La carriera militare di Vannacci non andò come la racconta lui

Il tempismo della sua denuncia contro l'uso dell'uranio impoverito in Iraq è sospetto, e ci sono perplessità sui suoi anni in Russia

di Valerio Valentini

Roberto Vannacci durante la chiusura dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale a Roma, il 14 giugno 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Roberto Vannacci durante la chiusura dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale a Roma, il 14 giugno 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Roberto Vannacci, europarlamentare e leader di Futuro Nazionale, in questi anni ha voluto dare di sé un’immagine precisa, nei suoi interventi pubblici e nei suoi libri. Un militare integerrimo, sempre pronto al sacrificio per la Patria e per i suoi commilitoni. Un servitore dello Stato capace di prendere decisioni delicate in pochi istanti. Il paracadutista intrepido, l’incursore temerario che non ha avuto timore di esporsi contro i suoi superiori. Ci sono però degli aspetti meno raccontati della sua carriera militare che ridimensionano questo ritratto, e dettagli che inducono a farsi un’idea un po’ diversa di Vannacci come generale dell’Esercito.

– Leggi anche: L’inizio della carriera politica di Vannacci è ancora un po’ un mistero

Vannacci è nato a La Spezia ma è cresciuto tra Ravenna, Parigi, e poi la Versilia: fu costretto a spostarsi spesso dapprima per seguire suo padre, militare pure lui, e poi per la sua personale carriera. È stato comandante del reggimento d’assalto dei paracadutisti Col Moschin e della brigata dei paracadutisti della Folgore, due corpi d’élite, e impegnato in varie missioni all’estero con ruoli di comando di un certo rilievo. Ha ricevuto il grado di generale di divisione nella primavera del 2020. È una carriera di un certo spessore, che però proprio intorno alla metà del 2020 cambiò drasticamente.

Nel giugno di quell’anno Vannacci depositò alla procura di Roma un esposto in cui denunciava «gravi e ripetute omissioni nella tutela della salute e della sicurezza del contingente militare italiano» impiegato in Iraq. Lì Vannacci aveva partecipato a una missione internazionale contro l’ISIS, col ruolo di comandante, tra il 2017 e il 2018, dunque oltre due anni prima della sua denuncia.

Poche settimane prima di depositare il suo esposto, Vannacci aveva appreso dalle nuove graduatorie del ministero della Difesa che non avrebbe mai potuto ambire a un ruolo superiore a quello di generale di divisione, e dunque che gli era preclusa la possibilità di raggiungere i gradi più elevati: generale di corpo d’armata e di lì, eventualmente, capo di stato maggiore dell’Esercito o della Difesa.

Una caricatura di Roberto Vannacci realizzata dal senatore del PD Filippo Sensi, l’11 giugno 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Non fu una decisione politica, né una ritorsione ai suoi danni, come Vannacci talvolta lascia intendere. Le promozioni si basano su una graduatoria che prevede un certo punteggio per le varie missioni, per gli incarichi svolti, eccetera: Vannacci, semplicemente, non aveva i requisiti per poter sperare di scalare la gerarchia fino ai due gradi più alti. Si spiega così anche l’anomalo ritardo nella denuncia: Vannacci non depositò l’esposto alla procura militare di Roma subito dopo essere tornato dall’Iraq, ma due anni dopo.

Nel suo esposto Vannacci parlava di un «uso su larga scala di uranio impoverito in Iraq», e cioè «dalle 300 alle 450 tonnellate, quantità 30 volte superiore a quella impiegata nei Balcani». Al ministero della Difesa ritengono questa ipotesi del tutto irrealistica, anche solo per quel che riguarda le quantità. La denuncia di Vannacci fu ripresa sia da alcuni giornali del settore della difesa, oltre che dal Fatto Quotidiano, sia dalla Lega: nel luglio del 2020 i senatori Stefano Candiani e Stefania Pucciarelli (futura sottosegretaria alla Difesa) ne fecero l’oggetto di una loro interrogazione al ministro della Difesa Lorenzo Guerini.

