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  • venerdì 5 gennaio 2018

Vi ricordate di #BringBackOurGirls?

Il Wall Street Journal ha raccontato come è stato pagato il lauto riscatto per le studentesse rapite da Boko Haram nel 2014, grazie all'intervento della Svizzera

Il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari e alcune delle ragazze di Chibok rapite da Boko Haram nel 2014, ad Abuja, il 7 maggio 2017 (Bayo Omoboriowo/Nigeria State House via AP)

Il 6 maggio 2017, in Nigeria, 82 delle 276 studentesse di Chibok rapite dal gruppo terroristico Boko Haram nel 2014 – quelle dell’hashtag #BringBackOurGirls – furono liberate grazie a uno scambio di cinque prigionieri e al pagamento di un riscatto organizzati dal governo nigeriano. Fino a due settimane fa non si sapeva a quanto ammontasse il riscatto, ora sì: tre milioni di euro. L’importo del riscatto è stato reso noto da un lungo reportage pubblicato sul Wall Street Journal il 23 dicembre. L’articolo, scritto dai giornalisti Joe Parkinson e Drew Hinshaw dopo tre mesi di lavoro e decine di interviste, è il primo resoconto dettagliato di come si sia arrivati alla liberazione di gran parte delle studentesse rapite, oltre che una critica all’indifferenza subita da altre vittime di rapimenti di Boko Haram e alla cifra del riscatto, che ha aiutato il gruppo terroristico a compiere molti attentati.

Boko Haram e il rapimento

Chibok è una città del nord-est della Nigeria appartenente allo stato di Borno. Isolata e protetta dalle montagne, nel Settecento divenne un rifugio per chi scappava dai trafficanti di schiavi; fu una delle ultime località nigeriane a passare sotto il controllo britannico durante il colonialismo. La popolazione del nord della Nigeria è per la maggior parte musulmana, ma Chibok è una piccola eccezione: nel 1941 una coppia di missionari statunitensi arrivò nella città e ne convertì gran parte degli abitanti al cristianesimo. Da allora i diversi gruppi religiosi convissero abbastanza bene insieme, almeno fino all’arrivo di Boko Haram.

Con gli anni Duemila i giovani del nord della Nigeria hanno cominciato ad avvicinarsi all’Islam radicale, come reazione alla grossa disoccupazione nella regione, oltre che ai secolari contrasti tra gruppi etnici nel paese. Boko Haram fu fondato dal religioso Mohammed Yusuf a Maiduguri, il capoluogo del Borno: la parola “boko” significa “istruzione all’occidentale”, “haram” invece “peccaminosa”. Yusuf pensava che la Terra fosse piatta e il fenomeno di evaporazione dell’acqua non esistesse; secondo lui la scienza avrebbe dovuto essere bandita dalla Nigeria, così come la democrazia, da sostituire con la sharia, la legge islamica. Nel 2009 durante uno scontro tra i suoi seguaci e la polizia Yusuf fu arrestato e poi fu ucciso dai poliziotti. Il suo posto come capo di Boko Haram fu preso da un altro religioso, Abubakar Shekau, che negli anni successivi cambiò la strategia del gruppo, ordinando uccisioni di religiosi musulmani moderati, attentati suicidi nei mercati, distruzioni di villaggi e rapimenti di bambini per farne soldati. Decine di migliaia di persone morirono e centinaia di migliaia fuggirono.

Le studentesse di Chibok furono rapite nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 aprile 2014. La scuola femminile della città, che era anche un convitto, aveva tutte le caratteristiche per non piacere a Boko Haram: alle sue studentesse erano insegnati i principi scientifici, studentesse musulmane e cristiane studiavano fianco a fianco. Nonostante questo la scuola non fu attaccata con lo scopo di rapirle, ma solo per rubare un macchinario per la produzione di mattoni. Caricato il macchinario su un camion il gruppo di miliziani incaricati del furto si chiese cosa fare delle studentesse. Alcune settimane prima Boko Haram aveva ucciso almeno 59 studenti tra gli 11 e i 18 anni in un dormitorio maschile di Buni Yadi, nello stato di Yobe, che confina con il Borno. Nel caso della scuola di Chibok le cose andarono diversamente: l’edificio fu bruciato, come quello di Buni Yadi, ma le studentesse che ci vivevano furono rapite perché fosse Shekau a decidere cosa fare di loro.

