La celebrazione delle prime unioni civili fra persone dello stesso sesso a Palazzo Reale, Milano, 5 agosto 2016 (ANSA/STEFANO PORTA)
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  • mercoledì 19 Maggio 2021

Cinque anni di unioni civili in Italia

Dal 2016 a oggi migliaia di persone hanno usufruito della “legge Cirinnà”, storica e allo stesso tempo frutto di un compromesso che ha lasciato dei vuoti

La celebrazione delle prime unioni civili fra persone dello stesso sesso a Palazzo Reale, Milano, 5 agosto 2016 (ANSA/STEFANO PORTA)

Il 20 maggio del 2016, cinque anni fa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmò la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e sulle convivenze di fatto, promossa dalla senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà. Entrò in vigore il 5 giugno e il 23 luglio venne firmato il decreto attuativo.

Il percorso della legge fu molto complicato sia al Senato sia alla Camera. C’era e c’è chi avrebbe voluto una legge più coraggiosa, che prevedesse la stepchild adoption e che non definisse l’unione civile tra persone dello stesso sesso come “specifica formazione sociale”, ma come “matrimonio”. E c’era chi invece avrebbe voluto una legge più restrittiva o non l’avrebbe voluta affatto. E che usò, al tempo, alcune argomentazioni che ancora oggi vengono opposte al ddl Zan contro l’omotransfobia. Il testo finale per il riconoscimento delle unioni civili nacque, alla fine, da un accordo tra il Partito Democratico e il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano.

Come andò
L’istituto giuridico dell’unione civile, che definisse uno status alle convivenze di coppia non ufficializzate dal matrimonio, fu proposto per la prima volta in Italia nel 1986, ma fu solo il governo Renzi durante la XVII legislatura, iniziata nel marzo del 2013, a riprendere in mano la questione dopo anni di sostanziale inattività.

Nel giugno del 2014, la senatrice del PD Monica Cirinnà depositò una proposta di testo unificato sulla base di nove disegni di legge già in esame alla commissione Giustizia del Senato. Ma fu la sua terza proposta di testo unico a diventare, nel marzo del 2015, la base della discussione.

Monica Cirinnà abbracciata dopo la votazione di fiducia sulla legge, Roma, 25 febbraio 2016, (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Il piano del governo era di fare approvare l’intera legge entro la primavera, ma i lavori vennero rallentati dall’ostruzionismo del Nuovo Centro Destra, piccolo partito dell’allora coalizione di governo, ma anche di parte della componente cattolica dello stesso Partito Democratico. I motivi principali del dissenso riguardavano l’equiparazione delle unioni civili al matrimonio e la stepchild adoption, cioè la possibilità per le coppie, in alcuni casi, di adottare il figlio biologico di uno dei due partner.

La manifestazione in Piazza del Popolo a Roma a sostegno del ddl Cirinnà, 5 marzo 2016 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Dopo che per mesi si cercò inutilmente di trovare un accordo in commissione, il PD decise di portare direttamente la legge in aula e di farla votare – senza relatore e senza parere del governo – insieme al Movimento 5 Stelle che, pur stando all’opposizione, aveva garantito il proprio voto favorevole. Quando però il M5S si rifiutò un po’ a sorpresa di sostenere un emendamento premissivo per aggirare l’ostruzionismo – il cosiddetto “supercanguro” – il PD decise di non rischiare, e di non sottoporre gli emendamenti al voto segreto senza una maggioranza sicura, come proponeva il M5S: «Se il PD fosse un po’ meno cagasotto dovrebbe venire in aula e votare i 500 emendamenti insieme a noi», disse il parlamentare del M5S Roberto Fico. Cirinnà commentò con molta amarezza la decisione del Movimento di non votare il “supercanguro”: «Io mi prendo le responsabilità politiche di essermi fidata del Movimento 5 Stelle. Me le assumo tutte. Chiudo la mia carriera politica con questo scivolone. Me ne rendo conto, ho sbagliato».

Per qualche settimana, sembrò che la proposta fosse arrivata ad un punto morto e fu molto concreta la possibilità che venisse affossata. La soluzione la propose Renzi durante un’assemblea nazionale del PD: cercare un accordo con il Nuovo Centro Destra e scendere a compromessi con l’area cattolica interna al partito.

