Breve storia dei governi più lunghi della storia repubblicana

Che ora sono stati tutti superati da quello di Giorgia Meloni

Palazzo Chigi a Roma, la sede della presidenza del Consiglio, il 28 luglio 2026 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)
Palazzo Chigi a Roma, la sede della presidenza del Consiglio, il 28 luglio 2026 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)
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In Italia dal 1946 a oggi si sono susseguiti 68 governi guidati da 31 diversi presidenti del Consiglio. In media sono durati 431 giorni, cioè circa un anno e due mesi: molto poco, se si considera che la durata naturale di una legislatura, cioè il periodo in cui il parlamento resta in carica, è di 5 anni.

Ci sono delle eccezioni: l’attuale governo presieduto da Giorgia Meloni dura da 1.413 giorni ed è diventato il più lungo della storia repubblicana, superando il secondo governo di Silvio Berlusconi, che invece continuerà a essere il presidente del Consiglio più a lungo in carica (3.339 giorni in quattro governi). Tra i primi cinque governi più lunghi, oltre a quello di Berlusconi e Meloni, ci sono i governi di Romano Prodi, Matteo Renzi e Bettino Craxi.

Berlusconi II (11 giugno 2001–23 aprile 2005): 1412 giorni
Nel 1994, dopo che le inchieste sulla corruzione dei partiti di Tangentopoli avevano provocato la fine del sistema politico dei precedenti cinquant’anni, Berlusconi annunciò la sua “discesa in campo”. Il partito che aveva fondato quello stesso anno, Forza Italia, prese più del 20 per cento dei voti, e ottenne la maggioranza grazie a una coalizione con la Lega Nord di Umberto Bossi e Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Berlusconi, che non aveva esperienza politica ma godeva di una estesa fama e ammirazione dovute alla sua carriera da imprenditore, fu nominato presidente del Consiglio da Oscar Luigi Scalfaro. Il suo governo cadde pochi mesi dopo, a causa dei molti contrasti con Bossi.

Ci fu un governo tecnico guidato da Lamberto Dini, poi si susseguirono ben quattro governi di centrosinistra. Ma a causa di una serie di conflitti interni, alle elezioni politiche del 2001 la coalizione di centrosinistra si presentò divisa, mentre nel centrodestra Berlusconi fondò La Casa delle Libertà, un raggruppamento che riproponeva la formazione del 1994 e che questa volta comprendeva anche il Partito Socialista-Nuovo PSI e il Partito Repubblicano Italiano.

Le elezioni del 2001 furono quelle del “contratto con gli italiani” presentato a Porta a Porta con Bruno Vespa, e inaugurarono un decennio di scontri politici molto duri, caratterizzati da una profonda e netta divisione dell’elettorato tra berlusconiani e antiberlusconiani. Berlusconi rimase al governo per cinque anni, quelli successivi agli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001. In politica estera l’Italia rimase un fedele alleato del presidente degli Stati Uniti George W. Bush e lo sostenne nell’intervento in Iraq del 2003.

Il secondo governo Berlusconi fu anche quello dell’abolizione dell’imposta sulle successioni e sulle donazioni, della legge “Bossi-Fini” sull’immigrazione (che causa problemi ancora oggi), dell’introduzione della patente a punti, della legge che vietò il fumo nei locali pubblici, della contestata “riforma Moratti” per la scuola e della “legge 40” che riconosceva l’embrione come titolare di diritti umani. Quelli furono infine gli anni delle contestatissime leggi ad personam approvate da Berlusconi per proteggere se stesso e le sue aziende.

In seguito alla sconfitta nelle elezioni regionali Berlusconi diede le dimissioni e fu incaricato di formare un nuovo esecutivo, il governo Berlusconi III, che durò 389 giorni.

Berlusconi IV (8 maggio 2008–16 novembre 2011): 1287
Dopo la sconfitta alle elezioni del 2006 Berlusconi formò insieme a Gianfranco Fini un nuovo partito, Il Popolo della Libertà, con il quale vinse le elezioni del 2008 con un’ampia maggioranza.

Il quarto governo Berlusconi fu segnato dalla crisi finanziaria globale, e poi dagli scandali sessuali, cominciati con i racconti sulle sue frequentazioni con ragazze molto giovani, alcune minorenni, e proseguiti con la scoperta di un esteso giro di donne che frequentavano le sue residenze.

Il caso più famoso fu quello della giovane di origini marocchine Karima El Mahroug, che i giornali chiamarono Ruby Rubacuori: fu addirittura protagonista di un voto in parlamento in cui fu sostenuta la versione – falsa contro tutte le evidenze – secondo la quale Berlusconi credeva che fosse nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak, motivo per cui era intervenuto personalmente per evitarle problemi in questura. Un momento spesso ricordato come il punto più basso dell’asservimento dei partiti di centrodestra agli interessi personali di Berlusconi.

