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  • Mercoledì 13 maggio 2026

La Biennale può fare a meno della giuria?

Quest'anno i premi verranno assegnati dai visitatori: una soluzione inedita e secondo molti non adatta un'esposizione di questo livello

Una visitatrice del padiglione della Spagna all'Arsenale della Biennale di Venezia durante un'anteprima stampa (Simone Padovani/Getty Images)
Una visitatrice del padiglione della Spagna all'Arsenale della Biennale di Venezia durante un'anteprima stampa (Simone Padovani/Getty Images)
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Quest’anno per la prima volta i vincitori della Biennale d’arte di Venezia, una delle più importanti e prestigiose manifestazioni d’arte contemporanea, non saranno scelti da una giuria internazionale, ma direttamente dai visitatori dell’esposizione. L’ha deciso il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, in seguito alle dimissioni della giuria che quest’anno era stata incaricata di assegnare i premi.

Il ricorso ai “Leoni dei Visitatori” è però una soluzione inedita e piuttosto bizzarra che ha generato molte perplessità tra gli addetti ai lavori e tra gli artisti. 54 di loro hanno diffuso un comunicato, insieme ad alcuni padiglioni nazionali, in cui hanno annunciato il ritiro dalla competizione. Questo ritiro per il momento ha solo un valore simbolico, visto che i loro nomi sono ancora presenti nell’elenco dei partecipanti e possono essere comunque votati. Ha provocato però l’ennesimo attrito all’interno dell’organizzazione della Biennale, che quest’anno è stata criticata per più di un motivo.

I “Leoni dei Visitatori” sostituiranno i premi tradizionali, i Leoni d’oro che solitamente vengono assegnati al miglior artista e al miglior padiglione nazionale. Il Leone d’argento, il premio per giovani artisti emergenti, quest’anno invece non verrà dato. Possono votare tutti i visitatori entrati sia ai Giardini che all’Arsenale nei giorni di apertura della Biennale, quindi tra il 9 maggio e il 22 novembre.

Gli artisti che stanno boicottando i premi dei visitatori hanno detto di averlo deciso come segno di solidarietà con le ragioni della giuria che si è dimessa.

Ad aprile infatti la giuria internazionale della Biennale – composta da Solange Oliveira Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi – aveva annunciato l’intenzione di non premiare opere di paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale: cioè Russia e Israele. Era una posizione contraria a quella di Buttafuoco, che da settimane difendeva invece il diritto di tutti i paesi di partecipare, anche quello della Russia, il cui padiglione non ha potuto aprire per via delle sanzioni europee imposte dopo l’invasione dell’Ucraina.

Il ministero degli Esteri israeliano si era lamentato della decisione della giuria, e l’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, che avrebbe esposto alla Biennale, aveva minacciato che avrebbe fatto ricorso. Il 30 aprile le giurate avevano annunciato le dimissioni. Secondo quanto dichiarato dalla Biennale stessa, prima delle dimissioni la Fondazione aveva fatto pesare alla giuria il danno d’immagine che le stava provocando e le aveva fatto notare che rischiava di dover risarcire Fainaru.

– Leggi anche: Alla fine il padiglione russo è sia chiuso che aperto

Da allora non è stata nominata una nuova giuria, perché la selezione dei membri spetta tradizionalmente al curatore o alla curatrice della Biennale. La curatrice dell’edizione di quest’anno, Koyo Kouoh, è però morta l’anno scorso, dopo aver già organizzato buona parte del lavoro preparatorio dell’esposizione.

Un primo problema del voto del pubblico è quello della qualità della valutazione: i visitatori che votano infatti potrebbero non avere alcuna competenza in materia di arte contemporanea e potrebbero anche non aver visto tutte le opere esposte. Alcune infatti si trovano in padiglioni più defilati e possono sfuggire a chi è per poco tempo in visita alla Biennale. La giuria di esperti invece negli scorsi anni dedicava diversi giorni alla visione delle opere in modo da avere una panoramica completa sull’esposizione.

Nella storia della Biennale c’è stata una sola giuria popolare nel 1895, anno della prima edizione, che era però molto diversa da quella di oggi. Allora l’arte contemporanea fu presentata come qualcosa che tutti potevano capire, e per questo fu pensato un premio assegnato da una giuria popolare. Lo vinse il dipinto Il supremo convegno di Giacomo Grosso, che suscitò grande scandalo perché raffigurava delle donne nude in parte distese su un letto. Dopo questo episodio, i premi furono sospesi per lungo tempo, furono reintegrati per un periodo durante il fascismo e poi soppressi di nuovo dopo le contestazioni studentesche del 1968.

Dal 1986 i premi hanno cominciato a essere assegnati da una giuria, come successo fino all’anno scorso. La giuria della Biennale è un organo autonomo, privo di funzioni, obblighi o indirizzi istituzionali definiti in modo esplicito. Infatti non c’è nessun riferimento alla giuria nello statuto che regola il funzionamento della Biennale, che risale al 1998. Questa assenza di struttura giuridica rende la giuria totalmente autonoma ma anche «istituzionalmente fragile», spiega Vittoria Martini, storica dell’arte che studia la Biennale dal 2005.

Il ruolo della giuria alla Biennale però è tutt’altro che marginale. Come accade nei grandi festival cinematografici, il suo giudizio serve a dare visibilità a opere meno commerciali o ad artisti che difficilmente raggiungerebbero un pubblico ampio senza il riconoscimento di un gruppo di esperti.

Vincere un premio assegnato dalla giuria della Biennale può avere conseguenze molto rilevanti. Ricevere un premio alla Biennale significa ricevere moltissima attenzione mediatica, che può portare un artista a ottenere fondi da parte di nuovi committenti o incarichi da parte di fondazioni o istituzioni. Il prestigio ottenuto si traduce poi in un incremento del valore di mercato e delle vendite nelle grandi fiere internazionali. Poiché non esiste un «listino prezzi oggettivo e le opere non hanno un valore misurabile, il valore dell’arte è anche dato dalla certificazione che viene fatta da un’istituzione autorevole», dice Martini.

In questo senso, secondo Martini, a un premio del pubblico mancherà il significato simbolico che ha invece il premio della giuria e può anche essere «un po’ umiliante per un artista».