L’accordo si concretizzò in un maxi-emendamento che riscriveva in parte la legge e la indeboliva: stralciava l’articolo che estendeva la stepchild adoption anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso, e prevedeva l’inserimento di una serie di modifiche per evitare ogni sovrapposizione tra matrimonio e unione civile.

Il 25 febbraio del 2016 il Senato approvò la questione di fiducia sul maxi-emendamento con 173 voti a favore e 71 contrari. Il disegno di legge passò poi all’esame della Camera, dove il PD aveva una maggioranza molto più ampia e dove fu votata, l’11 maggio, sempre attraverso la fiducia.

Monica Cirinnà con Paola Concia e Vladimir Luxuria davanti a Montecitorio durante il voto sulle unioni civili alla Camera, Roma, 11 maggio 2016 (ANSA/ANGELO CARCONI)

Cosa dice
La legge definisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso come “specifica formazione sociale”. Per contrarla bisogna essere “due persone maggiorenni dello stesso sesso” e bisogna fare una dichiarazione pubblica davanti a un ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni. La dichiarazione viene registrata nell’archivio dello stato civile.

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L’unione civile è un legame diverso dal matrimonio fra persone di sesso diverso, anche se presenta molti doveri e diritti in comune. Le differenze, oltre alla definizione, sono che non è presente l’obbligo di fedeltà, quello di attendere un periodo di separazione da sei mesi a un anno prima di sciogliere l’unione (bastano tre mesi), di fare le “pubblicazioni” prima di contrarre l’unione e non è prevista la possibilità di sciogliere l’unione nel caso in cui non venga “consumata” (cioè nel caso in cui i due partner non abbiano mai fatto sesso). Non c’è, soprattutto, la possibilità di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner, la stepchild adoption, prevista nella stesura iniziale della proposta e motivo che spinse alcune parti della sinistra a non sostenerla.

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La seconda parte della legge si occupa di convivenza di fatto tra due persone, sia eterosessuali che omosessuali, che non sono sposate e che possono da allora stipulare un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali tra di loro: attraverso una scrittura privata o con un atto pubblico che deve poi essere registrato da un notaio o da un avvocato e trasmesso al registro anagrafico comunale.

Com’è andata
Negli ultimi sei mesi del 2016, subito dopo l’approvazione della legge, l’ISTAT aveva registrato 2.336 unioni civili, un numero particolarmente consistente e che aveva riguardato coppie da tempo in attesa di ufficializzare il loro legame affettivo. Dopodiché c’era stato un progressivo ridimensionamento dei numeri. Nel 2019 si sono costituite 2.297 unioni civili tra coppie dello stesso sesso, mentre i dati provvisori del 2020 dicono che c’è stato un crollo generale di matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi, a causa della pandemia. In totale, al 2019 e dopo l’entrata in vigore della nuova legge, il numero complessivo delle unioni civili è pari a circa 12 mila.

Sempre l’ISTAT ha segnalato che, per quanto riguarda il 2019, le regioni in cui ci sono state più unioni civili sono state la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia-Romagna e la Toscana. Il 20,3 per cento del totale delle unioni civili in Italia sono state celebrate nel comune di Roma e in quello di Milano.

Dai dati risulta anche che nei primi anni (2016 e 2017), «la struttura per età risultava particolarmente “invecchiata”» proprio perché si erano unite coppie che stavano insieme da tempo e aspettavano solo la possibilità di ufficializzare la loro famiglia. Ora, la distribuzione per età degli uniti civilmente, dice l’ISTAT, è in progressivo “ringiovanimento”.

In questi giorni, in occasione dell’anniversario dell’approvazione della legge Cirinnà, sono state pubblicate diverse interviste alla prima coppia che decise di unirsi civilmente a Reggio Emilia il primo agosto 2016, Piergiorgio Paterlini e Marco Sotgiu. Rispondendo a chi ha usato i numeri non altissimi delle unioni civili per sminuire l’importanza del provvedimento, precisando che anche i matrimoni sono in calo, hanno risposto: «C’è un po’ l’idea del tipo “avete lottato tanto e poi non vi sposate”. Non sono numeri enormi ma è come dovrebbe essere, è diventato normale: è una cosa che c’è e chi vuole può farla. I numeri non sono niente rispetto a quanto si è ottenuto».

