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  • martedì 1 gennaio 2019

Le elezioni da tenere d’occhio nel 2019

Quelle per il Parlamento europeo e le presidenziali in Ucraina, ma si voterà anche in Tunisia e Grecia e persino in Corea del Nord (con molta meno suspense)

Il 2018 è stato un anno piuttosto imprevedibile, in quanto a risultati elettorali. In Italia Movimento 5 Stelle e Lega sono andati molto meglio di quanto previsto e hanno formato un governo insieme. In Brasile ha vinto a sorpresa Jair Bolsonaro, leader populista della destra radicale con opinioni estreme su quasi ogni argomento; in Germania una serie di sconfitte locali ha contribuito alla decisione di Angela Merkel di lasciare la politica alla fine del suo mandato. Anche il 2019 potrebbe riservare sorprese simili. A maggio la destra radicale e populista potrebbe andare molto bene alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, ma si voterà anche in India, la più grande democrazia del mondo, in Canada e persino in Corea del Nord.

I due vicepresidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini durante il giuramento del governo al Quirinale, Roma, 1 giugno 2018 (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Nigeria, 16 febbraio
Con circa 200 milioni di abitanti, la Nigeria è il paese più popoloso dell’Africa e la più grande economia del continente, ma è anche una nazione con enormi problemi: dalla povertà alla corruzione endemica, passando per la guerriglia provocata dai gruppi di estremisti islamici e da un conflitto piuttosto grave tra pastori e agricoltori nel nord. Il governo dell’attuale presidente, l’ex generale Muhammadu Buhari, ex dittatore militare e rieletto democraticamente nel 2015, è considerato largamente inefficace, ma Buhari, musulmano come la metà dei nigeriani che vive nel nord del paese, si candiderà ugualmente per la rielezione. Il più forte tra i suoi avversari è il suo ex vicepresidente Atiku Abubakar.

Manifesti elettorali del presidente uscente Muhammadu Buhari, candidato alle prossime elezioni del febbraio 2019 (Michael Kappeler/picture-alliance/dpa/AP Images)


Corea del Nord, marzo
Sono passati cinque anni dalle ultime elezioni parlamentari in Corea del Nord e, se tutto andrà come previsto, il prossimo marzo si voterà nuovamente. Ovviamente sono “elezioni” solo per modo di dire. Gli unici candidati ammessi sono quelli del “Fronte democratico per la riunificazione della madrepatria”, un’alleanza di forze guidata dal Partito dei lavoratori, quello di Kim Jong-un. Si può votare soltanto “sì” o “no” al candidato presentato nel proprio collegio, ma per votare “no” bisogna chiedere una speciale penna rossa oppure spostarsi in una cabina elettorale differente. L’affluenza è quasi sempre pari al 100 per cento, perché il voto è obbligatorio e non presentarsi ai seggi può causare problemi.

Le elezioni nel 2014 furono le prime per il nuovo leader Kim Jong-un, da poco succeduto al padre, e furono giudicate da molti un test sulla sua leadership (non tanto per i risultati, quanto per verificare se l’apparato statale gli fosse abbastanza fedele da permettere lo svolgimento delle elezioni senza problemi o incidenti). Oggi il suo potere appare significativamente consolidato e Kim potrebbe decidere di cancellare del tutto questo rituale: in ogni caso, in pochi avranno qualcosa da obiettare.

Samjiyon, Corea del Nord

Il dittatore nordcoreano Kim Jong-un sotto la neve durante una visita nella contea di Samjiyon in una foto diffusa dall’agenzia di stampa nordcoreana (KCNA VIA KNS/AFP/Getty Images)


Ucraina, 31 marzo
Il prossimo marzo gli ucraini sceglieranno il loro nuovo presidente, ed entro la fine dell’anno voteranno anche per il rinnovo del Parlamento. Saranno le seconde elezioni dopo la “rivoluzione” di quattro anni fa, cioè le grandi proteste popolari che portarono alla fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovich e che furono seguite dall’annessione russa della Crimea e dall’inizio della guerra nelle regioni orientali del paese.

