Nel PD conta moltissimo, ma forse non sapete chi è
Vita e centralità di Goffredo Bettini, che orienta in vari modi le scelte del centrosinistra sebbene non abbia nessuna carica da tempo
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Goffredo Bettini ha 73 anni. Non ha incarichi pubblici. Non è in parlamento da quasi 20 anni. L’ultima volta che ha ottenuto una carica elettiva è stato nel 2014, come parlamentare europeo. Non siede in nessun consiglio di amministrazione di una qualche azienda municipalizzata o partecipata. Eppure, Goffredo Bettini resta una delle figure più influenti del centrosinistra italiano. Uno che quando fa un’intervista, quando prende una posizione, genera sempre dibattiti o polemiche.
Quando bisogna definire un’alleanza elettorale, quando bisogna individuare un candidato, o formare una giunta a Roma o nel Lazio, o un governo, c’è sempre qualcuno che dice: «E Bettini, che ne pensa?». E quasi sempre Bettini dice cosa pensa.
È insomma uno dei “grandi vecchi”, uno dei “padri nobili” del PD e del progressismo italiano. Alcuni lo chiamano «il Monaco», per la sua abitudine a condurre una vita apparentemente riservata; altri lo definiscono «il Thailandese», perché appena può ama trascorrere lunghe vacanze nel Sud-Est asiatico, oppure «il Richelieu del Grande Raccordo Anulare», per esaltare la sua rete di potere nella città di Roma. Anche in questi mesi in cui il centrosinistra si sta interrogando su cosa fare, e in cui Elly Schlein sta cercando faticosamente di consolidare un’alleanza in grado di vincere le elezioni nel 2027, Bettini è tornato centrale nei dibattiti e nelle manovre tattiche: parla un po’ con tutti i dirigenti del centrosinistra, e quasi tutti lo cercano, lo chiamano, lo consultano.
Bettini nacque a Roma nel 1952, dalla famiglia Rocchi Bettini Camerata Passionei Mazzoleni, un casato nobile marchigiano ma con antiche radici nel Veneto. Di un certo prestigio fino all’inizio del Novecento, aveva grossi possedimenti tra Senigallia e Ancona e un prestigioso palazzo a Jesi, dove Bettini passò parte della sua infanzia insieme al fratellastro Luan, tra gli agi di un’aristocrazia ricca ma in decadenza, col maggiordomo che suonava il campanello quando era pronto a tavola. Nobile in particolare era sua madre, Wilde, che era stata sposata con un generale albanese, Xhemal Rexha, morto suicida dopo l’invasione albanese dell’Italia fascista.

Goffredo Bettini e Francesco Rutelli in una foto d’archivio dell’ANSA
In seconde nozze sposò Vittorio Bettini, facoltoso avvocato romano, altolocato, con importanti frequentazioni e qualche incarico nel Partito Repubblicano. È stato lui a trasmettere a suo figlio la passione per la politica.
Bettini, ragazzo appassionato di cinema e di letteratura russa, esordì però nella Federazione dei Giovani Comunisti (FGCI). Lo fece dopo aver vissuto da giovane attivista di sinistra, quando era studente del liceo scientifico Augusto Righi di Roma, la stagione della contestazione di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta. All’inizio degli anni Ottanta il Partito Comunista visse a Roma un periodo di dissidi e di crisi, e si decise così, nel segno del rinnovamento, di nominare proprio Bettini, appena trentenne, segretario comunale. Seguace fedele del segretario nazionale del PCI, Achille Occhetto, di cui era considerato uno dei «colonnelli romani», ne assecondò la decisione di reinventare il partito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fino alla cosiddetta “svolta della Bolognina”, quando il PCI fu rinominato Partito Democratico della Sinistra.
La consacrazione avvenne all’inizio degli anni Novanta, quando Bettini nel 1993 favorì la candidatura a sindaco di Roma di Francesco Rutelli, militante radicale poi entrato nei Verdi. Lo fece dimostrando grande capacità di manovratore e di tessitore di rapporti, e dopo aver rinunciato a candidarsi lui stesso. Da quel momento, e per quasi 15 anni, con la giunta di Rutelli prima e di Walter Veltroni poi, Bettini divenne uno dei politici più potenti di Roma, ottenne vari incarichi in giunta, in Consiglio comunale e in società partecipate, e suggerì quasi sempre con successo la linea da seguire alla sinistra in città e in regione.
Per di più, le giunte di Rutelli e Veltroni furono, per giudizio piuttosto unanime, le migliori degli ultimi trent’anni: prepararono e gestirono con successo il Giubileo del 2000, promossero un parziale rinnovamento urbanistico della città, rianimarono con intelligenza la vita culturale romana. Proprio per questo Rutelli e Veltroni sarebbero poi stati i due leader candidati presidenti del Consiglio del centrosinistra a livello nazionale, tra il 2001 e il 2008, entrambe le volte sconfitti da Silvio Berlusconi. E di quel «modello Roma», ritenuto comunque virtuoso quantomeno sul piano amministrativo, Bettini fu considerato un po’ il regista. Gli articoli di quegli anni lo descrivono come «il sindaco ombra» o «lo stratega del centrosinistra romano».

