Un uomo con la mascherina passa davanti alla Reserve Bank of Australia a Sydney, giovedì 19 marzo 2020 (AP Photo/Rick Rycroft)
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  • mercoledì 3 Giugno 2020

L’Australia potrebbe entrare in recessione per la prima volta dal 1991

Nel primo trimestre il PIL è calato dello 0,3 per cento e si prevede che sarà negativo anche nel secondo: c'entrano sia l'emergenza coronavirus che i danni economici provocati dagli incendi dei mesi scorsi

Un uomo con la mascherina passa davanti alla Reserve Bank of Australia a Sydney, giovedì 19 marzo 2020 (AP Photo/Rick Rycroft)

L’Australia potrebbe entrare in recessione dopo 29 anni consecutivi di crescita. A comunicarlo è stato il ministro delle Finanze Josh Frydenberg che ha riportato i dati dell’Australian Bureau of Statistics (l’equivalente australiano del nostro ISTAT ) secondo cui il PIL del paese nel primo trimestre del 2020 è calato dello 0,3 per cento. Nell’ultimo trimestre del 2019 l’economia australiana era cresciuta dello 0,5 per cento, mentre nei primi tre mesi dello stesso anno era stato rilevato un incremento dello 0,6 per cento.

A contribuire al calo dell’economia australiana è stata innanzitutto l’emergenza economico-sanitaria legata al coronavirus, ma anche i numerosi ed estesi incendi boschivi che sono continuati fino a febbraio, provocando grossi danni economici alle zone colpite.

Frydenberg ha detto che si prevede che anche nel secondo trimestre di quest’anno, quello più duro per l’economia australiana, come quella del resto del mondo, ci sarà un ulteriore, «più grave», calo del PIL. Con due trimestri consecutivi negativi, l’Australia si troverà quindi ufficialmente in quella che gli economisti definiscono “recessione tecnica”, per la prima volta dal 1991.

Frydenberg ha detto inoltre che a seguito delle misure di contenimento del coronavirus il governo australiano ha dovuto affrontare quello che per l’economia è stato un «Armageddon». Tuttavia l’Australia, secondo il ministro, rispetto ad altri grandi paesi ha contenuto il calo del suo PIL. Frydenberg ha citato le contrazioni del prodotto interno lordo della Cina del 9,8 per cento, della Francia del 5,3 per cento, della Germania del 2,2 per cento, Regno Unito del 2 per cento e Stati Uniti dell’1,3 per cento.

Il ministro ha poi ricordato che la situazione poteva essere peggiore di quella attuale e che «meno di 100 giorni fa, la nostra nazione era sull’orlo di un baratro economico», quando, a febbraio, il numero di casi di coronavirus aumentava del 20 per cento al giorno e si temeva, in prospettiva, un crollo del PIL del 20 per cento nel secondo trimestre. A pesare sul calo del PIL è stato soprattutto il crollo dei consumi, secondo le parole dello stesso Frydenberg, «il peggiore degli ultimi 34 anni». Come in molti altri paesi, a causa delle norme sul distanziamento fisico, trasporti, hotel, bar e ristoranti, hanno registrati i ribassi da record.

Lo scorso 8 maggio, quando i morti risultati positivi al coronavirus erano 97 e i casi accertati 6.912, il primo ministro australiano Scott Morrison aveva presentato un piano in tre fasi per l’allentamento delle restrizioni per contenere il contagio da coronavirus, che dovrebbe essere completato entro luglio. A distanza di quasi un mese dalle riaperture, ieri in Australia sono stati registrati soltanto 17 nuovi casi di contagio e il totale è salito a 7.226, mentre i morti sono 102.

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L’Australia non era entrata in recessione tecnica neanche durante la grande crisi globale del 2008. I suoi quasi trent’anni di trend positivo del PIL rappresentano un record che non ha eguali in nessun altro paese dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Dal 1991 al 2018 il PIL australiano è cresciuto con un tasso medio del 3,2 per cento annuo, resistendo a crisi economiche e politiche.

L’Australia in questi quasi trent’anni ha sfruttato condizioni particolarmente favorevoli e ha fatto scelte politiche lungimiranti che hanno premiato la sua economia. La vicinanza con la Cina gli ha permesso di poterne diventare un importante fornitore di materie prime, in particolare di ferro e gas naturali di cui l’Australia è ricchissima. La Cina inoltre ha contribuito alla crescita australiana in un settore decisivo per il paese: il turismo.

Secondo l’Economist, altro fattore importante per la crescita dell’economia australiana fino ad oggi è stata la regolarizzazione degli immigrati, avvenuta attraverso procedure chiare, accessibili e trasparenti. Altro elemento che ha determinato la crescita del PIL sono le riforme che fin dal 1991 i governi australiani hanno attuato per diminuire la spesa pubblica, in particolare per quanto riguarda pensioni e assistenza sanitaria.

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