Tra minacce di nuove aggressioni e crisi economica, i fatti del 2014 continueranno a essere centrali nella campagna elettorale. Il presidente uscente Petro Poroshenko è in difficoltà a causa della sua apparente incapacità di gestire la crisi economica, e i suoi appelli al nazionalismo anti-russo non sono riusciti a fargli riconquistare il consenso perduto (al momento i sondaggi gli attribuiscono tra il 10 e il 15 per cento). Il suo avversario più quotato sembra essere Yulia Tymoshenko, due volte primo ministro, imprigionata per tre anni con accuse da molti giudicate pretestuose durante il governo del presidente Yanukovich.

Il presidente ucraino Petro Poroshenko, a destra, mentre parla con un soldato a Artemivsk, non lontano da Debaltseve, il 18 febbraio 2015. (AP Photo/Mikhail Palinchak, Pool)


Israele, 9 aprile
Come spesso accade nella turbolenta politica israeliana, le elezioni del prossimo aprile saranno elezioni anticipate, causate dalla prematura rottura dell’alleanza tra centrodestra e destra nazionalista e religiosa che sosteneva il governo guidato da Benjamin Netanyahu (a sua volte indebolito da una serie di scandali). I sondaggi, comunque, continuano a indicare il suo partito, il Likud, come il più forte del paese, con circa il 30 per cento dei voti. Se questo risultato fosse confermato, Netanyahu sarebbe di nuovo il candidato naturale di una coalizione di destra, sostenuta dai nazionalisti di Israel Beytenu e dai religiosi della Casa Ebraica.

Il suo sarebbe il quarto mandato consecutivo da primo ministro, il che lo porterebbe a diventare il più longevo leader nella storia di Israele. Il suo principale avversario sarà probabilmente l’ex generale Benny Gantz, il cui nuovo partito centrista “Resilienza” è indicato come secondo più forte, con circa il 15 per cento dei consensi. La sinistra dell’Unione Sionista, secondo partito alle elezioni del 2015, sembra invece in una crisi senza speranza e i sondaggi le assegnano intorno al 10 per cento dei voti.

Il primo ministro isrealiano Benjamin Netanyahu (69) e il vicepresidente cinese Wang Qishan (70), a Gerusalemme, 24 ottobre (ARIEL SCHALIT/AFP/Getty Images)


India, aprile-maggio
Con circa 900 milioni di aventi diritto al voto, le elezioni indiane saranno le più grandi e complicate del mondo. Dureranno probabilmente diverse settimane, tra aprile e maggio, e porteranno all’elezione dei 543 membri del parlamento indiano che a loro volta eleggeranno il prossimo primo ministro. Secondo tutti i sondaggi, in testa alla competizione c’è la coalizione guidata dall’attuale primo ministro, il nazionalista Narendra Modi, e il suo partito il BJP (il Partito Popolare Indiano), mentre i suoi avversari guidati da Raul Gandhi (figlio di Rajiv e Sonia Gandhi) sono dati molto indietro.

Nel 2015 la vittoria di Modi aveva provocato molto ottimismo tra gli osservatori internazionali, ma i suoi anni al governo non sono sembrati altrettanto entusiasmanti. Una sua nuova vittoria, che al momento sembra probabile, confermerà il cammino nazionalista e conservatore che l’India sembra aver intrapreso negli ultimi anni.

Il presidente indiano Narendra Modi durante un comizio (AP Photo/Ashwini Bhatia)


Parlamento europeo, 23-26 maggio
Il prossimo maggio circa 500 milioni di europei voteranno per eleggere il Parlamento dell’Unione Europea, che a sua volta dovrà confermare la fiducia alla Commissione Europea, il braccio esecutivo dell’Unione.

Sono elezioni europee che stanno provocando più interesse delle precedenti (di solito un po’ snobbate) anche perché, per la prima volta, il risultato sembra non essere scontato. Il declino dei partiti tradizionali e l’ascesa di forze nuove, spesso identificate come “populiste” o “antisistema”, hanno messo in crisi i Popolari e i Socialisti, da sempre le due grandi famiglie politiche che costituiscono la maggioranza al Parlamento Europeo. Se Popolari e Socialisti dovessero mancare l’obiettivo, si aprirebbero numerosi scenari differenti: per esempio la formazione di un’ampia coalizione che includa i liberali europeisti dell’ALDE oppure i Verdi. Diversi commentatori non escludono anche ipotesi più bizzarre: per esempio un collasso dei Socialisti e un successo superiore alle aspettative degli euroscettici e populisti di destra, che potrebbe portare a un’inedita alleanza tra questi ultimi e gli stessi Popolari.

