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  • Martedì 20 marzo 2018

È stato l’ISIS a rapire le ragazze nigeriane

Il sequestro di massa del mese scorso è stato compiuto da un gruppo affiliato all'ISIS con un leader di cui si conosce a malapena la faccia, ha rivelato il Wall Street Journal

Quattro ragazze che sono riuscite a scappare all'attacco all'istituto tecnico e scientifico di Dapchi, Nigeria (AMINU ABUBAKAR/AFP/Getty Images)
Quattro ragazze che sono riuscite a scappare all'attacco all'istituto tecnico e scientifico di Dapchi, Nigeria (AMINU ABUBAKAR/AFP/Getty Images)

Un mese fa un commando di miliziani estremisti travestiti da soldati sono entrati a Dapchi, una cittadina dello stato nigeriano di Yobe, e hanno cominciato a sparare. Sono arrivati all’istituto tecnico e scientifico locale e hanno rapito 110 bambine e ragazze, la più piccola di 10 anni. Nell’attacco non è stato ucciso nessuno, ma i rapitori hanno chiesto un riscatto che il governo nigeriano sembra intenzionato a pagare. Delle ragazze rapite, passato un mese, non si sa nulla: forse sono tenute da qualche parte vicino al confine con il Niger, hanno ipotizzato funzionari nigeriani e occidentali. Di certo c’è che il rapimento di massa ha ricordato un altro sequestro, uno dei più noti degli ultimi anni: quello delle 276 studentesse nigeriane rapite da Boko Haram del 2014 e della successiva campagna #BringBackOurGirls, a cui partecipò anche l’ex first lady Michelle Obama.

Nonostante il secondo sequestro sia stato identico al primo – a partire dai miliziani travestiti da soldati – i due rapimenti sono stati fatti da gruppi diversi.

L’ultimo sequestro, ha raccontato in un’inchiesta il Wall Street Journal, è stato compiuto dalla Provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico, cioè il gruppo affiliato all’ISIS in Nigeria. Fino a non molto tempo fa i suoi membri facevano parte di Boko Haram, il gruppo islamista radicale responsabile del primo rapimento. La scissione, avvenuta nell’agosto 2016, sarebbe stata provocata proprio da disaccordi sulla gestione delle 276 studentesse sequestrate. Il capo dei dissidenti – Abu Musab al Barnawi, ex portavoce di Boko Haram – avrebbe così fondato un nuovo gruppo ottenendo anche il riconoscimento da parte dell’ISIS. Barnawi è uno dei personaggi più misteriosi di tutta questa storia: di lui non si sa praticamente nulla e le agenzie di intelligence nigeriane conoscono a malapena la sua faccia.

Funzionari americani che si occupano di terrorismo hanno detto al Wall Street Journal che la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico è un gruppo meglio addestrato rispetto a Boko Haram. È formato da migliaia di miliziani, è specializzato in sequestri di lavoratori stranieri e personale dell’ONU e ha minacciato più volte obiettivi occidentali. La sua esistenza dimostra anche come l’ISIS sia ancora in grado di attrarre e mantenere gruppi jihadisti e terroristici nella sua sfera d’influenza, nonostante le sconfitte subite in Siria e in Iraq negli ultimi due anni.

Anche i due leader sono molto diversi. Da una parte c’è Abubakr Shekau, che secondo gli americani è considerato dalla sua stessa madre “fuori di testa”. Shekau, circa una quarantina d’anni, è diventato noto per i suoi video deliranti e per l’estrema brutalità usata dai suoi uomini negli attacchi contro i civili. Joe Parkinson, giornalista del Wall Street Journal che si è occupato dell’ultima inchiesta sul rapimento delle ragazze nigeriane, ha scritto che nel 2016 Shekau provò ad aprire una comunicazione con lo Stato Islamico, inviando otto lettere a Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell’ISIS, senza però mai ricevere risposta: «La sua imprevedibilità e l’uso di bambini come attentatori suicidi erano troppo anche per l’ISIS».

Per quanto se ne sa, Barnawi è diverso. È più giovane – potrebbe avere 23 anni – ed è il figlio del fondatore di Boko Haram, Muhammed Yusuf, che dopo la sua uccisione fu sostituito proprio da Shekau. Barnawi sembra voler mantenere toni più pacati rispetto ai deliri di Shekau, almeno nella comunicazione con l’esterno. I suoi uomini prediligono attacchi chirurgici e rapimenti veloci. Barnawi sembra anche più pragmatico rispetto a Shekau. I due si divisero sulla gestione delle 276 ragazze rapite a Chibok nell’aprile 2015. Un anno dopo il sequestro, Shekau rifiutò la proposta del governo nigeriano di scambiare le ragazze con alcuni comandanti di Boko Haram in prigione, provocando l’ira e la frustrazione di Barnawi e dei suoi alleati. Secondo alcune comunicazioni interne intercettate e viste dal Wall Street Journal, questo episodio fu il motivo della scissione del gruppo.

La scorsa settimana il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha detto che avrebbe provato a negoziare con i terroristi per liberare le ragazze senza il rischio di uno scontro militare. In pratica il governo sembra intenzionato a seguire la stessa strategia usata per la liberazione delle studentesse rapite a Chibok: trattare ottenendo scambi di prigionieri e molti soldi. È una strategia apprezzata da alcuni ma criticata da altri, in particolare quelli che ritengono che pagare i riscatti porti solo a nuovi rapimenti, nuovi attacchi e nuove violenze.