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  • Sabato 23 maggio 2026

Perché i sub delle ricerche alle Maldive erano finlandesi

Sono considerati tra i più esperti al mondo nelle immersioni in grotta, da quando nel 2014 riuscirono in una missione considerata impossibile

Una foto del sub finlandese Sami Paakkarinen (Facebook/Sami Paakkarinen)
Una foto del sub finlandese Sami Paakkarinen (Facebook/Sami Paakkarinen)
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Sami Paakkarinen, Patrik Grönqvist e Jenni Westerlund sono i tre sommozzatori finlandesi che hanno recuperato i corpi di quattro dei cinque sub italiani morti in una grotta sottomarina alle Maldive. Venerdì hanno dato agli investigatori informazioni molto utili per ricostruire cosa sia successo durante la spedizione, soprattutto cosa sia andato storto.

Non è un caso che siano stati chiamati loro. Sono considerati infatti tra i più competenti al mondo in questo tipo di immersioni, principalmente per via di un’altra impresa che molti esperti del settore ritenevano impossibile: nel 2014 recuperarono i corpi di due sub morti in una grotta in Norvegia, una storia raccontata nel documentario Diving into the Unknown. Quella missione li ha resi tra le massime autorità mondiali in questo specifico campo, quello della ricerca e del recupero di dispersi a grandi profondità e in ambienti complessi.

Il 6 febbraio 2014 cinque sub finlandesi, che si conoscevano dalle esplorazioni di una miniera allagata vicino a Helsinki, decisero di esplorare una grotta molto profonda sul fiume Plura, nella valle di Plurdalen, nella Norvegia centrale. Di quella squadra faceva parte anche Patrik Grönqvist.

Il primo tratto della grotta può essere esplorato da sub amatoriali, mentre nei tratti successivi il passaggio diventa più profondo e stretto, con acque molto fredde e scarsa visibilità. Superato il punto più profondo si può risalire fino alla grotta di Steinugleflaget, la cui uscita è una fessura nel fianco di una collina. Quel passaggio tra Plura e Steinugleflaget era stato scoperto l’anno prima proprio da Grönqvist insieme a Paakkarinen e a un terzo sub finlandese, Kai Kankanen.

Solo pochissimi sub al mondo hanno l’esperienza per addentrarsi fino al fondo di quella grotta: bisogna mettere in conto almeno cinque ore sott’acqua, muovendosi in spazi angusti.

La grotta di Plura in Norvegia

A quelle profondità i rischi sono molti. Uno strappo nella muta sul fondo tagliente della grotta può essere fatale, e c’è la possibilità che l’attrezzatura si guasti. C’è anche il rischio di ipercapnia, cioè l’avvelenamento da anidride carbonica: a grande profondità l’anidride carbonica passa nel sangue molto più facilmente.

In grotte come queste i sub devono usare i rebreather, cioè sistemi di respirazione sott’acqua a circuito chiuso. Grazie a questo dispositivo il gas espirato dal subacqueo non si disperde nell’ambiente, ma viene reimmesso nel sistema rimuovendo l’anidride carbonica attraverso un filtro assorbente, reintegrando l’ossigeno metabolizzato attraverso una bombola più piccola di ossigeno puro. Anche una forma lieve di ipercapnia può causare confusione e disorientamento, che in una grotta profonda sono molto pericolosi.

Il primo a scendere fu Grönqvist, in coppia con il suo amico Jari Huotarinen, seguiti a distanza da altri tre sub. Circa un’ora dopo l’inizio dell’immersione, poco oltre il punto più profondo, Grönqvist si accorse che Huotarinen non lo seguiva più. Tornò indietro e lo trovò bloccato in una strettoia, impigliato in un cavo collegato a un pezzo della sua attrezzatura, mentre segnalava con la torcia di essere in difficoltà.