I discorsi intorno alla legge e cosa manca
Fin dall’inizio, il dibattito sul ddl Cirinnà coinvolse la Conferenza Episcopale Italiana, politici cattolici e di destra, associazioni di giuristi cattolici e vari movimenti anti-abortisti e contrari ai diritti delle persone LGBT+ che a Roma, nel gennaio del 2016, organizzarono un “Family day” riempiendo striscioni e cartelli con slogan contrari al ddl. Al raduno, erano presenti l’allora ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti («Sui valori non c’è un patto di governo né di maggioranza»), Giorgia Meloni («Ho appena scoperto di aspettare un bambino. Sono sempre più convinta che il ddl è una legge contro i bambini»), mentre Alfano, su Twitter, diede la propria «piena adesione» all’iniziativa.

Alcune delle argomentazioni utilizzate allora contro le unioni civili si ritrovano ancora oggi contro il ddl Zan. In nome della difesa del matrimonio quale base della cosiddetta “famiglia naturale” si contestava, soprattutto, il fatto che i diritti per le coppie omosessuali diventassero troppo simili a quelli del matrimonio civile e che la legge avrebbe sicuramente aperto la strada all’affido, all’adozione e alla gestazione per altri. Chi si opponeva alla legge diceva infatti che la sua approvazione avrebbe fatto “dilagare” il ricorso alla gestazione per altri, argomentazione usata anche da un pezzo di femminismo. La gestazione per altri però non aveva a che fare con la legge Cirinnà, in Italia è illegale ed è rimasta tale (storicamente, poi, ne usufruiscono all’estero in grandissima parte le coppie eterosessuali). Nessuno di quei timori si è dunque concretizzato.

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Lo stralcio della stepchild adoption ha invece lasciato un vuoto normativo che spesso viene colmato dai tribunali, ma con sentenze opposte che quindi generano incertezza e protraggono una condizione di disparità di trattamento per i figli. Solo qualche giorno fa, il tribunale di Reggio Emilia ha annullato il riconoscimento genitoriale di due coppie dello stesso sesso unite civilmente: in entrambi i casi, i minori erano stati registrati all’anagrafe subito dopo la nascita come figli delle sole madri biologiche, dopodiché le coppie avevano effettuato il riconoscimento dell’altro genitore nel registro degli atti di nascita dall’Ufficiale di stato civile del comune: la procura aveva presentato ricorso, il tribunale lo aveva accolto e ha poi dichiarato nulli i riconoscimenti.

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Il presidente di Arcigay Alberto Nicolini ha commentato che nei giorni in cui ricorre il quinto anniversario dell’approvazione della legge per le unioni civili, il tribunale di Reggio Emilia ha agito per ricordare «che quella legge, gradino fondamentale verso l’uguaglianza, non è che un piccolo passo, insufficiente. In Italia le persone LGBT+ valgono solo come singole persone che si uniscono, ma non come madri e padri. Eppure siamo genitori e genitrici, e le nostre famiglie esistono (…) Fino a quando dovremo assistere a una tale ingiustizia?».

Uno dei punti più controversi della legge, allora come oggi, è la definizione di unione civile come “specifica formazione sociale” che di fatto, dice chi contesta l’espressione e ciò che significa, sancisce una discriminazione verso le persone omosessuali. Più volte Monica Cirinnà, e i sostenitori dei diritti delle persone LGBT+ hanno ammesso i limiti della legge sostenendo che il passo successivo dovrebbe essere l’introduzione del matrimonio egualitario, e quindi l’allargamento del diritto di famiglia alle famiglie omogenitoriali.

Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, ha comunque riconosciuto che «le unioni civili sono state un passo decisivo in questo paese perché per la prima volta hanno realmente infranto il muro dell’indifferenza istituzionale verso milioni di persone» e che «è anche grazie a quella legge e alla visibilità che ha portato, se oggi si discute anche nell’opinione pubblica, del ddl Zan».