Perché si parla di ballottaggio nel dibattito sulla legge elettorale

E com'è che la destra ora sembra volerlo dopo averlo escluso: sì, c'entra ancora lui, Vannacci

L'aula della Camera durante le votazioni sulla legge elettorale, il 15 luglio 2026 (FEDERICO PERRUOLO/ANSA)
L'aula della Camera durante le votazioni sulla legge elettorale, il 15 luglio 2026 (FEDERICO PERRUOLO/ANSA)
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Martedì a mezzogiorno scade il termine per il deposito degli emendamenti alla legge elettorale in commissione Affari costituzionali del Senato: chi vuole proporre modifiche al testo, dovrà farlo entro quell’ora. La legge elettorale è il più sentito degli argomenti politici, su cui la maggioranza di destra e il governo di Giorgia Meloni stanno discutendo da mesi, tra bisticci, incomprensioni e incidenti parlamentari. E negli ultimi giorni un ulteriore tema di discussione ha alimentato dibattiti e polemiche, e cioè la possibilità di reintrodurre il ballottaggio. È un’ipotesi che sta generando dissidi tra maggioranza e opposizione, ma anche all’interno dei vari partiti e delle rispettive coalizioni.

Il doppio turno era già previsto nella versione iniziale del testo del cosiddetto Stabilicum, il nome dato dalla maggioranza a questa riforma (mentre le opposizioni la chiamano polemicamente Melonellum). In quel testo si stabiliva che, se nessuna delle coalizioni avesse raggiunto almeno il 40 per cento, soglia minima per ottenere il premio di maggioranza e dunque aggiudicarsi 70 deputati e 35 senatori in più, si sarebbe tenuto un ballottaggio tra quelle che avessero raggiunto almeno il 35 per cento, e chi avesse vinto al secondo turno avrebbe ottenuto comunque il premio.

Poi, nei vari rimaneggiamenti del testo fatti da una maggioranza confusa e litigiosa, il ricorso al ballottaggio era stato eliminato e, contestualmente, la soglia minima per ottenere il premio era stata portata al 42 per cento. Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia avevano sostenuto che a suggerire quel ripensamento fosse stato il timore che la Corte costituzionale, sulla base di orientamenti espressi in passato, potesse ritenere illegittimo quell’impianto. Ma oltre a queste considerazioni ce n’erano altre assai concrete.

Quando la maggioranza aveva predefinito il nuovo sistema elettorale, Roberto Vannacci non era ancora uscito dalla Lega, e Giorgia Meloni aveva per lo più la premura di superare l’attuale legge elettorale con la quale molto difficilmente vincerebbe alle prossime elezioni. Un altro dei suoi obiettivi era alimentare un confronto diretto e bipolare: di qua la destra con un capo indiscutibile, cioè Meloni stessa, di là un centrosinistra senza un profilo e un leader chiari.

Quando poi Vannacci ha fondato Futuro Nazionale, che ha iniziato a guadagnare consensi settimana dopo settimana – ora è dato intorno all’8 per cento – è diventato chiaro che questo approccio fosse rischioso per Meloni.

Vannacci sta pescando tra i consensi della Lega e in parte di un elettorato vicino a quello di Fratelli d’Italia. Ha di fronte a sé una campagna elettorale relativamente facile, com’è quella di chi si pone all’estremo di uno spettro politico, in questo caso la destra, e rimprovera a tutti quelli meno estremi di essere troppo moderati. In prospettiva potrebbe risultare decisivo ai fini della vittoria della destra, e in virtù di questo potrebbe ricattare politicamente Meloni (è quello che nel gergo politico si chiama potere di coalizione).