Sappiamo come si svolse il rapimento e quello che successe dopo alle studentesse di Chibok grazie ai racconti di alcune di loro, prima fra tutte Naomi Adamu, che riuscì a conservare il diario che tenne durante i primi mesi di prigionia. Le ragazze furono portate nella foresta di Sambisa, dove si trovava la base di Boko Haram, e furono divise tra cristiane e musulmane: le musulmane furono costrette a sposare dei miliziani e lo stesso accadde alle cristiane che accettarono di convertirsi all’Islam.

Le ragazze cristiane che rifiutarono la conversione furono ridotte in schiavitù, costrette a dormire all’aperto e compiere vari lavori duri, oltre a cucinare per i miliziani, curare quelli feriti e seppellire quelli morti. I loro guardiani le separarono in piccoli gruppi e continuarono a spostarle nelle varie basi di Boko Haram per tenerle nascoste.

Per molto tempo, prima di rendersi conto del loro valore come ostaggi, Abubakar Shekau le considerò una seccatura, visto che a differenza dei bambini rapiti non poteva usarle come soldati e che doveva provvedere al loro sostentamento e impegnare degli uomini nella loro sorveglianza. Provò a costringerle a studiare l’Islam – i quaderni che alcune delle ragazze usarono come diari erano stati dati loro per questo – ma non servì a molto. La maggior parte delle ragazze cristiane non si convertì mai, nemmeno quando i miliziani dissero loro che le avrebbero liberate se tutte si fossero convertite, e si fecero forza a vicenda, sfruttando il fatto di conoscere una lingua parlata a Chibok, il Kibaku, che i miliziani non conoscevano.

Le storie nel diario di una delle 275 studentesse rapite da Boko Haram

L’hashtag

La storia di come le studentesse di Chibok divennero famose in tutto il mondo a loro insaputa cominciò il pomeriggio del 15 aprile 2014. L’ex ministra dell’Istruzione nigeriana Oby Ezekwesili scoprì del rapimento leggendo un articolo di BBC e poco dopo cominciò a impegnarsi in una serie di proteste giornaliere vicino all’hotel Hilton di Abuja, la capitale della Nigeria. Lo slogan dei pochi manifestanti che partecipavano alle proteste era: «What are we demanding? Bring back our girls, now and alive!», cioè “Cosa chiediamo? Riportateci le nostre ragazze, ora, sane e salve!”. Ezekwesili provò a portare la protesta anche su Twitter: per nove giorni pubblicò dei messaggi usando una serie di hashtag diversi, ma nessuno funzionò. Le cose cambiarono quando un avvocato che la seguiva la taggò in un messaggio con l’hashtag #BringBackOurGirls.

Grazie al suo lavoro per la Banca Mondiale, Ezekwesili aveva alcune persone famose americane tra i suoi follower: il 20 aprile l’appello era stato diffuso dalla cantante Mary J. Blige; nei giorni successivi diffusero l’hashtag anche le attrici Reese Witherspoon, Whoopi Goldberg e Anne Hathaway, mentre Harrison Ford mostrò un cartello con l’hashtag sul tappeto rosso del Festival del Cinema di Cannes. Il 7 maggio fu l’allora first lady degli Stati Uniti Michelle Obama a diffonderlo. A metà maggio #BringBackOurGirls era stato usato più di 3,5 milioni di volte.

La Casa Bianca nel frattempo si era interessata alla sorte delle studentesse di Chibok anche in modo ufficiale: chiese al presidente nigeriano Goodluck Jonathan di lanciare una missione di salvataggio per le ragazze e mandò una squadra di 40 funzionari, tra cui analisti della CIA e due dei migliori negoziatori dell’FBI ad Abuja. Inoltre i droni americani cominciarono a volare sopra le foreste del nord-est della Nigeria per trovare e osservare Boko Haram. Altri cinque paesi – tra cui il Canada, il Regno Unito e la Cina – promisero aiuti alla Nigeria per l’operazione.