L’uranio impoverito è uno scarto del procedimento di arricchimento dell’uranio (che serve per produrre energia elettrica nelle centrali o armi nucleari), è piuttosto economico e viene usato in ambito militare dagli anni Sessanta, essendo particolarmente efficace per colpire e distruggere carri armati. Nell’esplosione si liberano particelle di uranio, che possono essere inalate o rimanere al suolo.

Si discute da anni degli effetti nocivi per la salute dell’uranio impoverito usato in ambiti militari: munizioni all’uranio impoverito furono largamente usate dagli Stati Uniti nel corso della guerra del Golfo, in ex Jugoslavia e in Iraq, e diversi soldati nel corso degli anni hanno sostenuto di aver contratto malattie di vario tipo (in particolare forme di cancro) per aver inalato uranio impoverito polverizzato nelle esplosioni. Finora però non è mai stata dimostrata una correlazione diretta tra l’uranio impoverito e le malattie dei soldati.

Se ne parlò molto all’inizio degli anni Duemila, durante la guerra in Kosovo a cui l’Italia partecipò in modo convinto. All’epoca il ministro della Difesa era Sergio Mattarella, che venne coinvolto nella polemica politica e parlamentare.

Ma il fatto che poi lui sia diventato presidente della Repubblica rende spesso questo dibattito piuttosto pretestuoso: il Movimento 5 Stelle, per esempio, nel gennaio del 2015, volendosi opporre alla candidatura di Mattarella a capo dello Stato avanzata da Matteo Renzi, lo accusò in modo fumoso di aver coperto il caso; più di recente, nell’agosto del 2023, il quotidiano La Verità recuperò questa vecchia vicenda per spiegare che la presidenza della Repubblica stava brigando per delegittimare Vannacci, dopo il suo successo editoriale col libro Il mondo al contrario, proprio perché la sua denuncia sull’uranio in Iraq faceva riemergere i presunti imbarazzi di Mattarella per la questione del Kosovo di oltre vent’anni prima. Fu una tesi accreditata anche dai collaboratori di Vannacci.

Vannacci – e con lui i suoi sostenitori – propone spesso la ricostruzione per cui gli fu impedito di arrivare ai più alti gradi della carriera militare per via della sua temeraria denuncia sull’uranio. Sembra però piuttosto il contrario: e cioè che Vannacci abbia deciso di denunciare dopo aver saputo che la sua ascesa nelle gerarchie dell’Esercito si era ormai conclusa.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceve al Quirinale l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, il 3 ottobre 2024 (Francesco Ammendola/LaPresse)

È vero in ogni caso che questo suo atteggiamento gli ha procurato antipatie negli alti comandi militari. Nel depositare il suo esposto, Vannacci di fatto accusò direttamente l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che all’epoca della missione in Iraq era il capo del Comando operativo del vertice interforze (COVI), l’organismo che coordina l’impiego di tutte le Forze armate in Italia e all’estero.

Cavo Dragone nel frattempo ha avuto una carriera notevolissima: prima capo di stato maggiore della Marina, poi capo di stato maggiore della Difesa, infine presidente del comitato militare NATO, cioè il massimo responsabile formale delle attività dell’alleanza militare che comprende gli Stati Uniti e gran parte degli stati europei. È verosimile che Vannacci, dopo aver fatto l’esposto, non godesse di grande considerazione, ed è a suo modo anche comprensibile.

Nel febbraio del 2021, quindi dopo la denuncia, Vannacci fu scelto come delegato militare all’ambasciata italiana a Mosca, in Russia. La prese come una mossa ostile nei suoi confronti: era un incarico comunque prestigioso, ma di fatto veniva relegato in un ruolo meno operativo, molto lontano dall’Italia, marginale rispetto al contesto politico e militare più rilevante.