È anche per questa ragione che ora a destra c’è un ulteriore ravvedimento. Se si introducesse il ballottaggio, infatti, Meloni potrebbe sperare di sottrarre forza a Vannacci. Potrebbe non includerlo nella coalizione, lasciare che lui, presentandosi da solo al primo turno, prenda anche una percentuale di consenso lusinghiera, e poi metterlo di fronte a una scelta: al ballottaggio Futuro Nazionale sarebbe costretto a schierarsi, più o meno apertamente, o con la coalizione guidata da Meloni oppure, inverosimilmente, a sostenere il centrosinistra.

Semplificando, è un po’ come se Meloni accettasse di far sfogare Vannacci in una prima fase, confidando però nel fatto di poter agevolmente attrarre a sé i suoi elettori al secondo turno. Ed è su questa ipotesi, infatti, che i responsabili dei partiti di maggioranza si stanno confrontando. Si tratta in ogni caso di supposizioni e speculazioni piuttosto fumose: e spesso, fare queste riforme strumentali della legge elettorale si è poi rivelato dannoso per chi le aveva sostenute.

Fratelli d’Italia e Forza Italia sono tendenzialmente favorevoli: uno degli esponenti più esperti e autorevoli di FdI, il senatore Marcello Pera, ha detto ai suoi colleghi di essere intenzionato a depositare un emendamento che vada in questa direzione, e anche il presidente del Senato Ignazio La Russa non sembra contrario. Nella Lega, invece, ci sono grosse resistenze.

Le obiezioni degli scettici poggiano su una convinzione molto consolidata nel tempo: quella per cui, cioè, l’elettorato di centrodestra sarebbe tendenzialmente più pigro di quello progressista, e che dunque sarebbe meno invogliato di votare al ballottaggio due settimane dopo il primo turno. Il paradosso, del resto, è che da anni il centrodestra si batte per eliminare il ballottaggio nelle elezioni amministrative per i grandi comuni, lamentando che questo sistema svantaggi i propri candidati al ballottaggio. E ora si trova a voler introdurre a livello nazionale quello che spera di abolire a livello locale.

L’ex presidente del Senato Marcello Pera interviene nell’aula di Palazzo Madama, il 29 ottobre 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Sulla reintroduzione del ballottaggio nello Stabilicum si discute almeno da metà luglio. Quando, cioè, l’associazione Libertà Eguale, che fa riferimento alla sinistra riformista, e l’associazione Magna Charta, di ispirazione moderata e di centrodestra, hanno promosso l’idea, sostenuta da 26 tra costituzionalisti, giuristi e politologi, che ha poi raccolto anche circa 270 sottoscrizioni. In questo senso si sono spesi molto Stefano Ceccanti, ex parlamentare del PD e vicepresidente di Libertà Eguale, e Gaetano Quagliariello, ex parlamentare berlusconiano e già ministro del governo di Enrico Letta.

La proposta del ballottaggio ricalca sostanzialmente quella elaborata dalla commissione bicamerale per le riforme costituzionali promossa da Massimo D’Alema, e su cui si spese anche l’allora deputato Sergio Mattarella; fu poi ripresa nel 2013 dal cosiddetto comitato dei 35 saggi nominato dall’allora presidente del Consiglio Letta, pure quello composto per favorire un insieme di riforme strutturale condivise trasversalmente, e presieduto dallo stesso Quagliariello.

La discussione in vista della scadenza di martedì è comunque solo il primo di una serie di passaggi che riguarderanno la legge elettorale. Dopo il dibattito in commissione, infatti, il testo sarà analizzato dall’aula del Senato nelle prossime due settimane, secondo le intenzioni del governo: e in questo periodo andrà risolto anche il maggiore dei conflitti nella destra, e cioè quello dell’eventuale introduzione delle preferenze, il sistema che permette a chi vota di indicare esplicitamente il proprio candidato e sceglierlo, come succede anche per le elezioni regionali e per quelle europee. Meloni le vuole, ne ha fatto una questione di principio perché le aveva invocate in passato; gran parte dei partiti di maggioranza invece no. Dopodiché, comunque, la legge elettorale dovrà comunque tornare alla Camera per l’eventuale approvazione definitiva.