Nel loro reportage Parkinson e Hinshaw hanno cercato di ridimensionare il ruolo avuto dall’attivismo da social network nella liberazione delle studentesse di Chibok, dando il giusto peso alle strategie usate dai negoziatori. È indubbio però che la fama mondiale delle ragazze rapite abbia contribuito allo svolgimento dei negoziati, oltre ad averli fatti iniziare in primo luogo: Boko Haram ha rapito migliaia di altri giovani nigeriani, che però non hanno ricevuto la stessa attenzione delle studentesse di Chibok.

La prima importante trattativa, fallita

Il primo tentativo del governo nigeriano di trattare con Boko Haram fu fatto coinvolgendo Ahmad Salkida, un giornalista autodidatta, musulmano, esperto del gruppo terroristico e all’epoca impiegato come guardia giurata in un negozio di frutta e verdure di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti: essendo critico nei confronti del governo temeva per la sicurezza della sua famiglia e per questo aveva lasciato la Nigeria. Prima che Boko Haram diventasse un gruppo violento, Salkida aveva conosciuto molti dei suoi esponenti e aveva addirittura ricevuto la richiesta di dirigere il loro giornale, cosa che aveva rifiutato per mantenere la propria indipendenza. Il governo invitò Salkida ad Abuja per convincerlo a trattare la liberazione delle ragazze di Chibok come proprio rappresentante.

Nel frattempo gli sforzi internazionali per liberare le ragazze non avevano avuto gli effetti sperati: l’aereo fornito alla Nigeria dal Regno Unito smise di funzionare, i negoziatori dell’FBI tornarono negli Stati Uniti e la Cina non fornì mai alla Nigeria le immagini satellitari della foresta di Sambisa che le aveva promesso. Le collaborazioni tra i vari paesi erano complicate dai rapporti preesistenti tra loro. Per esempio, prima di poter dare informazioni alla Nigeria sui campi nella foresta di Sambisa localizzati grazie ai droni, gli analisti dell’intelligence statunitense dovevano aspettare l’ok del governo: per questa ragione a volte dovevano aspettare fino a 72 ore prima di condividere ciò che sapevano, e spesso nel frattempo le ragazze di Chibok erano state portate altrove; inoltre, secondo quanto detto da alcuni funzionari americani ai giornalisti del Wall Street Journal, a volte i nigeriani non seguivano le piste che ricevevano.

La Nigeria intanto offriva (e pagava) milioni di dollari in cambio di informazioni che potessero aiutare a ritrovare le ragazze, ma anche questa dispendiosa strategia si rivelò inutile. Il fatto che si fosse parlato tanto e in tutto il mondo delle studentesse aveva fatto pensare a molte persone di poter approfittare degli sforzi di ricerca.

Ahmad Salkida accettò di collaborare con il governo e fu il primo a capire che Abubakar Shekau si sarebbe sbarazzato volentieri delle ragazze. Ottenne di poter parlare con il capo di Boko Haram nella foresta di Sambisa – dovette andarci senza portare con sé un telefono e accettando di non poter vedere dove veniva condotto dai miliziani – e gli furono fatte vedere circa cento delle ragazze di Chibok, tra cui Naomi Adamu. Nelle settimane successive Salkida fece da mediatore tra Boko Haram e il governo nigeriano e organizzò questo scambio: il governo avrebbe liberato cinque miliziani del gruppo terroristico e in cambio Boko Haram avrebbe consegnato 20 ragazze; altri scambi simili a questo sarebbero andati avanti fino a quando una delle due parti non avesse finito i propri prigionieri.

Tuttavia, la sera prima del primo scambio Salkida ricevette l’ordine di interrompere lo scambio: i vertici militari avevano cambiato idea, un po’ perché alcuni pensavano ancora (come nei primi giorni dopo il rapimento) che tutta la storia fosse falsa, che non ci fossero ragazze prigioniere; un po’ perché non erano d’accordo con l’idea di negoziare con un gruppo terrorista. Dopo il fallimento di questa negoziazione Salkida tornò a Dubai. Era ormai il 2015 e l’attenzione del resto del mondo si era spostata altrove, per esempio sull’epidemia di Ebola. In Nigeria si pensava soprattutto alle imminenti elezioni presidenziali.

