Ambizioni e limiti del piano del governo italiano per l’Africa

Nasce con l'idea di approfittare delle difficoltà della Francia nel continente, ma è difficile che l'Italia possa sperare di contare davvero qualcosa da sola

Giorgia Meloni insieme al presidente della Commissione dell'Unione Africana, Moussa Faki (Roberto Monaldo/LaPresse)
Giorgia Meloni insieme al presidente della Commissione dell'Unione Africana, Moussa Faki (Roberto Monaldo/LaPresse)

Domenica e lunedì scorsi si è svolta a Roma la Conferenza Italia-Africa organizzata dalla presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni. L’evento è stato un po’ il coronamento dell’impegno politico e diplomatico messo in atto da Meloni e dai suoi collaboratori in questo primo anno e mezzo di governo: hanno partecipato 46 Paesi africani su 54, e in 21 casi sono stati rappresentati da capi di Stato e di governo. È stata l’occasione per illustrare i primi progetti e i primi dettagli relativi al cosiddetto Piano Mattei, con cui Meloni intende potenziare le politiche di cooperazione e sviluppo con l’Africa, promuovendo accordi e investimenti con ricadute sperabilmente positive per le popolazioni di quel continente.

Il governo di Meloni non è il primo che tenta di occuparsi in maniera strutturale del continente africano. Solo per restare ai tempi più recenti, anche il governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni, tra il 2017 e il 2018, aveva fatto lo stesso soprattutto su impulso del ministro dell’Interno Marco Minniti. Ma è forse la prima volta che un governo decide di investire così tante energie su un piano per l’Africa, facendola diventare la questione con un progetto politico che prova a essere di lungo respiro.

In questa ambizione di Meloni ci sono varie componenti: l’interesse a promuovere investimenti redditizi per le grandi aziende pubbliche e private in Italia; la necessità di garantirsi un approvvigionamento energetico sicuro, dopo la sospensione degli accordi commerciali con la Russia sul gas; l’obiettivo di controllare le rotte migratorie e ridurre gli sbarchi, una cosa su cui la destra aveva fatto grandi promesse rimaste per ora irrealizzate; il tentativo di guadagnare qualcosa sul piano del prestigio e della centralità internazionali. Dopo un anno e mezzo di governo, gli sforzi di Meloni sono stati evidenti, ma i risultati ottenuti lo sono meno, almeno fin qui.

Meloni ripete continuamente che l’approccio dell’Italia nel costruire rapporti con l’Africa deve essere mosso da una logica «non predatoria», dunque rifiutando qualsiasi retaggio colonialista o atteggiamento paternalista. In questa insistenza si rivela uno dei tratti fondamentali del piano del governo italiano: proporsi come un modello di cooperazione diverso da quello rappresentato per decenni dalla Francia, il paese europeo che più di tutti negli ultimi cinquant’anni ha avuto un’influenza diretta nella politica di molti importanti Stati africani.

Dopo decenni di cosiddetta Françafrique, come veniva chiamata l’ingerenza più o meno esplicita e spesso controversa della Francia nelle faccende delle sue ex colonie africane e delle molte regioni francofone del continente, negli ultimi anni il presidente francese Emmanuel Macron ha avviato una progressiva dismissione di questo impegno, che richiedeva del resto enormi sforzi economici, politici, militari e di intelligence. In quei paesi, che sono assai turbolenti e spesso ben poco democratici, è infatti maturato un profondo sentimento popolare di ostilità nei confronti della Francia. Durante una visita in Gabon, nel marzo del 2023, Macron tenne un discorso notevole in cui dichiarò la fine della stagione della Françafrique.

Meloni riceve Macron a Palazzo Chigi, il 26 settembre 2023 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Il governo di Meloni ha visto dunque l’occasione per provare a riempire il vuoto della Francia, rafforzare i legami coi paesi africani e consolidare l’influenza diplomatica italiana nel continente. In questo senso, l’enfasi sulla cooperazione «non predatoria» intende mettere l’Italia in antitesi con l’approccio neocoloniale spesso rimproverato alla Francia. Lo si è visto in particolare in occasione di colpi di Stato e tensioni nell’area del Sahel, che si trova a sud del deserto del Sahara.

Nel luglio del 2023, quando il governo democraticamente eletto di Mohamed Bazoum venne deposto da un colpo di Stato organizzato da un gruppo di militari guidati dal generale Omar Tchiani, in Niger, l’Italia mantenne una posizione dialogante coi golpisti. Questi sfruttarono un profondo senso di rabbia contro i francesi, visto che il presidente Bazoum era accusato di essere un’emanazione della Francia, e sollecitarono proteste violente contro l’ambasciata francese nella capitale Niamey. In quegli stessi giorni, però, il ministro della Difesa Guido Crosetto spiegò che durante i colloqui con la giunta militare di Tchiani era «emersa chiaramente la non ostilità verso i militari italiani».

