaza era cominciata 8 mesi prima, diversi paesi europei criticavano apertamente l’operato del primo ministro Benjamin Netanyahu ed erano state organizzate le prime campagne di pressione per chiedere l’esclusione di Israele dall’evento. Proprio in quelle settimane era in corso la brutale offensiva di Rafah. Secondo il governo israeliano, ottenere un buon risultato nel concorso avrebbe potuto migliorare la sua reputazione presso gli altri paesi europei.

La cantante Eden Golan rappresentava Israele a Eurovision 2024 (Martin Sylvest Andersen/Getty)

L’edizione si tenne a Malmö (Svezia) dal 7 all’11 maggio, e la cantante israeliana Eden Golan riuscì a piazzarsi molto bene: arrivò quinta nella classifica generale e seconda in quella del voto del pubblico. Fu la cantante più votata anche in paesi molto critici nei confronti di Israele, tra cui Spagna e Paesi Bassi, circostanza che alimentò moltissimi sospetti e reclami. L’emittente slovena RTVSLO chiese all’EBU di fornire spiegazioni, ma non ricevette risposta.

Il New York Times ha ottenuto informazioni più precise sulla campagna promozionale finanziata dal governo israeliano per l’Eurovision Song Contest dell’anno scorso, svoltosi a Basilea (Svizzera) dal 13 al 17 maggio. Durante le sue esibizioni, la cantante israeliana Yuval Raphael fu duramente contestata dal pubblico con fischi, urla e sfoggi di bandiere palestinesi; ma nonostante ciò arrivò seconda nella classifica generale e prima nel voto del pubblico.

La strategia utilizzata da Israele è stata documentata nel dettaglio da un’inchiesta dell’emittente nazionale finlandese YLE. In sostanza, il governo fece girare a Yuval Raphael un video in cui esortava gli altri paesi a votare per lei. I filmati, registrati in varie lingue europee e distribuiti soprattutto tramite inserzioni a pagamento su YouTube, erano pensati per raggiungere gli spettatori dei paesi partecipanti. In ciascun video Raphael ricordava con particolare enfasi che il regolamento dell’Eurovision Song Contest consentiva di votare lo stesso artista fino a 20 volte.

Anche Netanyahu pubblicò sui suoi canali social un post che incoraggiava a votare Raphael per 20 volte, e fecero lo stesso diverse ambasciate e gruppi europei filoisraeliani. La campagna insomma non puntava tanto a convincere il pubblico tradizionale dell’Eurovision, ma a mobilitare persone già fortemente motivate a sostenere Israele per ragioni politiche o identitarie, utilizzando tutte e venti le preferenze a disposizione per votare Raphael. Funzionò.

Una bandiera palestinese mostrata durante l’esibizione di Yuval Raphael a Eurovision 2025 (Harold Cunningham/Getty)

Per rendere l’idea, il New York Times ha ricavato una stima dei voti che Israele ottenne l’anno scorso in Spagna, forse il paese europeo maggiormente critico nei confronti di Israele. Secondo i dati divulgati dall’emittente pubblica spagnola, in totale vennero espressi 142.688 voti. Raphael ottenne il 33,34 per cento delle preferenze, cioè 47.570 voti. Il secondo classificato, il gruppo ucraino degli Ziferblat, ne prese 9.620. Di seguito la ripartizione dei voti del pubblico in Spagna, elaborata dal New York Times. I voti di ciascun paese sono arrotondati per eccesso (non si può votare per il proprio paese, per questo manca la Spagna).

Il divario tra Raphael e gli Ziferblat potrebbe apparire siderale, ma la differenza è stata determinata da poche migliaia di persone, che però hanno votato più volte ciascuna. Il New York Times ha stimato che, con venti voti a testa, ne sarebbero bastate 2.379. Peraltro, per arrivare primi nella classifica del pubblico ne sarebbero state sufficienti molte meno: se 482 votanti avessero espresso tutti e venti i voti a disposizione, Raphael avrebbe superato comunque gli Ziferblat.

Dopo Eurovision 2025 diversi paesi europei, tra cui Irlanda, Spagna e Paesi Bassi, espressero dubbi sulla validità e sulla trasparenza del voto del pubblico. Le crescenti minacce di boicottaggio convinsero l’EBU a organizzare un voto della sua assemblea generale per decidere se escludere o meno Israele dall’evento. Il voto, previsto per novembre, era stato annullato dopo il raggiungimento a inizio ottobre di un accordo di cessate il fuoco fra Israele e Hamas.

Alla fine la riunione si è tenuta a dicembre. L’oggetto delle votazioni, però, non è stato l’eventuale esclusione di Israele, ma l’approvazione di una serie di modifiche al regolamento. Le più importanti sono quella che ha abbassato il numero massimo di voti da casa da venti a dieci; quella che ha vietato agli artisti e alle emittenti televisive – quindi anche ai loro editori, cioè ai governi nazionali – di «impegnarsi attivamente, facilitare o contribuire» a campagne promozionali che «potrebbero influenzare l’esito del voto»; quella che scoraggia le «campagne di promozione sproporzionate», in particolare quelle intraprese da soggetti terzi, incluse le agenzie governative; e quella che consente alle giurie di esperti di musica di ogni paese di votare anche in semifinale (da qualche tempo votavano soltanto nella serata finale), con un peso più o meno pari a quello del pubblico.

Se le emittenti le avessero accettate, avrebbero acconsentito implicitamente a non escludere Israele dall’Eurovision Song Contest. Hanno votato a favore tutte le emittenti europee tranne quelle di Spagna, Slovenia, Islanda, Paesi Bassi e Irlanda. Come gesto di protesta, tutte e cinque hanno deciso di non partecipare all’edizione di quest’anno.

Nonostante le modifiche al regolamento, Israele ha diffuso un video in cui il cantante che rappresenta il paese, Noam Bettan, chiede al pubblico di «Votare per Israele per 10 volte»: delle modalità simili a quelle dello scorso anno, insomma. Il direttore di Eurovision Martin Green ha chiesto all’emittente israeliana KAN di rimuoverlo.

– Leggi anche: Un altro anno di proteste contro Israele all’Eurovision

L’Eurovision Song Contest si tiene quest’anno in Austria perché l’edizione del 2025 era stata vinta dal cantante austriaco JJ. La prima semifinale sarà martedì 12 maggio, la seconda giovedì 14 maggio: entrambe saranno trasmesse in Italia da Rai 2. La finale invece andrà in onda sabato 16 maggio su Rai 1.

I paesi che hanno scelto il boicottaggio lo hanno fatto con modalità diverse. Irlanda e Spagna, che è fra i principali finanziatori dell’Eurovision, non parteciperanno e non trasmetteranno nemmeno la finale. In Spagna la tv pubblica manderà in onda una serata musicale alternativa, mentre in Irlanda sarà trasmesso un film di animazione. In Slovenia, oltre al ritiro dalla competizione, la programmazione della tv pubblica sarà dedicata a contenuti sulla Palestina. Paesi Bassi e Islanda hanno invece adottato una forma di boicottaggio meno radicale: non gareggeranno, ma continueranno comunque a trasmettere l’Eurovision Song Contest sui rispettivi canali pubblici.

– Leggi anche: Comincia l’Eurovision Song Contest più contestato di sempre