(PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)
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  • sabato 11 marzo 2017

Il Portogallo può essere un modello per la sinistra?

È uno dei pochi paesi europei dove moderati e radicali governano insieme con successo, ma è un esperimento tutt'altro che facile da esportare

(PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

Quando poche settimane il leader del partito socialista francese Benoît Hamon ha vistato il Portogallo, ha commentato la situazione del paese dicendo: «Quello che sta succedendo [qui] mi ispira moltissimo». Hamon si riferiva a un “esperimento” che è quasi unico in tutto il continente: il governo portoghese, guidato dal socialista António Costa, è sostenuto da una coalizione formata soltanto da partiti di sinistra: quello socialista e moderato, ma anche da quelli radicali, come il Bloco de Esquerda e il Partito Comunista Portoghese, che nel suo programma ha l’uscita dalla NATO e quella dall’euro. Dopo anni in cui i partiti di sinistra hanno spesso governato in coalizione con il partiti di destra o di centro, perdendo consensi a favore dei movimenti populisti, il Portogallo sembra dimostrare che ci sia ancora spazio per coalizioni e programmi di “vera” sinistra, o almeno per come la si intendeva fino a qualche anno fa. All’esperimento di sinistra portoghese è dedicata anche la copertina del penultimo numero di Internazionale, che ha tradotto un articolo di Felipe Nieto, pubblicato sul giornale spagnolo Ctxt.

Hamon, che a sorpresa ha vinto le primarie del partito socialista francese con un programma ispirato alla tradizione di sinistra, non è l’unico leader politico ad aver visitato il Portogallo negli ultimi mesi. Poco prima del suo arrivo era stato il turno di una delegazione del partito socialista olandese, probabilmente uno di quelli più in crisi di tutto il continente: secondo la maggior parte dei sondaggi, alle elezioni della prossima settimana subirà una sconfitta storica, perdendo due terzi dei seggi, buona parte a causa della concorrenza dell’estrema destra di Geert Wilders. Anche Gianni Pittella, leader del gruppo europeo dei Socialisti e Democratici – il secondo gruppo con più seggi al Parlamento – è stato di recente in Portogallo, e ha detto che quello che succede nel paese è la prova che: «è possibile formare un’alleanza tra le forze progressiste, anche tra le più radicali».

Fino a un anno e mezzo fa però nessuno avrebbe scommesso sull’esperimento politico che il leader socialista António Costa avviò alla fine del 2015. Le elezioni politiche tenute pochi mesi prima non erano riuscite a produrre una chiara maggioranza: il leader conservatore Pedro Passos Coelho aveva provato a formare un governo di larga coalizione con i socialisti, ma le trattative erano fallite. Mentre il paese sembrava condannato a un periodo di incertezza e ingovernabilità, aggravato da una difficile situazione economica, il leader dei socialisti riuscì a ottenere un accordo con i tre partiti dell’estrema sinistra: in cambio dell’approvazione di alcuni punti programmatici molto di sinistra, i radicali avrebbero dato il loro appoggio a un governo socialista. Costa ottenne la maggioranza dei voti in parlamento e riuscì a formare un governo.

All’epoca, quasi nessuno in Europa credeva alla durata di un’alleanza tra un partito moderato ed europeista e formazioni di sinistra radicale e tuttora di stampo marxista. Un giornalista conservatore portoghese definì la coalizione una geringonça, un termine che si può tradurre grossomodo con “accozzaglia”. Da allora, geringonça è divenuto un termine di uso comune nel linguaggio politico del paese e gli esponenti del governo lo hanno rigirato a loro vantaggio. Per loro oggi significa qualcosa su cui nessuno avrebbe scommesso, ma che, in un modo o nell’altro, riesce comunque a funzionare piuttosto bene.

Il 2016 si è chiuso con il deficit più basso degli ultimi 40 anni – 2,1 per cento – e nel 2017 il tasso di disoccupazione dovrebbe scendere sotto il dieci per cento per la prima volta in otto anni. In poco meno di un anno e mezzo, Costa e il suo governo hanno tenuto in ordine i conti pubblici, come chiedono le istituzioni europee, ma contemporaneamente hanno adottato politiche progressiste e di sinistra, che hanno dato respiro ai settori della popolazione più colpiti dalla crisi e dalle manovre di austerità degli ultimi anni. Il salario minimo è stato alzato e dovrebbe continuare ad aumentare per i prossimi anni. È stata abbassata l’età pensionabile dei dipendenti pubblici ma contemporaneamente gli è stato tagliato l’orario di lavoro (un provvedimento, questo, non molto popolare). Il governo ha anche aumentato molto i propri investimenti, in particolare nel settore della sanità, migliorando molto il livello di assistenza del paese misurato dalle classifiche internazionali.

