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  • Domenica 21 giugno 2026

La politica britannica non si è più ripresa da Brexit

Dopo il referendum è iniziata una fase di instabilità politica senza precedenti che di fatto è ancora in corso, senza che se ne veda la fine

Nigel Farage durante l'ultima seduta da parlamentare europeo, il 29 gennaio 2020 a Bruxelles, prima dell'uscita formale del Regno Unito dall'Unione, due giorni dopo
Nigel Farage durante l'ultima seduta da parlamentare europeo, il 29 gennaio 2020 a Bruxelles, prima dell'uscita formale del Regno Unito dall'Unione, due giorni dopo (Olivier Matthys/Bloomberg)
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Il referendum su Brexit, approvato il 23 giugno di dieci anni fa, è stato il singolo evento contemporaneo con le conseguenze più profonde sulla politica britannica: dopo quel voto, non è stata più la stessa.

Brexit ha completamente cambiato il programma politico e l’elettorato dei Conservatori, il partito egemone per buona parte del Novecento, e in parte anche quello dei Laburisti. Ha anche interrotto lo storico duopolio di questi partiti, portando a un’instabilità che secondo alcuni ha creato le condizioni per l’aumento di consensi del partito di Nigel Farage, uno dei più sfegatati e spregiudicati sostenitori di Brexit, che per molti è il favorito a vincere le prossime elezioni.

Il referendum ha anche accelerato una serie di sviluppi già in corso, e il modo raffazzonato in cui l’uscita dall’Unione Europea è stata gestita, e infine realizzata nel 2020 dopo estenuanti trattative, ne ha prodotti altri, in una specie di reazione a catena.

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Partiamo dai Conservatori. Sono stati sia il partito che ha indetto il referendum, sotto il governo di David Cameron, sia quello che ha gestito materialmente l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Il caos che ne è seguito li ha penalizzati in termini elettorali: a differenza di Farage, che aveva schiacciato tutta la carriera sulla richiesta di uscire dall’Unione ma non l’ha dovuta gestire, non essendo al governo. Farage insomma può sostenere che Brexit sia andata male perché non l’ha gestita lui.

Il referendum ha comunque portato allo scoperto divisioni latenti tra i Conservatori. Nel partito convivevano sensibilità diverse sull’Europa: nel 1992 proprio fra i Conservatori trovarono spazio i cosiddetti “ribelli di Maastricht”, un gruppo di parlamentari che si opposero alla ratifica, voluta dal loro governo, dell’omonimo trattato che portò alla nascita dell’Unione Europea di oggi. Negli anni successivi buona parte del partito si convinse che le opportunità economiche garantite dall’adesione all’Unione superavano gli svantaggi. Ma dentro al partito è sempre esistita una corrente secondo cui, in estrema sintesi, il Regno Unito non dovrebbe vincolarsi in maniera troppo stretta da un punto di vista economico, istituzionale e anche culturale ai paesi dell’Europa continentale.

Nel 2013, la decisione di Cameron di indire un referendum su Brexit venne considerata un modo per venire incontro all’ala destra del partito e all’elettorato più radicale che già allora votava per Farage. Cameron, come è emerso anni più tardi, contava che il Regno Unito sarebbe rimasto nell’Unione Europea – chiudendo per molti anni la questione – ma che i voti per l’uscita gli avrebbero dato un capitale politico per chiedere ulteriori concessioni all’Unione Europea.

Cameron lasciò libertà di voto ai membri del governo e del partito: lui e buona parte dei suoi ministri si schierarono per rimanere nell’Unione, ma furono sconfitti. Da lì in poi i Conservatori si sono avvitati in una crisi senza fine. Negli anni turbolenti di Theresa May (2016-2019) non sono riusciti a decidersi sulle condizioni per uscire dall’Unione: lei peraltro aveva fatto campagna per rimanere, e nonostante negli anni successivi si fosse spostata su posizioni radicali e vagamente minacciose – «riprendere il controllo» del paese diventò uno slogan frequentissimo – non riuscì mai a trovare una sintesi fra le promesse mirabolanti di chi aveva vinto il referendum e una gestione pragmatica della questione.

L’accordo per uscire definitivamente dall’Unione venne trovato nel 2020 e il Regno Unito fu costretto a fare diverse concessioni, per esempio sullo status dell’Irlanda del Nord. Contro May peraltro complottò lo stesso pezzo di partito che aveva abbracciato Brexit per convenienza politica. Quel pezzo del partito andò infine al potere con Boris Johnson.

Dopo l’effimera vittoria alle elezioni del 2019, gli scandali del governo Johnson hanno affossato la popolarità del partito, che non è mai riuscito a ritrovarla nemmeno con i suoi successori, peraltro sempre più radicali: Liz Truss, rimasta in carica appena 49 giorni, e infine Rishi Sunak. Per cercare di conservare una certa credibilità presso l’elettorato più a destra nonostante i fallimenti di Brexit, i Conservatori hanno anche assunto posizioni sempre più radicali sull’immigrazione, senza che questo abbia avuto molte conseguenze elettorali.

Negli otto anni dopo il referendum i Conservatori hanno cambiato cinque primi ministri, uno in più di quanti ne ha avuti il Regno Unito nei 31 anni prima dell’inizio del mandato di Cameron nel 2010.

