Intanto nel centrosinistra c’è un gran caos
Perché Schlein e Conte non si mettono d'accordo, perché non si sa se fare le primarie e poi perché ovviamente nel PD si bisticcia
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Subito dopo la vittoria del NO al referendum sulla giustizia del 22 e del 23 marzo, in un clima di grande entusiasmo, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein indicò due chiare priorità per consolidare quel momento favorevole in vista delle elezioni politiche del 2027: definire chiaramente la composizione della coalizione progressista, che fosse la più larga possibile e che fosse risoluta nell’indicare un programma minimo di governo; e soprattutto, stabilire chi fosse il leader dell’alleanza. «A destra è chiaro che comanda Giorgia Meloni; di qua, quando chiediamo un voto, non si capisce bene per chi lo stiamo chiedendo», disse in quei giorni Schlein ai suoi parlamentari più fidati.
Dal 23 marzo sono passati più di cinque mesi, ma quegli obiettivi restano ancora lontani dall’essere conseguiti. Il centrosinistra è anzi inviluppato in dibattiti piuttosto ombelicali, e per lo più astrusi per la gran parte degli elettori, su chi debba far parte del cosiddetto campo largo e chi no, su quali debbano essere le priorità del programma – patrimoniale sì o no? sostegno militare all’Ucraina, sì o no? – e, soprattutto, su chi debba essere il leader della coalizione, cioè il candidato o la candidata presidente del Consiglio alle prossime elezioni.
Le possibili soluzioni finora invocate dagli esponenti del centrosinistra sono essenzialmente tre: fare delle primarie, cioè elezioni per eleggere un o una leader della coalizione; fare un accordo tra i leader dei vari partiti del centrosinistra (anche se prima bisognerebbe capire quali sono i leader del centrosinistra) per indicare un federatore, una persona in grado di tenere insieme la coalizione; oppure evitare di scegliere, e stabilire che il candidato presidente del Consiglio sarà il capo del partito che prenderà più voti alle elezioni, come fece per esempio la destra nel 2022 con Meloni.

La segretaria del PD Elly Schlein a Roma, il 31 luglio 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Schlein ritiene senza dubbio che il modo per scegliere il capo del centrosinistra debbano essere le primarie. Lei è convinta da tempo di poterle vincere con un certo agio, e sa che sarebbero l’unica soluzione per assicurarsi la candidatura a guidare un possibile futuro governo di centrosinistra. Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, la sera stessa in cui celebrò la vittoria del NO al referendum fu il primo a proporre le primarie, convinto di poter mettere in difficoltà la stessa Schlein.
Da quando la segretaria del PD ha dimostrato però di essere convinta di poter vincere la competizione, Conte ha tirato in ballo altre ipotesi per risolvere la questione: per esempio, quella di indicare una persona diversa dai leader della coalizione. Conte in fondo deve inventarsi qualcosa di clamoroso: i rapporti di forza sono ben definiti, e il PD è di gran lunga il primo partito della coalizione; se ci si rimettesse all’esito delle elezioni, lui non avrebbe speranze di surclassare Schlein.
Le primarie sono in realtà uno strumento a cui il PD e il centrosinistra sono ricorsi più volte, dal 2005 in poi, sia in preparazione di elezioni locali sia per decidere il candidato presidente del Consiglio. Per certi versi, sono ormai un elemento costitutivo e identitario del PD, e sembrano l’unico metodo per indicare una leadership con un pieno coinvolgimento degli elettori, a maggior ragione se la destra riuscisse ad approvare la nuova legge elettorale, che rafforza i vincoli di coalizione tra i vari partiti e dunque rende più logico, e più vantaggioso, indicare un candidato per la guida del governo in caso di vittoria.