Silvio Berlusconi ospite di Porta a Porta, Roma, 25 maggio 2011 (Roberto Monaldo / LaPresse)

Gli scandali sessuali indebolirono molto il governo, che però alla fine cadde nel 2011 per un’altra ragione: la crisi economica che fece salire lo spread, cioè la differenza di rendimento tra i titoli di stato decennali italiani e quelli tedeschi, fino al record mai più raggiunto di 574 punti base.

Craxi I (4 agosto 1983–1 agosto 1986): 1093
Alla fine degli anni Settanta il Partito Socialista Italiano se la passava piuttosto male, diviso com’era tra correnti interne. La guida del vecchio segretario Francesco De Martino venne messa in discussione e nel 1976 si decise di convocare il Comitato centrale (l’organo collegiale del PSI) per cercare una soluzione. A quel tempo Bettino Craxi era vicesegretario del partito, ma non era conosciuto a livello nazionale e i leader delle varie correnti pensarono che sarebbe stato perfetto per traghettare brevemente la segreteria, convinti che lo avrebbero potuto rimuovere in poco tempo. Lo votarono e Craxi fu eletto segretario, ruolo che oltre ogni previsione mantenne per i successivi sedici anni

Da segretario di partito, Craxi – socialista ma anticomunista, e per questo visto con favore anche dagli americani – dovette affrontare la perdita di rilevanza del PSI e i suoi scarsi risultati elettorali, proprio mentre il consenso del Partito Comunista Italiano era invece in costante crescita, al punto che si temeva potesse sorpassare la Democrazia Cristiana, il partito egemone di quella stagione politica.

La capacità di Craxi di portare qualcosa di nuovo in una politica immobile e l’anticomunismo di molte forze politiche diedero al Partito Socialista un ruolo centrale, permettendo a Craxi, dopo il successo elettorale del 1983, di ottenere la presidenza del Consiglio e formare un governo con la Democrazia Cristiana. Divenne il primo socialista a ottenere questo incarico, a capo di una coalizione formata dai cinque partiti maggiori esclusi i comunisti: il cosiddetto “Pentapartito”.

Bettino Craxi durante una direzione del PSI, 16 luglio 1970 (ARCHIVIO/ANSA/PAL)

Craxi interpretò la presidenza del Consiglio in modo diverso rispetto al passato: durante il suo governo il numero di decreti aumentò, suscitando grandi polemiche. Cercò anche di riformare le istituzioni, fallendo, e chiese più volte di modificare le regole sul voto segreto per mettere al riparo la sua maggioranza dai cosiddetti “franchi tiratori” (modifica che arrivò soltanto nel 1988, quando Craxi non era più al governo). Il suo fu, per certi versi, un modello accentratore e “presidenziale” che anticipò molto la tendenza dei decenni successivi.

Durante il suo governo Craxi confermò la solida collocazione filoccidentale ed europeista dell’Italia. L’episodio simbolo della sua politica estera fu però la crisi di Sigonella del 1985, nata dal dirottamento della nave “Achille Lauro” e dall’omicidio di un cittadino americano da parte di alcuni militanti palestinesi. Quando gli Stati Uniti tentarono di arrestare i dirottatori intercettando il loro aereo e circondandolo nella base siciliana di Sigonella, Craxi difese con fermezza la sovranità nazionale anche di fronte alle pressioni del presidente Ronald Reagan, costringendolo, infine, a cedere.

In ambito economico, il maggior successo del suo governo fu il ridimensionamento dell’inflazione, ottenuto eliminando la cosiddetta “scala mobile”, il meccanismo che adeguava automaticamente gli stipendi all’aumento dei prezzi alimentando una spirale inflazionistica. La misura provocò un durissimo scontro con il PCI di Enrico Berlinguer, ma rimase in vigore dopo che i cittadini bocciarono il referendum abrogativo promosso dai comunisti.

Il governo cadde per motivi prevalentemente politici interni alla maggioranza: i rapporti tra Craxi e il segretario della DC Ciriaco De Mita si erano fatti molto tesi perché la DC mal sopportava che un partito con meno consensi guidasse l’esecutivo così a lungo. L’evento che mise fine a tutto fu la bocciatura alla Camera di un decreto-legge sulla finanza locale. L’opposizione al provvedimento si avvalse del voto segreto, in cui diversi parlamentari della maggioranza votarono contro il governo per indebolirlo. Craxi prese atto dell’ostilità e diede le dimissioni.

La crisi fu poi riassorbita un mese dopo tramite il cosiddetto “patto della staffetta”, che nell’agosto del 1986 portò alla nascita del secondo governo Craxi, con la promessa, poi infranta, che i socialisti avrebbero successivamente ceduto la guida dell’esecutivo alla DC: cosa che diede lo spunto a una delle celebri frasi taglienti del democristiano Giulio Andreotti, che disse: «Craxi ha moltissime doti, e quelle si suppongono. Ma ha anche qualche difetto, direi che è un atleta con qualche dimenticanza: per esempio quando fa la staffetta si dimentica il passaggio di dare il testimone».