La seconda trattativa, riuscita

Mentre il governo nigeriano cercava di risolvere la situazione collaborando con Salkida, un’altra strategia di negoziazione veniva progettata da un’unità del ministero degli Esteri svizzero, la Divisione Sicurezza umana.

Dalla caduta nel muro di Berlino nel 1989, la Svizzera ha cercato di guadagnarsi influenza in ambito internazionale rendendosi utile a risolvere complicate controversie tra diversi paesi da una prospettiva neutrale. Non facendo parte dell’Unione Europea, la Svizzera può anche fare negoziati con gruppi terroristici, cosa che i paesi europei hanno deciso di non fare mai. Negli ultimi vent’anni la Divisione Sicurezza umana ha partecipato a più di 30 missioni di pace in 20 paesi, dalle Filippine al Sudan, spesso lavorando insieme alla Croce Rossa, che ha base in Svizzera. Per anni ha studiato la situazione nel nord della Nigeria aspettando un’occasione perché il governo nigeriano e Boko Haram potessero trattare una tregua o una pace: il rapimento delle ragazze di Chibok sembrava questa occasione.

Secondo la Divisione Sicurezza umana il segreto di una negoziazione di successo è trovare il giusto mediatore locale, che deve essere benestante a sufficienza per poter restare impegnato per molto tempo nelle trattative, e autorevole a sufficienza per poter essere credibile da entrambe le parti coinvolte nella trattativa. Per questo nel caso della Nigeria scelsero Zannah Mustapha, un avvocato di Maiduguri che nel 2007 aveva aperto Future Prowess, una scuola e orfanotrofio per bambini di età compresa tra i 3 e gli 8 anni. Nel giro di qualche anno Future Prowess divenne il luogo che ospitava gli orfani e le vedove dei combattenti di Boko Haram: per questa ragione Mustapha era un interlocutore che il gruppo terroristico avrebbe ascoltato.

Il governo svizzero lo invitò a trascorrere due settimane in un hotel sulle rive del lago Thun, nel Canton Berna, per partecipare a un corso accelerato tenuto da esperti mediatori per imparare come si fanno le trattative di pace. Tra gli altri, Mustapha partecipò alle lezioni insieme a vari colombiani, che avrebbero dovuto lavorare sull’accordo tra il loro governo e le FARC. Tutto questo succedeva mentre Ahmad Salkida trattava con Boko Haram in Nigeria.

Tornato in Nigeria Mustapha si mise in contatto con Boko Haram, segretamente. Il gruppo terroristico gli inviò un video in cui si vedevano le ragazze di Chibok vive e questo fece pensare a Mustapha che Boko Haram fosse d’accordo a iniziare una trattativa. Inizialmente Mustapha non condivise il video con il governo nigeriano, perché secondo quanto aveva imparato in Svizzera era meglio aspettare. Condivideva le sue informazioni solo con la Svizzera attraverso un funzionario della Divisione Sicurezza umana la cui identità è ignota ai giornalisti del Wall Street Journal e anche agli alti funzionari del governo nigeriano.

Mentre Mustapha cercava di raccogliere informazioni utili a una trattativa, Boko Haram era sempre più indebolito dalle offensive militari, tra cui bombardamenti aerei e battaglie di terra. Nel marzo del 2015 Boko Haram giurò fedeltà allo Stato Islamico; quell’estate il nuovo presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, disse al suo governo di voler la liberazione delle ragazze di Chibok entro il 5 settembre di quell’anno. Nel frattempo erano arrivate notizie sulla morte di alcune delle ragazze rapite e sul fatto che alcune di loro stavano morendo di fame perché nella propria ritirata Boko Haram aveva perso molte delle sue risorse.

Mustapha continuava a parlare con Boko Haram, ma senza grossi risultati: a volte il gruppo chiedeva miliardi di dollari in cambio della liberazione delle ragazze di Chibok; una volta uno scambio di prigionieri fu annullato da Boko Haram all’ultimo. Intanto il 5 settembre 2015 passò senza che le ragazze fossero liberate. Mustapha fu mandato nuovamente sul lago Thun per essere addestrato più approfonditamente dagli svizzeri.