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Politica e media si spiegarono l’esito del referendum come un voto contro le politiche migratorie nazionali, piuttosto permissive, e contro la libertà di movimento europea che aveva consentito di andare a vivere nel Regno Unito a centinaia di migliaia di persone, soprattutto dai paesi dell’Europa orientale entrati nell’Unione Europea tra il 2004 e il 2007. Mentre Brexit è progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico dopo il 2020, l’immigrazione ci è rimasta, anche perché negli anni successivi è aumentata significativamente sia quella irregolare, attraverso il canale della Manica, sia quella legale, perché di fatto un paese come il Regno Unito non può permettersi di fare a meno di un flusso stabile di migranti in entrata.

Il fatto che Conservatori e Laburisti abbiano adottato la stessa retorica securitaria soprattutto contro le persone che cercano di raggiungere le coste britanniche dalla Francia ha legittimato le posizioni di Farage, che fino a qualche anno fa era considerato alla stregua di una macchietta. Farage si è “normalizzato” al punto che oggi c’è una destra più a destra di lui. Il suo ultimo partito, Reform UK, da più di un anno è primo nei sondaggi e tra le sue proposte principali c’è quella di eseguire espulsioni di massa dei richiedenti asilo.

Un altro lascito di Brexit, oltre alla centralità dell’immigrazione nel dibattito politico, è stato appunto l’instabilità politica, inedita per il Regno Unito dove la stragrande maggioranza dei governi completava la legislatura. Ai tempi di Truss era diventata famosa una copertina dell’Economist dal titolo «Benvenuti a Britaly»: una crasi tra Gran Bretagna e Italia, usata come sinonimo di governi litigiosi e poco stabili.

L’avvicendarsi dei leader e i frequenti rimpasti di governo hanno consumato velocemente la classe dirigente, promuovendone una con scarsa esperienza istituzionale rispetto a quella che l’aveva preceduta.

Questo, in un circolo vizioso, non ha aiutato ad affrontare i problemi strutturali del paese: il ristagno dell’economia e il dissesto dei servizi pubblici, anzitutto quello sanitario, che non si sono ancora ripresi dalle durissime politiche di austerità economica del governo Cameron. I problemi sono rimasti e questo ha reso l’elettorato più propenso a votare per nuovi partiti, incluso quello di Farage.

Nel 2024 Starmer era stato eletto con la promessa di portare un netto cambiamento, ma finora non ci è riuscito. La sua azione di governo è stata contraddittoria: spesso si è rimangiato diverse ambiziose misure che aveva promesso in campagna elettorale, a partire da quella di non aumentare le tasse. Il fatto che si sia ritrovato con una situazione economica complessa e due guerre a cui badare non ha aiutato.

In tempi recenti peraltro Starmer è stato costretto a rioccuparsi proprio di Brexit.

Uno dei suoi oppositori interni al partito, l’ex ministro della Salute Wes Streeting, ha detto che i Laburisti dovrebbero intestarsi la battaglia per tornare nell’Unione Europea. È una proposta che ha senso sul piano della mera tattica politica: nei sondaggi Brexit è considerata un fallimento e la maggioranza dei britannici vede favorevolmente una maggiore collaborazione con l’Unione. Per anni, però, nessun leader di partito ne aveva parlato apertamente.

Per i Laburisti, agganciarsi a un argomento molto più popolare di loro potrebbe servire a provare a ritrovare consensi. La dichiarazione di Streeting però li ha spaccati. Starmer ha risposto che non è il caso di riesumare le divisioni degli anni del referendum, dato che anche fra i Laburisti ci si divise su come votare (Jeremy Corbyn, segretario dei Laburisti fra il 2015 e il 2020, era piuttosto euroscettico). Il principale rivale di Starmer, Andy Burnham, ha detto qualcosa di simile e di altrettanto cauto, sebbene fino a pochi mesi fa la pensasse come Streeting.

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Possono sembrare sottigliezze, a dieci anni dal referendum, ma non lo sono. Ancora oggi i politologi britannici dividono l’elettorato e i collegi tra LeaversRemainers, cioè fra chi votò per uscire e chi per rimanere dentro all’Unione, sulla base del voto del 2016. La divisione in due blocchi è ancora valida, anche dentro a Conservatori e Laburisti, e spiega molto dell’instabilità politica di questi anni. Che peraltro alle prossime elezioni potrebbe essere ulteriormente accentuata dal particolare sistema elettorale con cui si vota per il parlamento.

Nel Regno Unito si vota con un sistema uninominale, in cui in ciascun collegio viene eletto il candidato o la candidata che ottiene anche un solo voto in più degli avversari. La crisi dei Conservatori e dei Laburisti oltre ad avvantaggiare Reform ha spinto diversi elettori verso partiti un tempo minori: per esempio i Liberal-Democratici (di centro-centro-destra, diciamo) e i Verdi. Più partiti se la giocano ad armi pari o quasi, più ci sono possibilità che emerga un parlamento diviso e frammentato.

Tutto quello di cui abbiamo scritto sta succedendo in Inghilterra, di gran lunga la più popolosa fra le nazioni del Regno Unito. Nelle altre (Scozia, Irlanda del Nord e Galles) sono primi per consensi i partiti nazionalisti, che hanno avuto buon gioco a criticare la gestione di Brexit da parte del governo centrale.