Renzi (22 febbraio 2014–12 dicembre 2016): 1024
L’immagine che meglio rappresenta l’inizio di questo governo è il passaggio di campanella tra Enrico Letta e Matteo Renzi. Il 14 febbraio del 2014 Enrico Letta comunicò a Giorgio Napolitano le sue dimissioni irrevocabili da presidente del Consiglio, decisione maturata dopo una direzione nazionale del Partito Democratico che, su richiesta del segretario Matteo Renzi, aveva approvato un documento in cui lo si ringraziava per il lavoro svolto negli ultimi dieci mesi, ma si chiedeva «una fase nuova con un esecutivo nuovo».

Pochi giorni dopo le dimissioni di Letta, Renzi prese il suo posto da presidente del Consiglio su richiesta di Giorgio Napolitano e senza passare dal voto. Il suo governo poggiava sul “patto del Nazareno”, un accordo fatto tra Renzi e Berlusconi per riformare la Costituzione e cambiare la legge elettorale, e sull’alleanza, avviata già con le cosiddette “larghe intese” del governo Letta, con una parte consistente della destra.

Matteo Renzi, Roma, 29 dicembre 2015 (ANSA/CLAUDIO PERI)

Il governo Renzi mise al centro delle proprie politiche una serie di riforme ambiziose: è ricordato per il “Jobs Act”, la legge delega per la riforma del lavoro molto criticata da sinistra e sindacati, in parte smontata dalla Corte costituzionale e su cui quasi dieci anni dopo venne organizzato un referendum che non raggiunse il quorum; il decreto-legge “Sblocca Italia” aveva invece lo scopo di facilitare grandi progetti, opere civili e infrastrutture; e attraverso la legge “Buona Scuola”, contro cui ci furono diverse manifestazioni di studenti e insegnanti, venne rafforzata l’autonomia scolastica, dato più potere ai dirigenti e avviata l’alternanza scuola-lavoro.

Durante il governo Renzi venne inoltre approvata la legge sulle unioni civili presentata dalla senatrice del PD Monica Cirinnà: il percorso della legge fu molto complicato sia al Senato sia alla Camera e alla fine, dal testo, venne tolta la stepchild adoption, cioè la possibilità per un partner di adottare, in alcuni casi, il figlio biologico dell’altro partner. Questo ha lasciato un vuoto normativo che spesso viene colmato dai tribunali, ma con sentenze opposte che quindi generano incertezza e protraggono una condizione di disparità di trattamento per i figli.

Nel 2015 Renzi propose Sergio Mattarella come candidato del Partito Democratico alle elezioni per eleggere il presidente della Repubblica. La proposta venne accettata all’unanimità e il 31 gennaio, al quarto scrutinio, Mattarella fu eletto.

L’ultima parte di questo governo fu segnata dalla campagna per il referendum sulla riforma costituzionale proposta da Renzi stesso, che prevedeva tra le altre cose l’abolizione del bicameralismo perfetto. Quel referendum si caricò di significato politico, alimentato da Renzi che personalizzò molto la campagna elettorale: divenne di fatto un voto su di lui, perciò dopo la netta vittoria del No diede le dimissioni.

Prodi I (18 maggio 1996 – 21 ottobre 1998): 886
Dopo il governo tecnico guidato da Lamberto Dini, nel 1996 vennero organizzate elezioni anticipate che furono vinte dall’unione della maggior parte delle forze di centrosinistra: l’Ulivo, guidato da Romano Prodi.

Romano Prodi, Milano, 27 gennaio 2025 (ANSA/MATTEO CORNER)

Il programma del suo governo si concentrò sul risanamento dei conti pubblici e su un’ampia serie di riforme strutturali in diversi settori. Venne per esempio approvata una riforma fiscale che eliminava alcune imposte (fra cui la patrimoniale sulle imprese) e introduceva l’IRAP, l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive, una delle più criticate in Italia. Venne data piena attuazione al “Pacchetto Treu” che si proponeva di disciplinare la flessibilità lavorativa, e con la legge “Turco-Napolitano” vennero creati i Centri di Permanenza Temporanea (CPT) per i rimpatri.

Il governo lavorò poi per semplificare la burocrazia, riorganizzare la pubblica amministrazione e avviare una serie di liberalizzazioni: nel 1998 fu approvata una nuova normativa in materia di commercio che aboliva le tabelle merceologiche e che, per la maggioranza degli esercizi, eliminava l’obbligo di iscrizione al Registro Esercenti il Commercio (REC). Il testo, difeso dal ministro dell’industria Pier Luigi Bersani, fu però criticato dalle opposizioni, secondo le quali la riforma avrebbe avvantaggiato soprattutto la grande distribuzione organizzata.

Il primo governo Prodi si concluse nell’ottobre 1998, sfiduciato alla Camera dei deputati in seguito al ritiro dell’appoggio di una parte del gruppo di Rifondazione Comunista.

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