Costa è riuscito anche ad ottenere risultati in quelli che in Portogallo chiamano i “temi divisivi”: i diritti civili più controversi, come quelli che riguardano l’adozione per le coppie gay e tutto ciò che riguarda il fine vita. Pochi mesi fa, ad esempio, è stata approvata una legge che rimuove le barriere sulle adozioni omosessuali, mentre è in discussione una legge sull’eutanasia. Secondo un sondaggio pubblicato a febbraio, Costa ha un tasso di approvazione del 66,1 per cento, più del doppio del leader dell’opposizione. Nonostante questi successi, il Portogallo resta comunque un paese in difficoltà. La crescita economica nel 2016, è stata dell’1,9 per cento, molto meno della vicina Spagna, che ritmi superiori al 3 per cento. Il sistema bancario è ancora traballante, dopo che negli anni scorsi diversi istituti sono stati salvati grazie al ricorso a fondi europei e il debito pubblico, che misura più del 130 per cento del PIL, è uno dei più alti in Europa insieme a quelli di Italia e Grecia.

Per molti leader di sinistra il Portogallo sembra essere la soluzione ideale ai loro problemi, dopo che un decennio di alleanza con partiti del centro e del centrodestra ha eroso la loro base elettorali. L’esperimento portoghese, però, non è facile da esportare, come ha spiegato Paul Ames in un articolo pubblicato su Politico.eu. In Portogallo ci sono numerose condizioni uniche o quasi che sono difficili da trovare in altri paesi. Ad esempio, non esistono forti partiti di destra populista, le formazioni che nel resto del continente hanno sistematicamente eroso consensi ai tradizionali partiti socialdemocratici. L’assenza della destra radicale è una caratteristica che il Portogallo ha in comune con la vicina Spagna e che probabilmente è legata al retaggio della recente dittatura, terminata nel 1974, che ha reso politicamente difficili da utilizzare i temi tipici della destra radicale, come il nazionalismo e l’appello all’identità.

Un tratto che rende il paese è ancora più unico è che elettoralmente l’arco della sinistra, moderata e radicale, è effettivamente maggioritario nel paese: alle elezioni del 2015 circa il 50 per cento dei portoghesi ha votato per partiti di sinistra. Non solo: nella distribuzione dei voti, il partito socialista di Costa, è riuscito a ottenere un buon risultato, conquistando il 32 per cento dei consensi, quasi il doppio delle altre due formazioni di sinistra radicale messe insieme. Questo ha permesso a Costa di dettare le condizioni dell’accordo da una posizione di forza. Il francese Hamon, ad esempio, avrebbe molte difficoltà a fare la stessa cosa: non solo in Francia la sinistra non appare maggioritaria, ma i radicali, secondo i sondaggi, hanno solo un paio di punti percentuali di consenso meno dei socialisti. Il “modello portoghese” sembra più facile da applicare in Germania, dove il partito socialista sembra aver recuperato molti consensi e, in teoria, potrebbe riuscire a formare un governo con i verdi e con la sinistra radicale. Ma la sinistra radicale tedesca, Die Linke, non è considerata un partner affidabile ed è spesso osteggiata dagli altri partiti per i suoi legami con il partito comunista che governava nella Germania orientale.

Anche l’Italia, almeno sulla carta, sembra un paese dove sarebbe possibile esportare l’esperimento portoghese: il principale partito di sinistra, il PD, ha secondo i sondaggi circa il 30 per cento dei consensi, mentre le forze alla sua sinistra, secondo gli ultimi sondaggi, raccolgono più del 10 per cento dei voti. Il problema – al di là dei pessimi rapporti personali fra i leader dei vari partiti e le rilevanti differenze sui programmi – è che con le attuali leggi elettorali, questi consensi non sarebbero comunque sufficienti a raggiungere una maggioranza.

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