Al suo ritorno in Nigeria, Mustapha capì una cosa importante: doveva sfruttare la debolezza di Shekau nella trattativa. Il potere di Shekau all’interno di Boko Haram era diminuito a causa delle perdite subite dal gruppo e lo Stato Islamico pensava di sostituirlo con il figlio di Mohammed Yusuf. Per questo Shekau viaggiava sempre con due guardie del corpo e aveva fatto uccidere uno dei suoi vice, che lo aveva criticato per non aver fatto un accordo con il governo nigeriano per la liberazione dei più importanti miliziani di Boko Haram prigionieri. Mustapha capì che Shekau non era interessato alla loro liberazione perché quei prigionieri avrebbero potuto essere suoi rivali. Nel 2016 ci furono sanguinose divisioni all’interno di Boko Haram, in cui almeno 400 miliziani morirono: a quel punto per Shekau l’unico modo per riprendere il controllo del gruppo era risolvere la questione delle ragazze di Chibok.

A metà 2016 Mustapha e Shekau pianificarono due scambi: nel primo Boko Haram avrebbe liberato 20 ragazze in cambio di un milione di euro; se lo scambio fosse riuscito, ce ne sarebbe stato un secondo, in cui il resto delle ragazze desiderose di tornare dalle proprie famiglie sarebbero state liberate in cambio di due milioni di euro e cinque miliziani prigionieri del governo nigeriano. Il governo nigeriano chiese a Salkida di scegliere i cinque miliziani da liberare nello scambio: dovevano essere abbastanza autorevoli all’interno di Boko Haram da non scontentarne i membri critici di Shekau, ma non abbastanza forti da mettere in discussione la sua autorità. Il presidente Buhari acconsentì all’accordo tra Mustapha e Boko Haram chiedendo che il pagamento del riscatto fosse un primo passo verso un accordo di pace.

Il primo scambio avvenne il 13 ottobre 2016: alla fine Shekau fece liberare 21 ragazze, una in più in segno di riconoscimento per Mustapha e per il suo lavoro con gli orfani dei miliziani di Boko Haram. Il secondo scambio avvenne il 6 maggio 2017: 82 ragazze, tra cui Naomi Adamu, furono liberate. Da settembre studiano musica, letteratura e informatica all’Università Americana della Nigeria, a Yola, nello stato di Adamawa: i loro studi sono pagati dal governo.

Il governo nigeriano ha fatto bene a pagare il riscatto?

L’articolo di Joe Parkinson e Drew Hinshaw è critico nei confronti del diverso trattamento ricevuto da altre vittime di Boko Haram rispetto alle ragazze di Chibok. Inoltre sottolinea come secondo alcuni funzionari nigeriani il pagamento di 3 milioni di euro a Boko Haram abbia aiutato il gruppo a riprendersi dalle sconfitte subite nel 2015: dallo scambio dell’ottobre 2016 Boko Haram ha mandato più di 90 bambini a farsi esplodere in luoghi pubblici; più di mille persone sono morte e due milioni sono rimaste senza casa. I rapimenti non sono finiti: un mese dopo la liberazione delle 82 studentesse di Chibok, Shekau ha diffuso un video in cui dice di aver rapito dieci poliziotte. Sia i combattimenti che le trattative di pace continuano e anche la Divisione Sicurezza umana del ministero degli Esteri svizzero continua a lavorare sulla situazione in Nigeria.

Un’altra critica contenuta nell’articolo del Wall Street Journal è quella rivolta alla campagna #BringBackOurGirls: secondo alcuni funzionari nigeriani la fama delle studentesse di Chibok ha compromesso i rapporti di forza tra le parti e ha prolungato la prigionia delle ragazze, mettendo in secondo piano, allo stesso tempo, quella di molte altre persone. Secondo Zannah Mustapha però la liberazione delle ragazze di Chibok è il preludio alla pace.

Delle 276 studentesse rapite a Chibok nel 2014, 163 sono libere oggi: 57 fuggirono poco dopo il rapimento e altre tre scapparono in seguito; 103 furono liberate grazie alla trattativa organizzata dalla Svizzera. Delle rimanenti 113, si stima che almeno 13 siano morte, la maggior parte a causa di bombardamenti aerei, altre di malaria, di fame o per il morso di un serpente; di quelle costrette al matrimonio, due sono morte di parto. Cento giovani donne sono ancora con i miliziani.

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