Goffredo Bettini e Walter Veltroni, il 27 settembre del 2007 a Roma, all’Auditorium Parco della Musica (ALESSANDRO DI MEO/ANSA)
Fu lì che nacque e si consolidò il suo potere e, per certi versi, pure il suo mito.
Praticamente tutti i partiti a Roma hanno il loro baricentro. Roma è la città del potere, delle relazioni, dei contatti, è la città che ha il Vaticano. Guidare, o controllare, direttamente o indirettamente, il più importante partito italiano del centrosinistra nella capitale ha significato, per Bettini, diventare un punto di riferimento per certi versi imprescindibile della politica italiana.
In pochi, come lui, hanno costruito una rete di relazioni che va dalla sinistra movimentista fino ai rappresentanti più alti delle istituzioni e del mondo bancario e assicurativo; Bettini ha entrature nel clero, specie quello progressista, e conosce quasi tutti i principali dirigenti delle partecipate pubbliche, funzionari ministeriali, regionali, comunali; è stato uno dei precursori dell’ecologismo di sinistra a Roma, ma ha anche eccellenti rapporti con l’imprenditoria laziale, specie quella edilizia (è la ragione per cui i suoi detrattori definiscono il suo sistema di potere «calce e martello»).
Bettini riesce insomma a essere allo stesso tempo il teorico di una sinistra più radicale e oltranzista e uno che da decenni sta perfettamente a suo agio nel sistema di potere romano.
Fu due volte deputato e una volta senatore, tra il 1993 e il 2007, e accompagnò poi Veltroni nella svolta che nel 2007 portò alla nascita del Partito Democratico come unico partito di riferimento del centrosinistra italiano. A seconda delle stagioni e delle fasi politiche, la sua influenza è stata più o meno significativa. Dopo anni di relativa marginalità, è tornato a essere centralissimo quando Nicola Zingaretti divenne segretario del PD. Bettini era per certi versi il mentore di Zingaretti, e anche se lui soffriva un po’ questa narrazione, e cercava di affrancarsene e di mostrarsi pienamente autonomo, in alcuni decisivi passaggi ha finito comunque per seguire la linea suggerita da Bettini.
Successe per esempio dopo la cosiddetta “crisi del Papeete”, quella del primo governo di Giuseppe Conte, nell’estate del 2019. Zingaretti aveva garantito al leader leghista Matteo Salvini che il PD non avrebbe ostacolato la fine anticipata della legislatura: caduto il governo Conte, si sarebbe andati alle elezioni. Ma vari dirigenti del PD, da Dario Franceschini a Matteo Renzi, si opposero a quella manovra che avrebbe verosimilmente consentito a Salvini di vincere con agio, e a Zingaretti di formare gruppi parlamentari a lui fedeli, consolidando il suo ruolo di leader unico del centrosinistra. Quando capì che la sua manovra era fallita, Zingaretti provò fino all’ultimo a sabotare il tentativo di un nuovo governo, stavolta di centrosinistra, sempre guidato da Conte.