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani fece notare che i golpisti avevano aiutato i convogli italiani a spostarsi in sicurezza nel paese anche nelle ore più delicate successive al colpo di Stato. L’atteggiamento accomodante di Tajani sembrò in un certo senso legittimare i golpisti e comprendere le ragioni del loro risentimento contro la Francia, e per questo infastidì i diplomatici francesi.

Se questa linea del governo italiano emerge già nelle occasioni più ufficiali, in quelle informali diventa ancora più chiara. Nel settembre scorso, durante lo scherzo telefonico subìto dai due comici russi Vovan & Lexus e reso pubblico poi a novembre, pensando di parlare col presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki, Meloni disse apertamente di essere contraria alle politiche adottate da Macron in Niger. Chiese all’interlocutore di confidarle («between you and me») quanto di quello che stava succedendo in Niger fosse «contro la Francia», per poi criticare le priorità della Francia in quella regione («loro hanno l’uranio, il franco africano…»). Recuperò anche alcuni vecchi slogan della propaganda sovranista, come quello sulla moneta coloniale usata in molte ex colonie francesi, il franco CFA, appunto.

Nel corso di un evento riservato organizzato a Roma la scorsa settimana dalla società di consulenza Ernst & Young, il ministro Crosetto ha detto a una platea di imprenditori e manager che «noi siamo il paese meglio accettato nelle nazioni dove siamo stati colonizzatori», e ha fatto anche lui un riferimento al Niger. «Se pensate a quello che è successo in Niger, hanno cacciato gli europei, hanno cacciato i francesi, e a noi chiedono costantemente di rimanere. Non è che non ci hanno cacciato. Ci chiedono di rimanere. E questo dipende da un approccio che noi abbiamo avuto nei nostri rapporti internazionali, che in qualche modo bisogna far diventare fattore comune dell’Europa».

A mettere un po’ in discussione queste aspirazioni, che si alimentano di una storica diffidenza nei confronti dei dirigenti di Fratelli d’Italia e della stessa Meloni, sono state le parole pronunciate lunedì dallo stesso Moussa Faki – quello vero – durante il suo intervento al Senato, in apertura della Conferenza Italia-Africa. Il presidente della Commissione dell’Unione Africana ha espresso un certo rammarico e ha detto che avrebbe auspicato che gli Stati africani fossero stati consultati prima che il Piano Mattei partisse.

Martedì mattina Fratelli d’Italia ha mandato da Palazzo Chigi, la sede del governo, ai propri parlamentari il consueto documento – il cosiddetto “mattinale” – per indirizzare l’analisi dei fatti del giorno. Nel documento c’era un lungo passaggio dedicato all’intervento di Faki, nel quale viene criticata l’opposizione che starebbe strumentalizzando le sue parole: «Abbiamo illustrato la cornice del piano, dando degli elementi di concretezza: non abbiamo calato dall’alto un piano già confezionato da consegnare ai partner africani. Il piano verrà scritto insieme, seguendo un nuovo modello di cooperazione che è paritario e non più predatorio».

Più in generale emergono però alcuni limiti della presunta strategia complessiva dell’Italia in Africa. Il Piano Mattei si configura infatti come l’insieme di singoli progetti di cooperazione e sviluppo che possono avere un certo impatto sull’economia di alcune aree, garantendo probabilmente buone ricadute sull’occupazione locale e sul progresso tecnologico di quelle aree. Ma è una cosa che senza grande clamore stanno già facendo altri Stati europei. Il governo tedesco lo scorso novembre ha fatto un importante accordo per la fornitura di gas della Nigeria (lo Stato più popoloso dell’Africa e, peraltro, uno degli 8 che non ha partecipato alla Conferenza Italia-Africa): la Germania investirà 500 milioni di euro per realizzare impianti di produzione di energia rinnovabile, ricevendo dalla Nigeria una fornitura di gas naturale liquefatto (gnl).

Quanto all’organizzazione di importanti eventi diplomatici, anche questo di per sé è un segnale che solo parzialmente testimonia la capacità d’influenza del paese ospitante nei confronti di quelli ospitati. Il 23 luglio del 2023, l’Italia organizzò a Roma con un discreto successo una Conferenza sulla migrazioni, a cui parteciparono 21 leader o rappresentanti di paesi del Mediterraneo, oltre a un buon numero di Stati africani e di dirigenti delle istituzioni europee. Cinque giorni dopo ci fu il colpo di Stato in Niger di cui abbiamo detto, che cambiò sensibilmente gli equilibri politici nel Sahel senza che l’Italia potesse fare nulla per impedirlo.