Huotarinen fu preso dal panico e iniziò a respirare troppo in fretta. Grönqvist gli porse una bombola per ridurre l’anidride carbonica nel sangue, ma mentre l’amico cambiava il boccaglio cominciò a ingoiare acqua, e morì davanti a lui.

Dopo un breve tentativo di liberare il corpo, Grönqvist si costrinse a calmarsi e a proseguire lentamente verso la via d’uscita della grotta, verso la cavità di Steinugleflaget. Grönqvist mantenne il controllo e rispettò le fasi di decompressione, la lenta risalita durante la quale il sommozzatore deve fare delle soste a quote prestabilite per smaltire lentamente i gas assorbiti a pressioni elevate. Più l’immersione è profonda, più la decompressione è lunga.

Altri due sub partiti dopo si trovarono di fronte il corpo di Huotarinen. Il primo riuscì a superarlo a fatica, il secondo invece – Jari Uusimäki – andò in panico e morì. Un ultimo sub decise di non proseguire verso Steinugleflaget rifacendo a ritroso tutto il percorso. Riemerse al punto di partenza più di undici ore dopo essere partito e dovette rompere un sottile strato di ghiaccio per uscire dall’acqua. I tre sub sopravvissuti furono ricoverati per la malattia da decompressione. Le autorità norvegesi raccolsero le loro dichiarazioni e chiusero la grotta.

La polizia norvegese chiese aiuto al sub britannico Rick Stanton, molto conosciuto a livello internazionale per i suoi recuperi in grotta. Due settimane dopo Stanton e altri due britannici si calarono nella grotta di Steinugleflaget, ma quando scesero nel punto più profondo scoprirono che Huotarinen non poteva essere liberato facilmente e che il suo corpo bloccava il passaggio indispensabile per recuperare il corpo di Uusimäki. L’unica alternativa era rifare la traversata da Plura, dall’altro lato: Stanton e i suoi la considerarono troppo rischiosa, e la polizia annullò il recupero.

Grönqvist non si diede per vinto e promise alla moglie di Huotarinen che avrebbe recuperato il corpo del marito. Coinvolse nella missione Paakkarinen, che all’epoca dell’incidente insegnava un corso di immersione in Messico ed era stato l’istruttore di entrambe le vittime. La spedizione venne organizzata in segreto perché sapevano che la polizia norvegese non avrebbe dato loro il permesso di scendere nella grotta.

Il 22 marzo 2014 un gruppo di 27 persone – 17 finlandesi di cui faceva parte Jenni Westerlund e 10 norvegesi – si radunò a Plurdalen. Il primo passo, in un’operazione che durò cinque giorni, fu portare nella grotta più di una tonnellata di attrezzatura. Poi passarono un giorno a preparare tutto, lasciando lungo il percorso 50 bombole di gas e, sul lato di Plura, una sorta di habitat subacqueo, ovvero una sacca d’aria in cui i sub potevano ripararsi durante le soste di decompressione, togliersi la maschera e perfino mangiare.

Il 24 marzo cominciò il recupero vero e proprio. Paakkarinen e Grönqvist superarono il corpo di Uusimäki e una ventina di metri più avanti trovarono quello di Huotarinen, esattamente dove Grönqvist lo aveva lasciato sette settimane prima. Tagliarono via l’attrezzatura, liberarono il corpo, lo fecero passare attraverso la strettoia e lo guidarono verso la superficie, fino a Steinugleflaget.

Il giorno dopo Grönqvist e Paakkarinen tornarono giù a recuperare il corpo di Uusimäki, aiutati in profondità da un altro sub. Fu più difficile del previsto: il corpo era più leggero e ingombrante del primo, e Paakkarinen rischiò grosso quando una parte della grotta gli franò addosso. Alla fine entrambe le vittime furono portate a Steinugleflaget.

In tutto l’operazione richiese 101 ore di immersione. Il pomeriggio dopo il gruppo si presentò alla stazione di polizia locale. Ci vollero altri sei mesi prima che venisse comunicato loro che non avrebbero subito accuse per l’immersione illegale.