Negli ambienti istituzionali romani si parla da tempo di quel periodo di Vannacci in Russia. Ci sono esponenti delle Forze Armate, parlamentari di maggioranza e di opposizione che sostengono – sempre sotto la garanzia dell’anonimato – che in quel periodo Vannacci fosse troppo accomodante nei confronti del regime di Vladimir Putin. Durante il suo periodo a Mosca, Vannacci ha lavorato con due diversi ambasciatori: Pasquale Terracciano e Giorgio Starace. Funzionari dell’ambasciata di entrambe le gestioni, che chiedono di restare anonimi, riferiscono che certi atteggiamenti di Vannacci e il suo modo di fare erano piuttosto peculiari per un addetto militare, e generarono qualche perplessità.

Vannacci tendeva a frequentare con una certa assiduità gli eventi mondani promossi dalle istituzioni russe, accettava sempre con entusiasmo gli inviti a compiere viaggi o missioni organizzate da apparati militari o di sicurezza russi. Fin da subito adottò inoltre uno stile di vita molto in sintonia con quello locale: durante la pandemia da Covid-19, per esempio, a differenza della grande maggioranza dei funzionari di quasi tutte le ambasciate europee, evitò di seguire le misure prudenziali o di profilassi suggerite dai rispettivi governi per evitare il contagio, attenendosi piuttosto alle norme in vigore a Mosca, assai più permissive.

Lo stesso Vannacci nel suo secondo libro, Il coraggio vince, ha raccontato come abbia interpretato il suo incarico a Mosca, forse consapevole che queste critiche circolavano. «Non intendo occuparmi solo di questioni militari, voglio lavorare alla promozione di tutto il sistema Italia», ha scritto. «Quindi organizzo incontri con eccellenti produttori di cibo, mi adopero per dare visibilità alle nostre migliori industrie, favorire il turismo, promuovere la cultura e l’arte».

Sia al ministero della Difesa che a quello degli Esteri dicono che queste iniziative generalmente non vengono prese da un addetto militare, ma precisano anche che c’è un certo margine di discrezionalità: dipende per esempio dalle indicazioni che dà l’ambasciatore di turno.

Per quel che riguarda l’entusiastica adesione allo stile di vita locale, Vannacci ha spiegato che molta della sua conoscenza del mondo sovietico gli deriva da sua moglie, Camelia Mihailescu, figlia di un ufficiale dell’esercito romeno. La conobbe a Bucarest molti anni prima, quando era lì per seguire un corso di addestramento e lei si occupava della gestione e della conservazione dei documenti riservati forniti agli allievi.

L’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, esce dal ministero degli Esteri russo, il 18 maggio 2022 (YURI KOCHETKOV/EPA)

«Molti pensano che l’incarico di addetto per la Difesa sia un lavoro da spie. Sciocchezze», scrive ancora Vannacci. «Le spie non sono mai dichiarate, gli addetti per la Difesa operano alla luce del sole. Vivono sul terreno e hanno il polso della situazione. Misurano la temperatura, annusano l’aria». Tuttavia, quando il 24 febbraio del 2022 l’esercito russo invase l’Ucraina, Vannacci restò apparentemente del tutto sorpreso. Nel libro lo ammise chiaramente: «Ma davvero non ne sapevamo niente? Possibile che nessuno di noi avesse misurato la temperatura e annusato l’aria? In tutta sincerità no».

Su questo è utile tenere conto anche della testimonianza diretta dell’ambasciatore Starace, uno che nel suo ruolo non ha certo tenuto un atteggiamento particolarmente ostile al regime di Putin. Nel suo libro-memoir La pace difficile, Starace ha raccontato di essersi confrontato con Vannacci pochi giorni prima dell’invasione russa, e che quest’ultimo escluse una guerra di vaste proporzioni.

In una successiva riunione, qualche giorno dopo l’inizio dell’invasione, Starace scrisse: «Il generale Vannacci usa un’espressione colorita: i russi entrano in Ucraina “come un coltello nel burro” e in un paio di settimane avranno raggiunto Kiev e ottenuto la capitolazione di Zelensky». Era la tesi sostenuta anche dal regime di Putin e dalla sua propaganda, ma la guerra si rivelò ben presto assai più dura e quattro anni dopo è ancora in corso: evidentemente le notizie che Vannacci aveva raccolto sulla situazione militare nella regione, ovvero l’oggetto del suo incarico, erano davvero molto sballate.