Bruxelles, Belgio

Una donna dietro a una bandiera dell’Unione Europea a una manifestazione contro Brexit fuori dalla sede del Consiglio europeo (AP Photo/Francisco Seco)


Portogallo, 6 ottobre
Il Portogallo è uno dei pochissimi paesi dove la sinistra sta ottenendo buoni risultati dal punto di vista elettorale. Secondo i sondaggi, il Partito Socialista del primo ministro Antonio Costa è al 40 per cento, otto punti avanti rispetto al risultato ottenuto alle elezioni del 2015 e quasi 15 punti sopra il suo principale avversario, il Partito Socialdemocratico (che a dispetto del nome è un partito di centrodestra).

Sotto la guida di Costa e del suo governo di coalizione con la sinistra radicale, il Portogallo è uscito dalla crisi da un lato riuscendo ad accontentare i creditori europei, che hanno fornito prestiti e imposto severi programmi di austerità al paese, dall’altro proteggendo lo stato sociale e introducendo altre misure che gli hanno permesso di non perdere consenso tra i portoghesi. Se Costa riuscirà a mantenere unita la sua coalizione e a vincere le prossime elezioni, il Portogallo potrebbe diventare l’unico esempio di sinistra di successo dell’intera Europa contemporanea. Se invece dovesse fallire, sarà l’ennesima conferma della crisi che stanno attraversando le forze di sinistra in tutto il continente.

Il primo ministro portoghese Antonio Costa durante una visita di stato in Brasile (AP Photo/Eraldo Peres)


Canada, ottobre
Il Canada sembra immune dai tumulti politici che hanno colpito gli Stati Uniti e gran parte dell’Europa negli ultimi anni, e in molti si chiedono se le elezioni del prossimo ottobre non cambieranno questa percezione. Al momento non si vedono grandi sconvolgimenti all’orizzonte: i sondaggi mostrano un testa a testa tra i Liberali di centrosinistra dell’attuale primo ministro Justin Trudeau e i Conservatori di centrodestra guidati di Andrew Scheer, entrambi dati intorno al 35 per cento. Il terzo posto, con più del 20 per cento dei voti, è occupato dai Nuovi Democratici, un partito che si trova a sinistra dei Liberali di Trudeau.

Anche se per il momento non sembra esserci spazio a livello nazionale per un partito di destra radicale e populista, come quelli che hanno scombussolato Europa e Stati Uniti, alcuni segnali iniziano a intravedersi, per esempio nelle elezioni nei singoli stati canadesi – come in Ontario, dove recentemente si è affermato Doug Ford, leader populista fratello dell’ex sindaco matto di Toronto Rob Ford. Per il futuro, non si può escludere uno spostamento a destra dei Conservatori e, in caso di sconfitta, anche dei Liberali.

Il primo ministro canadese Justin Trudeau  dopo aver ricevuto la giacca che indossa, fatta a mano, a Chilko Lake, British Columbia, dove si trovava per chiedere scusa a una comunità indigena per l’impiccagione di sei loro capi durante la cosiddetta guerra di Chilcotin, nel 1864 (Jonathan Hayward/The Canadian Press via AP)


Grecia, ottobre
Alle elezioni in Grecia del prossimo ottobre la situazione appare molto complicata per l’attuale primo ministro Alexis Tsipras, a capo della coalizione di sinistra populista Syriza. Da due anni i suoi avversari centristi di Nuova Democrazia – secondo molti tra i principali responsabili del recente disastro economico del paese – sono dati dai sondaggi tra i cinque e i dieci punti avanti, e la situazione non sembra destinata a migliorare. Tsipras sta pagando per le grandi speranze che erano state riposte in lui e per quello che secondo molti è stato il loro tradimento.

