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  • Sabato 23 maggio 2026

A cosa servono le basi militari americane in Europa

E soprattutto a chi convengono, visto che Trump sembra non vedere l’ora di ritirarsi

Soldati americani affacciati alla finestra della base aerea di Ramstein in Germania, aprile 2025 (Kenny Holston/Pool Photo via AP)
Soldati americani affacciati alla finestra della base aerea di Ramstein in Germania, aprile 2025 (Kenny Holston/Pool Photo via AP)
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Da quando è tornato alla presidenza degli Stati Uniti all’inizio del 2025, Donald Trump ha più volte minacciato di ritirare parte dei soldati statunitensi presenti in Europa. Qualche giorno fa era passato ai fatti, quando il dipartimento della Difesa aveva annunciato di aver cancellato lo schieramento di oltre 4.000 soldati in partenza per l’Europa. Poi giovedì Trump si è rimangiato la parola, dicendo che schiererà altri 5.000 soldati in Polonia e provocando così molta confusione.

Al netto della volubilità di Trump, la maggior parte degli esperti è convinta che sul lungo periodo avverrà in ogni caso una graduale riduzione della presenza militare americana in Europa, che potrebbe andare avanti per anni. «Da prima di Trump gli Stati Uniti programmano un minor coinvolgimento militare in Europa, per dedicare le proprie attenzioni alla regione del Pacifico: questo è un fattore strutturale», dice Fabrizio Coticchia, docente di Scienze politiche all’Università di Genova ed esperto di questioni militari. «Ma ci sono anche dei fattori contingenti, e l’atteggiamento di Trump è determinante per il modo in cui questo lungo ritiro avverrà».

Trump tende a descrivere lo schieramento dei militari americani in Europa come un favore che gli Stati Uniti starebbero facendo agli europei, una specie di gesto altruista per difendere il continente: «Non abbiamo ottenuto niente dalla NATO se non proteggere l’Europa dall’Unione Sovietica e ora dalla Russia. Li abbiamo aiutati per così tanti anni», ha detto a gennaio. E già nel 2016, prima ancora di diventare presidente, Trump diceva: «Proteggiamo l’Europa, ma spendiamo un sacco di soldi».

Nella narrazione di Trump e della destra americana, gli Stati Uniti danno e l’Europa riceve.

In realtà le cose non stanno propriamente così. Le basi americane svolgono sì un ruolo fondamentale per l’Europa e per la sua difesa, ma sono importantissime anche per gli Stati Uniti. Il fatto che l’amministrazione Trump non riconosca questa importanza – che è operativa ma anche strategica – potrebbe essere un danno di lungo termine per la politica estera americana.

Donald Trump, ottobre 2025 (AP Photo/Eugene Hoshiko)

Donald Trump, ottobre 2025 (AP Photo/Eugene Hoshiko)

Tre paragrafi di storia
Lo schieramento di militari americani in Europa cominciò alla fine della Seconda guerra mondiale, inizialmente come forze di occupazione degli stati dell’Asse sconfitti. Negli anni successivi gli Stati Uniti e gli alleati crearono una nuova architettura militare nel contesto della nascente Guerra fredda, e nel 1949 nacque la NATO, che vincolava tutti gli stati membri (cioè Stati Uniti ed Europa occidentale) alla mutua difesa, tramite il noto Articolo 5 del trattato dell’alleanza.

Secondo una celebre frase attribuita a Hastings Lionel Ismay, primo segretario generale dell’organizzazione, la NATO doveva servire a «tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi»; cioè a garantire tramite la presenza degli Stati Uniti (americani dentro) che la minaccia passata (tedeschi) e quella futura (russi) fossero tenute a bada.

A partire dagli anni Cinquanta gli Stati Uniti cominciarono a costruire grandi basi militari in tutto il territorio europeo, soprattutto Germania e Italia. In alcune di queste, comprese quelle in Italia, furono portate anche armi nucleari, per aumentare la deterrenza contro l’Unione Sovietica (le armi nucleari sono ancora lì). I soldati americani in Europa arrivarono a essere quasi mezzo milione al momento di picco. Oggi, dopo la fine della Guerra fredda, sono circa 80 mila.

– Leggi anche: Quanti e dove sono i militari statunitensi in Europa

Cosa ottiene l’Europa
Le basi statunitensi hanno anzitutto un ruolo di deterrenza e quindi – come dice anche Trump – di difesa militare dell’Europa. Deterrenza significa: se i soldati americani sono in Europa, attaccare l’Europa comporta per forza di cose attaccare anche gli Stati Uniti. E visto che gli Stati Uniti sono la prima potenza militare del mondo, chi vorrà attaccare l’Europa ci penserà due volte prima di farlo.

«La presenza di truppe americane innalza in maniera drastica il costo di una potenziale aggressione esterna e ha contribuito a garantire il mantenimento della pace e della sicurezza in Europa», dice Karolina Muti, responsabile di ricerca nel programma “Difesa, sicurezza e spazio” del centro studi Istituto Affari Internazionali. Questa deterrenza veniva esercitata contro l’Unione Sovietica durante la Guerra fredda, e ora contro altre possibili minacce esterne: dopo l’invasione dell’Ucraina, soprattutto la Russia.

Oltre alla deterrenza gli Stati Uniti contribuiscono alla difesa europea in altri modi. Anzitutto tramite il cosiddetto ombrello nucleare, cioè condividendo assieme ai paesi alleati della NATO la protezione data dall’avere armi nucleari nel proprio arsenale.

