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  • Martedì 7 luglio 2026

Cosa significa il ritiro di Hamas dal governo di Gaza

Sembra una mossa per sbloccare lo stallo delle trattative per il futuro della Striscia, ma nel breve periodo non cambierà molto

Militanti di Hamas e Jihad Islamico nella città di Gaza il 20 marzo 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Militanti di Hamas e Jihad Islamico nella città di Gaza il 20 marzo 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
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Il gruppo palestinese Hamas ha annunciato lunedì lo scioglimento dell’organismo attraverso cui governava la Striscia di Gaza da quasi vent’anni, per trasferire i poteri al Comitato tecnico creato grazie all’accordo per il cessate il fuoco con Israele. È una decisione potenzialmente importante: Hamas governa la Striscia ininterrottamente dal 2007, e sciogliendo il proprio governo fa un passo simbolico a favore di una soluzione diplomatica del conflitto. Il rischio è che questo passo rimanga soltanto simbolico, e che non cambierà la realtà del controllo di Hamas su una parte della Striscia (l’altra è ancora occupata dall’esercito israeliano).

La decisione di rinunciare al governo sembra perlopiù un tentativo di sbloccare un lungo stallo nelle trattative per l’inizio della cosiddetta “fase 2” del cessate il fuoco, che dovrebbe prevedere l’inizio della ricostruzione, strumenti di autogoverno palestinese, il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e appunto il disarmo di Hamas. Sono tutti obiettivi molto lontani, benché siano passati nove mesi dalla firma del cessate il fuoco. Nel suo annuncio, peraltro, Hamas non ha fatto alcun riferimento al proprio disarmo, condizione ritenuta necessaria da Israele per proseguire i negoziati.

Ismail al-Thawabta, direttore delle comunicazioni di Hamas, annuncia lo scioglimento del governo all’ospedale Al Aqsa di Deir al-Balah, il 6 luglio 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)

La creazione di un Comitato tecnico per l’amministrazione di Gaza (nome ufficiale: Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, con acronimo inglese NCAG) a cui Hamas dovrebbe cedere il potere politico è prevista negli accordi per il cessate il fuoco. È stato creato dal Consiglio di Pace (Board of Peace), l’organismo voluto da Donald Trump per gestire il processo di pace e la ricostruzione nella Striscia di Gaza, ma che secondo le intenzioni dell’amministrazione statunitense dovrebbe gestire e risolvere i conflitti di tutto il mondo.

A gennaio sono stati nominati i 13 membri palestinesi del Comitato, dei tecnici, presieduti da Ali Shaath, un ingegnere nato a Gaza e che ha lavorato anche con l’Autorità palestinese, che governa parzialmente la Cisgiordania.

Il NCAG ha sede al Cairo e nessuno dei suoi membri è mai potuto entrare a Gaza, perché Israele lo impedisce. In questi mesi Hamas ha continuato a governare Gaza, spesso attraverso la violenza, con esecuzioni sommarie degli avversari politici e di membri di clan e famiglie ribelli, accusati di essere troppo vicini a Israele. Ora tutte le strutture politiche a Gaza saranno sciolte, mentre continueranno a lavorare quelle amministrative.

Hamas in questi anni è stato tutto a Gaza: una forza militare contro Israele, uno strumento di controllo e repressione attraverso polizia ed esercito, un datore di lavoro per gran parte dei palestinesi, l’unica autorità in grado di rispondere alle richieste dei cittadini, sia nei bisogni quotidiani (acqua, elettricità, spesso cibo) che in quelli amministrativi (certificati anagrafici e documenti). Ha preso il potere nel 2007 dopo elezioni vinte e una guerra civile con Fatah, un’organizzazione politica moderata fondata alla fine degli anni Cinquanta con sede a Ramallah, in Cisgiordania. Da allora non ci sono state elezioni nella Striscia: le prime, in alcune zone molto limitate, sono state quelle del 25 aprile.

Un seggio elettorale a Deir al Balah, il 25 aprile 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Gli accordi di ottobre prevedevano un totale disarmo di Hamas: non è stato fatto alcun passo in questa direzione, anche perché il gruppo dice che non procederà al disarmo finché non cesserà l’occupazione militare da parte di Israele. L’esercito israeliano controllava il 53 per cento del territorio della Striscia al momento della firma degli accordi, ne controlla il 60 per cento ora e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato indicazioni ai suoi generali di estendere le zone controllate fino al 70 per cento del totale. Gli attacchi e le operazioni militari di Israele nella Striscia non si sono mai fermati: secondo il ministero della Sanità di Gaza dall’inizio del cessate il fuoco oltre 1.000 palestinesi sono stati uccisi e quasi 3.500 sono stati feriti.

Il governo israeliano attraverso il ministro degli Esteri Gideon Saar ha detto che l’annuncio di Hamas non cambia le cose, che è solo un mezzo per «evitare il disarmo» e che qualsiasi governo civile a Gaza sarà comunque dipendente da Hamas finché il gruppo sarà armato.

Le tende dove vivono persone palestinesi nel campo di Yarmouk, a Gaza, il 20 giugno 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Due fattori sembrano poter condizionare ogni possibile sviluppo della situazione a Gaza. Il primo sono le prossime elezioni in Israele, previste per ottobre: Netanyahu deve cercare di mantenere solida la sua alleanza di governo con formazioni di estrema destra e per questo non sembra disposto ad alcuna apertura sul futuro di Gaza prima del voto. Nonostante la firma degli accordi Netanyahu si è sempre opposto a qualsiasi forma di autogoverno palestinese nella Striscia, compreso quello dell’Autorità palestinese.

Ma anche Hamas al momento è molto diviso al suo interno, non ha una guida chiara e le sue tre componenti principali, quella all’interno della Striscia, quella in Cisgiordania e quella della diaspora (con sede in Qatar) sembrano avere idee diverse sul futuro del gruppo e di Gaza.

Dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh (capo politico, luglio 2024) e Yahya Sinwar (capo militare, ottobre 2024), Hamas ha gestito la leadership con un gruppo ristretto, prima dell’elezione di un nuovo capo politico. Varie fonti, perlopiù rimaste anonime, hanno raccontato ai media internazionali che è in corso una disputa per la leadership fra Khalil al Hayya, di Gaza, caponegoziatore con Israele e considerato espressione della linea più dura e radicale, e Khaled Meshal, ex segretario generale, che vive a Doha ed è espressione di una linea più diplomatica, sostenuta da Qatar e Turchia.

Il gruppo ha oggi un sostegno molto limitato fra la popolazione. Le condizioni di vita restano pessime, anche dopo la firma del cessate il fuoco: l’ingresso di cibo e medicinali è limitato e la ricostruzione non è mai cominciata.