Storia dei non più così buoni rapporti tra Trump e Meloni

La presidente del Consiglio si era presentata come la leader europea più vicina al presidente statunitense, poi ne sono successe molte

Donald Trump e Giorgia Meloni durante un incontro alla Casa Bianca nel 2025
Donald Trump e Giorgia Meloni durante un incontro alla Casa Bianca nel 2025 (AP Photo/Alex Brandon)
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Il nuovo ennesimo litigio tra Donald Trump e Giorgia Meloni ha confermato che i rapporti tra i due sono ormai compromessi, dopo due anni in cui la presidente del Consiglio aveva cercato di presentarsi come la leader europea più vicina al presidente degli Stati Uniti, una delle poche alleate su cui poteva davvero contare.

La loro relazione era cominciata nel migliore dei modi: Trump la riempiva di complimenti, l’aveva definita «una donna fantastica», «beautiful woman», «una leader incredibile e molto rispettata». Eppure da lì, soprattutto negli ultimi sei mesi, si sono intromesse diverse questioni politiche che hanno rivelato quanto fosse insostenibile la posizione di Meloni: la Groenlandia, che Trump minacciava di annettere; le guerre in Medio Oriente, con il rifiuto italiano all’uso della base americana di Sigonella; lo scontro sulle critiche di Trump a papa Leone XIV, fino al litigio di venerdì.

Meloni aveva iniziato a blandire Trump ancor prima del suo insediamento ufficiale alla Casa Bianca. Uno dei loro primi incontri risale alla notte tra il 4 e il 5 gennaio del 2025, quando Meloni era volata in Florida per raggiungere la villa di Trump a Mar-a-Lago. Fu una visita non ufficiale e non comunicata alla stampa. Trump l’aveva accolta definendola «una donna fantastica».

Il motivo di quell’incontro si capì qualche giorno dopo, quando fu liberata la giornalista Cecilia Sala, detenuta in Iran. L’Iran l’aveva arrestata per scambiarla con Mohammed Abedini Najafabadi, un ingegnere iraniano che trafficava in tecnologia militare, fermato a Malpensa il 16 dicembre su richiesta degli Stati Uniti. Secondo fonti di governo e di intelligence, proprio durante la visita a Mar-a-Lago Meloni aveva ottenuto da Trump l’impegno a non ostacolare la trattativa.

Da quel momento la presidente del Consiglio iniziò a far valere a livello internazionale questa sua particolare vicinanza al presidente statunitense, presentandosi come una specie di mediatrice tra Europa e Stati Uniti, facendo leva anche su un’affinità ideologica con Trump.

Tutto questo è durato circa un anno. Il primo segnale che quella strategia avrebbe pagato poco arrivò con i dazi. All’inizio di aprile 2025 Trump annunciò nuove tariffe commerciali contro gran parte del mondo, Unione Europea compresa, mostrandosi ancora una volta per nulla disposto a trattare, nemmeno con gli alleati storici.

Meloni provò a smarcarsi parlando di un possibile azzeramento reciproco dei dazi tra Stati Uniti e Unione Europea, con una formula chiamata «zero per zero», e a metà aprile andò a Washington per discuterne. L’incontro alla Casa Bianca si chiuse con molti complimenti di Trump, ma poche concessioni concrete, anzi praticamente nessuna. Nei mesi successivi i dazi minacciati aumentarono fino al 30 per cento, la conferma che i buoni rapporti con Trump non erano serviti.

Fino a quel momento però non c’erano stati grandi contrasti, almeno pubblicamente. Il primo vero motivo di tensione arrivò nel gennaio 2026. Trump aveva ricominciato a minacciare di annettere la Groenlandia, che fa parte del Regno di Danimarca, di fatto un pezzo di territorio europeo. Per Meloni era un problema non da poco, perché si era ritagliata il ruolo di interlocutrice tra Europa e Stati Uniti, e doveva cercare di tenersi buono un alleato che minacciava di invadere e annettere il territorio di un altro paese europeo.

Otto paesi decisero di mandare un piccolo contingente militare in Groenlandia, sfruttando un’esercitazione già in programma: un gesto di scarso peso militare ma dal valore politico, per scoraggiare ulteriori pressioni americane. L’Italia scelse di non aderire e Trump rispose annunciando nuovi dazi contro gli otto paesi che avevano mandato i soldati, escludendo l’Italia.

In quelle settimane i giornalisti italiani incalzarono a lungo Meloni e lei per la prima volta criticò apertamente Trump, pur con molti giri di parole. Restò comunque cauta, attribuendo i dazi a un «errore di comprensione» e invitando a ricucire i rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti. La prudenza era dovuta anche agli equilibri interni al governo, per via degli elogi della Lega e di Matteo Salvini alle mosse di Trump.

Ma i rapporti iniziarono a rovinarsi irrimediabilmente con l’inizio dei bombardamenti statunitensi e israeliani in Medio Oriente. Quando Stati Uniti e Israele attaccarono l’Iran, la posizione di Meloni fu insolitamente cauta, dopo anni passati a sostenere Trump: disse di non condividere né condannare l’attacco, mentre gli altri grandi paesi europei prendevano le distanze dagli Stati Uniti. C’era anche un’altra ragione di politica interna: a fine marzo si votava per il referendum sulla riforma della magistratura, e Meloni temeva che il suo rapporto con Trump, visto con sfavore da molti italiani, potesse pesare sul voto. Il referendum, il 22 e 23 marzo, il governo lo perse comunque.

A inizio aprile il governo italiano ha negato agli Stati Uniti l’uso della base militare di Sigonella, in Sicilia, per far atterrare e ripartire due aerei militari americani diretti in Medio Oriente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha motivato la decisione con motivi tecnici, ma la scelta di darle grande rilievo pubblico aveva soprattutto un senso politico: avvicinarsi di nuovo agli alleati europei e al Vaticano, con cui il governo non poteva permettersi attriti in quel periodo, senza però rompere apertamente con gli Stati Uniti.

Il primo clamoroso litigio pubblico è di metà aprile, causato da un primo attacco pubblico di Trump a papa Leone XIV. Il Vaticano criticava da mesi le scelte di Trump e di Israele su Gaza, sull’Iran e sul Libano, e il papa aveva chiesto di evitare la guerra. Meloni, nell’impossibilità di mantenere una posizione neutrale, si è trovata molto in difficoltà: ha aspettato molte ore prima di prendere posizione, poi ha definito «inaccettabili» le parole di Trump sul papa. È stato allora che Trump l’ha criticata apertamente per la prima volta, parlando al Corriere della Sera: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».

Nelle settimane successive Meloni ha tentato un riavvicinamento. Al G7 in Francia, pochi giorni fa, c’erano stati segnali di distensione. C’è un video in cui il presidente del Consiglio Europeo, António Costa, si avvicina a Trump e Meloni e chiede loro: «Siete tornati amici?». Meloni risponde: «Lo siamo sempre stati». A quel punto Trump le dice: «Sono stato abbandonato», e Meloni risponde: «Non è vero», ridendo, ma evidentemente a disagio. Lo scontro di venerdì, dai toni particolarmente duri, dimostra che le mosse di riavvicinamento non erano riuscite.

L’attacco di Trump ha spinto molti politici italiani, anche d’opposizione, a esprimere solidarietà a Meloni, che ha ricevuto una chiamata anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che le parole di Trump «offendono tutta l’Italia» e ha annullato una visita ufficiale negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, responsabile della comunicazione del governo, ha accusato Trump di rovinare i rapporti tra Stati Uniti ed Europa «per volontà o per inettitudine».