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  • sabato 30 luglio 2016

Chiuso contro aperto

C'è una nuova divisione che attraversa destra e sinistra, dice l'Economist, tra chi vuole un mondo globalizzato e libero e chi lo pensa cattivo e pericoloso

Nell’editoriale di copertina di questa settimana, l’Economist ipotizza che negli ultimi anni si sia creata una nuova grande divisione politica, che in molti paesi sembra aver soppiantato quella tradizionale tra destra e sinistra: secondo l’Economist, le due posizioni protagoniste della nuova divisione politica sono riassumibili con i concetti di “apertura” e di “chiusura”. Tra i sostenitori della prima, il settimanale colloca le forze politiche favorevoli ai trattati internazionali, al commercio e all’immigrazione. Tra quelli della seconda, invece, rientrano le forze favorevoli all’isolazionismo e al nazionalismo. È una divisione, scrive l’Economist, emersa con particolare chiarezza nel corso delle convention dei due principali partiti americani. Da un lato, il candidato repubblicano Donald Trump incarna gli ideali anti-globalizzazione della chiusura, affiancato, almeno su alcuni punti, dal candidato democratico sconfitto Bernie Sanders, in parte contrario ai trattati sul libero commercio. La candidata democratica Hillary Clinton, scrive il giornale, è il campione dell’apertura, anche se dovrebbe diventare più decisa nella sua difesa della globalizzazione.

In Europa, la situazione non è molto differente, scrive l’Economist:

«I politici in ascesa sono quelli che sostengono che il mondo è un posto cattivo e minaccioso e che le nazioni più sagge dovrebbero costruire muri per tenerlo fuori […] Partiti europei populisti e autoritari, sia di destra che di sinistra, oggi godono del doppio dei consensi su cui potevano contare all’inizio degli anni Duemila».

La più grande vittoria dei sostenitori della “chiusura” è stata il voto a favore di Brexit, nel Regno Unito, in cui il campo dei “Leave” ha attratto voti a favore dell’isolamento sia da destra che da sinistra. La vittoria delle forze favorevoli alla chiusura, scrive il settimanale: «È il rischio più grave che il mondo libero corre dai tempi del comunismo. Niente è più importante che contrastare questa eventualità».

È fondamentale conoscere che cosa c’è in gioco nello scontro tra “apertura” e chiusura”, scrive l’Economist: «Il sistema multilaterale di istituzioni, regole e alleanze, guidato dagli Stati Uniti, ha sostenuto la crescita della prosperità globale per più di 70 anni». Si tratta di un periodo nel quale l’Europa è stata ricostruita dopo i danni causati dalla Seconda guerra mondiale, in cui l’Occidente ha sconfitto la minaccia del comunismo rappresentata dall’Unione Sovietica e in cui l’apertura della Cina al resto del mondo ha creato la più grande riduzione di povertà nella storia dell’uomo. «Se gli Stati Uniti si ritireranno nell’isolazionismo e l’Europa si dividerà in tanti pezzetti in lotta tra loro, nuove potenze meno benigne prenderanno il loro posto», scrive l’Economist.

In parte, Trump ha già lasciato intendere che tipo di futuro ha in mente quando ha dichiarato che non è detto che gli Stati Uniti andranno in soccorso degli alleati baltici della NATO, in caso di aggressione da parte della Russia. Non sembra un caso che il presidente russo Vladimir Putin abbia fatto intuire che appoggia la candidatura di Trump. Anche in Europa, i “costruttori di muri”, come li chiama il settimanale, hanno già fatto danni. L’incertezza generata da Brexit sembra aver avviato il Regno Unito sulla strada della recessione. E anche le prospettive per il futuro sembrano allinearsi su questo scenario: l’anno prossimo, in Francia, le elezioni potrebbero essere vinte da Marine Le Pen, leader del partito di destra radicale Front National. Le Pen ha già annunciato la sua intenzione di fare un referendum per uscire dall’Unione Europea. Se il referendum francese fosse realmente organizzato, e se vincessero i favorevoli all’uscita, difficilmente l’Unione Europea potrebbe sopravvivere ancora nella sua forma odierna.

Per contrastare i “costrutturi di muri”, scrive l’Economist, ci sarà bisogno «di una retorica più energica, politiche più coraggiose e tattiche più astute». I politici che sono dalla parte di un mondo aperto devono ricordare i benefici che hanno portato la NATO, l’Unione Europea e i trattati di libero commercio e come anche le questioni relative alla sicurezza, come la lotta al terrorismo, possono essere affrontate meglio se si è uniti, invece che individualmente. In troppi però, dice l’Economist, non sembrano convinti nel combattere questa battaglia. Secondo il settimanale, soltanto il primo ministro canadese Justin Trudeau e il ministro dell’Economia francese Emmanuel Macron si battono apertamente a favore della “apertura”.

È altrettanto importante, continua l’Economist, riconoscere che la globalizzazione è un fenomeno che va gestito: il commercio internazionale e l’immigrazione hanno portato molte persone a perdere il lavoro, e in generale i cambiamenti arrivati con l’apertura hanno sconvolto le vite di molti. I loro bisogni e le loro difficoltà devono essere presi in considerazione, dice l’Economist.

Lasciamo che merci e investimenti circolino liberamente, ma rafforziamo le reti di protezione sociale e cerchiamo di offrire nuove opportunità a coloro che vedono il loro lavoro distrutto dalla globalizzazione. Per gestire meglio l’immigrazione c’è bisogno di maggiori investimenti in infrastrutture e creare un sistema di regole che limiti le ondate migratorie improvvise, nello stesso modo in cui le regole sul commercio regolano le ondate di importazioni.

Le tattiche da usare in questo scontro dovranno variare da paese a paese, scrive il settimanale. In Svezia e nei Paesi Bassi, i centristi si sono riuniti per tenere i nazionalisti lontani dal governo. In Francia è accaduta la stessa cosa nel 2002, in occasione delle elezioni presidenziali tra Jaques Chirac e il candidato della destra radicale Jean-Marie le Pen. Un’alleanza tra socialisti e centrodestra sarà probabilmente di nuovo necessaria nel 2017, quando alle elezioni si candiderà Marine Le Pen, la figlia di Jean-Marie.

Negli Stati Uniti, i repubblicani che credono nella globalizzazione devono “turarsi il naso” e votare per Clinton, scrive il settimanale, mentre la candidata democratica dovrà affrontare il tema dell’apertura contro la chiusura con più coraggio ed energia. La sua scelta di Tim Kaine come candidato alla vicepresidenza (un globalista che parla spagnolo) è un segno che va nella giusta direzione. Quella di Clinton contro Trump, conclude l’Economist, è al momento la battaglia più importante di tutte: «Il futuro del mondo libero è appeso alla sua vittoria»

– Cosa sta succedendo? (Luca Sofri su Brexit, Trump e le altre cose che negli ultimi anni siamo andati dicendo che “rischiavano di succedere”, e che adesso stanno succedendo davvero).

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