Vannacci tornò in Italia tre mesi più tardi. Il 5 aprile l’Italia, insieme ad altri paesi europei, decise di espellere trenta funzionari dell’ambasciata russa in segno di protesta contro l’invasione e, in particolare, contro il massacro compiuto dalla Russia nella cittadina ucraina di Bucha. Il 18 maggio la Russia, per ritorsione, annunciò che entro cinque giorni 24 dipendenti dell’ambasciata italiana a Mosca avrebbero dovuto lasciare il paese, insieme ad altri colleghi europei: Vannacci pianificò il viaggio di ritorno per tutta la delegazione, e il 23 maggio, due ore prima della scadenza dell’ultimatum, decollò su un aereo Emirates diretto a Milano, dopo uno scalo a Dubai.

Qualcosa nel modo di agire di Vannacci deve aver indispettito gli alti comandi della Difesa. E infatti poco dopo il suo ritorno, scaduto formalmente il suo mandato, venne delegato a un incarico del tutto marginale, specie per uno col suo curriculum, con una scelta che lo stesso Vannacci ritenne umiliante e punitiva, secondo quanto confessò ai suoi amici in quel periodo. Venne nominato direttore dell’Istituto Geografico Militare, l’organismo che si occupa di realizzare mappe geografiche per l’esercito e per le altre istituzioni della Repubblica.

Fu in quel momento che decise di iniziare a scrivere il libro Il mondo al contrario e di intraprendere la carriera politica, come il Post ha ricostruito e raccontato più dettagliatamente in un altro articolo.

Il segretario della Lega Matteo Salvini insieme a Roberto Vannacci durante l’evento di chiusura della campagna elettorale per le elezioni europee a Roma, il 6 giugno 2024 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Vannacci si autopubblicò il libro su Amazon servendosi dei suggerimenti di Fabio Filomeni, ex ufficiale dei paracadutisti del Col Moschin e suo fidato collaboratore già ai tempi della missione in Iraq, tra il 2017 e il 2018, che aveva già autopubblicato due libri su Amazon. Nel dicembre del 2022, quando Vannacci iniziava a imbastire Il mondo al contrario, Filomeni pubblicò il suo terzo volume: Morire per la Nato, un saggio con veementi critiche all’alleanza in cui si teorizza la necessità di una cooperazione più serrata tra Italia e Russia.

In quel momento Vannacci aveva per lo più conoscenze e simpatie con esponenti di Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: era in contatto con loro anche durante la sua permanenza a Mosca e lo sarebbe stato a lungo. Nell’agosto del 2023 fu il ministro della Difesa, Guido Crosetto, tra i maggiori dirigenti di FdI, a mettere in guardia i colleghi su Vannacci.

Il 17 agosto, il giorno stesso in cui Repubblica diede notizia dell’esistenza di Il mondo al contrario, riportandone i passaggi più esplicitamente omofobi e razzisti, Crosetto annunciò l’imminente avvio di un procedimento disciplinare contro Vannacci. Si attirò così le critiche di alcuni dirigenti meloniani, come Giovanni Donzelli, che contestava l’eccessiva solerzia del ministro. Crosetto però in quei giorni si mostrò risoluto: riferì riservatamente di essersi informato sul conto di Vannacci, e di aver ottenuto informazioni che lo qualificavano come un personaggio pericoloso, esaltato, poco raccomandabile e con rapporti opachi con la Russia.

Il 21 agosto una nota pubblicata dallo staff di Matteo Salvini diede conto di una «telefonata molto cordiale» tra il ministro dei Trasporti e il generale dell’Esercito. Fu il primo concreto segnale dell’avvicinamento di Vannacci alla Lega, il partito di cui poi divenne vicesegretario, prima di uscirne a febbraio di quest’anno per fondare Futuro Nazionale.

– Leggi anche: La Lega rischia di crollare