La brutta figura del governo Meloni in Etiopia
L'ambasciatore italiano, Sem Fabrizi, è stato richiamato a Roma su pressione del primo ministro Abiy: è un brutto precedente per la diplomazia italiana
di Valerio Valentini
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Il 13 febbraio 2026 Giorgia Meloni partecipò al secondo incontro Italia-Africa ad Addis Abeba, in Etiopia. Erano presenti tutti i principali capi di Stato e di governo africani e per Meloni fu un riconoscimento notevole, mai concesso a nessun leader europeo dai tempi del francese François Hollande, nel 2013. Lei lo rivendicò come un avvenimento storico. Per essere ad Addis Abeba aveva rinunciato all’importantissima conferenza sulla sicurezza di Monaco, che si svolgeva in quegli stessi giorni e a cui invece gli altri capi di Stato e di governo di Francia, Germania e Regno Unito avevano dato grande rilievo.
Meloni ringraziò anzitutto il primo ministro d’Etiopia, Abiy Ahmed, che aveva propiziato l’evento, e col quale vennero ribaditi rapporti di solida amicizia, confermati da una consuetudine insolita: in tre anni tra i due capi di governo c’era stata oltre una decina di incontri bilaterali.
L’Etiopia è un paese con cui l’Italia ha legami profondi, anche per ragioni coloniali, e non a caso è tra i principali beneficiari – con ben 23 progetti – del Piano Mattei, il piano di cooperazione allo sviluppo con l’Africa promosso dal governo di Meloni. Abiy aveva convinto i leader del continente, arrivati ad Addis Abeba per una riunione dell’Unione Africana l’11 febbraio, a trattenersi un paio di giorni in più, così da consentire lo svolgimento dell’incontro con Meloni. Fu la celebrazione del momento più alto di sintonia tra il governo italiano e quello etiope.
Quasi sette mesi dopo, il governo italiano è stato costretto a richiamare in tutta fretta a Roma il proprio ambasciatore in Etiopia, Sem Fabrizi, segnando probabilmente uno dei precedenti più gravi delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e un paese africano degli ultimi decenni. Il richiamo di un ambasciatore è infatti una decisione molto rilevante: formalmente, sta a significare la rottura, o l’interruzione, dei rapporti diplomatici tra i due paesi.
Fabrizi era in carica da appena dieci mesi: una rimozione così precoce è del tutto anomala, anche a fronte di eventuali incomprensioni, considerato che il mandato di un ambasciatore dura abitualmente quattro anni. Succede assai di rado, e solo in occasioni di straordinario dissidio. In questo caso non è andata esattamente così, ma quanto è accaduto è ugualmente grave.

Giorgia Meloni durante il vertice Italia-Africa, ad Addis Abeba, il 13 febbraio 2026 (Amanuel Sileshi/AP Photo)
Il ministero degli Esteri ha richiamato a Roma Fabrizi, il proprio ambasciatore ad Addis Abeba, su pressione del governo etiope: diverse fonti del ministero confermano che nel giro di qualche giorno sarebbe stato formalmente dichiarato “persona non grata” dal governo di Abiy (è una locuzione latina che significa “persona non gradita”, e una condizione per cui gli ambasciatori perdono tra le altre cose l’immunità diplomatica, che impedisce che i diplomatici vengano processati o detenuti nel paese in cui prestano servizio), e quindi in sostanza sarebbe stato espulso dal paese.
Per evitare questo esito clamoroso, Antonio Tajani ha deciso di richiamare Fabrizi, concordando con lui, come compensazione, un nuovo incarico di livello, probabilmente nella struttura stessa del ministero, che andrà definito nelle prossime settimane.
In effetti la notizia è stata gestita con un certo imbarazzo dal ministero. Prima si è sperato che la cosa non destasse clamore, tanto più che si era a metà agosto. Poi si è data una versione distorta, o quantomeno lacunosa: quella per cui Fabrizi avrebbe spontaneamente deciso di rientrare a Roma «per ragioni personali», per poi essere assegnato a un nuovo incarico, d’intesa con Tajani. Quindi, informalmente, è stato spiegato che tra Fabrizi e il governo etiope non si era creata la giusta «chimica».
Nel frattempo, il Partito Democratico e Italia Viva hanno annunciato che depositeranno delle interrogazioni in parlamento per chiedere spiegazioni ufficiali al ministero degli Esteri.
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Almeno due testimonianze raccolte dal Post da fonti di governo consentono di affermare che proprio il vertice Italia-Africa di febbraio, paradossalmente, sia stato un passaggio decisivo per la compromissione dei rapporti. Secondo le due fonti, Abiy avrebbe espresso in un colloquio ristretto di fronte a Meloni giudizi poco gradevoli nei confronti di Fabrizi, che era all’incontro insieme alla presidente del Consiglio. Nei mesi successivi, l’ambasciatrice d’Etiopia a Roma, Demitu Hambisa, ha reiterato in più di un’occasione la richiesta di rimuovere Fabrizi a funzionari del ministero degli Esteri, durante vari incontri.
Non è chiaro quale sia stata la causa scatenante di questo dissidio. Le versioni raccolte parlano di incomprensioni sulle concessioni dei visti diplomatici e di alcune rimostranze da parte di Fabrizi riguardo al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale da parte del governo etiope, che dal 2020 è impegnato in una guerra civile nella regione del Tigrè, contro gruppi armati separatisti che controllano alcune aree del nord del paese.
Dopo un accordo di pace alla fine del 2022 e dopo una fase di apparente pacificazione, negli scorsi mesi la guerra nel Tigrè è tornata a farsi quanto mai cruenta. Il governo etiope, in particolare, è sospettato di utilizzare trattamenti degradanti nei confronti dei profughi del Tigrè, e di applicare un blocco dei rifornimenti di carburanti, cibo e medicinali nella regione.
È senza dubbio una situazione complessa e che a livello internazionale potrebbe creare problemi ad Abiy, che negli ultimi tempi ha adottato atteggiamenti e attitudini da leader sempre più autoritario. In questi anni il governo italiano, ansioso di rafforzare i legami con l’Etiopia e con altri paesi africani suoi alleati, è stato per lo più propenso a ignorare o a ridimensionare la gravità della crisi umanitaria causata dalla guerra.
È assai probabile, come confermano varie fonti al ministero degli Esteri, che Abiy non abbia apprezzato l’approccio scrupoloso e pignolo di Fabrizi, ambasciatore di una certa esperienza, soprattutto in ambito europeo, descritto da tutti come piuttosto rigoroso; un atteggiamento che almeno in parte doveva essere in contraddizione con quello piuttosto accomodante del suo predecessore, l’ambasciatore Agostino Palese, col quale Abiy aveva invece stabilito un buon rapporto. Palese, molto stimato anche dai collaboratori più stretti di Meloni, nell’ottobre del 2025 è stato nominato ambasciatore in Egitto.
Resta l’anomalia della rimozione anticipata di Fabrizi: un ambasciatore richiamato in patria su richiesta del governo locale, senza che ci fosse una motivazione chiara e concreta. Meloni e Tajani hanno evidentemente deciso di assecondare le pressioni di Abiy, col quale desiderano mantenere ottimi rapporti, per motivi diplomatici e politici, anche a costo di creare un precedente che potrebbe poi indurre altri paesi africani ad avanzare pretese irrituali.