È difficile quindi che il solo Piano Mattei, con investimenti del valore totale di 5,5 miliardi in 4 anni, possa consentire all’Italia di espandere in modo significativo la sua influenza politica e diplomatica nel continente. Lo ha ammesso lunedì la stessa Meloni, durante una conferenza stampa alla fine della Conferenza: «Non ho la pretesa come Stato italiano di affrontare da sola la questione africana complessivamente intesa», ha detto, auspicando un’integrazione del Piano Mattei con i progetti di sviluppo per l’Africa avviati dalla Commissione Europea, decisamente più ampi. La Commissione nel febbraio del 2022 ha elaborato tra l’altro un piano di investimenti con cui intende spendere 150 miliardi in Africa entro il 2027: oltre 27 volte quello che l’Italia ha stanziato col Piano Mattei.

Del resto il continente africano è così enorme e le situazioni politiche dei vari Stati così complicate e frammentate che pochissime potenze possono pensare di avere una qualche influenza sull’intero contesto.

Un esempio sono la Russia e la Cina, che mentre la Francia diminuiva il suo impegno in Africa hanno espanso la loro presenza. Il presidente russo Vladimir Putin si è intromesso nelle vicende politiche e militari di vari Stati del Sahel, come il Mali, il Niger, la Repubblica Centrafricana, il Burkina Faso: un’area in cui da anni è molto intensa l’attività del gruppo Wagner, composta da mercenari che agiscono su indicazioni del governo russo. La Cina ha avviato da oltre dieci anni una politica di ingerenza meno appariscente, che prevede grossi prestiti ai governi locali corrotti e in difficoltà finanziaria, in cambio di concessioni per lo sfruttamento delle risorse minerarie di quei paesi. Così, oltre a influenzare le scelte dei governi, la Cina è diventata di gran lunga il primo partner commerciale dell’Africa subsahariana.

Meloni insieme al presidente tunisino Saïed, durante la Conferenza sulle migrazioni di Roma, il 23 luglio 2023 (ANGELO CARCONI/ANSA)

Anche per questo, da più di un anno alcuni importanti esperti di relazioni con l’Africa suggeriscono a Meloni di non andare avanti da sola. Il 14 dicembre del 2022, durante un dibattito nell’aula del Senato, l’ex presidente del Consiglio Mario Monti si rivolse così a Meloni: «A me piace molto la sua idea del Piano Mattei, ma non è che converrà forse all’Italia cercare di mettersi in una posizione il più possibile premente, efficace e autorevole nei tanti progetti che già l’Unione Europea ha per l’Africa? Lo dico perché denominare in modo troppo nostro nuovi progetti può dare ai nostri partner un tranquillizzante stato d’animo del tipo: sì, fate voi». Marco Minniti, ex ministro dell’Interno ed ex responsabile dei servizi segreti, ha più volte esortato Meloni a farsi promotrice di un «Piano Mattei europeo».

In passato l’Italia aveva già provato a risolvere questioni problematiche in Africa da sola, senza successo. Di fronte alla recente crisi economica e istituzionale della Tunisia, per esempio, Meloni si è spesa molto per agevolare il prestito da 1,9 miliardi di dollari messi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’obiettivo di Meloni era trovare una soluzione alla crisi e così sperare di ridurre le partenze di migranti verso l’Italia dalla Tunisia. L’FMI però esigeva che il governo autoritario e illiberale di Kaïs Saïed avviasse un programma di riforme in senso democratico, prima di autorizzare l’operazione di sostegno finanziario.

Meloni tentò di mediare ma non riuscì a convincere il governo statunitense, particolamente influente sull’FMI. Provò allora a coinvolgere l’Unione Europea, convincendo in particolare la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il primo ministro dei Paesi Bassi, Mark Rutte. Alla fine, nel luglio del 2023, il lavoro diplomatico di Meloni contribuì alla firma di un memorandum d’intesa che di fatto autorizzava la concessione di circa 250 milioni a fondo perduto per il sostegno al bilancio e al controllo delle frontiere tunisine, e poi in tempi più lunghi fino a 900 milioni di prestiti. Lo sblocco effettivo di quei fondi si rivelò più problematico del previsto, anche a causa dell’atteggiamento autoritario di Saïed, refrattario a fare qualsiasi concessione liberale in politica interna.

Dopo tre mesi, proprio per ragioni di propaganda, Saïed restituì polemicamente i 60 milioni di prestito che erano la prima tranche dei versamenti europei a favore della Tunisia.