Nicola Zingaretti con Goffredo Bettini a Roma, 5 ottobre 2018 (ANSA/CLAUDIO PERI)
Fu appunto Bettini a cavarlo d’impaccio. Suggerì a Zingaretti di accettare quel nuovo assetto, ma di non considerare quel secondo governo di Conte come una parentesi transitoria in vista di una nuova fase: quel governo, il cosiddetto governo “giallorosso”, avrebbe dovuto essere la base della nuova fisionomia del centrosinistra. L’idea dell’alleanza strutturale tra il PD e il Movimento 5 Stelle, l’idea che Conte fosse ormai «un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste», come disse Zingaretti, era una direzione indicata da Bettini.
Del resto, in questi ultimi anni Bettini è stato il principale teorico dell’alleanza organica tra PD e Movimento 5 Stelle. E infatti quando Renzi fece cadere il governo “giallorosso” per favorire la nomina di Mario Draghi a presidente del Consiglio, Bettini si oppose con decisione, venendo però sconfitto. Per Bettini c’è anzitutto una questione ideologica, perché è convinto che il grillismo sia nato essenzialmente come atto di rivolta dal basso contro una sinistra che aveva tradito certe sue battaglie identitarie.
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Per questo, a suo avviso, solo condividendo alcuni dei principi cari al Movimento 5 Stelle (l’ecologismo, un certo populismo anti-establishment, la diffidenza verso la Commissione Europea di Ursula von der Leyen, un’idea di pacifismo non del tutto aliena dalle critiche alla resistenza ucraina e a Volodymyr Zelensky), il PD potrà recuperare una parte perduta del proprio elettorato. Ed ecco dunque che Bettini è stato tra i più entusiastici sostenitori di Elly Schlein al congresso del 2023.

Goffredo Bettini insieme a Elly Schlein, a Roma, il 17 gennaio 2023 (Cecilia Fabiano/LaPresse)
C’è però anche una questione di assetti di potere. Bettini ritiene che il centrosinistra possa essere competitivo solo se ingloba stabilmente anche il Movimento 5 Stelle: e dunque concedere spazio e potere a Conte, farlo sentire, per così dire, a proprio agio, significa anche vincolarlo in questa alleanza. D’altro canto, Conte vede in Bettini un consigliere fidato: lo consulta spesso, si affida spesso a dirigenti pubblici o a vecchi politici indicati proprio da Bettini per risolvere delle faccende, sfrutta la rete di conoscenze e di relazioni che Bettini gli mette a disposizione.
Ma ciò che rende Bettini così impensabilmente centrale nelle trattative sul centrosinistra è la sua capacità di parlare con tutti, di definire le strategie da seguire anche con chi, in teoria, è molto distante da lui. C’è in questo una indubbia intelligenza politica e una certa malizia tattica, da parte di Bettini.
Renzi è un buon esempio di questa capacità. Pur essendo il leader del centrosinistra con cui negli anni Bettini è stato più in conflitto, i due si parlano spesso e si stimano. Alla base di questo rapporto un po’ controverso c’è infatti una convinzione comune, sostenuta dall’uno e dall’altro da punti di vista diversi: sia Renzi sia Bettini sono convinti che il PD non possa più rappresentare da solo tutte le principali culture del progressismo italiano, da quelle più radicali di sinistra fino a quelle più moderate e riformiste, di centro.
Entrambi predicano, grosso modo, un ritorno al vecchio schema, quello che c’era prima del 2007: un partito più di centro, allora era La Margherita, e uno più di sinistra, come erano all’epoca i Democratici di Sinistra (DS). Per questo, in maniera talvolta paradossale, e sempre dissimulando, Bettini ha in più occasioni assecondato in modo sotterraneo alcune manovre di Renzi: se davvero nascesse un polo moderato nel centrosinistra, come vorrebbe Renzi, il PD tornerebbe fatalmente a essere più di sinistra, e questo darebbe maggiore centralità ai dirigenti più vicini a Bettini.

Alessandro Onorato, Goffredo Bettini e Giuseppe Conte, Roma, 19 settembre 2025 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)
C’è stato un periodo, qualche anno fa, che Bettini era in grado di parlare sia con Renzi sia con Conte, sia con Beppe Grillo sia coi consiglieri di Sergio Mattarella o di Mario Draghi: era una sorta di crocevia delle varie tensioni che attraversavano il centrosinistra. Nel 2019 e nel 2020, nella sua casa nel quartiere Prati prima, e al Salario poi, passavano ripetutamente i principali dirigenti del PD, parlamentari e ministri del Movimento 5 Stelle, capi di gabinetto e funzionari ministeriali vari.
Oggi, analogamente, Bettini può vantare ottimi rapporti più o meno con tutti i principali aspiranti al ruolo di leader del centrosinistra. Con Conte e Schlein c’è stima e confidenza costante. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, che qualcuno indica come possibile candidato a guidare la coalizione, è un suo amico, come quasi tutti i sindaci di Roma degli ultimi trent’anni. Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e uno dei potenziali “federatori” cosiddetti del centrosinistra in vista delle elezioni, quando era ministro nel secondo governo Conte aveva una discreta consuetudine con Bettini. Alessandro Onorato, assessore romano che sta tentando di coordinare un’area di amministratori pubblici di centro, è per alcuni aspetti un’espressione del sistema di potere progressista romano di cui Bettini è un riferimento.