Inoltre gli Stati Uniti dispongono di alcune capacità militari che al momento la maggior parte dei paesi europei non ha o non ha allo stesso livello. Tra queste la difesa a lunga distanza tramite missili a lungo raggio, l’intelligence satellitare, le capacità logistiche su larga scala.

Cosa ottengono gli Stati Uniti
I vantaggi però non ci sono soltanto per l’Europa. Le basi statunitensi servono anche come piattaforma avanzata per operazioni in altre regioni e consentono agli Stati Uniti di usare l’Europa come una specie di hub per azioni militari in mezzo mondo. Guardiamo soltanto ad alcuni casi recenti: quando a gennaio gli Stati Uniti hanno sequestrato nell’oceano Atlantico una petroliera russa che aveva cercato di violare il blocco navale imposto sul Venezuela, lo hanno fatto grazie al supporto di basi nel Regno Unito.

In questi mesi di guerra in Medio Oriente, l’utilizzo delle basi europee è stato fondamentale per gli Stati Uniti, anche se alcuni paesi hanno negato la possibilità di passaggio per i mezzi direttamente coinvolti nei bombardamenti, compresa l’Italia.

Andando ancora indietro, l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, quella dell’Iraq nel 2003 e le numerose operazioni antiterrorismo fatte in Africa sarebbero state praticamente impensabili senza la disponibilità delle basi in Europa.

Questa importanza è ben nota anche allo stesso Trump, che finisce per assumere atteggiamenti contraddittori: da un lato sminuisce e denigra l’importanza militare dell’Europa, dall’altro però si infuria quando gli europei non gli forniscono appoggio, come è successo per esempio con i suoi tentativi di riaprire lo stretto di Hormuz.

C’è poi un altro vantaggio che gli Stati Uniti ottengono dalla gestione delle basi, meno pratico e più strategico. Dice Fabrizio Coticchia: «Le basi sono uno strumento dell’egemonia americana, della potenza egemonica che stabilisce la propria presenza in Europa e quindi garantisce la propria influenza». È un concetto un po’ più impalpabile che però potremmo spiegare così: finché ci saranno centinaia di migliaia di soldati sul suolo europeo, e finché la difesa dell’Europa dipenderà in buona parte da loro, l’Europa avrà sempre un rapporto di dipendenza nei confronti degli Stati Uniti.

Questa dipendenza non è soltanto militare, ma anche politica e diplomatica e ha contribuito a generare un’influenza duratura degli Stati Uniti sull’Europa, che è da sempre molto discussa e più o meno accolta dagli europei.

Per decenni i presidenti americani avevano riconosciuto l’importanza di questo stato di cose per gli interessi degli Stati Uniti, e di conseguenza avevano rispettato il patto non scritto con l’Europa, che più o meno era: “noi vi garantiamo sicurezza, voi ci garantite lealtà”.

Questo patto sta venendo meno con Donald Trump, che ha una visione predatoria e transazionale delle relazioni con l’Europa. Il nuovo patto proposto da Trump, sempre semplificando molto, è: da adesso in poi per la sicurezza dovete pagare, mentre la lealtà ce la date gratis altrimenti sarà peggio per voi.

«È come se i vantaggi della presenza americana in Europa fossero visti come un costo e come un fastidio, anziché come un pilastro della presenza statunitense nel mondo e del cosiddetto ordine liberale internazionale», dice Karolina Muti.

Soldati americani in partenza per l'Europa, maggio 2022 (AP Photo/Stephen B. Morton)

Soldati americani in partenza per l’Europa, maggio 2022 (AP Photo/Stephen B. Morton)

Chi le vuole?
L’Europa ha sempre avuto un rapporto controverso con la presenza delle basi statunitensi. Secondo un recente sondaggio fatto dal Democracy Perception Index, soltanto un paese europeo è favorevole alla presenza delle basi statunitensi: la Polonia, dove il 50,6 per cento della popolazione ritiene che il proprio paese dovrebbe avere basi americane sul proprio territorio.

In tutti gli altri stati europei c’è un’opposizione più o meno forte: in Italia il 51,7 per cento è contrario, il 18,4 per cento è a favore e il 29,9 per cento è incerto.

E se se ne vanno?
Davanti alle minacce di Donald Trump di ritirare soldati dall’Europa una domanda che potrebbe venire è: ma l’Europa è in grado di difendersi da sola?

Anzitutto bisogna considerare che stiamo parlando di un processo che sarà graduale e che potrebbe durare anche decenni. Inoltre è molto improbabile che gli Stati Uniti ritireranno del tutto la loro presenza, che rimane troppo importante. Più che alla riduzione in termini numerici del personale, bisognerà quindi valutare soprattutto la riduzione in termini di capacità, cioè di cose che un esercito può fare per garantire la propria difesa.

Di fatto senza il sostegno statunitense l’Europa non rimarrebbe completamente sguarnita e indifesa, ma ci sono varie cose necessarie per il combattimento che gli eserciti europei non sanno fare o non sanno fare al livello americano, come per esempio la difesa a lungo raggio e l’intelligence satellitare.

Sviluppare questa capacità richiede investimenti e coordinamento politico. Non è un caso che da alcuni anni l’Unione Europea e i singoli governi stiano spingendo per grandi piani di riarmo, nonostante le perplessità di parte dell’opinione pubblica.