Eletto nel gennaio del 2015, nel pieno della crisi del debito greco, Tsipras aveva promesso la fine dell’austerità che aveva colpito il paese dall’inizio della crisi. Non ci è riuscito, se non in minima parte, e dopo la vittoria a un referendum e una seconda vittoria elettorale nel settembre 2015, ha finito per accettare gran parte dei tagli e sacrifici richiesti dai creditori europei. Oggi la Grecia è un paese che si sta lentamente riprendendo, ma in cui la crisi ha avuto dal punto di vista economico l’effetto di un conflitto militare. Tsipras ha meno di un anno per far cambiare idea ai greci e ottenere un vantaggio sul suo principale rivale, il leader di Nuova Democrazia Kyriakos Mitsotakis.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras durante la cerimonia per l’insediamento del suo nuovo governo, il 18 luglio 2015 ad Atene (ANGELOS TZORTZINIS/AFP/Getty Images)


Argentina, 27 ottobre
Il prossimo ottobre l’Argentina tornerà a votare per scegliere il suo presidente dopo quattro anni dall’elezione di Mauricio Macri, primo leader di centrodestra dopo 12 anni di governo della sinistra populista, i “peronisti”, come li chiamano in Argentina. La scorsa estate una nuova crisi economica ha colpito il paese, costringendo Macri a chiedere di nuovo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale (com’era già accaduto diverse volte in passato). Le misure di austerità imposte dal governo in risposta alla crisi hanno eroso il consenso del presidente e dato una nuova possibilità ai peronisti.

Probabilmente per sfidare Macri (il candidato naturale del suo partito, se non sarà considerato troppo logorato dal governo) i peronisti sceglieranno l’ex presidente Cristina Kirchner, predecessore di Macri e considerata la persona più controversa e divisiva della politica argentina. In molti non escludono che possa avere buone possibilità anche un ipotetico terzo candidato, magari proveniente dalla destra populista come il nuovo presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Il presidente argentino Mauricio Macri festeggia il risultato elettorale insieme alla moglie Juliana Awada, alla figlia Antonia, alla vicepresidente Gabriela Michetti (a destra) e al sindaco di Buenos Aires Horacio Rodriguez Larreta, il 23 ottobre 2017 (CLAUDIO PERIN/AFP/Getty Images)


Polonia, ottobre-novembre 2019
Il partito Diritto e Giustizia che guida la Polonia dal 2015 è accusato da molti di voler portare il paese verso l’autoritarismo minando l’indipendenza dei giudici e dei media. Vari tentativi in questo senso hanno portato negli ultimi anni a duri scontri tra il governo polacco e le autorità europee. All’apparenza questi scontri non hanno indebolito Diritto e Giustizia, che in vista delle elezioni fissate per l’autunno del 2019 risulta ancora il primo partito del paese, ma le recenti elezioni amministrative hanno mostrato le prime difficoltà del partito di governo.

Dal voto del prossimo anno dipenderà probabilmente molto del futuro della Polonia: se Diritto e Giustizia dovesse ottenere di nuovo un vasto mandato popolare, potrà mettere in atto nuove riforme in grado di consolidare il suo controllo sullo stato e sul sistema giudiziario, un cammino che potrà essere invertito se invece l’opposizione riuscirà a strappare la maggioranza e a formare una coalizione di governo alternativa.

Gruppi neofascisti alla marcia per i 100 anni dell’indipendenza della Polonia, l’11 novembre a Varsavia (Sean Gallup/Getty Images)

Tunisia, novembre-dicembre
Quattro anni fa il settimanale Economist scelse come “paese dell’anno” la Tunisia, l’unico tra gli stati delle “Primavere arabe” ad avere un regime democratico. L’anno prossimo la giovane democrazia tunisina sarà messa alla prova dall’elezione per il rinnovo del Parlamento e da quella per scegliere il nuovo presidente della Repubblica.

In Tunisia l’ottimismo degli anni passati è diminuito. Dalla caduta del regime dittatoriale del 2011 si sono succeduti nove governi differenti, nessuno dei quasi è stato in grado di risolvere la difficile situazione economica del paese, con alta disoccupazione e inflazione. Al momento la situazione politica è ancora incerta e non si conoscono candidati e formazioni che si presenteranno alle elezioni. È difficile oggi pensare che la Tunisia possa seguire in tempi brevi la strada dei suoi paesi vicini, precipitati nella guerra civile o governati da regimi autoritari, ma le elezioni saranno certamente un momento importante e decisivo per la democrazia tunisina.

Il presidente tunisino Beji Caid Essebsi accoglie il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve prima di un incontro a Tunisi (AFP PHOTO / FETHI BELAID)

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