Giuseppe Conte a Roma, il 7 maggio 2024 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Messo così, comunque, il dibattito parrebbe un confronto tra Schlein e Conte, e parrebbe avere un esito abbastanza scontato a favore della prima. Ma le cose, come spesso succede nel centrosinistra, sono in effetti ben più intricate di così. Conte sa bene che una buona parte di dirigenti del PD considera Schlein inadeguata, o comunque poco credibile come potenziale presidente del Consiglio, e la cosa un po’ paradossale è che a condividere queste perplessità sono soprattutto coloro che in questi anni la hanno sostenuta.
È abbastanza chiaro come siano andate le cose: una larga parte della dirigenza del PD, rispondente ad anime e correnti diverse del partito, ha scommesso nel 2023 sulla capacità di Schlein di promuovere un rinnovamento, ma senza una reale convinzione che fosse adeguata a guidare un governo.
Gli stessi dirigenti che l’hanno sostenuta hanno mostrato una crescente insofferenza per i metodi piuttosto dirigisti con cui ha guidato il partito, hanno contestato la scarsa condivisione di scelte e orientamenti, hanno lamentato l’inconsistenza dei suoi collaboratori più fidati, in tanti casi, peraltro, estranei al PD. È un po’ come se in tanti la avessero assecondata e rassicurata, confidando però nel fatto che al momento giusto avrebbero saputo convincerla a farsi da parte (la cosa è iniziata a emergere con chiarezza nel novembre scorso, quando in una riunione a Montepulciano, nel senese, è stato creato un coordinamento tra diverse correnti).
Ora però che quel momento è arrivato, questa ipotetica manovra si sta rivelando assai più ardua. Schlein infatti non ci pensa affatto a desistere: e senza fare granché, senza prendere grosse iniziative (ma anzi stando attenta a non scontentare più di tanto nessuna delle correnti), attende che qualcuno tra i dirigenti si assuma la responsabilità di intestarsi questa operazione ostile ai suoi danni.
Dopo molte titubanze, il primo a farlo è stato Roberto Speranza, ex ministro della Salute e responsabile della corrente di sinistra interna che ha come riferimento Pier Luigi Bersani. Speranza, che si consulta spesso anche con Dario Franceschini, martedì ha dato un’intervista al Corriere della Sera per dire che le primarie «sarebbero un errore politico e vanno evitate», suggerendo a Conte e Schlein, sia pure in modo criptico, di farsi da parte e scegliere insieme una terza persona (è del tutto verosimile che Speranza pensi proprio a Bersani). Quanto all’eventualità di dover indicare un candidato premier, «basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano», ha detto.

Elly Schlein, Roberto Speranza, e Pier Luigi Bersani durante un convegno a Roma, il 16 giugno 2025 (FABIO FRUSTACI/ANSA)
Al di là della proposta piuttosto bislacca della candidatura «simbolica», l’iniziativa di Speranza non è stata accolta con entusiasmo nemmeno nella sua area. Ma altre voci critiche nei confronti delle primarie si sono sollevate dalla corrente più moderata che sostiene Schlein, quella di Stefano Bonaccini, pure lui assai scettico. Michele De Pascale, presidente dell’Emilia-Romagna, si è incaricato di esprimere questa posizione in un’intervista alla Stampa.
Ora nel PD gli unici a vedere favorevolmente le primarie, e dunque a proporre la soluzione più gradita a Schlein, sono i riformisti che fanno capo a Lorenzo Guerini, cioè gli unici che in teoria non sostengono formalmente Schlein. È un paradosso che si spiega per due ragioni. La prima è che di fronte all’eventualità di avvantaggiare Conte, quelli di Guerini preferiscono aiutare Schlein; la seconda è che in questo modo si garantiscono una sorta di rendita di posizione in vista della definizione degli accordi per la composizione delle liste elettorali, e possono dunque sperare di ottenere più candidati della loro corrente proprio in virtù di questo atto di benevolenza nei confronti della segretaria.
L’impressione condivisa da molti, comunque, è che le primarie siano l’unico esito possibile di questo convulso dibattito, a dispetto delle remore che in tanti esprimono e delle incognite legate all’eventuale approvazione della nuova legge elettorale. E anzi, viste le polemiche, Schlein vorrebbe anticipare la consultazione: non più all’inizio del 2027, ma magari già entro la metà di novembre. Il risultato sarebbe un po’ bizzarro: si finirebbe per scegliere la soluzione che fin dall’inizio era parsa la più logica, ma che in tanti hanno delegittimato cercando alternative poco credibili, contribuendo ad alimentare un clima di sfiducia e di disincanto tra gli elettori che bisognerebbe coinvolgere e motivare.



